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22.12.06
Come si leggono i libri: “Voi che per li occhi mi passaste ‘l core/e destaste la mente che dormia"
[Poichè l'inconveniente che ha colpito vibrisse non sarà risolto prima del 10 gennaio, pubblicherò ugualmente, per non caricarmi di fastidioso arretrato, gli articoli programmati, pregando i lettori di astenersi dal commentare. Mi scuso con gli autori, ai quali prometto, una volta risolti i problemi, di richiamare con un link per ciascuno gli articoli da me pubblicati durante questo periodo particolare.bdm]
[Dopo questa pubblicazione, ci sarà una interruzione e si riprenderà il 9 gennaio 2007. "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile. CON L'OCCASIONE AUGURO A TUTTI BUONE FESTE. bdm]
Il mio angolo, la lampada, il libro. Disteso in perfetta immobilità, il corpo raccoglie la leggera brezza, inavvertita in posizione eretta. La radio rimane sullo sfondo, in attesa che qualcosa desti un picco d’attenzione e la riporti in primo piano. Presto la musica diventa d’intralcio alla lettura. Parole e note si contendono l’attenzione. Le parole, come la musica, vanno prese goccia a goccia, nota per nota.
Tutta la stanza, le pareti, i mobili sono raccolti e concentrano il loro essere nel favorire la mia lettura.
Da certi libri mi sento scoperto. Il libro parla – a me; sa – di me – cose ch’io ignoro. Avverto come un ronzio: la mia voce e un’altra.
La scrittura cronachistica mi annoia. Ugualmente rifuggo il gusto gratuito per le situazioni estreme, la fisiologia, la patologia, la dittatura dell’azione, l’iperfetazione dell’intreccio.
Come l’arte, non cerco la lettura, la lascio accadere. E’ come respirare, mangiare, bere, dormire, defecare, orinare: così è per me leggere.
Mangiare ha i suoi orari, defecare i suoi luoghi, ma di respirare non smettiamo mai. Ugualmente io di leggere. Non perché legga in continuazione, ma perché la lettura agisce in continuazione. Il contenuto di ciò che leggo si integra con la vita quotidiana e diventa un elemento del vivere: aria, nutrimento, anima.
Anche se a volte i libri restano chiusi; l’immaginazione, inerte.
Leggo sul divano, a letto, in coda al supermercato e alla posta, sul tram e in treno. E soffro l’astinenza come un digiuno forzato.
Poi mi ricordo di Sbarbaro: “Non avverto nessuna parentela con chi in treno, invece d’aver l’occhio al paesaggio, non importa se visto le mille volte, lo tiene su un libro, sia pure la Commedia". Ho grande stima di Sbarbaro, allora chiudo il libro – e guardo: il mondo, le persone. Alberi, erbe, qualche cosa.
Arpino diceva che scriveva in piedi. Bello. Bello anche leggere in piedi. Anche i libri, come i pensieri, hanno bisogno d’aria.
Alcuni libri li leggo così: sfoglio e leggo qualche frase. Ad esempio:
"Seppellisciti nella terra dell'oscurità. Quello che nasce da ciò che non è stato sepolto è immaturo".
O anche:
"Il tuo rinviare le opere al momento del vuoto è una follia dell'anima".
Oppure:
“Come ridere? Come abbandonarsi alla gioia se il mondo è in fiamme? Perché sei avvolto nel buio
non dovresti cercare la luce?".
E penso.
Spesso sono sempre le stesse frasi che mi colpiscono, allora le rileggo. Lo stesso con alcuni libri. Io cresco con loro, loro crescono con me.
Alcuni libri li guardo, quelli d’arte, le riproduzioni delle opere dei pittori più amati.
Altri, quelli di poesia, li leggo ad alta voce, o mormorando.
* * *
Ho imparato a leggere su un tavolo di cucina. Attorno c’erano i gesti sbilenchi, le parole sbagliate, le risposte arcane, la penuria dei pasti, le scarpe strette, i cappotti sui letti, i bicchieri rotti, i calcoli fino all’ultima lira. Però nel libro tutto era bello e a posto. Allora tutto si eclissava, mi eclissavo io stesso, il corpo svaniva. Dentro di me, qualcuno parlava. Stavo con tutti i pori all’erta. Poi il corpo ritornava: le guance ardevano, gli occhi prudevano, la schiena invocava una nuova posizione. Le mani sfogliavano: partiva una nuova avventura.
Ho letto per la prima volta l’Odissea sul terrazzo di casa. Il mare, in lontananza. Il mare visto e il mare raccontato. Le bianche lenzuola, il vento le gonfiava come vele. Si parte. In viaggio, nell’azzurro, nel mare di Ulisse.
Il mio amico Orazio riuscì a suscitare in me un altro interesse: la filosofia.
“Il poeta ama la lettura dei poeti, ma si nutre della lettura dei filosofi" diceva.
Allora le letture dei filosofi presero slancio. Esploravamo la storia della filosofia in un vecchio manuale e poi ci rifornivano di testi alla biblioteca pubblica o in quella del padre di Orazio. Ci addentravamo in ragionamenti che ci portavano a conclusioni insospettate, che ci avvedevamo corrispondere al punto di partenza: allora ci luccicavano gli occhi e coglievamo nel circolo che si chiudeva un segno della nostra intesa. Dall’oscurità traevamo parole che costruivano strade d’incanto e di presunzione; su di esse edificavamo sistemi che tentavano l’assoluto, che il giorno dopo abbattevamo. Così ci pareva di perfezionare il mondo, se non di ricrearlo.
Poi ritornavamo sempre, come al primo amore, alla poesia.
Ogni giorno, nell’ora stabilita per le mie uscite, appena varcata la soglia di casa di Orazio, per me il mondo si faceva meno opprimente, la solitudine svaniva, noia e malinconia perdevano ogni connotazione negativa, anzi esaltavano progetti: di opere e azioni, fughe e rivoluzioni.
Ricordo la Germania dell’emigrazione, la monotonia dei pasti consumati in silenzio, l’eternità dei faccia a faccia che contano i bocconi. Non mi restava che guardare fuori. Dai vetri orlati di vapore, sempre lo stesso tratto di città.
La libertà era un libro aperto.
Ricordo quelle sere d’estate in cui il mondo è in attesa di qualcosa che non arriva e s’invoca la cessazione di tutto. Mi affacciavo alla finestra e guardavo. Tante luci accese, tante ferite nel buio. Era come essere in un sommergibile o in una tenda a ossigeno. Né vivi né morti, sospesi fra due regni, come gli eroi greci morti senza sepoltura.
Come dice Paula Fox, la libertà era una biblioteca pubblica.
Ripenso a tanti libri letti di corsa, pensando: “Ci sarà una seconda volta". Eppure, quando?
Nei primi tempi a Milano. Certe volte mangiavo pane, camminando; furtivo, per non parere affamato. Finito, ne compravo altro. Le panetterie mi erano diventate familiari. Mi inseguivano ricordi letterari: Fame di Hamsun, Il pane dei miei verdi anni di Boell.
Leggevo al buio, sul tram, per strada. Leggevo male, perdevo il segno, ricominciavo daccapo. Famelico.
* * *
Leggo da quando avevo cinque anni, ma ci sono tantissime cose che non ho letto e tante cose che ho dimenticato. A volte mi sembra che dovrei ricominciare a leggere tutto daccapo.
Come ricominciare la storia del mondo, a partire proprio da Assiri e Babilonesi.
Una cosa mi preoccupa: la vista. Prima non arrivava molto lontano, adesso non parte da molto vicino. Fatico a trovare la giusta misura. Mi lavo in continuazione gli occhi, come se la pulizia, o il fresco dell’acqua, dovessero schiarirli. Sarò compensato con una vista a lunghissima distanza, come gli eretici?
Mi vedo leggere a un tavolo, mentre cade la pioggia. L’imposta del balcone è aperta. Posso guardare fuori: un pezzo di cielo e la casa di fronte. Leggo leggo e quando mi fermo avverto brividi di freddo. Mi aggiusto sulla sedia e muovendomi faccio traballare il tavolo. Godo di questa posizione abituale e mi compiaccio di prolungarla. Il letto è sfatto, ma non in disordine, si affonda quanto basta per indicare il mio passaggio. Davanti a me stanno pile di libri. Leggo leggo e di frase in frase aspetto una rivelazione.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 22.12.06 07:04
Interventi
splendido testo Giorgio, considerazioni che sento mie e scritte in modo magistrale
effeffe
ps
un augurio a Bart di buon natale e alle persone cui voglio bene che da qui transitano
Pubblicato da: furlen - 23.12.06 14:09
Grazie, Francesco. Contraccambio di cuore a te e agli altri amici di NI.
Naturalmente Buonen Feste anche a Giorgio, che ho conosciuto a Milano.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 23.12.06 16:29
Grazie, Francesco. Sempre lieto di condividere emozioni legate ai libri ("Il mondo è nel libro"). E grazie ai libri che ci ispirano amori "senza possesso e senza gelosia". Grazie anche a te, Bartolomeo, animatore indefesso di questa rubrica: senza il tuo pungolo non avrei scritto. E auguri di buone feste a tutti.
Pubblicato da: Giorgio Morale - 23.12.06 18:35
Chapeau, Morale! Pezzo davvero splendido, da leggere e rileggere, concordo con furlen. Bart, grazie per questa rubrica, più va avanti più diventa interessante, peccato che finisca. Non c'è modo di riaprirla? Il testo di Giorgio Morale fa venire voglia di scrivere. auguri a tutti.
Pubblicato da: vecchiofiuto - 23.12.06 19:46
Ho dimenticato una domanda per Morale. di chi sono quelle stupende citazioni nella prima parte, quelle che leggi e rileggi? Di nuovo grazie e auguri.
Pubblicato da: vecchiofiuto - 23.12.06 19:52
@ vecchiofiuto
grazie, e grazie anche a Giorgio che ha sempre avuto per me parole generose .
Purtroppo Come si leggono i libri chiuderà con la puntata del 23 gennaio. Ancora quindi 5 puntate da gustare. Poi stop.
Tieni presente che, una volta portato a termine questo incarico affidatomi da Giulio (che ringrazio), non ne prenderò altri e diraderò un po' i miei interventi qui. Il 14 gennaio compirò 65 anni, e ho desiderio di rafforzare i miei affetti e le mie attenzioni per i miei familiari (moglie, figli, nipote, generi, fratelli, e così via). E' una nuova scelta di vita, dopo le altre (due o tre, non di più) che ho fatto nell'arco dei miei lunghi anni.
Già ora mi affaccio più raramente sui blog dei miei amici. E' un dispiacere, ma è una mia ferma decisione quella di rinchiudermi a poco a poco nell'ambito della mia casa e della mia famiglia.
Ho tre libri avviati che devo condurre a termine tra il 2007 e il 2008. Dopodiché spegnerò molte luci.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 23.12.06 20:09
Questo pezzo è davvero coinvolgente. Sarà perchè è possibile condividere ogni sensazione, o perchè lo si vorrebbe... Di certo è vero che ogni libro è un viaggio verso l'incognito. Di solito piacevole, ma condito ogni volta da una leggera ansia. A volte da un sottile rimpianto. E chissà che altro. Bravo giorgio!
Pubblicato da: ramona - 23.12.06 20:49
Vecchiofiuto, Ramona, grazie.
In quanto alle citazioni: le prime due ("Seppellisciti nella terra dell'oscurità..." e "Il tuo rinviare le opere...") sono tratte da "Sentenze e colloquio mistico" (Adelphi 1994) di Ibn Ata Allah, mistico arabo del XIII secolo; la terza (“Come ridere?...") è tratta da "Dhammapada", testo buddhista del III sec. a.C. Io ne ho un'edizione fuori commercio regalatami da un'amica, ma ho visto che in Italia è stato pubblicato da Boringhieri e Mondadori.
Bartolomeo, a Milano ti ho visto una vitalità e un'energia da vendere. Spero che, pur rarefacendo i tuoi interventi, la tua presenza in rete sia continua.
Pubblicato da: Giorgio Morale - 24.12.06 10:08
Di nuovo, un abbraccio, Giorgio. E' stato un vero piacere conoscere anche te e tua moglie.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 24.12.06 16:05




