« Come si leggono i libri: Succede | Main | Come si leggono i libri: Come si leggono i libri? In divieto di sosta ovviamente »
18.12.06
La Napoli che luccica e la Napoli perduta: Il contributo delle collane editoriali
Introduzione ed intervista di Francesca Ferrara
[Poichè l'inconveniente che ha colpito vibrisse non sarà risolto prima del 10 gennaio, pubblicherò ugualmente, per non caricarmi di fastidioso arretrato, gli articoli programmati, pregando i lettori di astenersi dal commentare. Mi scuso con gli autori, ai quali prometto, una volta risolti i problemi, di richiamare con un link per ciascuno gli articoli da me pubblicati durante questo periodo particolare. bdm]
L'intervista si trova anche qui.
[Continua l'inchiesta condotta da Francesca Ferrara. Questa volta a parlare sono quattro editori napoletani. Se ne ricava uno spaccato dei progetti e delle attese che nutrono sul territorio. Uno di essi affronta in modo esplicito il tema della criminalità, già toccato nelle precedenti due puntate qui e qui. Credo che gli argomenti trattati da editori che vivono e operano a Napoli e in Campania, possano suscitare un qualche interesse. Anche questa volta - e come poteva non accadere? - si torna a parlare del libro di Roberto Saviano. bdm)
Non esisterebbero gli scrittori e gli autori se non esistessero gli editori ed i produttori, fondamentale anello della filiera dell’informazione dall’idea fino al consumo e fruizione finale del pubblico-lettore ed acquirente-consumatore.
Raramente la stampa si occupa di dar voce a chi gestisce un’attività imprenditoriale (se non in occasione delle grandi fiere ove il libro è protagonista), occupandosi sempre più dell’autore e sempre meno dei ragionamenti che hanno portato a pubblicare uno scrittore e il suo testo piuttosto che un altro. La Campania gode di una presenza massiccia di editori che pubblicano per Napoli e località affini, raccontandola nelle sue varie forme ed aspetti, ricercandola in tutti gli aneddoti storici, descrivendola o semplicemente reinventandola, non accontentandosi delle sue varie reincarnazioni e metamorfosi. Questa volta, dopo gli ‘scrittori’ e le matite degli autori satirici, ad aver ‘voce’ sono un gruppo ‘campione’ di editori che vivono e producono a Napoli e nella Campania, diffusori di cultura, folklore e curiosità dei territori nostrani e che grazie alla loro esistenza permettono allo scaffale di ospitare volumi che narrano le grandi tradizioni napoletane e campane, oltre che saggi e pamphlet sui grandi temi d’attualità e problem solving sociale.
Un ventaglio di imprenditori, nelle loro piccole ‘botteghe per la letteratura’ e di produzione culturale testimonia cosa vuol dire essere Napoletani e parlare di Cultura della Regione Campania al tempo dell’Oggi, in un’ottica nazionale, il tutto raccontato e descritto da chi non è fuggito via dalla Napoli Infernale e non vi ha detto: “Addio".
Giovanni Musella, Kairòs Editore
D. Kairòs è una casa editrice che pubblica testi le cui tematiche, argomenti, personaggi ed autori siano tipicamente campani e napoletani. Nata nel 2004, ha al suo attivo più di una collana editoriale e numerose pubblicazioni in pochi anni. Che cosa significa, fondare oggi un’attività editoriale, in una città alle luci della ribalta per i tristi fatti di cronaca, mali sociali atavici che sembrano indelebili, sempre sul filo della notizia, sbattuti in prima pagina?
R. Kairòs è una casa editrice nata “dal basso". In una città tormentata come Napoli è ben noto che esiste invece una straordinaria voglia di vivere normalmente, di produrre cose sane, di partecipare alla vita della nazione e del mondo senza subire il marchio della “napoletanità", intesa come un coacervo di luoghi comuni tutto sole, mare, mandolino e criminalità diffusa. Kairòs vuole invece essere una “normale" casa editrice che produce, in una città difficile, cose belle e interessanti che la gente compra perché ne è attratta e incuriosita. Come si dice oggi, vogliamo stare “nel mercato", senza assistenzialismi, senza piagnucolii, come una qualsiasi casa editrice del Nord o del Centro Italia.
D. Quale difficoltà, ove ve ne siano, la ricerca di un nuovo punto di vista, di un taglio editoriale alternativo, di una distinta identità, rispetto alla copiosa produzione letteraria degli altri editori conterranei, già presenti sul territorio da lungo tempo?
R. In questi giorni sono usciti contemporaneamente tre nuovi libri, un giallo napoletano, una raccolta di racconti noir ambientati a Napoli ed una commedia napoletana di un giovane autore. Insomma novità e tradizione insieme. Il nostro ombelico culturale è sicuramente Napoli, in quanto teorica capitale del Sud, ma noi pensiamo di rendere un buon servizio a tutto il Meridione d’Italia, occupandoci delle cose buone che produce in alternativa al marcio che ci assedia. Insomma, vogliamo salvare le buone tradizioni con strumenti moderni.
D. Coma fa Kairòs a seminare una tradizione, essendo così giovane, all’interno del panorama editoriale campano? Quale la sua progettualità?
R. La nostra progettualità? Un link forte tra letteratura, web, tv e cinema. Il nostro obiettivo è un meridionalismo multimediale, tecnologico. Vogliamo coniugare strumenti nuovi e vecchi per salvare le tradizioni positive guardando al futuro… Vogliamo vedere i nostri racconti gialli e noir in tv, stiamo progettando una collana di libri e dvd sul Jazz napoletano… insomma non stiamo fermi…
Tommaso Avagliano, Marlin
D. L’ultimo blocco di produzione ha dato luce a due libri che parlano di Napoli: “Napoli corpo a corpo" di Michele Serio e “Cronache Napoletane" di Jean-Noël Schifano. Per una casa editrice campana, parlare dei luoghi che riguardano il territorio è un “must", ma come orientarsi verso testi che risultino sempre attuali e diversi, differenti da quelli già scritti; anche la scelta dei nomi delle collane di appartenenza è significativa?
R. Noi siamo una casa editrice di Cava de’ Tirreni, località alle porte di Napoli. Dunque la nostra attività si svolge in periferia, pur mantenendo i rapporti con la city, c’è una distanza con Napoli di carattere fisico, sociale, politico e questo ci permette di guardare con più distacco e freddezza ciò che accade e che appare nelle pagine dei telegiornali e dei quotidiani. Come casa editrice viviamo questo momento difficile, che sta attraversando la città come chiunque altro, in seguito a questo ‘dire dal di fuori’ cosa sia e cosa non sia Napoli come ad esempio ha fatto Giorgio Bocca nel suo ‘Napoli Siamo Noi’, che però ha anche un lato positivo che ci ha permesso di discuterne e di confrontarci maggiormente sulle problematiche sociali che ci stanno più a cuore. Da tutto ciò e da questa osservazione, è nata da me l’idea di raccogliere gli scritti di Michele Serio in ‘Napoli Corpo a Corpo’ perché mi sono sembrati degli spunti di riflessione tali da poter far luce ‘dal di dentro’ sulla questione napoletana: La Napoli del sì e la Napoli del no, la Napoli Felice e la Napoli Infelice, la Napoli accogliente e la Napoli dalla quale si fugge via; e Michele Serio questo dice nel suo testo: “Vivo bene a Napoli, vivo la realtà napoletana e ne soffro pure ma ci sono anche delle belle altre cose…"
D. Relativamente giovane, già con una precedente esperienza e tradizione alle spalle in Avagliano, MARLIN, torna a parlare di Napoli e dintorni con quale obiettivo e stato d’animo dinanzi alle vicende di degrado che abitano le pagine dell’attualità dei media?
R. Già le collane di quando ero in Avagliano erano legate ai luoghi e alle tradizioni: “Il Miglio d’oro", prose, memorie e riflessioni, testimonianze di autori e scrittori dell’800 e del ‘900
I Tornesi, raccolgono i romanzi di Enzo Striano, Maria Orsini Natale, Giovanna Mozzillo, Vladimiro Bottone, Attilio Veraldi.
Anche adesso, per MARLIN, i nomi delle collane sono legate al territorio: Il Portico, come omaggio ai porticati lungo il corso principale di Cava, I Lapilli che evocano il Vesuvio, e la Camera del Fuoco, dedicata al forno dove un tempo si cuocevano le ceramiche; noi siamo molto legati alla ceramica di Vietri, ed i forni erano sparsi tra Vietri e Cava, e si tratta di una collana che raccoglie dibattiti, discussioni, inchieste e testimonianze.
Credo di aver fatto un lavoro di conoscenza della cultura napoletana, con la scoperta di autori del ’900 del calibro di Matilde Serao, Giuseppe Marotta, Luigi Compagnone, Ermanno Rea. Ad esempio, ‘Terroristi di brava gente’ di Sergio Lambiase, è tutto ambientato a Napoli, che ha per protagonisti un gruppo di terroristi scalcinati, e l’attenzione particolare per la nostra città, per la sua storia, per le sue vicende…
D. La casa editrice MARLIN è alla ricerca di che cosa? Quale ‘tesoro’, da distribuire?
R. L’attività editoriale è molto difficile, il libro è una merce che si vende con molta difficoltà e il ‘tesoro’ che cerchiamo è quello della Cultura, della Poesia, della buona Letteratura; un vero editore va in cerca di fare dei buoni libri e ogni libro è come una perla che si aggiunge alla collana di altre perle piccole o grandi che l’editore produce nel tempo.
‘Francesca e Nunziata’ di Maria Orsini Natale o il ‘Resto di Niente’ di Enzo Striano sono dei ‘tesori’ e come tutti gli editori si va in cerca di libri del genere da poter lanciare sia a livello nazionale e internazionale.
Tullio Pironti, Tullio Pironti Editore
D. Si è sempre parlato di Napoli, ma oggi se ne parla ancora di più: l’aumento della microcriminalità, il regolamento dei conti tra clan di stampo camorristico, la difficoltà nell’amministrare, l’impresa ardua nel gestire la legalità e l’osservanza per le regole. Napoli è caos, non calmo, ma frenetico per natura: un marasma di luoghi, oggetti, detti e proverbi, usi e costumi di un popolo dalla storia antica, remota che affonda le sue radici nella Magna Grecia, che pullulano inevitabilmente tra un inchiostro e l’altro, come se fosse un passaggio fluido che avviene attraverso la stretta di mano tra l’autore e il suo editore. Come è cambiato, se è cambiato, per la Pironti editrice di testi, che hanno fatto la storia dell’editoria sulla criminalità locale, come Il Camorrista di Giuseppe Marrazzo ed Io, Pasquale Galasso da studente in medicina a capo camorra di Gigi Di Fiore, il Rapporto dell’Osservatorio sulla Legalità e la Camorra e Mafia ed Antimafia di Michele Pantaleone, pubblicare di Napoli per Napoli e Campania con uno sguardo al territorio nazionale?
R. Una città come Napoli può essere raccontata in mille modi diversi, mille come sono le sue anime. I miei libri sulla criminalità, a partire dal Camorrista di Giuseppe Marrazzo fino al Diario di Annalisa e al Diario di una coscienza del camorrista dissociato Nunzio Giuliano (di prossima uscita), hanno provato a raccontare alcune di queste anime del nostro territorio, ma non hanno mai preteso di essere delle mappe attraverso cui decifrare la città. Questo invece sta accadendo con il testo di Roberto Saviano: Gomorra è un grandissimo libro, il libro di un grande scrittore emergente, ma non dobbiamo credere (soprattutto non deve crederlo il resto d’Italia) che esso sia una guida di Napoli. Come ha ribadito più volte l’autore stesso, è anche un romanzo, c’è molto di verosimile accanto al vero; e poi è scritto con un linguaggio giornalistico molto duro in relazione agli eventi che narra, ma anche letterariamente studiato con il fine di tenere alta l’attenzione del lettore in modo costante. In certe pagine Saviano genera addirittura ansia e disagio, come un film giallo-nero. Può darsi che Napoli sia anche questo, e il paragone corre alla Chicago dei quartieri impenetrabili alla Polizia e ai comuni mortali senza il rischio di lapidazioni, alla New York oltre le luci di Broadway di cui poco si parla dopo le soddisfazioni della tolleranza zero applicata dal sindaco Giuliani; o per star più vicino, alla Milano che ha un numero maggiore di assassinii (anche rapportato alla popolazione) e alla Roma dagli scippi con accanimento mortale. A Napoli però c’è purtroppo una situazione tipica della città e della sua provincia, i cui centri sono così contigui da formare una unica (e mostruosa) conurbazione: la convivenza fra malavita spicciola, malavita minorile, e grande malavita dagli interessi miliardari. A Palermo la terza non consente d’essere “disturbata" dalla prima e dalla seconda nei suoi affari, e ciò paradossalmente, in caso di “pax mafiosa" assicura tranquillità alla città. E oltre a questa condizione particolare sul versante malavitoso (ben evidenziato da Isaia Sales nel suo ultimo libro) va notata e sottolineata anche una particolare condizione “ambientale": la città e le contigue città della provincia sono attanagliate da un problema – anch’esso di origini malavitose ma non solo – che negli ultimi mesi è giunto all’esasperazione, all’acme della tollerabilità. Problema peraltro sconosciuto e sorprendente per l’opinione pubblica nel resto d’Italia. Ossia il problema del mancato smaltimento dei rifiuti, dovuto al fatto che la malavita, per difendere i suoi interessi miliardari nello smaltimento di rifiuti soprattutto nocivi nelle discariche abusive e pericolosissime, ha sobillato le popolazioni e relativi amministratori a manifestare anche molto duramente contro la costruzione di impianti termovalorizzatori e a trascurare la raccolta differenziata, senza la quale i termovalorizzatori – peraltro impediti – non possono funzionare correttamente. Altra particolare condizione ambientale è quella della circolazione privata: nonostante una buona rete di trasporti su ferro e su gomma, a Napoli e provincia i blocchi della circolazione sono all’ordine del giorno, feriali e festivi (La moderna “Tangenziale" nelle ore di punta viene percorsa a passo d’uomo), con evidente stress mentale per una enorme parte della popolazione.
D. Quanto, secondo Lei, il fenomeno mediatico, promosso da un’abile strategia di marketing della Mondadori sul testo di Roberto Saviano, Gomorra, ha influito negativamente o positivamente sull’immaginario collettivo di una Napoli criminale (tra l’altro, titolo del libro scritto da Bruno De Stefano per la Newton&Compton) sullo scenario di una nazione laddove la presenza delle mafie è una componente forte per lo sviluppo del commercio, delle infrastrutture del territorio e l’economia sociale?
R. Se vogliamo raccontare questa città, oggi, provare a spiegarla esorcizzandone i mali, allora dobbiamo farlo da ogni punto di vista, perché solo dalla molteplicità dei punti di vista si ottiene una analisi oggettiva della realtà.
In questo senso molti si chiedono se sia ancora giusto scrivere un romanzo vecchia maniera su Napoli. Io credo di sì. Anche oggi si può scrivere un libro come Ferito a morte, anche oggi Napoli può essere la fonte d’ispirazione di artisti e poeti che desiderano fare buona letteratura prendendo sentieri diversi rispetto a Roberto Saviano. Napoli è una città letteraria, e sarà sempre in grado di divenire lo sfondo o la protagonista di una storia da raccontare, di mille diverse storie. Perché Napoli ha sempre rifiutato ogni omologazione e resta uguale solamente a se stessa. È una città che non si nasconde mai, che non teme di rivelarsi. È una città intrisa di musica, una musica che non è solo nella sua tradizione musicale “canonizzata". Una musica che è la sua gente, quella che affolla i mercati, le piazze, le strade. Gente che canta ai cortei di protesta. Gente che prova a sfidare il dolore e la disperazione. Quella stessa gente che ha reso i funerali di Merola una grande festa pagana, un concerto, un momento di vita e non di morte. Questa energia, propria dei Sud del mondo, appartiene anche, e in maniera del tutto originale, a Napoli.
D. Quanto gli accadimenti influiscono sulla scelta dei testi da pubblicare e quanto un testo orienta, in parte, il target dei lettori al consumo di letture similari?
R. La città è sotto i riflettori, in questi ultimi mesi sono uscite decine e decine di pubblicazioni che la riguardano, e gli editori, non solo quelli campani, ne approfittano per accontentare la curiosità dei lettori. Non credo che questo faccia male a Napoli, sono ben altre le cose che le arrecano ferite. Invito solo i lettori del resto d’Italia ad ampliare i loro orizzonti di lettura, a consultare più testi, e quando possono a guardare oltre la pagina scritta e verificare da vicino questa realtà.
Paolo Izzo, Stamperia del Valentino
D."I testi editi dalla “Stamperia" sono tutti un atto d’amore verso l’idea di Napoli: la scia che la cultura partenopea ha lasciato nelle menti dei pensatori, dei giornalisti, dei folcloristi, di tutti quelli che - nativi e non - la hanno amata, con tutte le sue contraddizioni che enumerare qui darebbe un inevitabile sapore di qualunquismo. Il progetto consiste nel rintracciare quella particolare idea di Napoli, e ciò ha spinto l’editore ad iniziare la sua opera di ricerca. Non sarà forse l’originalità il maggior pregio dell’iniziativa ma il miscelare nuovi argomenti con quanto di bello e dimenticato è stato scritto su Napoli" cita il manifesto sul sito, ma alla luce della crisi sociale che attraversa Napoli, in maniera ciclica, espressione di sofferenza e grido di dolore in ricerca d’aiuto concreto, con quali strumenti, storie, personaggi ed orizzonti è orientata la Stamperia del Valentino, e soprattutto come vede il futuro dell’editoria che parla di Napoli, in un contesto ‘g-local’?
R. Il tema delle grandi istanze sociali, legate a contingenze ampiamente insoddisfacenti, che aleggia nella domanda dell’intervistatore, è necessariamente il tema principe da affrontare da parte di chi “maneggia cultura", e non potrebbe essere altrimenti. Sono davvero rari i casi in cui la realtà è estranea alla creazione letteraria, anche se su due piedi non riesco a trovarne esempi adeguati. Non potrebbe, a mio avviso, ed anche quando siamo di fronte al Fantasy più sfrenato la Realtà è sempre tenuta da conto, fosse anche come parametro opposto della narrazione. Alla realtà è costretto ad attingere anche il mondo dei fumetti, se leggiamo tra le righe… come voler tenere conto di questa Realtà, è invece tutt’altra cosa: ognuno sarà libero di maneggiarla nel modo che gli è più congeniale. E qui veniamo al nocciolo del discorso, ossia alla “soluzione" che la Stamperia del Valentino ha ritenuto dare al problema. L’intervistatore ha ben focalizzato una componente estetica nelle scelte editoriali dell’intervistato. E fin qui – converrete – parliamo ancora di forma, e non di sostanza. Affrontare temi particolari sotto forme particolari, ecco un primo punto. In quest’ottica, non verrà mai scelto un testo per il semplice valore estetico. Né, in senso contrario, un testo totalmente privo del requisito, ma strettamente giornalistico o documentario. Un testo così concepito, sarebbe pericolosamente legato alla contingenza, e quindi soggetto a perdere interesse quanto più la realtà di cui parla si diluisce nel trascorrere del tempo. Naturalmente – è immaginabile - non sempre nel risultato finale riesce ad incidere la volontà di chi scrive. E così è ampiamente possibile che un testo, concepito cent’anni fa come scientifico o di cronaca, acquisti nel tempo una inattesa coloritura estetica. E qui abbiamo fatto un altro piccolo passo avanti nel definire i nostri criteri di scelta. Se poi il testo – mutatis mutandis – riuscisse pienamente a descrivere disagi attuali, o anche stati d’animo, le sensazioni più comuni e legate ad un vissuto attuale, allora siamo in presenza di un nuovo testo che non teme l’usura del tempo: né è già passato indenne attraverso! Non crediate sia facile parlare di attualità attraverso testi che trattano di tradizione: se così fosse i cataloghi degli editori ne sarebbero pieni. Così non è. Invece un giusto angolo di osservazione può costituire la base di partenza per felici e sequenziali scoperte. Una sorta di caccia al tartufo, per chi lo apprezza. Risultato finale del lavoro: un testo sperimentato, attuale, leggibile non come una cronaca, ma come un racconto. Capace quindi anche di soddisfare istanze emotive – idilliache o tragiche che siano – e di generare corti circuiti mentali in chi legge. In un testo così è facile che scatti l’immedesimazione nel lettore, la riflessione sui collegamenti tra quanto descritto e l’esperienza vissuta di chi sta leggendo. È ovvio che, un testo in cui non è l’autore a decidere dove il lettore debba focalizzare la propria attenzione, è un testo leggibile a vari livelli.
D. La sua produzione è frutto sia ricerca stilistica, filosofica che estetica. In che ottica Paolo Izzo guarda alla produzione di letteratura per il sociale, come mezzo di sensibilizzazione delle masse sui grandi temi che stimolano le storie ambientate a Napoli e dintorni e ne sono al contempo sia protagonisti che scenario inseparabile di uno sfondo sociale multiforme e stratificato?
R. La Materia informe che abbiamo scelto di plasmare è la saggistica. Sia quella risalente che quella attualmente concepita, hanno gli stessi requisiti, a cavallo tra l’interpretazione onirica del passato e quella tragica del presente. Ciascun testo della Stamperia, sia riproposto che originale, ha un suo preciso significato nell’economia di un sistema generale: un tassello perfettamente armonizzato in un più vasto disegno editoriale. Nessuna delle scelte – in seno ad una collana e più in generale in seno alla intera strategia editoriale – potrà mai essere estranea a questo disegno.
La forza dell’editore credo sia questa: avere la visione generale del mosaico, e sapere quali tessere acquisire e dove posizionarle. In tal senso un fallimento del progetto non è mai imputabile a fattori esterni dalla scelta dell’editore. Se il libro non vende, o si è sbagliata la scelta; o non si è saputo sensibilizzare il lettore alla intuizione, per quanto visionaria possa essere, dell’editore. L’editoria è uno dei pochi settori dove la concorrenza non ha peso! Nulla, in teoria, vieta a chi abbia già acquistato uno o dieci libri, di accorgersi del nostro in vetrina ed acquistare anche questo. Pochi i requisiti: che il volume sia attraente all’impatto visivo, che tratti un argomento originale e – in seconda battuta – che i contenuti rispettino le promesse subliminali. Per tal motivo il libro da noi scelto o concepito deve poter essere letto tutto d’un fiato, come un grande giallo, o a brevi tratti esausti in sé, come il più specifico tra i “Libri da comodino". Tutto qui, anche se all’analisi finale potrebbe apparire un prodotto impossibile: bello da vedere, unico nei contenuti, ricco di spunti di riflessione, estremamente documentato come mai altri precedentemente, che possa essere letto con lo stesso piacere dal “curioso" colto come dall’ "Addetto ai lavori" (il che si ottiene con strumenti a corredo del testo, posti in modo discreto ed eventualmente eludibile: note a piè di pagina, bibliografie circostanziate, indici analitici, eventuali saggi introduttivi che suggeriscano – a chi lo desideri – particolari e non evidenti chiavi di lettura del testo presentato). Meglio ancora sintetizzare in tal modo: qualcosa che abbia rispetto per il denaro che il cliente ha deciso di esborsare, e che sia capace di lasciare il segno. Facile, no?
D. Come si mescola la tradizione con l’attualità nella produzione letteraria per le sue collane?
R. La realtà è sì visibile da un punto di vista cronistico che visionario ma l’aspetto visionario è quello più evocativo perché, perché in fondo l’importante è l’interpretazione che noi sappiamo dare del testo e non ciò che dice il libro che in sé è una provocazione, un libro che dice i fatti non è un libro ma un giornale e il libro permette di prendere posizione dinanzi alla realtà e di essere d’accordo o meno. Il segreto sta nella forza interpretativa del testo. Se iniziamo a prendere atto di cosa siamo, con una presa di coscienza si può guardare al futuro, guardarsi indietro per poi essere capaci di andare avanti e comprendere il modo in cui evolvere. Appropriandosi delle proprie radici si può guardare la direzione da intraprendere.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 18.12.06 14:17
Interventi
Napoli ha tempi sovietici.
Una volta i cinesi avevano i tempi lenti, asserendo che noi ragionavamo in minuti, loro in secoli: oggi stanno viaggiando alla velocità della luce e l’unico parallelo lo possiamo fare con l’Urss di Breznev.
Napoli, questo luogo dell’immaginario mondiale, piccolo, visto dal di dentro, ma enorme come produzione fantastico-immaginaria, se visto fuori dalla Grande Muraglia Napoletana che ci si è costruita in secoli, ha ancora in se tutte le contraddizioni che vi si sono sviluppate, lentamente dal rinascimento. La sua lentezza, che ogni tanto prende delle improvvise velocità (dopoguerra, post-terremoto, Bassolinismo ) per poi rifermarsi, danno l’immagine totale di questo fenomenale patchwork, ed è sotto questa luce che bisogna vedere la “cultura”, che in questa città sembra prodursi a volte per partenogenesi, ma quasi sempre come contenitore vuoto, come i barattoli di “aria di Napoli”.
Negli anni ’60 sembrava dover diventare il secondo sito italiano di produzione cinematografica. Negli anni settanta uno dei poli europei del rock, con la nascita di quel meraviglioso fenomeno che fu il “Neapolitan Sound “. Oggi, meraviglia delle meraviglie, un fulcro letterario.
Questo accade stavolta perché l’accumulo delle speranze disattese ha lasciato che si sovrapponessero angosce, come strati di sandwich, nelle coscienze dei post-giovani (perdonatemi),
ma ora Napoli stà inondando di parole l’Italia, con una produzione letteraria inusitata; la nuova editoria campana è in fermento spasmodico e sembra un ariete: ma cosa sfonda? In classifica ci vanno i libri di “Mondatori”. Mi pongo e rilancio: perché la casa di Segrate ha un nome? O perché i nostri editori sono semplici e disperati tipografi? Non è un limite indagare solo l’universo napoletano? Stasera da Fnac, tra gli scaffali, ho trovato questa nuova ed intelligente operazione di Giovanni Musella del gruppo Kairos: “Sangennoir”. E un progetto che supera di sicuro, per la sua sfrontatezza coraggiosa, i confini campani (all’interno vi è un mio brano, ed è l’unico limite della proposta), eppure, in una libreria napoletana era relegato tra i ripiani del folklore: di chi è la colpa? Come fare per aggirare questo limite di bigottismo commerciale dei librai? Possibile che non si esca dal circolo vizioso dei tre quattro editori sempre in classifica “in alto a sinistra” e poi gli altri”?
O vi è la “paura di volare” degli editori che frena la nascita auspicata di un polo editoriale, compresa la frammentazione in tanti soggetti? mentre un’aggregazione, un consorzio o che altro potrebbe convogliare le buone firme presenti, in uno o due soggetti editoriali?
Pubblicato da: francesco di domenico - 23.12.06 20:42
