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29.01.07

Dodici anni fa

di Giampaolo Rugarli

[Lo stato dell'editoria e della narrativa è tema caro a Vibrisse. Ho trovato per caso uno stralcio del “Giornale" del 2 giugno 1995 con questa intervista di Enzo Magrì a Giampaolo Rugarli, che s'inserisce bene in questo discorso e credo possa essere interessante. Tra l'altro, in Vibrisse, Bartolomeo di Monaco ha trattato L'infinito, forse - muovendo a Rugarli le stesse critiche che Rugarli muove agli autori italiani in questo articolo. ep]

[...] Il romanzo versa in uno stato di crisi perché è in crisi la spiritualità dell’uomo. Il romanzo attiene a un episodio della metafisica. Io azzardo del romanzo questa definizione: è metafisica in miniatura. Ora nel momento in cui va in crisi la metafisica con tutto ciò che comporta, cristianizzazione, crisi della religione e così via, tutte le prospettive fortemente spirituali hanno ceduto. Il romanzo presuppone che uno elabori un sistema metafisico, un qualcosa che è al di fuori di noi. Ma la defaillance del mondo della spiritualità s’è riflessa anche nel romanzo. La colpa della televisione è inferiore a quanto si pensi. È il sistema di vita che è cambiato. [...]

Perché il libro italiano non è mai un best seller all’estero, al contrario di quanto accade per i libri stranieri che raggiungono primati in Italia?

Le case editrici hanno responsabilità pesantissime. Negli ultimi vent’anni hanno proposto una quantità di robaccia sia per la saggistica sia per la narrativa. Il lettore non è stupido. Il lettore sa scegliere. Se alcuni vanno in libreria e comprano un libro di autori non italiani una ragione ci dev’essere.

Qual è questa ragione?

Che gli autori italiani molto spesso fanno chiacchiere. Chiacchiere belle e nobili dimenticando che un romanzo è prima di tutto una storia con personaggi che devono restare impressi, una vicenda che avvinca l’attenzione, che tenga il lettore con il cuore in gola.[...]

Ecco: gli italiani continuano a non leggere libri. La colpa di chi è? Di quelli che li scrivono, di quelli che li pubblicano oppure di quelli che non li leggono?

Quelli che non li leggono sono innocenti. Hanno ragione di non leggere. La colpa è di quelli che li scrivono e di quelli che li stampano. Se prendiamo saggi usciti dieci o cinque anni addietro che hanno avuto un successo travolgente e li ripassiamo col senno di adesso troviamo un’accozzaglia di banalità e di sciocchezze.

Facciamo un esempio.

Pier Paolo Pasolini, uomo probabilmente sopravvalutato, certamente di grande ingegno, viene tuttora ricordato con emozione per quel famoso saggio in cui lanciava un grido d’allarme per la scomparsa delle lucciole. Messa in guardia che è da considerare la fesseria del secolo. Grazie al cielo le lucciole non sono scomparse. Io vivo in campagna dove ci sono lucciole da tutte le arti, se Dio vuole.[...] Noi non abbiamo grandi scrittori che possano avere la stazza di Bulgakov, ma ne abbiamo avuti di dignitosi: Sciascia, Calvino, Gadda. Il bilancio diventa inquietante adesso, momento in cui non si vedono che mezze figure. Probabilmente con me in testa. Questo è un problema centrale con il quale dobbiamo fare i conti in previsione del prossimo millennio. La colpa è da attribuire al costume di volare basso. Questo fenomeno lo si capisce osservando il mondo delle lettere e del romanzo. Ancor meglio guardando il mondo del cinema. Si vola basso. C’è la paura di volare alto. Le faccio una confidenza. Da giovane...

Qualche decennio addietro...

Appunto, inviai un tentativo di romanzo a una importante casa editrice. Mi venne respinto con una serie di motivazioni valide. Ma si diceva anche: lei vuole volare alto. Il libro si surdetermina. Ecco sono anni che il libro vola a bassa quota. C’è quasi la paura di affrontare i grandi temi.Se uno propone: voglio fare un romanzo parlando di Dio. La risposta è: ma lascia stare, per piacere. Scrivi una storia dove c’entra l’aborto, parla di una ragazza che è stata violentata e che si trova dinanzi al dilemma: abortisco o no? Fai una cosa di questo genere. Ecco forse è giunto il momento di salire di quota.

Rugarli,l’esordio del comunismo in Russia ebbe un grande aedo in John Reed. Perché la sua fine ha voluto solo buoni cronisti?

Perché la fine del comunismo è qualcosa di terribilmente imbarazzante. Il comunismo è stato una sorta di souflé che tirato fuori dal forno sul più bello s’è sgonfiato, ha fatto splaff. Questo imbarazzo del fallimento s’è avvertito soprattutto in Italia, in particolare nel mondo editoriale che c’era dentro fino al collo e che almeno per l’ottanta per cento era legato al marxismo. Quello che mi dà fastidio è la rapidità e la prontezza con le quali cultura e società editoriali, legati a filo doppio con quell’ideologia, si sono dissociate da essa.

Non ci sono grandi stroncature dela critica. C’è oggi una sorta di consociativismo tra critici, autori, editori all’insegna "cche sa da fa ppé magnà."

Perché non vi è critico che non abbia un manoscritto nel cassetto. Fare lo stroncatore di professione può anche essere controproducente. Parlare di stroncature fini a se stesse poi non ha senso. Sarebbe bellissimo solo se si facesse un discorso onesto.(...) Purtroppo, il nostro Paese ha un’antica tradizione di servaggio e di cortigianeria. Lo scrittore, il letterato, tendono a non uscire allo scoperto. [...]

Pubblicato da Emanuele Pettener, il giorno e l'ora: 29.01.07 17:15

Interventi

prova

Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 29.01.07 17:27

Forse il romanzo è in crisi. Ma i commenti tornano a funzionare. Questa è una bella notizia.

Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 29.01.07 17:29

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