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27.01.07
Come si leggono i libri: “Gli imbecilli dicono sempre che stanno rileggendo un libro" (Ennio Flaiano)
di Livio Romano
Trovo molto interessante apprendere il modo in cui la gente legge i romanzi. Mi hanno sempre molto impressionato coloro i quali leggono diverse volte una stessa storia. Conosco un avvocato di settant’anni che legge dal 1960 sempre lo stesso libro: I Promessi sposi. Lo finisce e ricomincia. Sempre la stessa copia. Per non parlare di quelli che prendono nota. Di quelli che trascrivono frasi sui quadernetti. Ora, a me già pare una roba balzana il feticcio dell’oggetto libro.
Quelli che ti restituiscono un romanzo che gli hai prestato e fra le mani hanno la busta oscillante contenente esattamente quel libro. “Cosa te ne fai?", chiedo sempre loro stupefatto. E quelli mi rispondono che “vogliono averlo", che odiano leggere libri in prestito, che una volta apprezzato un romanzo devono possederlo ed esporlo nella libreria. Sono un lettore da biblioteca. Ho letto la maggior parte dei romanzi più importanti prendendoli in prestito dal Centro Servizi Culturali della mia città. Mi piaceva spiare nel talloncino della copertina che talvolta i bibliotecari dimenticavano di estrarre. Mi piaceva vedere quanta gente avesse letto quel libro e come si chiamava.
A casa ho tre grandi librerie che farebbero impazzire chiunque. A fianco a libri di diritto trovi manuali per l’addestramento del gatto e guide per l’insegnamento dell’educazione motoria nella scuola materna. Scott Fitzgerald giace a fianco a lineamenti di politica economica e Tondelli è incastrato fra un atlante e un dizionario di parolacce americane. Stanno lì in attesa d’esser prestati. Del supporto cartaceo delle storie m’importa meno che nulla. Da quando uso il computer, poi, quando devo cercare un libro fra le migliaia che in qualche modo ricordo d’avere, mi scatta un automatismo mentale. Vorrei cliccare “Cerca" e lasciare che il cervello elettronico recuperi da sé il volume. E invece tutte le volte son guai. Tutte le volte, intendo, in cui non posso far andare via qualcuno senza che gli abbia dato quella storia. Ricordo pochissime restituzioni, fra l’altro. Ogni tanto mi capita di rammentare il momento dell’acquisto di un qualche romanzo. Ma il fatto di non averlo mai più incocciato durante i traslochi mi fa supporre che l’abbia affidato a qualcuno (traslochi facili, d’altronde, per l’aspetto libri: prendo gli scatoloni e li riverso nelle librerie senza alcun criterio razionale). Perché leggo i libri una volta soltanto. Li leggo in maniera così minuziosa, pondero talmente ciascuna delle parole che le mie pupille incrociano: che trovo fisicamente intollerabile ritornarci su un’altra volta. Non ho bisogno di appuntare niente. Se una parola, uno stilema, un ritmo, un anacoluto, un aggettivo mi colpiscono, il fenomeno dura per sempre.
Anni fa, mentre conducevo un corso di scrittura creativa, il mio amico che leggeva i passi mi fece strabuzzare. Avevo scelto un pezzo di un libro che avevo letto quindici anni prima. Non faticai a trovarlo. Reperii il volume, lo sfogliai, ricordavo che il brano si trovava nella seconda metà, lo acciuffai in pochi secondi e lo affidai al lettore. Ebbene, mentre lui leggeva sentivo che c’era in quel sound qualcosa di molto familiare. Tornai a casa e aprii la raccolta di racconti con la quale avevo appena esordito. Una roba da sfiorare il plagio. Intere frasi che parevano staccate e incollate sul mio testo, sia per cadenza che per lessico. La cosa incredibile era che il libro imitato io l’avevo letto a quindici anni senza mai più riaprirlo. Era un periodare che talmente mi si doveva essere annidato nelle orecchie che dopo più di dieci anni io l’avevo ripreso pari pari. Se leggo le cose che scrivo posso facilmente rintracciare la fonte, se c’è, del rifacimento. Per esempio (ma non rileggendo le opere altrui ci si figuri quanta fatica faccio a leggere i miei, di raccontini) a un certo punto di una mia storia scritta di recente l’io narrante dice: “Ma, che fare?". Non ho problemi ad ammettere che ho letto quella frase in un libro di Dacia Maraini circa venti anni fa.
E allora ha ragione Gaetano Cappelli. Colui il quale ha la sventura di scrivere le storie, invece di godersele, è uno strano lettore. È un avvoltoio sempre in cerca di fraseggi suggestivi. Un predone che ara la letteratura al fine laido di impossessarsi di un po’ di bellezza altrui. Poi c’è chi prende appunti e chi registra in reconditi files mentali tutto quello che gli interessa. Ma il narratore legge perché scrive. C’è stato un tempo in cui si provava a scribacchiare perché tanto leggeva. Perché attraversava paesaggi mozzafiato come la valle del Chianti e lui non dava neppure uno sguardo fuori dal finestrino, giacché lui semplicemente “non era lì, lui gironzolava per le vie di Chelsea, stranito dentro un romanzo di Jonathan Coe. Poi la situazione si è capovolta. Prima di cominciare a buttare giù l’ultima storia che ho scritto, per dirne una, un anno fa ho letto Delitto e Castigo che a sedici anni avevo lasciato esattamente al punto in cui Raskalnikov ammazza la vecchia. Poi sono passato a quattro libri di storia di un paese straniero. Poi di quel paese ho letto quasi tutte le opere dei più grandi scrittori viventi. Poi, per apprendere una serie di trucchetti che qui sarebbe noiosissimo elencare, mi son fatto una decina di tragedie greche. Indi son passato a tre storie di famiglie americane: la Carol Oates, il sommo Yates, infine Le correzioni di Franzen che avevo cominciato e lasciato perché spaventato dall’assoluta permeabilità di quella grandissima scrittura (e infatti ci sono pezzi del romanzo letteralmente grondanti Franzen, lo dico subito per evitare fra quindici anni di strabuzzare).
Poi, ok: ci sono gli autori-imprinter. Quelli che hai letto da ragazzo e la cui voce ti accompagnerà per sempre come quella del saggio nonno che ti portava a pesca. Perché un narratore è impressionato da un’impostazione e non da un’altra? Perché il ritmo di Tolstoj non ha lasciato traccia nel mio approccio al racconto mentre ogni volta che mi metto alla tastiera mi pare di avere dietro le spalle Sir Charles Dickens col suo cilindro di cartone pressato che, scatarrando e imprecando come durante uno dei suoi ultimi reading, mi detta intere frasi? Giro agli psichiatri lettori di Vibrisse questo dilemma.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 27.01.07 13:47
Interventi
E' con gioia che comunico di avere tra le mani il nuovo romanzo di Livio Romano: "Niente da ridere" uscito in questi giorni per Marsilio. Si legge nel risvolto di copertina: "Una commedia irresistibilmente amara, il grande affresco esilarante, imprevedibile, malinconico di un Sud lontano da ogni stereotipo. Il romanzo di una generazione che rischia di farsi scivolare tra le dita il diritto a un attimo di felicità."
E' un romanzo che cercherò di leggere quanto prima, per darne la mia lettura qui su vibrisse.
Un augurio e un abbraccio forti forti al bravo Livio, di cui mi sono già occupato qui:
http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/03/livio_romano_po.html
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 30.01.07 11:09
splendio... io che sono un feticista del libro, che amo leggere e rileggere sempre gli stessi libri, che li riduco in maniera orrenda a forza di portarmeli dietro, che ci scrivio di tutto, che sogno di avere una biblioteca perfttamente ordinata e che ho il terrore di prestare i miei libri, insomma io che ho in testa tutto il contrario di quello che c'è scritto qui sono felicissimo quando vedo che c'è chi la pensa in maniera completamente diversa da me! bellissimo post, ciao!
Pubblicato da: giacomo - 30.01.07 11:31
Grazie di cuore, caro Bart. Spero che la lettura ti sia piacevole. A volte penso che ti vorrei abitare vicino per frequentarti e diventare amico tuo...
abbracci
Pubblicato da: Livio Romano - 30.01.07 20:13
Grazie a te, Livio.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 30.01.07 23:25
