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18.12.06

Come si leggono i libri: Succede

di Andrea Brancolini

[Poichè l'inconveniente che ha colpito vibrisse non sarà risolto prima del 10 gennaio, pubblicherò ugualmente, per non caricarmi di fastidioso arretrato, gli articoli programmati, pregando i lettori di astenersi dal commentare. Mi scuso con gli autori, ai quali prometto, una volta risolti i problemi, di richiamare con un link per ciascuno gli articoli da me pubblicati durante questo periodo particolare. bdm]

[Dopo la pubblicazione del 22 dicembre, ci sarà una interruzione e si riprenderà il 9 gennaio 2007. "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile.bdm]

Clicca qui per leggere tutti gli articoli della serie Come si leggono i libriSuccede. Succede, a volte, più o meno per caso (se poi accade mai qualcosa per caso) che uno prenda un libro, o se lo ritrovi più semplicemente in mano senza quasi sapere perché; magari preso da uno scaffale in una libreria per sbaglio, o forse datogli da qualcuno che poi è andato via dicendo: “Tornerò!”, e forse tornerà ma quando, chi sa. Ha anche detto di tenerlo bene perché è molto importante ed è vero è sincero è un segreto o forse non è niente di tutto ciò, o... comunque, succede.

Sì, insomma, ecco, uno ha un libro davanti e lo ha proprio lì, sotto gli occhi, tra le mani, e non può fare a meno di guardarlo. Così prima guarda la costola e c'è scritto il titolo l'autore casa editrice, poi lo volta dalla parte della copertina e le scritte sono quelle già viste, ma c'è anche un'immagine: una foto, un fiore strano, un dipinto di un famoso pittore o di qualcuno che lo conoscono in pochi, una strada una semplice e dritta strada che scompare nel tramonto tra campi di grano, un volto ch'è un volto che ti fa sognare, o magari c'è solo scritto il titolo l'autore casa editrice. Poi lo rigira, e vede che in basso c'è il prezzo: “non è neanche tanto, certo è un bel mattone e chissà quanto tempo per leggerlo tutto”. In alto c'è anche un sunto della trama, o recensioni riportate da giornali e/o critici che si presumono essere importanti e autorevoli e tutto. Cose così, insomma.
E uno si chiede perché se a tutte le cose si danno nomi ai libri si danno titoli: se gli autori li considerano come figli perché non li chiamano come tali? E perché allora stampargli il nome del padre o della madre in fronte? Bello sì, se tutti noi andassimo in giro con un tatuaggio fronte-retro, a vista, con i nomi dei nostri genitori e magari le loro foto. O forse i libri sono solo la parte migliore (proprio sicuri?) degli autori concentrati in quelle pagine righe parole.

Comunque, dicevo, succede. Succede, no? Sì, insomma, che uno abbia questo titolo/nome/figlio/a tra le mani, e lo osservi e rigiri senza saperne bene cosa fare. Magari è in una stanza di casa sua, forse l'unica stanza di casa sua o forse no; e può darsi che non sia neppure in casa sua ma in una stanza con un letto un cassettone un armadio uno specchio uno stereo spento, o forse in una stanza con un letto un cassettone un armadio uno specchio uno stereo acceso con una musica dolcissima e bellissima che sfiora gli oggetti intorno e sfiora anche lui con il libro in mano.
Ma no! Non è una stanza! È una cella con le sbarre che dividono in piccoli quadretti le cose dall'altra parte: anche il cielo le nuvole la luce del sole. Allora bisogna andarci vicino, alle sbarre, e mettere gli occhi, tra le sbarre, per vedere l'infinito tutto insieme o immaginare e essere liberamente accecati dalla luminosità del fuori.
Potrebbe però non essere una stanza né una cella, ma un vagone di un treno: perché i treni li hanno inventati per combattere l'analfabetismo e per vendere i libri che sennò gli scrittori morivano tutti di fame poveri e soli o poveri e con qualcuno; anche gli editori morivano o forse loro no ché tanto c'era da stampare, che so, i libri religiosi e quelli che regalano le banche ai dipendenti, e quelli di politica o di politici, magari qualcos’altro. Così i millepiedi d’acciaio all'inizio andavano piano e si leggeva tanto e ora vanno forte e si legge meno. Difatti si vogliono ancora più veloci, e la tartaruga della canzone ci guarda con la sua esperienza. Ma ecco, forse il treno è fermo in una stazione e un sacco di vite si incrociano, solo per un istante, proprio lì proprio adesso e mai più dopo mai più prima; ma il treno è già partito: si distingue ancora il paesaggio di là dal finestrino, poi solo forme che fuggono davanti agli occhi.
E se non fosse una stanza, non una cella, non un vagone, bensì un prato grande che sembra quasi perdersi nel suo stesso verde primaverile? Forse c'è il sole che riscalda, o la nuvola che innaffia, e l'aria è fresca come la vita di un bimbo appena venuto al mondo, il vento scompiglia i capelli, rende leggeri i pensieri (se alzi lo sguardo puoi vederli fluttuare sopra di noi) e porta con sé odori lontani e... comunque, succede.

Succede, no? Sì, insomma, che uno abbia questo libro/titolo/nome/figlio/a in mano, sappia chi l'ha scritto, il titolo, chi l'ha stampato e pure chi l'ha letto o ha scritto di averlo letto. Sa tutte queste cose e decide di aprirlo. Perché? Mmmm, curiosità, probabilmente: titolo intrigante… autore sconosciuto… Ha già iniziato a fantasticare su quelle tot pagine e sul loro contenuto ignoto e stimolante, immaginato di essere in un altrove da quella stanza cella vagone prato in compagnia dei suoi sogni sempre dimenticati al mattino. Spera di trovare conferma alle sue illusioni, ai suoi pensieri, sogni piccoli minuscoli, spera di sorprendersi per emozioni mai provate nella realtà, per situazioni mai vissute, per vite solo desiderate mai pensate neppure lontanamente come possibili e proprie. Spera, anche, di sorprendersi nel continuare a sperare. Spera, inoltre, nella consapevolezza di una speranza.Andrea Brancolini
Così decide di aprire 'sto benedetto o maledetto libro, in questo preciso e peculiare istante. Peculiare! Che bella parola! Sì, ogni tanto un colpo di classe mi viene. Succede. Come il gol di tacco di Mancio su calcio d'angolo battuto da Mihajlovic in una partita del girone d'andata (non mi ricordo l’anno, cavolo!), poi replicato da Maniero nella giornata successiva, mi sembra. Ecco, succede: il libro è aperto. Se te lo metti davanti agli occhi, sembra un uccello che vola dei tuoi disegni da bambino, quelli con la casina e l'albero accanto, il fiume col ponte, le montagne, il sole che vi finisce dentro, il bambino che gioca.


Ehi! Ehi sono qui! Ma dove guardi? Pensavi che avrei lasciato questa storia in sospeso? Succede, sì, è vero. Succede anche questo: che uno non sempre finisca ciò che ha iniziato. Secondo me invece si arriva sempre ad una fine, solo che spesso non è come uno se la immagina; non è detto che le risposte avute siano come ce le aspettavamo, così a volte non le consideriamo. Si arriva ad una fine e non ce ne accorgiamo. Ed a volte sono altri a decidere dove quando come perché mettere la parola
FINE

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 18.12.06 09:58

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