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19.12.06
Solo l'assassino può salvare la sua vittima
di giuliomozzi
Questa è la notizia (da repubblica.it)
Il tribunale di sorveglianza di Roma ha concesso la libertà condizionata per cinque anni a Barbara Balzerani, brigatista coinvolta nel sequestro e nell'omicidio di Aldo Moro. Lo ha reso noto il suo legale, l'avvocato Michele Leonardi. Finora l'ex terrorista, condannata a diversi ergastoli, godeva del regime di semilibertà: in pratica, un permesso per poter lasciare il carcere per diverse ore del giorno, con l'obbligo di rientrare la sera".
Nell'home page di repubblica.it (ma non nel corpo dell'articolo) si legge anche:
I familiari delle vittime del terrorismo: "Ci sentiamo amareggiati e abbandonati".
Ora esporrò un po' di pensieri incongrui.
1. Se Barbara Balzerani viene ammessa al regime di libertà condizionata, è perché il magistrato ha ritenuto (sulla base della "storia" carceraria di Balzerani, di relazioni fornite da persone di competenza certificata che hanno seguito Balzerani in questi anni, ecc.) che Balzerani ne avesse il diritto.
Domanda: quand'è che un recluso ha diritto ad accedere a trattamenti come la semilibertà o la libertà condizionata? Risposta: quando si ritiene che questi trattamenti costituiscano un opportuno percorso del recluso verso la piena libertà.
Certo: c'è sempre il problema della incompatibilità tra le ragioni formali e le ragioni morali. Il dossier di Balzerani conterrà, immagino, una serie di pezzi di carta che dimostrano il diritto formale di Balzerani di accedere alla libertà condizionata; ma la decisione del magistrato è (checché ne pensi lui stesso) una decisione morale. Il magistrato dice (anche qualora non intenda dirlo): questa donna, che ha partecipato all'ammazzamento di diverse persone, e che per questa ragione è stata punita con la reclusione, si sta redimendo.
2. In teoria, i familiari delle vittime di Balzerani o di altre azioni terroristiche dovrebbero gioire per l'avviamento di Balzerani alla libertà condizionata. Se io ho subito un male da una certa persona, quale gioia è maggiore di quella che mi dà il sapere che quella persona si sta pentendo del male, e convertendo al bene? L'assassino che si redime non è forse il più grande sodale dei parenti e degli amici di colui che ha ammazzato?
3.In pratica, a quanto pare (cioè: stando ai giornali), non è questo che avviene. L'assassino si redime; lo Stato riconosce alcune tappe di questa redenzione e le "certifica" ammettendo l'assassino ai benefici stabiliti dalla legge; i parenti delle vittime si addolorano, a volte si indignano.
Ma: i parenti delle vittime si addolorano e si indignano perché l'assassino si redime? Evidentemente no. Si addolorano e si indignano perché questa redenzione è "certificata" dalla concessione dei benefici stabiliti dalla legge. Ciò che provoca dolore e indignazione non è la redenzione in quanto tale, ma la sua "certificazione" da parte dello Stato. O, forse, il modo di questa "certificazione": ossia il progressivo allentamento del regime di reclusione.
D'altra parte, la "certificazione" di uno "stato di avanzamento" di una redenzione, può avere una forma diversa da quella di un premio? E un recluso, come si può premiarlo se non con pezzetti di libertà?
4. Facciamo una fantasia. Immaginiamo che la legge non sia come è ora ma che preveda, per gli assassini che si redimono, l'accesso a forme sempre più dure di reclusione. Se mostri segni di pentimento, ti togliamo l'ora d'aria. Se ammetti esplicitamente l'errore e chiedi pietà ai parenti delle vittime, ti mettiamo a pane e acqua.
Immaginate il recluso che si presenta al magistrato e dice: "Sono pentito, pentitissimo. Per questi cinque anni di reclusione che mi mancano, chiedo di essere sbattuto nella più piccola, fetida, oscura, gelida cella che questo carcere possiede".
I parenti delle vittime si dichiarerebbero, in questo caso, addolorati o indignati?
5. Il guaio è che possiamo riconoscere come giusto il comportamento del recluso che chiede di essere ridotto a una pena più severa; mentre non possiamo riconoscere come giusto il comportamento del magistrato che gliela impone. Allo stesso modo possiamo riconoscere come giusto il comportamento del magistrato che concede un pezzetto di libertà al recluso in corso di redenzione (la redenzione è un processo, non è un insight: qualcuno cadde da cavallo sulla via di Damasco, ma non succede a tutti); ma ci riesce più difficile riconoscere come giusto il comportamento del recluso che, presentando le pezze d'appoggio certificanti la sua redenzione, chiede di essere ammesso a pezzetti di libertà. D'altra parte, la legge prevede questo: dev'essere il recluso, o chi per lui, ad avanzare la richiesta.
6. Non sarà solo un problema di comunicazione? In fondo, basterebbe spiegare ai parenti delle vittime che se Balzerani ha ottenuta la libertà condizionata è perché si sta redimendo; e che lo Stato si mostra clemente con Balzerani al solo scopo di accompagnarla nel suo percorso di redenzione.
Palesemente, mi pare, non è così: non è un problema di comunicazione. Non si tratta semplicemente di spiegarsi meglio.
7. Il problema, forse, sta altrove e non può essere risolto dallo Stato: non c'è nulla che lo Stato possa fare per risolverlo. Cerco di spiegarmi con una immaginazione. Immaginiamo che una persona ammazzi la persona che io più amo al mondo, e che venga per questo processata e messa nel carcere. Immaginiamo che questa persona inizi un percorso di redenzione. Io non riesco a immaginarmi un percorso di redenzione che come uno sprofondamento nella colpa. E' solo nel momento in cui si sentirà completamente responsabile di ciò che ha fatto, ossia di avere ammazzata un'altra persona, che quella persona avrà una chance di redenzione. E' solo nel momento in cui desidererà, vorrà, tenterà di partecipare al mio dolore, che quella persona avrà una chance di redenzione. Poiché la persona che è stata ammazzata è la persona che io amavo più di ogni altra al mondo, per chi l'ha ammazzata non esiste alcuna una chance di redenzione al di fuori di una relazione con me.
E, sia chiaro, l'eventuale perdono che io posso "concedere" (pubbblicamente, privatamente) non ha niente che fare col processo di redenzione dell'altro. Non è che se io non "concedo il perdono" l'altro non può farcela a redimersi.
8. Non so se ci sia stato qualche contatto tra Balzerani e i familiari delle persone che lei ha contribuito ad ammazzare. I giornali non ne parlano. Ma quando i familiari delle vittime dicono di sentirsi "amareggiati e abbandonati", io capisco che sono stati "abbandonati" non dallo Stato (che ha dato la caccia agli assassini, li ha giudicati e condannati, ora li accompagna nel percorso di redenzione: che cosa può fare di più, lo Stato?) ma dagli assassini. Non è dallo Stato, non è dallo Stato che mostra il suo potere e la sua gloria, che può giungere qualcosa che non faccia sentire "abbandonate" queste persone.
Solo l'assassino può confortare il fratello, la moglie, il marito, la figlia, il figlio, la madre, il padre di colui che ha ammazzato. Solo il gesto libero e gratuito dell'assassino che si china a piangere insieme a coloro che amavano colui che egli ha ammazzato, può togliere i cuori dalla prigione del desiderio di vendetta e di risarcimento.
9. La "soluzione politica" tante volte auspicata per coloro che ancora sono reclusi in conseguenza di atti compiuti durante gli "anni di piombo", è l'esatto contrario di questo.
10. Ora: sto forse dicendo che Balzerani, anziché chiedere tramite il suo avvocato (e ottenere, poiché le spetta) la libertà condizionata, avrebbe dovuto chiedere di essere portata davanti ai familiari di coloro che ha contribuito ad ammazzare, e avrebbe dovuto gettarsi ai loro piedi non chiedendo pietà, ma dichiarando la sua decisione di voler essere assoggettata a pene sempre più dure - nella speranza di una redenzione?
No.
Non credo che sia possibile fissare una procedura per la redenzione e per la sua certificazione. Ciononostante, abbiamo bisogno di tale procedura. E quella che c'è, tutto sommato, mi sembra decente.
11. Domanda: una persona che abbia commesso un delitto e, nel corso della punizione, si sia redenta, ha il dovere di restare comunque sottomessa alla punizione fino al suo fine fissato?
Risposta: no, non ce l'ha.
Domanda: la persona che, essendosi redenta, è costretta a restare comunque sottomessa alla punizione fino al suo fine fissato, ha qualche possibilità di vivere questa punizione come qualcosa di diverso da una vendetta?
Risposta: se la persona si è veramente redenta, godrà di questa punizione come di un privilegio che le è stato concesso. Se la persona non godrà di questa punizione come di un privilegio, non si è veramente redenta.
Domanda: chi può giudicare sull'effettività della redenzione di una persona?
Risposta: il dio. Non altri.
Domanda: se due persone commettono lo stesso delitto e vengono condannate alla stessa punizione; e se nel corso della punizione una si redime e l'altra no; alla fine della punizione quella che non si è redenta deve ottenere un supplemento di punizione?
Risposta: no.
12. Domanda: lo Stato, oltre che catturare e punire i colpevoli, deve anche dare soddisfazione alle vittime o ai loro parenti?
Risposta: no, lo Stato non ha questo dovere.
Domanda: chi, allora, ha questo dovere?
Risposta: nessuno. Il "dare soddisfazione" appartiene a un'era del diritto ormai estinta.
Domanda: quindi il cittadino-vittima non conta nulla?
Risposta: è lo Stato, bellezza.
13. Le vittime e i loro parenti vengono, come sempre, ricacciate nell'angolo di chi si deve vergognare. E in effetti è vergognoso, alzarsi in piedi e dire che Tizio dovrebbe stare in galera per tutta la vita, o che Caia non dovrebbe essere ammessa ai benefici di legge ai quali ha peraltro diritto ad accedere. E' vergognoso alzarsi in piedi e dire: "Non m'importa di ciò che dice la legge di questo Stato; chiedo l'applicazione di una legge più antica, che dice: chi ha ammazzato deve morire". E' vergognoso alzarsi in piedi e dire: "Questi che hanno ammazzato sono diventati delle star della politica e della comunicazione, scrivono libri vanno in televisione siedono in Parlamento lavorano con il Governo, e noi siamo trattati come dei personaggi petulanti e fastidiosi, dei rompicoglioni che si rifiutano, sempre di storicizzare, di capire l'aspetto politico".
Ora, è vergognoso che le vittime e i loro parenti siano cacciati nell'angolo della vergogna. Ma non è lo Stato che può cavarli di lì. Solo gli assassini possono. Solo le loro parole e i loro atti possono togliere le vittime da quella prigione. Solo l'assassino può salvare la sua vittima, lenire il suo dolore, portare pace al suo cuore.
(O, in alternativa all'assassino, il dio può. Ma in linea di massima il dio preferisce che gli umani facciano da soli. A lui piacciono le persone responsabili).
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 19.12.06 17:31




