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03.12.06

Corpo che si fa preghiera

di Stefano Mazzoni

[Questo articolo è apparso il 10 novembre 2006 nel quotidiano La gente d'Italia con il titolo La parola nella saggezza del corpo. Qui compare nella versione integrale, completa delle poesie di Mariangela Gualtieri. GC]

Clicca su questa immagine per vedere ingrandito il ritratto di Mariangela Gualtieri"La poesia vuole essere detta, vuole respiro, saliva, corpo e voce. Vuole uscire dalla polvere della pagina scritta, dalla letterarietà, dalla camera chiusa del pensiero, sbavarsi in una bocca che porta bene impressa la terra in cui è nata, il pane che ha mangiato, il vino che ha bevuto. La poesia vuole diventare musica. E' culto festivo: se si è in tanti ad ascoltarla allora diventa la festa di tanti, una festa del dire e dell'udire".

C’è chi dice che nell’inizio sia già presente tutto, che sia l’inizio la parte più importante perchè racchiude il seme di tutto ciò che segue. La prima raccolta di poesie di Mariangela Gualtieri indicava chiaramente già nel titolo l’origine di ciò che conteneva: Fuoco centrale e altre poesie per il teatro. Nascendo “sempre a ridosso della scena" le sue poesie hanno trovato naturalmente nella voce e nella recitazione il loro spazio più proprio, non più nella solitudine della pagina ma in una coralità d’ascolto e in un pulsare comune. La voce si è scoperta unico mezzo capace di rompere il silenzio con parole sottilissime, in grado di penetrare nel profondo come formule magiche, di spalancare precipizi sigillati, di farsi strada tra gli abissi per scoprire le ferite e grattarle fino a farle sanguinare.

In quello spazio, nella “saggezza del corpo" la parola ha riscoperto un compito che aveva dimenticato: quello di provocare i sogni più fragili, di consolare le delusioni più amare e di “farci bene, subito, ora".

L’ultima sua raccolta, uscita per Einaudi, Senza polvere, senza peso contiene poesie inedite, non pensate per il teatro, ma comunque in grado di scendere in profondità, fino a quegli squarci che portiamo adosso e che il tempo in cui viviamo continuamente nasconde. La nostra è una terra desolata nella quale viviamo tra più lacerazioni, quelle fra noi e la natura e quelle ci dividono da parti di noi stessi che abbiamo dimenticato e non riconosciamo più. La tragedia sta nel nostro non sentire più le nostre ferite. Viviamo come anestezzizzati da una realtà che pervade ogni ambito umano. Contro questa saturazione la Gualtieri propone la forza del negativo. Il vuoto, la mancanza, il “non" approssimano l’unica speranza di rinnovamento possibile: il riconoscimento dello sfacelo e la memoria del suo negativo, del non-sfacelo, della bellezza che non è più. Soltanto così il corpo può sollevarsi fino a farsi voce, fino a farsi preghiera, ringraziamento, supplica o lamentazione. Quasi una mistica del corpo, una volontà di sostanza che si scopre nella presenza di un corpo leggerissimo, una trascendenza del tutto interna, priva di Dio e abitata soltanto da anime che continuamente rinascono in profondità e si sostanziano allontanandosi da sè.
La poesia stessa per nascere ha bisogno di uno spazio vuoto. Non discende da una decisione, non proviene da un prima per approdare ad un dopo. Accade semplicemente e la si può soltanto accogliere come un dono, da ricevere con “un atto di obbedienza e di ascolto".

Da Senza polvere, senza peso

Adesso fa notte – fa preghiera.
Apre le serrature del silenzio
fa apparire la mappa siderale
e ci inginocchi per quello spazio
immenso
fra qui e l’orlo
del cominciamento
quando le spine dorsali
stanno tutte stese.

Vado dentro un delirio. Mi prende.
Mi arrendo. Voglio sapere tutto. Svengo.
Io sono morendo sono scrostando scrostando.
Sono morendo morendo. Mi spezzo.
Sono tutta fango. Poi rinasco fiore. Lasciatemi
In pace. Lasciatemi la pace per dopo.
Quando torno se torno. Adesso vado via.
Dove non si vede. Scivolo giù. Costeggio
Un gran vuoto. Adesso rinasco. Butto
Questa greppia, le vecchie parole, passo per
Una muffa micidiale, per i vortici delle
Attese, in quello scomparire ci passo.
Non resto. Mi assento.

Sorge in me il mio scomparire,
è accolta la sconosciuta
nascita che sempre permane
nel nascere ora. Amore.
Si manifesta nelle sue potenze alte.
Capisco.
Tremo capisco. Sono confortata.
Schiantata nel ramo una paura,
quella preoccupazione del giorno.
Come tutto ammaestra
nella meraviglia.
Come è puerile.
Come sto bene che
cresce un bene un sigillo
Della persona che non si scancella
e col soffio s’accresce.
È il dono che stava e che sgorga
ora, la goccia espansiva
piccola pozza affiorante.
Sono alla terra umida.
Sono che quasi viene da sé
la mia acqua sigillo, mio fiotto
di creatura. Venite in nascita dentro
tutte cose dei mondi. Sbalordite questo
tutto finito del corpo in un parto
perenne, nel rinascere qui che io
mi sostanzio andandomi via.
Scoparsa di tutte le finte radici
Le qualità finte, le bugie mammifere.
È solstizio
Col giorno in allargatura di luce.

A scrivere si fa così: si dorme un pochino
Si resta in attesa con mani perfette vuote.

Pubblicato da Gaja Cenciarelli, il giorno e l'ora: 03.12.06 20:20

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