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09.01.07
Come si leggono i libri: Mica facile aggiungere qualcosa
Mica facile aggiungere qualcosa dopo tutti questi interventi.
Chi dice che legge con i 140 watt, chi cambia posizione ogni mezzora, chi lo fa in treno, chi in autobus, chi in cameretta, chi su un trespolo, chi sulla tazza, prima, dopo o durante i pasti.
Mi viene in mente quella situazione del liceo, quando il prof di greco, dopo aver letto un frammento di Menandro, alzava la testa a domandare:
- Allora?, cosa ne pensate? -.
Lui era allungato sul davanzale interno del finestrone, la schiena appoggiata al rientro del muro, le gambe distese sulla lastra di marmo, gli scarponazzi da montanaro che si muovevano in sintonia con il ritmo del ditirambo.
- Allora?, che ne pensate? -, ripeteva fissandoci dietro le lenti spesse con uno sguardo che intendeva: avanti, parlate, deficienti che non siete altro.
Poi con un balzo atterrava sulle piastrelle scricchiolanti, si avvicinava al primo della fila e diceva: - Tu, parla -.
E tu? E tu? E tu? Così, fino all’ultimo della seconda fila, cioè il sottoscritto.
Sottoscritto che non sapeva cosa aggiungere, dopo che gli altri quindici avevano già balbettato sull’intimismo del testo, la pregevolezza della metrica, la scoperta dell’anima seicento anni prima di Virgilio, gli incunaboli della cultura classica, gli elegiaci e i giambici.
E tu? Incombeva il prof sopra di me, le mani giunte dietro la schiena. Io mi appiattivo sul banco, pensare che già di mio ero bello piatto, a sedici anni somigliavo a quei tranci secchi di stocafisso che si vendono al mercato del pesce. E mi ricordavo solo dell’attacco: - Pone kai mezuske, Melanippe – (Bevi e ubriacati, Melanippo), null’altro.
Così sproloquiavo delle allegre bevute del sabato sera e del calore dell’amicizia dietro una pinta di Guinness, magari ripetendo quanto avevo letto nel pieghevole pubblicitario di un certo pub. Quattro meno e rimandato a settembre.
Però a quel prof devo qualcosa. Per esempio aver imparato a leggere, o almeno aver capito (forse) cosa significa leggere.
Prima i libri li succhiavo, come piantare una cannuccia perforando la copertina e tirare su d’un fiato. All’inizio erano bevande frizzanti come Salgari, tutto Salgari, Verne, Stevenson e gli altri un tempo bollati quali autori per ragazzi. Seguirono succhi più ribollenti come Hemingway, o sanguinolenti come Poe, ombelichisti come Hesse, e liquidi più amarognoli come Pavese e Deledda, e pure liquami indigeribili che intasavano la cannuccia, come Cassola (ma perché al ginnasio era obbligatorio leggere Il taglio del bosco?).
Comunque aspiravo d’un colpo, facevo un bel rutto mentale ed ero pronto per la ciucciata successiva.
Finché quel prof non ha insegnato a soffermarci sul retrogusto di un testo, se si vuol restare all’analogia con la bevanda, magari con un vino d’annata, meditare su cosa ci ricorda, su quali sapori e profumi può trascinare, sul grado di acidità, sulla struttura.
Ma, prima di tutto, mi piace vedere nella lettura un “otium", un’attività fine a se stessa, anche un piacere da cogliere nei luoghi dove non si dovrebbe. Come nascondere un libro nel cassetto della scrivania del lavoro, e tirarlo fuori quando sei saturo di istogrammi isterici e tabelline frigide.
Oltre la finestra del mio ufficio c’è un capannone con una vetrata quadrettata, sulle lastre colate come di piscio. Sopra il tetto, un camino metallico sbuffa i borbottii della fabbrica. Con questo panorama alle spalle, è obbligatorio estrarre dal cassetto La vita agra, Pausa caffè o L’uomo di marketing e la variante limone, a seconda dell’umore. In certi contesti la lettura di un libro può essere un piccolo gesto di rivolta. Leggere sul posto di lavoro, specie in aziende private, è assai peccaminoso. In tali luoghi più si sale di livello e più la cultura, o perlomeno l’amore per la lettura, si dissolve. Non è polemica, è constatazione.
Il modello di Olivetti o di Falck sembra lontano mille secoli. Tutti i manager che ho conosciuto non solo non sono in grado di scrivere due righe due di una qualsiasi lettera o comunicazione, ma sospetto che, fuori dal lavoro, non leggano altro che la bolletta dell’Enel.
Ciò che mi ha colpito, a proposito di come leggono gli altri, è che si tratta quasi sempre di un’attività solitaria, a parte i divertenti “approcciatori" di Manuela Perrone. Solitamente la lettura è un’abitudine da tana isolata, da cantuccio dove escludere il resto del mondo.
Del resto, il lettore raffigurato nel quadrettino è bello chiuso su se stesso, una mano sulla fronte come a significare non voglio vedere altro che la pagina. E le spalle raccolte in una concentrazione così poderosa che potrebbe tramutarsi in… sonno.
Perché privarsi del piacere di ascoltare un altro che ci legge un libro? Perché, ogni tanto, non farcelo narrare da un’altra persona?
Nel mio caso è un vizio acquisito un paio d’anni fa.
Metti che un’estate finisci in un’isoletta dell’Oceano Indiano (sì, lo so che farebbe più fico dire in un villaggio equo e solidale del Paraguay, ma non è così).
Metti che, in un interminabile pomeriggio da laguna moscia, mentre ti poni la domanda standard del turista italiota all’estero ma perché siamo finiti qui?, e con tutti i posti belli che ci sono in Italia, vicino a te senti un multigriffa esclamare uela, figa, perché qua non apriamo un bel ciringuito?
Allora, in quel momento, l’unica risorsa che ti rimane è supplicare la tua compagna di dire qualcosa, qualunque cosa.
Lei ha preso a leggere ad alta voce questo pezzo: “I miei nonni facevano l’amore in modo piacevolmente monotono. Ogni sera Desdemona si spogliava rimanendo con il corsetto, e Lefty armeggiava con asole e ganci in cerca della combinazione segreta per aprirlo. Il corsetto era l’unico afrodisiaco di cui avevano bisogno, e per mio nonno rimase l’emblema erotico per eccellenza. Il corsetto rendeva Desdemona ogni volta nuova. La trasformava in una creatura irraggiungibile con una corazza e, dentro, una parte morbida che lui doveva andare a scovare. Quando le chiusure scattavano, la corazza si apriva; Lefty saliva su di lei (sbucciandosi le ginocchia) e non avevano nemmeno bisogno di muoversi, ci pensavano le onde."
Amore, è bellissimo, continua, ho detto voltandomi sulla pancia.
Le altre cinquecento pagine di Middlesex sono volate in dieci giorni.
Il corsetto di Desdemona mi porta alla mente una delle considerazioni di Bart che più mi è piaciuta, quando scrive che leggendo dobbiamo liberarci della nostra corazza, per lasciarci possedere dal libro. Giusto. Però, a mio parere, vale anche il contrario. Anche il libro dev’essere disponibile ad aprire la sua corazza, a svelarsi per quel che realmente è. E a farsi possedere da me.
Non parlo qui di comprensione del testo, ma di sincerità del testo. Nel senso che chiedo al libro di rivelare il suo vero volto, di non abbagliarmi con i riflessi di altri libri, di non rispecchiare le mode o le tendenze del momento, di rispondere alla mia domanda primaria: dimmi, hai qualcosa di genuino, di tuo, da comunicarmi?
Quando percepisco che il libro non vuole o non può rispondere a questa domanda, lo chiudo e gli riservo il più triste dei destini. La seconda fila.
Ebbene sì, la mia libreria non ce la fa più. Ho iniziato a disporre i libri, sui ripiani, in due file. Una davanti e una dietro. E nella fila dietro finiscono quei libri di cui sopra. Il problema è che spesso mi pento. Alle spalle di un prima fila vedo spuntare uno spigolo di un certo autore e mi domando: possibile? Proprio lui relegato in fondo? E alle spalle di quell’altro? No, no, invertiamo, invertiamo.
Insomma, è uno stravolgimento continuo. Aiutatemi, se potete. Accetto anche un usato tenuto bene.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 09.01.07 08:11
Interventi
Complimenti per il pezzo e per il primo premio al concorso Deandreide.
Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 09.01.07 10:36
Grazie Giancarlo. E' anche colpa di Deandreide se ho la libreria sfondata. 500 euro in libri cubano!
Pubblicato da: Paolo - 09.01.07 14:30
Mi è piaciuto il concetto di sincerità del testo. Anch'io ormai ho la libreria con file multiple e molti altri mucchietti qua e là per la casa (per fortuna anche a mia moglie piace leggere) e il fatto di ascoltare un libro letto da altri, dev'essere una cosa bella da provare un po' come quando da piccolo si ascoltavano i libri alla radio.
Pubblicato da: marchino - 12.01.07 10:54
