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18.11.06
La Napoli che luccica e la Napoli perduta
Francesca Ferrara intervista Antonella Cilento, Michele Serio e Massimiliano Amato
Un’intervista a tre voci legate alla metropoli delle copertine dello ‘scandalo’ sociale.
[Ho letto nel sito Napoli on the road questa intervista condotta da Francesca Ferrara e siccome offre una riflessione dal di dentro sui mali di Napoli, ho pensato di farla conoscere anche ai lettori di vibrisse. Vi si esprime, inoltre, un giudizio sul libro Gomorra di Roberto Saviano. Ritengo che l'insieme possa sollecitare qualche osservazione. bdm]
L’idea di questa intervista incrociata, nasce dalla necessità di dare voce agli operatori culturali, nella fattispecie, scrittore, opinionista e giornalista e alla realtà delle cose valutate e vissute ‘dal di dentro’, ovvero, da chi vive e lavora nelle Napoli de L’Espresso, Bocca, Gomorra. Il microfono è stato dato a voci che hanno in comune il loro impegno intellettuale e letterario-civile sul territorio, rosso politicamente e rosso perché spesso insanguinato dai tiri dei cecchini dei boss della mala. Ho scelto tre figure diverse tra loro, ma imparentate dall’espressione per inchiostri, per un servizio molto ampio, le cui risposte danno l’idea di “reportage" su i vari paesaggi sociali. Due gli elementi in comune: residenza e interesse-amore per la terra natia, che li fa rientrare nella categoria “cervelli non fuggiti via", perché Napoli non è solo “munnezza" e criminalità, e presenza sullo scaffale con titoli che sono strettamente legati alla mala vita, e alla città, nei quali attraversano lo spazio del territorio campano con tre distinte chiavi di lettura, testimonianza di umori simili ma diversi al contempo.
Cilento, Serio, Amato, tre nomi e tre personaggi attenti all’attualità dei fenomeni che ringrazio vivamente per essersi sottoposti a questa mia iniziativa stile “IENE".
Unica avvertenza, prima di iniziarne la lettura, è che si tratta di un lungo testo, proprio perché esente da ogni tipo di censura, relegando il mio compito a quello di semplice ambasciatore.
Parlare della città che da più di un mese è sotto i riflettori dei media nazionali appare un paradosso, un superfluo, ma in questo ‘buio’ fatto di luci spente dalla malavita organizzata e dai problemi fisiologici di sempre, come ad esempio lo smaltimento dei rifiuti, c’è qualcosa che splende di luce propria nella city?
ANTONELLA CILENTO: La città ha una sua storia e una sua bellezza talmente forti che anche nei momenti più bui brilla, ma è evidente che, al di là di occasioni più o meno recenti, più o meno sanguinose, "Napoli sul mare luccica" è un titolo ironico, che si fa beffe dei luoghi comuni e di una città che certo non risplende più come nei suoi momenti di massima gloria, negli ultimi decenni del XIX secolo. Di luce propria splendono alcuni luoghi, nonostante i napoletani li ignorino, le chiese abbandonate, i siti archeologici, ma anche le strade nella loro immensa e fagocitante sovrapposizione di epoche e di stili. La città mi appare come un immenso corpo di cui noi siamo solo parassiti o cellule che contribuiscono a una vita eterna e camaleontica di cui abbiamo solo una minima percezione. Di mostri simili bisognerebbe avere più rispetto, conoscenza e consapevolezza. I napoletani non luccicano, spesso e volentieri, ma Napoli sì.
MICHELE SERIO: Il clima. A Napoli c’è il sole e il caldo almeno per otto mesi all’anno. E poi c’è il cibo. A Napoli si mangia benissimo. Più nelle case private che nei ristoranti, in verità. Però è già tanto. E poi ci sono i comici, a Napoli ne operano tantissimi, uno più bravo dell’altro. È forse il posto del mondo dove, in assoluto è più facile ridere. E poi c’è la musica, interessante e varia, unica al mondo. E poi c’è un centro storico vivo, tumultuoso, non imbalsamato né ridotto a un museo a cielo aperto come quelli di altre città d’arte come Firenze e Venezia. E poi c’è lo stile di vita dei napoletani che rimane energico, strafottente, ricco di vitalità. E poi ci sono i monumenti, i panorami, le ragazze (splendide), e poi…
MASSIMILIANO AMATO: Mi ha molto colpito una dichiarazione dell’avvocato Gerardo Marotta, presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici: “Adesso – ha detto – non riaprirei più il portone di Palazzo Serra di Cassano". Il gesto dell’anziano giacobino che ammaina l’ultimo simbolo della ripresa civica di Napoli (lasciamo stare il Rinascimento: è un termine che non mi è mai piaciuto per una serie di motivi) condensa in sé tutti gli elementi della crisi napoletana: la cultura che autocertifica la propria incapacità di dare risposte al vuoto in cui la città galleggia, la sua resa più o meno definitiva (a proposito: che ne è degli “Stati generali" pomposamente convocati due anni fa?), la mancanza di qualsiasi speranza/progetto riferibile al futuro. Perché è di questo che parliamo: la camorra, l’immondizia, la microcriminalità e la cultura diffusa dell’illegalità sono i corollari più immediatamente riconoscibili di un generale processo di disgregazione valoriale che non è nato certo con le ultime guerre di camorra. È un’altra fiammella che si spegne, per stare dentro la tua metafora. Ma può rappresentare anche un elettrochoc salutare. Per il resto Napoli brilla di luce propria, a prescindere dalle mille emergenze che l’assediano. L’immagine del “paradiso abitato da diavoli", ancorché frusta e datata, resiste come unica rappresentazione credibile. In realtà bisognerebbe tener conto di un dato: quella di Napoli è la più grande area metropolitana del Sud Italia, che è come dire dell’intero mezzogiorno d’Europa. Napoli è un “attrattore naturale" di tutti gli squilibri “di area vasta". Sono problemi comuni a tutte le aree metropolitane del mondo, rispetto ai quali ho paura che le risposte degli Stati nazionali (intesi nel senso otto e novecentesco del termine) siano ineluttabilmente destinate a rimanere insufficienti. Non ho mai creduto ad uno “specifico napoletano", non sono disposto a cambiare idea adesso.
Le istituzioni parlano di una stampa che infanga la reputazione dei napoletani. Non appare questa forma di difesa come una sdrammatizzazione della gravità dei fatti che capovolge il punto di vista, negando non solo l’oggettività delle cose e ai media, locali e nazionali, di raccontare le cose così come stanno?
ANTONELLA CILENTO: Sì, non si può diminuire l'entità dei danni prodotti da decenni di mal governo. Tuttavia, i media si alimentano come Leviatani di ogni più piccola immondizia, amplificando il male, che nella città è perenne, per avere notizie. Bisogna in questo momento diffidare delle Istituzioni che fingono come dei media che amplificano o inventano, la realtà è sotto i nostri occhi ed è nel mezzo. E' spaventosa e va guardata senza occhiali scuri.
MICHELE SERIO: Napoli è sempre la stessa da almeno mille anni. La novità è costituita dall’indulto che ha tirato fuori di galera migliaia di criminali, pronti a delinquere.
MASSIMILIANO AMATO: Le istituzioni fanno la loro parte: cos’altro dovrebbero fare? Da giornalista, posso tranquillamente affermare di non conoscere lo strumento dell’autocensura. Né mi sono mai sentito condizionato (come, del resto, la stragrande maggioranza dei miei colleghi) dalle difese d’ufficio della “reputazione dei napoletani". Insomma, se tentativo di “distrazione" c’è stato, è miseramente naufragato: Napoli è stabilmente in prima pagina su tutti i giornali del mondo, ormai. Con un accanimento talvolta perfino ingenuo: ma davvero pensiamo che Napoli stia attraversando adesso il periodo più buio della sua storia?
Molti sono i testi che parlano di Camorra e criminalità pubblicati ultimamente. “Napoli Criminale" di Bruno De Stefano racconta storicamente e giornalisticamente dagli anni ’50 ad oggi, i fatti e i luoghi di Camorra, però a dare impulso ad un meccanismo di allerta intellettuale e sociale è stato un altro testo uscito pochi mesi prima. Quanto ha fatto bene, o male, alla città il best seller di Roberto Saviano?
ANTONELLA CILENTO: Un libro non fa né bene né male, denunzia o svela semmai una condizione. È sorprendente che sia servito un libro a ricordarci ciò che viviamo tutti i giorni e che ora ci sia bisogno di un martire: una società che necessita di martiri per svelare verità di cui tutti siamo parzialmente colpevoli e, in ogni caso, del tutto responsabili non è una società civile. Non è una società civile una società che non legge i giornali e finge di ignorare la realtà, che scopre di essere ammalata come se non lo sapesse da sempre. Questa collettiva miopia mi spaventa e che il male diventi best seller è cosa che mi inquieta. Del libro di Roberto non ho apprezzato, e gliel'ho detto, la finzione mescolata alla realtà e l'ammirazione sotterranea e mitologica per i cattivi soggetti che giustamente denunzia e racconta. Resta tuttavia un'operazione coraggiosa, ma ripeto: adesso non bisogna nascondersi dietro Saviano, le responsabilità sono collettive e non da oggi né da ieri.
MICHELE SERIO: Ha significato regalare un alibi a intellettuali, politici, imprenditori, borghesi disonesti: il male sono i camorristi, noi siamo i buoni sembra affermare, suo malgrado, il buon Saviano. Invece, a mio parere, c’è, quanto meno, concorso di colpa.
MASSIMILIANO AMATO: Non so se tra i compiti della scrittura ci sia quello di far bene o di nuocere al contesto da cui trae alimento e ispirazione. Almeno credo che nessuno di noi, quando scrive, si ponga questo problema. “Gomorra" è un caso a parte, perché inaugura uno spaccato letterario e cronistico che, per quanti sforzi faccia, non riesco ancora a mettere a fuoco. È un mio limite, probabilmente. Mi sfugge il contributo di comprensione che può derivare da un libro il cui livello di attendibilità complessivo appare abbastanza basso. Mi spiego: il problema, di fronte a Gomorra, è quello di accertare il suo coefficiente reale di verità, o di verosimiglianza. Nel dubbio, rilancio e amplio la tua domanda: era proprio di questo, cioè di un libro come Gomorra, che Napoli aveva bisogno per acquisire piena consapevolezza dello stato in cui si trova? Confesso di non avere una risposta. O forse ce l’ho, ma ho timore di essere frainteso, e allora la tengo per me. Tira una brutta aria per chi non riesce a riconoscersi in tanto, dilagante, professionismo dell’anticamorra: a dissociarsi dal coro del politically correct, come minimo si corre il rischio di passare per fiancheggiatore dei clan. Trovo molto più interessante il lavoro di De Stefano, non foss’altro perché basato su fonti documentarie certe.
Si può parlare di “storia che si ripete". Anche nel 2004, il mese di gennaio fu uno dei più insanguinati grazie alle faide dei clan camorristi. Oggi, l’attenzione del governo è di nuovo su Napoli ripetendo l’operazione “Alto Impatto", oggi Piano Amato, con l’impiego sul campo di quasi 1000 unità in più delle forze dell’ordine. Napoli, ha una speranza di divenire una città più vivibile?
ANTONELLA CILENTO: L'imposizione della forza, come ogni intervento allopatico e violento, ha una durata sintomatica, efficace forse nei primi effetti ma non modifica la condizione nella sostanza. Bisognerebbe intervenire in maniera più omeopatica, più mirata alle cause di certi eventi, altrimenti si passa dalle braccia abbassate in segno di resa definiva alle braccia armate. Servono altri piani di colloquio ed intervento e maggiore partecipazione di tutti. Napoli è un problema culturale in senso più ampio, riguarda l'ignoranza, le sacche di arricchimento, gli interessi particolari, l'abbandono di una prospettiva di crescita collettiva, la chiusura, le separazioni sociali e molto altro.
MICHELE SERIO: È ridicolo. Un governo che promulga l’indulto e invia truppe per fare cosa? Per arrestare di nuovo quelli che ha liberato?
MASSIMILIANO AMATO: Partiamo da un dato, condiviso da tutti gli analisti del fenomeno ormai: la camorra in quanto “organizzazione" in senso stretto quasi non esiste più. Ce lo dicono migliaia di atti d’indagine e processuali, che infatti parlano di “Sistema". Napoli e la sua provincia sono infestate da bande di gangster in guerra per il controllo del mercato degli stupefacenti. E il gangsterismo, piaccia o meno, è (quasi) solo un problema di ordine pubblico. Cioè, di controllo del territorio da parte dello Stato. Su Napoli la correzione di rotta da parte del governo centrale è nettissima: negli ultimi anni, la città è stata abbandonata al suo destino, considerata l’appendice infetta di un paese sano. Basti pensare al frenetico turn over andato in scena ai vertici di via Medina, dove la permanenza media dei questori è stata di due anni: ad ogni avvicendamento, si è dovuto ripartire da zero nella mappatura della criminalità. O, ancora, alla lunghissima telenovela Cordova, che ha paralizzato per più di due anni la macchina giudiziaria. Sul punto specifico, vorrei essere chiaro: il procuratore Cordova è stato, è e sarà sempre un grande magistrato, un inquirente di razza. Ma a Napoli era entrato in conflitto con tutti i suoi sottoposti: dagli aggiunti all’ultimo dei sostituti. Ne è derivato un braccio di ferro che ha quasi fermato l’orologio delle indagini, mentre tutt’intorno proliferavano nuove realtà criminali e la città diventava una polveriera. Napoli diventerà più vivibile quando, alla bonifica sociale ancora tutta da intraprendere, si assoceranno azioni concrete, “poliziesche" nel senso più duro del termine, di contrasto alle gang. L’indulto non ha certo aiutato, anzi. E la nostra confusissima legislazione penale e processuale penale sembra fatta apposta per alimentare l’emergenza Napoli: se non c’è certezza della pena, saranno vani tutti gli sforzi di prevenzione e repressione. Lo sviluppo, da solo, non basta. Sgombriamo il campo da una pericolosissima illusione: quella secondo cui la criminalità si batte solo creando posti di lavoro e nuove opportunità di crescita economica. Tra la camorra che paga 500 euro a settimana il lavoro di semplice “vedetta" sulle piazze di spaccio, e un’azienda che al massimo può offrire un impiego a 1000 euro al mese, non c’è partita.
I napoletani: quale la loro responsabilità civile, sociale, intellettuale?
ANTONELLA CILENTO: Come già detto, altissima. La responsabilità è nell'omertà dei più deboli come dei più forti, di chi abita nelle ville e guadagna colludendo con il sistema camorristico, di chi pratica nella vita di ogni giorno clientele, raccomandatismo, nepotismo e vendita della dignità: questo accade nel nostro Comune, nella nostra Regione, nelle case del Vomero, di Posillipo, della Sanità, di Mergellina... Ovunque. È una forma di camorra light, così la chiamavo in un mio vecchio libro, “Non è il Paradiso", che infastidì molto i signori per bene della città uscendo per Sironi, che coinvolge tutti gli strati sociali trasversalmente. È una mentalità, un'abitudine a vivere in barba agli altri e a occupare spazi a danno degli altri: dalle auto in terza e quarta fila ai rifiuti lancianti dai finestrini in corsa, dalle mazzette alle consulenze miliardarie. Questo stile di vita più latamente italiano e più specificamente napoletano, conservatore, revanchista e in certi casi anche sottilmente fascista, va eliminato alla radice. Ma essendo un problema culturale è molto difficile da affrontare nelle scuole, nelle case, nelle strade.
MICHELE SERIO: Ho già spiegato in precedenza che le responsabilità delle classi dominanti sono enormi. Condannano chi non indossa il casco. Ma se uno ha diciott’anni e non intende indossare il casco, non fa niente di male. Se lo beccano, paga la multa. Io mi infilo con l’auto nelle corsie preferenziali quando vado di fretta. Se mi prendono, pago la multa. Condannano le piccole devianze quotidiane perché non vogliono che l’attenzione dei media si focalizzi sulla gestione clientelare del potere, sulle società miste gestite in maniera allegra, sullo scandalo dell’immondizia, su quello della sanità, sulla pessima gestione dell’ordine pubblico. Insomma LORO, non ne fanno una buona, e poi se la prendono con quelli senza casco.
MASSIMILIANO AMATO: Rispondo lapidariamente: i napoletani continuano ad avere una paura tremenda della modernità. Ce l’hanno sempre avuta perché è questo l’abito mentale che la Storia ha cucito loro addosso. Continuano a difendersene e ad esorcizzarla. È la loro debolezza maggiore, che non si trasforma mai, come pure in certi casi potrebbe e dovrebbe accadere, in un punto di forza. Seguendo per il mio giornale i funerali di Mario Merola, ultima rappresentazione in ordine di tempo di questa ultrasecolare avversione, mi veniva in mente che perfino la location di questo stucchevole rito pagano di massa si prestava allo scopo. Piazza Mercato continua, implacabile, a rappresentare il ‘topòs’ dell’antimodernità: lì è stato giustiziato Corradino di Svevia, fatto a pezzi Masaniello, impiccati o decollati gran parte dei martiri della Repubblica Partenopea, Eleonora Pimentel Fonseca in testa. È stata una sensazione forte, quasi un capogiro, e l’ho anche scritto, sfidando l’impopolarità in tempi di beatificazione (anche istituzionale) del “merolismo" e della sua morale, incentrata sull’orrendo ossimoro del “guappo buono". Ho trovato conforto “razionale" nelle parole del filosofo Aldo Masullo, che voglio ripetere perché mi sembrano illuminanti: “La tragedia di Napoli è sempre stata la napoletanità, costituita da simboli, il mandolino, la pastasciutta, che servono ai deboli, a coloro che non hanno altri segni da esibire. Bisogna abbandonare il passato come ideale di vita, superandolo attraverso un’azione collettiva e democratica che miri al cambiamento". Messa in questo modo, però, la mia sembra una condanna generica e senza appello. Invece, ci sono settori importanti della società che di questa zavorra si sono liberati, o non ce l’hanno mai avuta. In realtà, hanno le responsabilità più pesanti dell’attuale stato di cose.
L’Espresso, con le sue copertine ad ‘alto impatto’, esagera quando parlano di una città “perduta" a cui si deve dire solo “addio"?
ANTONELLA CILENTO: Dire addio a mio avviso può essere una soluzione personale ma non risolve la questione collettiva. Andarsene non risolve il problema, lascia solo spazio al peggio. Io ho scelto di restare e testimoniare. Solo una rete fatta di persone salva la nave dall'affondare. Preferisco far parte di questa rete che dire addio alla città. Se la si ama veramente si resta. Ma questo non toglie che ogni azione di resistenza non è infinita...
MICHELE SERIO: Sì. Anche perché, per quanto mi riguarda, da Napoli non andrei mai via, per nessuna ragione al mondo. Ci vivo troppo bene.
MASSIMILIANO AMATO: Assolutamente sì. Faccio mio, anzi, l’appello che lo scrittore Marco Salvia ha lanciato dalle colonne de “l’Unità": “Torni a Napoli chi ne è scappato", contro il disperato e disperante “fuijtevenne" di edoardiana memoria. Venga a darci una mano nel processo di riconquista laica e civile della città chi ancora se la sente. Oppure, come si diceva nei matrimoni di un tempo, taccia per sempre. Mi riferisco a quanti in questi giorni, artisti, “gran borghesi", intellettuali, hanno pontificato da pulpiti lontani. Spesso facendo solo un esercizio di nostalgia fine a se stesso: sovrapponendo, cioè, la loro arcadica cartolina del Golfo (qualcuna anche più recente, perché riferita al cosiddetto “Rinascimento") alle immagini dei morti ammazzati per strada e dell’immondizia che raggiunge i piani alti dei palazzi. A parte la sgradevole sensazione di déja vu, non hanno portato un solo contributo serio all’analisi di quello che stava accadendo.
Quanto tempo dovrà passare ancora affinché vi sia il ritorno di quella “borghesia illuminata" la cui accusa principale è quella di non esserci alla partecipazione dei processi di sviluppo civile, sociale e culturale? A cosa è dovuta la sua assenza?
ANTONELLA CILENTO: Questa borghesia non esiste da tempo e forse nemmeno mai è esistita. Napoli è fatta di piccoli borghesi poveri o molto ricchi, spesso arricchiti in tempi brevissimi e in modi non sempre del tutto legali. Questo immenso gruppo sociale che stento a definire classe contiene al suo interno persone illuminate ma senza potere e persone prive di qualsiasi visione, incapaci di occuparsi di cose che vadano oltre lo stuoino di casa propria. L'assenza può essere giustificata storicamente, la partecipazione è scarsa ad ogni livello.
MICHELE SERIO: La borghesia illuminata qui non è mai esistita.
MASSIMILIANO AMATO: Qui mi ricollego alla domanda sulle responsabilità. Lanciando una provocazione feroce: di quale borghesia vogliamo parlare? Del cascame, assai malridotto, del “patriziato decaduto" cittadino, legato parassitariamente alla rendita fondiaria? Di quella imprenditoriale, che ha vissuto per decenni di provvidenze pubbliche e ha sempre usato lo Stato come un taxi? Di quella intellettuale o delle cosiddette “professioni liberali", che quando si è trasformata in classe dirigente, in passato, si è distinta solo per una concezione “proprietaria" delle istituzioni, occupandole? Insomma, siamo seri: ma quando mai da queste parti si è attivato un serio processo di formazione di un ceto borghese dinamico, alieno ai compromessi e capace di diventare motore di sviluppo civile, sociale e culturale? Napoli, lo dimostrano gli ultimi quattro secoli della sua storia trimillenaria, è la città più “controriformista" del mondo occidentale: qui l’etica protestante non è mai penetrata. E allora? Vogliamo parlare ancora di borghesia? Piuttosto, il dramma vero è rappresentato dalla definitiva scomparsa dalla scena cittadina di una classe lavoratrice portatrice di una propria etica e di un proprio progetto politico. Il ciclo “operaio" della storia di Napoli è durato pochissimo. Mezzo secolo, o giù di lì: si fosse consolidato, questo processo avrebbe costretto anche la stessa borghesia, o sedicente tale, a cambiare mentalità e atteggiamenti.
E’ il caso di dire "Napoli siamo Noi" come il titolo del libro di Giorgio Bocca?
ANTONELLA CILENTO: Sì, come già detto sopra.
MICHELE SERIO: Gli piacerebbe ‘essere come noi’. Ma non potranno mai arrivare ai nostri livelli di espressività, di allegro cinismo, di energia vitale…
MASSIMILIANO AMATO: È il caso di dirlo ribaltando l’impostazione del libro di Bocca: Napoli siamo noi perché Napoli è la rappresentazione più fedele e autentica della decadenza del sistema Italia. È per questo che, pur scontata, la definizione di Napoli “questione italiana" per eccellenza, regge a qualsiasi urto con l’esercizio della ragion critica.
Si può affermare che Napoli non è solo Criminale e non è solo Gomorra?
ANTONELLA CILENTO: Assolutamente. Napoli è una città carica di cultura e di fermenti, di bellezze umane ed artistiche, ridurre una città alle sue manifestazioni peggiori è un limite inammissibile ed è anche un'ovvietà.
MICHELE SERIO: Napoli è tutta gomorra ed è tutta un paradiso, C’è una sostanziale integrazione fra bene e male, onestà e disonestà. Qui gli opposti non solo coincidono, ma fanno affari insieme, in nome della sopravvivenza.
MASSIMILIANO AMATO: Risposta banalissima, che però va presa con tutte le precauzioni del caso: sì. Ma semplicemente perché 50 mila malacarne (tante sarebbero, in base agli ultimi rilevamenti della prefettura, le persone coinvolte nel “Sistema", tra affiliati diretti e indotto) sono una parte infinitesimale della popolazione. A preoccupare, però, è il clima di violenza diffusa che si respira, figlio di quella disgregazione valoriale a cui accennavo prima, e di cui le elite culturali portano per intera la responsabilità.
Che ricetta culturale e civica dare a questa metropoli affinché la speranza di una qualità della vita migliore non sia più un’utopia?
ANTONELLA CILENTO: Gli scrittori non hanno ricette, pongono questioni, semmai. Aspetto con ansia il giorno in cui si crei una vera e fattiva collaborazione pubblica, meno chiacchiere e più fatti. Una società civile più calvinista, più protestante, più fattiva e meno lagnosa e profittatrice.
MICHELE SERIO: Perfezionare, per l’appunto, l’arte della sopravvivenza. Tanto nessuno correrà mai in nostro aiuto, se non a chiacchiere. Dobbiamo cavarcela da soli, come sempre. Buon divertimento a tutti!
MASSIMILIANO AMATO: Resto un osservatore della realtà, non propongo ricette. Se cerchi la chiusura in chiave retorica, sono costretto a deluderti: non te la darò. Non ne sono capace. Mi viene in mente l’Università, il sistema della conoscenza, come motore di un futuro diverso. Ma poi penso che l’Università non batte moneta, non dispone di un proprio esercito e non ha potestà legislativa. Esagero, naturalmente. Ma voglio dire che il mondo dei saperi non può sostituirsi alle croniche inefficienze dello Stato, o delle sue articolazioni territoriali. Deve limitarsi a quelli che, con linguaggio burocratico, verrebbero definiti “atti d’indirizzo". Ma potrà mai bastare?
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 18.11.06 21:22
Interventi
"Ha significato regalare un alibi a intellettuali, politici, imprenditori, borghesi disonesti: il male sono i camorristi, noi siamo i buoni sembra affermare, suo malgrado, il buon Saviano."
Boh. Sicuri che stiamo parlando dello stesso libro??
Pubblicato da: Perplesso - 18.11.06 21:29
Credo che l'Espresso abbia, che stia giocando d'effetto con delle immagini decisamente hollywoodiane, diciamo pure senza mezze misure "poco serie". In special modo quelle di copertina che ritraggono una Napoli che in realtà non esiste se non nell'occhio dei fotografi e dei grafici. Facile far diventare Napoli il west e l'inferno d'un Sergio Leone, e far diventare l'inferno un paradiso. Al di là di ciò, Napoli vive una situazione caotica e difficile: ciò non significa che Palermo o Milano o Torino, tanto per citare alcune città, siano tranquille e di gente tutta perbene.
Di fatto leggo annoiato moltissime inutile chiacchierate (soliloqui, neanche chiacchiere), come le ultime di Saviano - che non sono le prime e si teme nemmeno le ultime - che oramai pare ci abbia preso gusto a dipingersi la sua di Napoli, una Napoli con cattivi da una parte e lui buono dall'altra, tutto solo soletto. Sbadiglio. Magari è anche in pericolo, non lo nego. Ma la Napoli che ci dà in pasto è romanzata, fuori dalla portata della realtà. Il ruolo dello scrittore, quindi anche di Saviano, è di costruirsi attorno un mondo romanzato migliore o peggiore di quello reale, seguendo il gusto della propria egoistica necessità di descrivere. Di fatto, Saviano si è dipinta la sua di Napoli, romanzata e crudele e piena di pecche occulte e occultate per anni e anni. La sottolinea come il Male, il canchero italiano.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 18.11.06 21:51
Una domanda a tutti, Jannozzi compreso: mi sapreste dire cosa c'è di falso in quel che scrive Saviano? Vorrei smentite circostanziate ad affermazioni che gli avete visto fare.
Pubblicato da: Perplesso - 18.11.06 21:54
@ PERPLESSO
Nel dare l'informazione questa è enfatizzata, a tal punto che diventa soggetto per della fiction, evadendo da un contesto realmente reale.
Se ti dico: ho 45.000 capelli e un diavolo per capello.
Tu, ribatti: "Cazzo! Tanti."
Peccato che con 45.000 capelli sono calvo. Quindi ho pochi diavoli per capello.
Per un astemio una birra equivale a una sbornia o a una emicrania colossale.
Per un bevitore equivale a prenderlo per i fondelli.
Saviano usa la prima formula. Non dice il falso. Enfatizza. Oramai gli viene naturale. Il suo territorio mentale e di osservazione è quello di pompare la realtà, non dico per una verità solipsista: ma crea la sua di realtà. Ha imparato a guardare Napoli e nulla affatto il territorio Italiano, la sua geografia, le città. Quindi lui è Napoli e Napoli è il canchero che crede di dover estirpare tutto da solo.
Purtroppo i giornali gli hanno cucito addosso la taglia dello sceriffo contro tutti, in uno stile perfidamente hollywoodiano, supportato da immagini ad effetto. Chiaro che sia diventato il bersaglio di minacce da parte della Camorra: gli viene offerto un bersaglio, ne approfittano.
L'indulto non ha agito malamente solo nella città di Napoli, ma in tutte quelle italiane: la criminalità è aumentata, o è aumentato soltanto il livello di informazione (di nera) portata all'attenzione dell'opinione pubblica? Dovremmo domandarcelo seriamente.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 18.11.06 23:24
>Se ti dico: ho 45.000 capelli e un diavolo per
>capello.
>Tu, ribatti: "Cazzo! Tanti."
>Peccato che con 45.000 capelli sono calvo. Quindi
>ho pochi diavoli per capello.
Sei inciampato sull'ultima frase. Che tu abbia pochi o tanti capelli, hai comunque *un* diavolo per capello.
Pubblicato da: Perplesso - 19.11.06 00:00
Scusate ma è necessario mettere anche la foto dell'intervistatrice? Non mi sembra serio, almeno non sorridesse...
Pubblicato da: ilduca70 - 19.11.06 05:02
Capita che qualche volta la si metta...
Qui si trattava, fra l'altro, di postare le foto di ben tre autori (sarebbe stato indelicato sceglierne uno da mettere sulla home, mentre gli altri 2 rifilarli nella pagina interna).
Così ho scelto salomonicamente. Ho messo all'interno le foto delle copertine dei 3 libri, e in home la foto dell'intervistatrice, a cui almeno si deve riconoscere il merito di questa interessante intervista. Poi, all'inizio, ho messo il link nel caso si volessero vedere le foto dei 3 autori.
Avrei dovuto mettere qualche altra immagine? E quale? Mi è sembrato più appropriato utilizzare le foto dei soggetti e dei libri che - come un corpo unico - hanno dato vita alla intervista.
Tutto qui. E poi, non è una bella foto?
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.11.06 10:07
Come la ruggine sulle foglie di una palma.
Napoli, la Cuma di cui siamo andati fieri, tempo fa intendo.
Oggi, macelleria a cielo aperto. Se ne accorgono tutti ora. Qualcosa non ha funzionato, dicono. E il guaio è che lo dicono un po tutti. Certo, da una amministrazione che vede negli scranni dell'attuale governo, seduta gente responsabile dell'allegra distribuzione di fondi del post terremoto…(ricordo, ma vado a braccio, di una geniale iniziativa come quella che voleva un cantiere navale costruito sull'Appennino), non è che poi faccia tanto strano.
Pensieri sparsi. Da ragazzo ho letto Caldwell e poi l'autore di Furore, Uomini e topi e de la Valle dell'Eden. Più in la Richard Ford, Carver, e Thom Jones. Saviano ha scritto Gomorra (che non ho ancora letto, ma almeno per par condicio, essendo riuscito a comprare la Scoperta dell'Alba di Veltroni per poterne parlare con contezza, ho intenzione di leggere a breve).
A quando un libro, un racconto, un santiddio di qualcosa scritto da uno che ci sta dentro ? Il parallelo non regge ? E cosa credete abbiano fatto negli States ? Anni fa, depurata dalla fascinazione (e dai fatturati intravisti) della moda, cominciarono ad uscire testi di gente che come domicilio aveva il braccio della morte di qualche penitenziario. Nel ventre della bestia, o prim'ancora il Capote col suo A sangue freddo, non sono che due pallidi esempi.
Voglio arrivare a dire questo: lasciando perdere l'eterna meraviglia di gente del calibro di Eco, che sembra essersi svegliato ieri mattina (di grazia, cazzo ha fatto nel frattempo ?) e della sua degna compagnia, è palese che quella è diventata terra di nessuno. Nessun argine, nessun dubbio ideologico istillato da chi ne avrebbe gli strumenti (e la funzione ? diciamo, sociale ?). Il ruolo della cultura ha una qualche responsabilità in questa deriva ? Il paradosso tutto italiano è che siamo capaci di trasformare in occasioni di business anche le disgrazie.
Non ci vuole un sociologo per capire che come le maree di Mont Sant Michel, si sono ritirati buoni buoni tutti, salvo apparire (sempre dopo) in tv, nei talk-show che cavalcano l'onda emozionale degli efferati eventi, per recitare ognuno le proprie discolpe. Napoli in questo senso rivela, ad occhi disincantati, tutto il suo potenziale di un inferno prossimo-venturo. Il teatro nel quale come per partenogenesi si stanno instaurando nuovi e terribili modelli di convivenza sociale. Ha ancora un ruolo la cultura ? La letteratura ? O è cosi che vanno le storie degli uomini ? E si avverte la mancanza di un diario di un giovane gangster per aiutarci a capire ? E soprattutto, vogliamo veramente capire ?
Rallegriamoci per intanto che la ruggine sia confinata, circoscritta a porzioni di territorio dal quale siamo debitamente distanti. Senza anticrittogamici efficaci la ruggine dilaga, come in autunno. E sarà un caso ? E' proprio questa la stagione che segna il decadimento delle foglie.
Pubblicato da: cletus - 19.11.06 10:07
Bart, non direi scelta salomonica.
Piuttosto: una scelta giusta e basta.
E' una gran bella foto.
E' un gran bel pezzo, da piccole "Iene". Me lo sono proprio gustato.
E l'impaginazione che hai scelto è ottima.
@ PERPLESSO
vuoi mettere 45.000 diavoli
contro
65.000/70.000 diavoli se non fossi calvo...
Saviano, poi, con la calvizie che ha, avrà sì e no 30.000 (al massimo, 35.000) follicoli ancora vivi: insomma, che qualcuno gli regali uno shampoo ristrutturante e delle fiale di Crescina. :-D
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 19.11.06 10:24
@ CLETUS
Ma lascia in pace Umberto Eco, o rileggiti il "messaggio/dichiarazione" nella sua versione integrale. Che se vuoi, la trovi la relata refero anche da me, basta che spulci negli archivi...
Anzi, eccoti il plink diretto:
http://www.biogiannozzi.splinder.com/1161448710#9637094
Meglio parlare con cognizione di causa: il point blank non è una bella cosa. Non trovi?
Hai provato a farti un giretto in San Salvario (Torino), in Via Prè (Genova), in periferia a Milano, a Palermo. Prova. E che ci provi pure Saviano, soprattutto lui invece di credere che Napoli sia il grande canchero italiano. Perché le metastasi sono un po' dappertutto.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 19.11.06 10:30
Grazie, Giuseppe (davvero: non si sa mai come fare: quando si prendono delle decisioni bisogna mettere in conto, sempre, che per qualcuno non sono le migliori):
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.11.06 10:32
Jannozzi, duole vedere che non hai capito. Tiro in ballo Eco come epigono di quella genia di intellettuali che si indegna "a orologeria". Come se la realtà citata da Saviano fosse nata, appunto, "solo" con il libro di Saviano. Eludi, piuttosto, o me ne dai riconferma del sostanziale "defilamento" dell'intellighenzia, a fronte di ciò che sta accadendo, ma che ha origini ben più "anziane" e meno attuali. Quanto al tuo invito ad un giretto nei quartieri ghetto delle varie metropoli italiane, posso rassicurarti: stiamo messi benino anche qui a Roma.
Si parlava di Napoli, in ogni caso, mi pareva…o sbaglio ?
Pubblicato da: cletus - 19.11.06 10:48
@ BART
Sai caro Bart, c'è sempre chi la vuol cotta e chi invece cruda. :-) Questi giovani moderni. :-) Tanta pazienza ci vuole. ^____^
Un forte abbraccio, quello di sempre
@ CLETUS
Leggi bene, perché tu scrivi: "Come se la realtà citata da Saviano fosse nata, appunto, "solo" con il libro di Saviano..."
Io nei commenti qui e anche da me - perché li ho organizzati in un post - DICO INVECE LA REATA' DI SAVIANO. E' la sua di realtà.
La realtà è un'altra cosa a Napoli e in qualsiasi altro dove. Non è soggettiva né parte di una fiction.
Saviano ha la sua di realtà.
Comunque, felice d'essere a orologeria: non credo infatti che Saviano corra un vero pericolo immediato, giacché gioca maggiormente su di un piano di fiction più che su uno realmente reale.
Ciao
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 19.11.06 12:25
@ CLETUS
Giusto: Roma. Dio, in certi quartieri non ci entrerei manco accompagnato dalla polizia.
Per dire: Napoli non è il Far West di Saviano.
E per dire: tutta l'Italia è paese e un po' far west.
Torno alla "Gerusalemme Liberata" prima di pranzo: il sublime Torquato Tasso è sempre sublime e stuzzica l'appetito. Poi nel pomeriggio... non t'interessa. ^____^'''
Ciao ciao
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 19.11.06 12:29
Prima di tutto i miei complimenti a Bart: bella intervista.
Poi mi viene una considerazione, leggendo la china degli commenti: siccome il casino c'è da ogni parte, il casino di Napoli è fisiologico.
No, non sono d'accordo. Il casino che c'è a Napoli non c'è in nessun altra città d'Italia.
Per trovare qualcosa di simile si deve fare un salto a Odessa o a Tiraspol: residui incontrollati della caduta del comunismo. Zone senza Stato; esattamente quello che succede a Napoli.
Non ho letto Gomorra, prima o poi lo farò, e quindi sullo scritto di Saviano non posso dire nulla, ma che Napoli (e zone limitrofe) sia oramai fuori controllo è un dato di fatto.
Da questo dato di fatto partirei per cercare di recuperare la situazione; ché la situazione è da recuperare.
Per il resto d'Italia è altra storia: se mescoliamo tutto si arriva al solito 'cambiamo tutto per non cambiare nulla' oppure ai clamori estivi, montati da giornalisti cazzoni e che non avevano null'altro da fare, sui fatti di Brescia dipinta come un territorio pericoloso. Balle! Che ci vivo e so com'è la situazione e posso affermare, senza tema di smentita, che non è vero che Brescia ha gli stessi problemi di Napoli.
Come non è vero che li ha Milano, o Torino, o Roma, o Bologna. Ci sono dei problemi: ma sono DIVERSI.
Prendiamone atto e ammettiamolo: sarebbe già un primo passo.
Buona serata. Trespolo.
Pubblicato da: Trespolo - 19.11.06 16:28
Carissima Francesca,
è ormai tempo che ti considero una delle migliori firme del giornalismo napoletano ,penso che questo tipo d'intervista debba essere un modello per i tanti giornalisti-tromboni che girano nelle segreterie dei partiti,firmando veline in-ginocchio. Ciononostante un soggetto come te è "costretto" a girare in rete (che non è un male)per poter pubblicare:come vedi, anche tu sei vittima della città plebea,non accetti raccomandazioni e arriverai "da qualche parte"solo coram populi, ma ti ci porteremo noi lettori vedrai. Ciò detto,entro a "Piedi uniti" sull'argomento,allegando la mia lettera,pubblicata da Corrado Augias(11nov2004)che, con orgoglio mi fa rivendicare una preveggenza storica sull'argomento. E poi:Saviano romanza la cronaca? Spettacolarizza l'evento? Fa una sceneggiata letteraria? Cari signori, ma dove vivete? Me ne fotto altamente del mezzo:voglio il fine! Si parla della Bagdad occidentale! Ben venga la catarsi mediatica,lo sputtanamento:così non si può andare avanti. E non cerchiamo di delimitare i confini:Napoli va da Castellammare a Mondragone e trascina nel suo magma una Campania bellissima e dolcissima. Poi c'è la contraddizione culturale "...se non fosse così a Napoli non si produrrebbero i "fermenti"...", puttanate! Andiamo un po'in giro, andiamo a Giffoni, a Caiazzo e possiamo citare mille altri fermenti culturali che non hanno bisogno dei lazzari contrasti di "Curziomalapartiana" memoria per essere vivi. GRAZIE FRANCESCA . A SEGUIRE LA LETTERA A "LA REPUBBLICA" RIPETO 11NOVEMBRE 2004
QUALCUNO LI DEVE AVVISARE
GENTILE CORRADO,
Sono un napoletano pentito, si pentito.
Per quasi cinquant’anni, facciamo di meno, almeno dai quindici anni d’età e quindi da trentacinque anni a questa parte, ho creduto in Napoli.
Ho creduto nella sua capacità camaleontica di sopravvivere e risorgere. Le sue storie sovrapposte di cadute e rinascite mi convincevano che gliel’avrebbe potuto fare.
Ricordo quel natale del ’75, quando Maurizio Valenzi sindaco pose la prima pietra della metropolitana: quel treno l’ho preso dopo vent’anni, avevo gia quarantasei anni. Ricordo il rinascimento di Bassolino, per quattro/cinque anni abbiamo dato colpi di sciabola micidiali al vecchio, alla staticità della politica: il cambiamento era la faccia di piazza Plebiscito vuota di macchine, tornata ad essere il monumento per cui era nata.
Poi, lentamente, la cancrena si è impossessata di un corpo malato dal terremoto dell’80.
Io ho un osservatorio privilegiato per leggere la città: il vetro del mio autobus che guido da ventitrè anni, e il film che mi passa davanti ogni giorno è la sequenza di un “Apocalipse new” continua, dall’esterno e anche dall’interno, dove come in un talk-show si susseguono i personaggi della società partenopea che cambia e le assicuro, cambia male. Il divenire di questa comunità è cupo, l’anarchia della legalità comincia dal non pagare il biglietto del bus, al prendere a calci l’autista se si è arrivati in ritardo. E a fare questo non sono i delinquenti comuni ma persone mediamente piccolo-borghesi, figlie di una società che è scoppiata. Persiste un livellamento in basso della comunità e la mia indignazione consiste nel fatto che non è possibile che solo pochi di noi si siano accorti di questo.
Gli intellettuali partenopei, che vivono tra Roma e Posillipo che tipo di società vedono?
Perché quando dei ragazzini lanciano della “merda” sul loro futuro (gruppi di ragazzi hanno realmente lanciato dello sterco sugli autobus scoperti che fanno la visita guidata dei monumenti) non aprono un dibattito permanente anche a livello nazionale su questa meravigliosa Bagdad occidentale da salvare? Quando dico ai miei colleghi che le truppe italiane devono venire via dall’Iraq per essere inviate a Napoli non sorridono ma annuiscono pensosamente.
I “Maitre a penser”napoletani amano i salotti buoni della Fnac o della Libreria Feltrinelli, e qualche invito da Costanzo dove continuano a vendere mandolini e pizza.
Napoli è ormai questo: da un lato i fermenti culturali delle piccole nicchie cult, con gli eventi e l’offerta culturale per i turisti e i pochi intimi delle aree piccolo-borghesi dell’intellighenzia social-solidaristica (se vuole, amico mio, non medio coi termini e dico esplicitamente:la sinistra), dall’altro la maggioranza “rumorosa”, la società B, quella sottoproletaria e destrorsa, quella che applaude ai cento disoccupati che occupano manu-militari ogni giorno la città, quella che continua a comprare le schede Sky taroccate, la macchina di traverso in pieno giorno, con vigili impauriti di fare il loro dovere perché se “identificati” possono essere aspettati sotto casa e picchiati dal primo violento, che si fa “giustizia al contrario”, da se.
I ragazzini di tredici anni col coltello, di cui la “Rosetta Iervolino” voleva vietare la vendita:ancora pulcinellate. Gli improperi dei centauri col motorino, gente anche “per bene” a cui è schizzato il cervello e che se non ti togli dalla scia ti tampona e ti dà cazzotti nel vetro della macchina.
Secondo lei c’è differenza tra lo sgozzatore iracheno ormai classico e quel padre con la figlia che va a vendicare il furto del motorino non “semplicemente” sparando al ladro, ma finendolo a terra col colpo di grazia? Non mi si parli di caso isolato, è solo un seguito eclatante dei tanti accaduti non meno feroci.
Allora, e rivendico come italiano il diritto di usare questa frase, “mi consenta”, eccellente Augias di pentirmi di essere stato napoletano, me ne vado. Non la rivoluzione, ma le riforme, se le facessero loro, io sono stanco, chiedo asilo in qualsiasi altra città dove il vivere non sia sopravvivere.
Con profonda stima e ringraziandola sempre di esserci nella società italiana con la sua nobile indignazione la saluto affettuosamente.
Francesco Di Domenico
P.S. Come potrà evincere dalla “proprietà” del documento, questo è stato prodotto oltre una settimana fa, nel frattempo abbiamo perso il conto dei morti e dei casi di violenza che hanno poi scatenato varie firme di “Repubblica” in dibattiti e menate di conseguenza e che, seguendo i tempi della pubblicistica finiranno appena si concluderà la guerra di camorra. Nella ipotesi di pubblicazione la prego di omettere la firma, non ho ambizioni pubblicitaristiche ne manie suicide.
Pubblicato da: Francesco Di Domenico - 19.11.06 20:43
Prima alcune precisazioni, non ho letto Gomorra e di Saviano non ho seguito per intero la vicenda, mi mancano i contorni di questa come di altre storie, ho visto però un paio di settimane fa la puntata di "un giorno in pretura" sul caso di Annalisa Durante, ragazzina (ma forse già abbastanza donna) uccisa per sbaglio durante un agguato di camorra, Forcella, Napoli.
Ho qualche domanda, ingenua ma credo legittima, vi prego di rispondermi anche se il post diventerà vecchio:
Le considerazioni su Saviano-uomo, Saviano-autore, Saviano-vittima contano più o meno del tentativo lucido di analizzare i fatti?
Quando verrano fuori i limiti oggettivi e reali del tentativo di risolvere il problema "camorra" in particolare, e quello della malavita organizzata in generale?
Cosa ha fatto scattare le coscienze e discutere il problema? Il numero di morti? il libro di Saviano? Lo scandalo di un elenco dettagliato e reale di morti che infrange l'assuefazione di chi in luoghi come Napoli, Palermo e anche le periferie da voi citate sopra, ci vive?
E l'impressione, così a naso, vostra, è di una reale intenzione di ricerca della soluzione al problema?
Per me l'importante non è avere un'opinione in merito, magari spinta dal senso di solidarietà che mi accomuna a una persona perseguitata dalla malavita, o magari un sentimento di qualsivoglia rivalsa sulle verità nascoste. Mi accontento di capire e per farlo ho bisogno di elaborare e produrre domande, tra le quali possono trovarsi quelle che tireranno fuori risposte esaurienti. Lo spero.Grazie. A chi risponderà e al signor Di Monaco per il post dell'intervista.
Pubblicato da: Benny profane - 19.11.06 21:30
Quando ho letto questa intervista, mi sono reso conto che ci sono scrittori che offrono un punto di vista articolato della situazione napoletana, poiché ci vivono ogni giorno. Io non vivo a Napoli, ma alcuni nostri lettori sì. Allora ho desiderato aprire un confronto più largo, in modo che si potesse trovare un qualche punto di contatto tra le varie analisi, per capire meglio, noi che non viviamo a Napoli e ne sentiamo parlare da lontano, e i napoletani, che si trovano costretti a vivere una realtà confusa e in continua ebollizione.
C'è, tra gli intervistati, anche chi rimprovera al libro di Saviano (che io non ho letto) una specie di enfatizzazione e fascinazione del fenomeno mafia. E' così? Che differenza c'è tra il libro di Saviano e le inchieste di Siani, ad esempio?
Insomma, l'intervista potrebbe aiutarci a capire, con il concorso, non solo dei 3 autori che l'hanno rilasciata, ma anche di noi lettori, specialmente se siamo lettori napoletani.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.11.06 22:53
Ha fatto benissimo e la ringrazio dell'opportunità
Pubblicato da: Benny profane - 19.11.06 23:49
bella la foto. chi è? 'o femminiello d'o quartiere sanità?
minchia!!!
:-)
Pubblicato da: sevenent - 20.11.06 00:16
Problemi diversi ma non per questo meno GRAVI E PERICOLOSI.
Mondadori aveva dei soldi da investire, su cui scommettere, diciamo così. Ha scommesso su Saviano. L'ha pubblicato. Il libro: metà finzione, metà realtà. Le fonti, perlopiù riprese da altre pubblicazioni. Essendo che è stato pubblicato da Mondadori "Gomorra" è arrivato all'occhio della Camorra anche, che si è incazzata. Difatti, se il libro l'avesse pubblicato un editore più piccolo, probabilmente non sarebbe stato nemmeno notato. Ma Mondadori è grande e anche chi non legge alla fine legge. E allora la Camorra ha minacciato Saviano. Il libro è diventato un caso solo per questo motivo, pur essendo scritto bene, ma non contiene NESSUNA grande verità che già non si sapesse da tempo. Se un merito c'è quello è dell'Editore che essendo GRANDE, MOLTO GRANDE, ha distribuito il libro in ogni angolo, presentandolo a concorsi ecc. ecc. Insomma, poi a Napoli le voci corrono, e al battage per il lancio del libro è seguito quello dei napoletani. Ma Mondadori è per l'appunto un editore, non un rivoluzionario. Il libro di Saviano ha avuto successo, in Mondadori non possono che esserne contenti: investimento riuscito. E poi Saviano che appare come sceriffo con je accuse sparati a bruciapelo dalle colonne de L'Espresso: un po' fa pena, perché non si rende conto d'essere strumento inconsapevole nelle mani dei mass-media. O forse sì e sta allo gioco. Però il sospetto è che alla fine gli convenga in ogni caso: tanto adesso è sotto protezione.
Il libro non ha cambiato niente: non è LA PRATICA.
Chi invece si adopera anche solo per mettere in galera un ladro, grazie all'indulto se lo ritrovo a piede libero. E a quel giudice magistrato poliziotto che arrestò il delinquente non gliene danno di scorta, solo una risata in piena faccia.
Be', stop. Tutto qui, in breve, per quanto mi riguarda. La mia opinione, criticabile, e basta. Sempre a dover mettere puntini sulle "i". Uffa. :-)
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 20.11.06 07:31
Se posso...
Mi spiace stancarvi, ma spero sia chiaro a tutti come lo è per me che questa discussione non avrà fine e se dovesse subentrare all'interesse la noia, e di quella noia saranno causa i miei interventi, me ne scuso anticipatamente e fate finta di niente, però...perché preoccuparsi tanto di quello che è successo alle spalle della produzione del libro? Perché insistere sul successo economico del libro? il problema non è un altro? "Ci" preme cercare la soluzione piuttosto che pubblicare realtà e informazioni che già si conoscono? C'è in ballo una discussione o no? Ci sono proposte? C'è da criticare, dal momento che la questione è andata oltre il libro, l'efficienza della soluzione adottata dal governo attuale?
A Napoli ci sono persone che se ne preoccupano, una su tutte si chiama Luigi Necco (ex giornalista sportivo, nonché giornalista di cronaca nera e adesso opinionista, se così si può dire), colui che il sottoscritto, vissuto e vivente nel mito del giornalista "corsaro" che sa, ma non ha le prove, reputa la persona più vicina alla figura di intellettuale. Questa persona ha pochi minuti a sera in una emittente campana conosciuta per valutare le diverse decisioni effettuate dalle amministrazioni e "ragionare" sull'effettiva validità delle stesse. In una parola prova a tutelare con l'esperienza le migliaia di persone, e sono migliaia se non milioni, che non possono/sanno seguire le conseguenze delle riunioni delle giunte: provinciale, comunale, regionale.
Ora, una domanda, legittima a questo punto:cos'è Roberto Saviano? E cos'è rispetto a Luigi Necco?
E perché altre persone di "intelligenza", che a differenza della gente comune, potrebbero far sentire la propria presenza di coscienza critica non si espongono?
Sapete cosa sarebbe davvero interessante? testare l'italianità di ogni napoletano. Immaginate, uscire per strada e registrare le risposte alla domanda se ci si riconosce o meno appartenenti allo Stato Italiano, a quelle facce che si vedono in Tv o in campagna elettorale. O se loro si sentono di rappresentare sì Napoli, ma anche l'Italia. Vorrei proprio vedere...
Scusate.
Pubblicato da: Benny profane - 20.11.06 09:58
Iannozzi, scusa, tu hai invitato me a leggere. Ma tu lo fai ? Hai letto la lettera, poco sopra, di Francesco Di Domenico ? Parli di conseguenze dell'indulto. Perfetto. Ma che possibilità si offrono a chi esce dal carcere ? Lavoro ? Re-inserimento ? Chi ci dovrebbe pensare ? Quale tessuto civile è pronto a riaccoglierli ? E' come la figura mitologica dell'Idra, quella alla quale, pur tagliandole una testa, gliene crescevano altre nove. Facile gridare allo scandalo restandosene comodi (non dico a te) dietro ad un monitor, confortati dal calduccio della propria cultura. I nodi sono questi. E' la totale latitanza di un progetto, a generare questo stato di cose, a far si che disgraziati si assommino a disgraziati (penso alla benevolenza pasoliniana nei confronti dei celerini a Valle Giulia). Lo sconforto di un uomo di legge, a fronte della latitanza dello stesso stato che è pagato per difendere, è grande quanto quello di chi si vede si, aprire le porte del carcere, ma non ha nulla, e sottolineo nulla, per potersi reinserire. La violenza si riforma per partenogenesi, intanto noi (si fa per dire) continuiamo a discettare di premi (o casi) letterari, o ad aprire musei e a ripavimentare Piazza Plebiscito.
Pubblicato da: cletus - 20.11.06 10:00
Cletus, non mi fare il moralista: tra l'altro ti riesce male.
Allora: la PRATICA. E' quella che manca la PRATICA.
Le parole non servono. Non più.
Adesso è compito dello Stato fare contro la Camorra.
Ne sarà capace?
Ai posteri la sentenza.
Chi è stato messo fuori a seguito dell'indulto, dopo due ore ha diritto di rompere i coglioni, di tornare a delinquere? Perché, se non te ne fossi accorto, è proprio quello che è successo.
E che continua ad accadere.
Quindi, per favore, risparmiami le favolette perbeniste: ed entra nella realtà.
Per mettere i puntini sulle "i": QUESTO INDULTO E' UNA CAGATA PAZZESCA. UN DANNO ALL'ITALIA E ALLA GIUSTIZIA.
Io penso che ci sono tantissimi disgraziati a questo mondo, ma tra chi ha stuprato e ammazzato e chi invece per colpa d'una società ingiusta ha continuato a vivere da disgraziato, scusa, ma la precedenza la "dò" a quelli che non hanno un carcere alle spalle che gl'è stato tolto per effetto dell'indulto, e non perché hanno pagato i loro errori. La differenza fra pagare per i crimini commessi e l'indulto dato a cani e porci è enorme.
Poi, ci sarà pure qualche povero cristo, non dico di no: ma a quanto ne so, i poveri cristi sono mosche bianche.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 20.11.06 10:24
"e non perché hanno pagato PER i loro errori".
Mancava quel PER, essenziale.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 20.11.06 10:26
@ Benny Profane.
"Cos'è Roberto Saviano? E cos'è rispetto a Luigi Necco?"
La mia risposta: Luigi Necco un grande giornalista napoletano che appartiene alla vecchia guardia e che sa sviscerare i fatti analizzandoli bene, indipendentemente se si è d'accordo con lui o meno.
Necco, ha un'età anagrafica e questo significa tanta esperienza, gavetta sul campo, tanto inchiostro, tanti articoli, oggi tanta televisione.
-Roberto Saviano. Un ragazzo di 28 anni, ambizioso che rispetto a Necco, per una questione di età ha un escursus diverso. Una penna discreta. Una buona cultura. E' acuto e intelligente ma discutibile nelle sue scelte anche promozionali di sè stesso, della sua immagine e del suo libro. (Tutti siamo discutibili, ma siccome sui giornali c'è lui, siam costretti a parlare di lui e a dar voce a chi non è considerato pur avendo scritto dei testi migliori di Gomorra, quanto meno da un punto di vista 'etico' dello stile adoperato.
Incontri 'felici' per Roberto, cioè di persone che hanno visto in lui la capacità di scrivere un 'qualcosa' sulla quale e attraverso la quale fare denaro. Il fine giustifica i mezzi. Unica piccola grande differenza: a parità di argomento di libri che sono usciti sulla Camorra nello stesso periodo di Gomorra, gli altri autori citati nell'intervista e cioè: Massimiliano Amato, Bruno De Stefano e vi aggiungo qui, Isaia Sales con il suo "Le strade della Violenza - malviventi e bande di camorra a Napoli" edito per i tipi de L'Ancora del Mediterraneo, non usano doppi e tripli livelli linguisici-tecnico-narrativi. Ovvero, o si tratta di saggi, o di pamphlet o di raccolte cronologiche di atti di cronaca nera e giudiziaria, citando accurantamente le fonti, perchè atti pubblici, perchè articoli di giornale già usciti, perchè bene o male argomenti che già si sapevano. Tutti hanno scritto, e molti sono scrittori per professione, cioè vivono di libri e carta e non solo per piacere o seconda attività; altri sono giornalisti che di cronaca giudiziaria e nera ci vivono, ma non hanno tradito il patto col lettore: cioè, hanno mantenuto la coerenza del registro narrativo dalla prima pagina sino all'ultima. La scelta, non solo di Roberto, perchè contro la persona non ho nulla, ma anche del suo editor è stata quella di fare "un mischiafrancesca", un'insalata mista e russa al contempo. Si potevano scrivere le stesse cose dandogli una suddivisione tecnico-stilistica migliore, diversa, più idonea. Si poteva far camminare il libro e le sue parole. Vedete, la Mondadori, proprio perchè è questa mastodontica casa editrice è obbligata a fare un best seller all'anno (anche più di uno se vi riesce) e questo di Roberto è stato individuato come quello su cui puntare nel 2006. Tra le altre cose, una cosa che non convince è che: una persona minacciata di morte (non tanto per il libro ma per il suo atteggiamento in pubblico) e che vive sotto scorta, non sta in pagina su l'Espresso una settimana sì e una no, tanto per intenderci. Ho conoscenze, giornalisti e scrittori, che quando sono stati minacciati di morte e sono stati sotto scorta, proprio per una questione di sicurezza, non hanno fatto baldoria. Qui, ci troviamo dinanzi un caso mediatico che sta facendo fare tanti soldini alla casa editrice, e aumentare le vendite de l'Espresso. Buon per loro ma 'cà nisciuno è fesso, come si dice a Napoli.Tra l'altro, nell'ultima copertina de l'Espresso dal titolo:"Dove Eravate", il grafico ha ben pensato di rifare il lifting alla bocca di Roberto, facendogli una boccuccia a cuore e modificando leggermente i lineamenti del viso,ingentilendo la sua normale truce espressione da 'duro', pessima scelta. Tutto ciò a me fa ridere. Se Roberto sta vivendo nascosto da qualche parte, allora devo supporre che o le copertine de l'Espresso sono frutto di abili fotomontaggi o che ovviamente, per stare in copertina, e sarà così, Roberto è consenziente. Alla fin fine, il tutto si riduce ad un'operazione di marketing, impostata ad arte, che ha fatto sì che la Mondadori vendesse più di 300.000 copie e giungesse alle XII° edizione del libro da maggio sino ad oggi (chiamala scema).
Tutti comprono Gomorra. E' naturale, ma io vi invito sempre a confrontarvi con gli altri testi, perchè Gomorra gioca anche sull'invenzione e il romanzare a differenza degli altri che quello è e quello è stato, ed è importante sapere e consocere le cose esatte alla base, soprattutto per chi non è campano. Poi ognuno è libero di pensare che Gomorra sia il 'must' dei libri. Alcuni miei colleghi, quando gli è stato chiesto di scrivere di Saviano sul nazionale, si sono rifiutati dinanzi ai loro capi, perchè scriverne significa anche continuare a fare il gioco della Camorra, se non per un verso, per l'altro. Io sono una freelance e ho sentito la necessità di far parlare anche le altre 'voci', quelle fuori dal coro, è stato questo l'impulso che mi ha spinto ad individuare i tre personaggi del pezzo di cui sopra.
Ringrazio VOI TUTTI per la partecipazione al dibattito.
Francesca Ferrara
Pubblicato da: Frannie- B-inK Lady - 20.11.06 11:25
@ FRANCESCA
Col tuo permesso, Francesca cara, vorrei estrapolare l'ultimo tuo commento per portarlo sul mio modestissimo blog: in pratica QUOTO TUTTO QUANTO HAI DETTO.
Giuseppe
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 20.11.06 12:51
E'un commento pubblico, puoi e poi dopo aver pensato a questa intervista sarebbe incoerente nascondere il mio pensiero.
Pubblicato da: Frannie- B-inK Lady - 20.11.06 13:01
ma quando si dicono certe cose, come fai tu,come in quest'ultimo commento, cara Francesca, e poi le rileggi, non provi un pò, giusto un briciolo, di vergogna?
effeffe
Pubblicato da: effeffe - 20.11.06 13:06
La Nuova Commissione Antimafia: AGGHIACCIANTE
www.riberaonline.blogspot.com
Pubblicato da: freesud - 20.11.06 14:12
@effeeffe
Se provassi vergogna non avrei pensato alle voci che per Napoli hanno fatto tanto e non sono considerate. E poi perchè mai provare vergogna solo in quanto mi distacco dal coro con gli occhi bendati? Non è forse un diritto costituzionale esser libero di esprimere il proprio pensiero? Uno dei motivi per cui sono nati i blog, non è forse basato su ciò che si tramuta nella possibilità di confrontarsi? E allora che ben venga la discussione.
In base alle tue parole, tutte le persone che non approvano certe modalità di divulgazione si dovrebbero vergognare. Io mi vergogno solo quando non ho il coraggio di esprimere la mia o se riconosco di non essere stata corretta in qualche mia azione ed aver leso qualcuno, non quando sono in buona fede e tantomeno se mi preoccupo di andare oltre le apparenze e sentire le voci, di scritture molto più mature, con cognizione di causa, ed esperienza sul campo, rispetto all'autore di Gomorra. Tutto qui. E' un mio parere personale che non uccide nessuno, non fa male a Roberto Saviano e nè tantomeno alla Mondadori. Loro continueranno sulla loro e per la loro strada e cioè in termini quantistici: a vendere copie che equivale a denari-ricavi e per i giornali far uscire qualche articolo di cui magari non sapremo mai se durante l'editing era stato escluso oppure è stato commissionato successivamente per tirare più pubblicità. Questi son segreti di 'cucina' che sanno solo Roberto e il suo editor.
Quale è il problema di questo rimprovero? Forse, dispiace che io abbia una chiave di lettura diversa? O forse perchè sono napoletana e che è tale l'"assillo" sul territorio che, nell'ultimo mese, i passanti che ho incontrato, in mano avevano un unico libro appena acquistato o da Feltrinelli o da Fnac e cioè, Gomorra e gli altri testi sullo stesso scaffale che parlano di Camorra e altrettanto validi non sono neanche letti per quarte di copertina? Io non sono di quelle tra i quali, mette Roberto su di un piedistallo; anzi, se sapessi dove sta di casa ora, lo andrei a trovare e gli domanderei:"Ma ne valeva la pena vivere una vita d'inferno sotto scorta? Il gioco, valeva la candela?". Forse, visto il risultato di tale eco, immagino di sì, almeno sotto il profilo monetario ed economico. Per me Roberto è una persona intelligente e non è un ingenuo neanche come autore, per cui, qualora leggesse queste mie parole, sono convinta che non avrebbe nulla da ridire sulla mia analisi anche perchè, si può mai negare che faccia parte di una verità oggettiva e del risultato di un'operazione di marketing della casa editrice studiata a tavolino che non fa una piega, che tra l'altro, è sotto gli occhi di tutti, e per tutti, intendo tutto il territorio nazionale, al di là delle capacità di scrittura di Roberto? Non mi pare di aver fatto chissà quale scoperta già nota, è così e si sa. Un amico che lavora in uno dei giornali che servono da bollettino della Camorra su Napoli mi ha detto:"Da cinque anni, oramai, la Camorra non avverte più. Se ti vuole uccidere, ti uccide".
Oggi, Roberto vive o si dice che viva sotto scorta(perchè a questo punto, una cosa è la vera realtà dei fatti e un'altra è quella che si vuole far credere e far passare per tale). Un domani, quando tutto sarà finito e quando la Mondadori avrà trovato un altro personaggio su cui investire e quando su Roberto si saranno spenti 'le luci del palcoscenico', chi lo proteggerà più? Voi lettori che oggi tanto lo osannate e accusate me di non vergognarmi? La scorta? Io non credo...o lui stesso, che, per paradosso, nel frattempo avrà avuto modo di farsi il porto d'armi e diventare cintura nera di karate?
E di quale vergogna io dovrei nutrire o nutrirmi? Forse di quella di dire:"Attenzione, una cosa è quella che passa e fanno passare i mass media e un'altra cosa, è quel 'meccanismo' che opera dietro le quinte. Io non sono tra i giornalisti che subito hanno dato un giudizio. Gomorra, è uscito a maggio, io dopo mesi di riflessione (che è ancora in corso), proprio in seguito agli ultimi accadimenti, ho pensato che necessitasse accendere un faro su altre modalità di racconto della stessa materia. E' dunque, l'essermi rimboccata le maniche, la mia colpa? La mia vergogna? Chiamare le cose e i fatti col proprio nome? Dare a Cesare ciò che è di Cesare?Io ho pensato alle domande da porre e sono responsabile per quelle e le delucidazioni che vi do del caso, eventuali chiarimenti e manifestazione del mio pensiero. I tre intervistati, invece, sono responsabili delle proprie, e che siate d'accordo o no, anche loro fanno parte e costituiscono l'opinione pubblica, e qui sul territorio sono oltre che delle persone con una notevole cultura anche dei nomi e delle firme importanti. Del resto, il testo è lungo proprio perchè non c'è censura.
Io non dico:"Andatevi a leggere tutti i testi che trattano di Camorra", invito solo a leggere quelli usciti nello stesso periodo e di trarre le rispettive conclusioni di cui non dovete dare conto a me, ma a voi stessi, per avere un panorama più chiaro dello sfondo di pensiero culturale che aleggia dietro ogni libro e una visione più limpida dell'attuale autore di punta della Mondadori, Roberto Saviano, che non ha scoperto l'acqua calda, ma ha posto l'argomento in modo diverso con l'ausilio dell'editore che, rispetto ad altri del settore, oltre a volerlo fortemente, ha anche i mezzi e le potenzialità per farlo. Io sono dell'idea che si è qualcuno o lo si diventa, oltre al proprio merito e talento, se c'è qualcun altro che vuole e desidera che si abbia successo. Roberto, ahimè, è strumentale a fini molto più grandi di lui e di ciò mi dispiace e sapete perchè?, perchè è giovane, e ad ogni età corrisponde una maturita che deriva anche dall'esperienza e perchè, quando si ha tanto successo al proprio esordio, da un'esperienza simile si può anche rimanere bruciati oltre che soli, eventualmente, come in questo caso(sopetto fortemente che sia così), perchè si ha paura di avvicinarsi all'uomo Roberto.
Pubblicato da: Frannie- B-inK Lady - 20.11.06 14:12
Faccio un po' di lavoro di editing sugli accenti, e poi metto on line a breve.
Grazie infinite.
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 20.11.06 14:13
@ EFFEFFE
E tu un po' tanta vergogna non la provi, non ne senti neanche il retrogusto in bocca? Invece di argomentare, inviti a tacere: complimenti. Proprio un bel modo di fare il tuo.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 20.11.06 16:51
Caro Profane, io sono napoletano, e ogni giorno che passa mi sento appartenere meno a questo "sistema", lontano dai miei schemi mentali e dalle mie ideologie. ma come tutti, purtroppo, mi ci devo adattare.
saluti
Pubblicato da: Moai - 20.11.06 18:50
Cara Francesca (o Francesca Stefania? Chi può dirlo?) Ricordando i tuoi brillanti e illuminanti interventi sul blog giuliomozzi, a proposito dell’intervento delle truppe italiane in Irak, paese in cui, come tu auspicavi e come tutti hanno potuto verificare, è stata portata la pace duratura e la democrazia ad un popolo ignorante (così tu lo definivi), ho capito che anche questa volta hai perfettamente ragione.
Hai ragione a mettere in dubbio il fatto che Saviano sia sotto scorta, anche se lo scrivono tutti i giornali, che magari avranno preventivamente verificato le informazioni (ma tu hai verificato quello che illazioni? Sai, se tu non fossi sicura di quello che scrivi, forse qualcuno potrebbe risentirsi. Sai, le parole scritte restano scritte, non volano.) Ma, come dicevo, io ho piena fiducia nelle tue parole, che diamine, è una free-lance che parla, è la persona che voleva portare la democrazia agli iracheni ignoranti, è una napoletana preoccupata dalla diffusione del libro di Saviano, una che darebbe a Cesare quel che è di Cesare, come hai dimostrato nel bellissimo commento al post di Stefania Nardini “Avventura di una giovane donna ucraina che non vuole fare la puttana”del 9 agosto, qui su Vibrisse: parlavi delle badanti nella tua famiglia, badanti straniere che vengono pagate meno delle italiane (si accontentano di meno perché non hanno il permesso di soggiorno e vengono sfruttate illegalmente dai benestanti italiani o perché sono di animo generoso? Propendo per la seconda ipotesi).
Hai anche mille ragioni a rimprovere Saviano di essersi messo in pericolo. Lui, però è una persona intelligente e capirà cosa gli stai dicendo (ma cos’è che deve capire? C’è un messaggio occulto? No, no, impossibile). Ma forse il tutto (mettersi in una situazione pericolosa?) fa parte di un’operazione di marketing, anzi è certo, secondo te. Eppure, contemporaneamente, metti in dubbio il fatto che lui sia in pericolo. Bene, cara Francesca (o Francesca Stefania?), io ti seguo in pieno. Se si vuole screditare una persona, è così che si fa. Chi crede di essere questo Saviano? Così giovane e così bravo e pure famoso. Non ti dico quanto rosico quando vedo tutti i ragazzi, anche qui a Roma, che leggono “Gomorra” sulla metro. Inoltre dici che se si scrive un pezzo su Saviano si fa il gioco della camorra. Oppure no? Comincio ad avere le idee confuse. Per seguirti ancora avrei bisogno di una dose, di quella buona. Casomai ci sentiamo più tardi.
Pubblicato da: Pamela Canali - 20.11.06 22:30
Wow, Pam, sei rispuntata come la Luna dal Monte: sai mi manca Pierangelo.
Eppur soffia. Eh Eh Eh
E non c'è niente da capire.
E altre cose così.
Ho un sonno... no, davvero.
Comunque, non credo agli Sceriffi. A nessun sceriffo.
Ora a me non interessa il passato di Francesca né le sue idee nutrite in passato.
Molte delle mie idee sono cambiate in un anno appena.
Ma io sono una carogna. Però me la rido.
Ciò che invece di tutto questo tuo parlare non mi piace è: "è una free-lance che parla".
Sono oltre l'ateismo, quindi inutile che strappi una bestemmia. Ma che diavolo di ragionamento è?
So di free-lance che sono andati a fare informazione nelle zone di guerra.
E so di free-lance che erano giornalisti e basta.
Quasi che un free-lance sia un ignorante senza le sue fonti. O un cane da prendere a calci in culo.
L'Irak faceva schifo prima, con Saddam, fa schifo adesso, forse di più: si è solo passati da una forma di tirannia a un'altra. Prima era Saddam, adesso Bush e gli irakeni al soldo di Bush - che non sa neanche cosa sia Google, tanto per dire d'una delle sue tantissime bellissime gaffe... pensava fosse uno snack o il suo bobby o il suo buddy; chi può dirlo!
Ma: che Saviano sia o no sotto scorta, cazzo!, in foto viene proprio bene. Se lo vedono a Hollywood sicuro che gli fanno un contratto nel prossimo western.
Aspetta: allora, c'è la scorta, diciamo 10 uomini - il minimo dieci, proprio pochi -, e i fotografi per Saviano che nel bel mezzo di Napoli gli ordinano di posare come una modella in passerella, click-click, e poi un altro click... Ma quanti diavoli di click: "A Robe', e statte 'nu poco fermo. Un rullino m'hai fatto partire."
Dunque se Saviano è sotto scorta i fotografi dell'Espresso sanno, forse non sanno dove si trovi Saviano esattamente, ma qualcuno sa come mettersi in contatto con lui. Chi? E se questo chi tradisse e dicesse ai camorristi? Io ho imparato una cosa in vita, dopo innumerevoli errori: non fidarsi mai e poi mai di nessuno, in nessun caso. Ma questo "Chi" può rintracciare Roberto Saviano, far sì che ci sia un set fotografico, con tanto di giornalisti-fotografi dell'Espresso, truccatori - vuoi che non ci siano i truccatori e almeno un parrucchiere?
Oddio! Ma sai che così ipotizzata la cosa fa tanto ma tantissimo b-movie, di quelli che sono proprio dei flop, come gli ultimi di Dario Argento.
Vabbe'.
‘Notte
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 20.11.06 23:58
carissimo Iannozzi, io vergogna non ne provo, affatto, o si, talvolta, se mi sbaglio, ma non è il caso qui. tanto per cominciare la foto di roberto è dal punto di vista estetico più bella di quella dell'autrice, ma mi direte voi, la colpa non è di nessuno, e sono d'accordo. due. il trittico degli intervenenti in questo post fa la parte di quelli "esclusi" dalla hit parade - così l'avete voluta interpretare voi la citazione di Saviano e non come l'esistenza di un gruppo di autori e fotografi che da dieci anni a questa parte lavorano sul territorio. Che in alcun caso afferma essere l'unico, dei gruppi, o degli autori impegnati sul territorio.
e potrei continuare per ore ma non ho il tempo e soprattutto non ne ho voglia, mi perdonerete.
La vergogna cui facevo riferimento era in quel commento- e l'ho detto e ribadito con uno scivolone sintattico(come fai tu,come in quest'ultimo commento) e dunque non rispetto al post che non solo non contesto, ma addirittura mi lascia indifferente.
In quel commento si dice e non si dice, quando invece sarei tra i primi a desiderare di dirlo e lo farò presto, soprattutto a roberto (ma non è nè una minaccia nè tanto meno una promessa- con i dubbi che ho su quello che i media si stanno fabbricando sulla pelle del mio amico.
E quando un amico mi dice una cosa, che ha la scorta, io gli credo. E me ne preoccupo
comunque fate finta che non ci sia mai passato qui, dimenticate le mie parole.
Complimenti a tutti e, dimenticavo gran bella fotografia quella che accompagna il post
francesco forlani alias effeffe
Pubblicato da: effeffe - 21.11.06 00:22
Effeffe Carissimo,
facciamo il punto: della foto o qui o altrove o in un qualsiasi altro conosciuto o sconosciuto dove, me ne frega praticamente niente. Quando dici: "la foto di roberto è dal punto di vista estetico più bella di quella dell'autrice", io vedo un atto gratuito di razzismo che si base sull'immagine; non a caso tiri fuori l'estetica. Complimenti e applausi. Comincia a meditare su quello che hai scritto. Fossi in te lo farei, fossi il gestore di questo blog t'avrei già cazziato di brutto in pubblico e non in privato.
Per quel che mi riguarda, al tuo amico Saviano Roberto puoi fare una relata refero delle mie parole, parole che troverà uguali uguali (senza errori sintattici) da me: E COME LUI HA LA SUA LIBERTA' IO HO LA MIA LIBERTA' DI STAMPA. Quindi, non mi tirar fuori la storiella della fattoria degli animali orweliani, tutti uguali ma qualcuno più uguale di tutti gli altri, perché non attacca.
Poi, impara a leggere: non ti si dice che non è sotto scorta, ma che lui dice di essere sotto scorta. Così pure dicono i giornali, però fa più apparizioni sui giornali lui di un Fred Buscaglione. O mi dirai che su l'Espresso c'è un simulacro e non il vero Saviano?
Alla fantascienza ho smesso di credere da troppo tempo. E m'interrogo, per quella LIBERTA' DI STAMPA E D'ESPRESSIONE che eppure c'è... E i puntini di sospensione qui servono eccome.
ciao ciao
Giuseppe Iannozzi
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 21.11.06 06:52
Iannozzi, la fotografia che compare sulla copertina dell'ultimo numero dell'Espresso, casomai non ti fosse proprio venuto in mente, è stata fatta PRIMA delle notizie di questi ultimi mesi, e anzi, ancora più precisamente, PRIMA che il libro uscisse, e anzi, ancora più nello specifico, PRIMA che il libro fosse scritto. Ma appunto, lo dico casomai non ti fosse venuto in mente.
Pubblicato da: piero - 21.11.06 08:43
Mannaggia! Non ci avevo pensato, Piero.
Beato Roberto: evidentemente c'è chi gli ha fatto tante fotografie prima delle minacce. Insomma, era in preventivo che potessero accadere delle minacce, e giù di foto, e "in pose hollywoodiane per giunta". E dev'essere un fotografo di tutto rispetto, proprio bravo: si vede, tecnica non da poco la sua. Accidenti: mi devo fare anch'io un amico fotografo, nel senso che me lo devo fare proprio, insomma hai capito. ^_____^
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 21.11.06 08:48
"L’idea di questa intervista incrociata, nasce dalla necessità di dare voce agli operatori culturali, nella fattispecie, scrittore, opinionista e giornalista e alla realtà delle cose valutate e vissute ‘dal di dentro’, ovvero, da chi vive e lavora nelle Napoli de L’Espresso, Bocca, Gomorra."
così comincia il testo ovvero con innanzitutto un'assimilazione espresso-bocca -omorra che non si giustifica per sè (che relazione esista tra bocca e saviano qualcuno dovrebbe dirmelo)e dal'altra- cosa molto grave- si fa una contrapposizione tra chi la città la vive "dal di dentro" e chi, devo presumere dal "di fuori".
Verità inaccetabile tanto più che Roberto ha fatto parte da anni dell'osservatorio sulla camorra, e sempre nell'articolo incriminato, si da la voce a delle persone come Braucci, tra gli altri, che di mestiere fa esattamente quello che l'articolista rivendica come interlocutore chiave.
I tre scrittori citati mi sembra non siano un esempio di chi si sporca le mani come per esempio il detestato dalla illuminata società delle lettere napoletana, Peppe Lanzetta. Uno che fa teatro con i ragazzi delle perdute periferie
L'articolista scrive :dai tiri dei cecchini dei boss della mala. " e perchè non Sniper?
"perché Napoli non è solo “munnezza” e criminalità"
e perchè non dire Napoli non è solo Saviano, affermazione leggittima. Infame è pensare che Gomorra sia solo monnezza e criminalità.
tre nomi e tre personaggi attenti all’attualità dei fenomeni che ringrazio vivamente per essersi sottoposti a questa mia iniziativa stile “IENE”
cara Francesca se ti comporti da Iena cosa vuoi che si faccia noi,le gazzelle? E comunque il passaggio da iena a sciacallo è breve.
La Cilento che credevo essere una lettrice della Ortese probabilmente avrebbe condannato Il mare non bagna Napoli ad essere bruciato sulla pubblica piazza essendo un testo che non fa sconti al male che inondava napoli.
e poi potrei continuare. ma scusatemi, non ce la faccio. ringrazio il gestore (i gestori) del sito nell'avermi permesso una qualche intemperanza, e saluto anche te Iannozzi, nella convinzione che non solo il contraddittorio non sia possibile (in psicoanalisi credo si dica dispositivo della proiezione) e dall'altra che i detrattori affilano le armi per fare le pulci a persone, e poco importa che facciano gli scrittori, così necessarie, come Roberto.
Per quanto riguarda poi il discorso del chi va e chi viene da Napoli, invito tutti a leggere la prima edizione di Sud, (45-47) che si apriva con essi se ne vanno da napoli. Vi si legge tra le righe che a fare paura non è la fuga dei cervelli ma quella dei cuori.
effeffe
Pubblicato da: effeffe - 21.11.06 11:09
@ EFFEFFE
Un saluto mai ti mancherà, perlomeno da parte mia, nonostante le nostre critiche posizioni diverse.
Su di una cosa però siamo tutti d'accordo: la Camorra è un male.
Che dovrebbe combattere lo Stato, come molto meglio di me ha evidenziato Umberto Eco, e che appoggio in pieno.
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 21.11.06 12:11
Nei commenti alla mia intervista, realizzata per la testata giornalistica alla quale collaboro, riportata su Vibrisse da Bartolomeo Di Monaco, noto che l’unica parola che si ricorda è ‘Gomorra’. L’intervista parla anche di altro. L’intervista si basa sul ‘caso Napoli’ nella sua totalità, questione sollevata agli occhi della popolazione nazionale dagli omicidi di camorra e quindi dall’emergenza criminalità e dal ‘caso editoriale’ di Gomorra. Nell’intervista sono citati anche altri autori e un altro libro la cui firma essendo di Giorgio Bocca per La Feltrinelli, all’epoca suscitò indignazione, perché di base non si accettò che il noto giornalista avesse uno sguardo rivolto solo al male che affligge la società napoletana “Il dramma di una città nell’indifferenza dell’Italia” è il sottotitolo di copertina. La scorsa settimana a Primo Piano su Rai Tre, era giovedì o venerdì scorso, sulla questione criminalità e i suoi collegamenti con la narrativa è stato intervistato Andrea Camilleri che ha detto una cosa sacrosanta che diceva più o meno cosi’:”Mentre in Sicilia la Mafia ha applicato una sua politica tale da non essere sempre nell’occhio del mirino dei media, a Napoli la Camorra si comporta diversamente. Napoli non in emergenza solo ora, ma lo è sempre stata, sono almeno 60 anni che è così”. Ecco perché io dico che in Gomorra non c’è nulla di nuovo di quanto non si sapesse già. E’ un dato di fatto, certo e conosciuto.
Una delle risposte esplicite, parlo di quelle recenti, a Bocca, è il libro di Michele Serio, ‘Napoli corpo a corpo’ che in copertina porta un bollino con su scritto:”La risposta a Napoli siamo noi di Giorgio Bocca”.
Io non ho scrivo di Roberto. L’intervista non è basata solo ed esclusivamente sull’effetto del libro Gomorra. L’operato di Roberto, è solo uno spunto per attraversare l’argomento in 10 domande nella sua globalità da più angolazioni. Lo spunto Gomorra, nell’intervista ha lo stesso peso dello spunto Napoli Siamo Noi e della Napoli Criminale. Spunti per dibattere. Dunque, non ho riportato nulla che faccia o si possa accusare di ‘far il gioco della Camorra’. Si tratta solo di informazioni e una raccolta di pareri di posizione diverse rispetto alla massa. E se si parla, inevitabilmente, di Roberto qui, su vibrisse, è giusto che tutti possano dire la propria rispettando le opinioni e le posizioni altrui.
In alcuni passaggi dei vostri commenti, leggo ‘la non accettazione’ e ‘la rabbia’ sul fatto che mi distacchi dall’accanimento a favore-sostegno di un fatto, oggettivo e reale, un fenomeno mediatico.
Anche altri autori napoletani, nella storia dell’editoria, hanno avuto le loro operazioni di marketing ma il business che ruotava attorno al testo, il bombardamento sulle copertine dei giornali, non diede fastidio a nessuno e sapete perché? Si trattava di romanzi, di testi liberamente ispirati e raccontati prendendo spunto dalla realtà ma usando un unico registro tecnico-linguistico e cioè quello dell’invenzione-romanzo.
Ricordo Certi Bambini, per Einaudi, di Diego De Silva, bellissimo testo, una realtà che ci appartiene fin troppo, il film meno, ma questa è una mia opinione perché non mi è piaciuto il montaggio e talune scelte del regista e l’esordio di Valeria Parrella con Mosca più balena per la Minimum Fax.
@ Giuseppe Iannozzi
Mi sono resa conto che vi manca un passaggio. Ad infastidire i boss del Male non è stato il libro in sé, né i premi che ha vinto perché si tratta di un percorso letterario dovuto e tenuto ad esserci quando c’è l’intenzione di adoperarsi per un volume pubblicato, ma bensì un atteggiamento, un comportamento adottato da Roberto pubblicamente sul palco di Casal di Principe il 23 Settembre 2006 in occasione dell’evento:”Le 4 giornate per la Camorra” http://www.wuz.it/Home/AnsaNews/tabid/65/newsid/12274/Default.aspx. La frase incriminata è questa:"Iovine, Schiavone, Zagaria, non valete nulla. Loro poggiano la loro potenza sulla vostra paura, se ne devono andare da questa terra".
Un atto azzardato dato che conosce la psicologia dei boss del ‘sistema’. Lui, però, è un passionale e per infondere fiducia alla popolazione del luogo si è fatto prendere la mano. Ad ogni azione c’è una reazione: la Camorra si è arrabbiata e lo ha minacciato. Adesso lui è sotto scorta e la società, una fetta, si è mobilitata per lui. Un po’ di notizie le trovate qui, in un articolo di Sara Sironi per Donna Moderna http://www.donnamoderna.com/attualita/media/idA034001014222.art. La foto che vedete è la prima che intercetto, con un Roberto finalmente sorridente.
@ Francesco Forlani.
E’ giusto sfoderare la propria spada in sostegno di un amico ma è sbagliato voler ricamare al negativo a tutti i costi sulle opinioni altrui. Quando si scrive un libro, soprattutto un libro che indipendentemente se sia scritto bene o male, parla di cose per cui la gente civile, gli innocenti, possono anche morire a causa delle pallottole vaganti durante i regolamenti dei conti delle bande (vedi Silvia Ruotolo (Salita Arenella) e Annalisa Durante (Forcella), informazioni che troverete ben raccontate e riportate nel libro di De Stefano, Napoli Criminale, si diventa personaggi pubblici. Ogni personaggio pubblico è soggetto a critiche positive e negative. Bisogna saperle accettare tutte per potersi mettere in discussione, per potersi migliorare, per poter riflettere e crescere, anche se non piacciono, anche se fanno male.
Ricordo una bellissima lezione di Roberto due anni fa a Febbraio 2004 a Milano sul rapporto tra la Camorra e i Mass Media. In questo, l’autore di Gomorra mi è maestro. L’evento fu organizzato da i tipi di Nazione Indiana e le info dell’epoca le trovate qui: http://www.ilprimoamore.com/testo_120.html
In merito, all’ultima immagine su L’Espresso, ripeto: non mi piace la scelta del grafico e mi sa di fotomontaggio. Io con le mie percezioni non do una certezza, ma solo la manifestazione dei miei gusti e delle mie idee in merito al ‘lifting’ e ritocco di photoshop o simili.
Per me, non gli dona. Tutto qui. Una bella foto per il Corriere Magazine è stata quella titolata in copertina “Lo Scrittore nel Mirino”
La mia foto è una semplice foto-tessera che mi è stata richiesta da Bartolomeo Di Monaco per esigenze di impaginazione. Il paragone non regge, mi spiace.
E Francesco, quando riporti, ma credo che per Roberto ci sia una postazione internet appositamente protetta, devi riportare tutta la discussione e non solo quello che fa comodo. Ma io Roberto lo reputo troppo intelligente per non saper valutare da solo il mio pensiero su un’oggettività delle cose, che tra l’altro, è solo quella parte che ai lettori, ci è concessa di sapere. Nel mio caso, lettore/cittadino. Ho già scritto precedentemente, proprio perché scripta manent’, che “non sono contro la persona” ma sono contro il fenomeno mediatico che vi gira attorno. Se si è a rischio, tutto ciò, non lo danneggia ancora di più? Parlo da un punto di vista umano.
@ Pamela Canali
“Cara Francesca (o Francesca Stefania? Chi può dirlo?) Ricordando i tuoi brillanti e illuminanti interventi sul blog giuliomozzi, a proposito dell’intervento delle truppe italiane in Irak, paese in cui, come tu auspicavi e come tutti hanno potuto verificare, è stata portata la pace duratura e la democrazia ad un popolo ignorante (così tu lo definivi), ho capito che anche questa volta hai perfettamente ragione”.
Grazie per il commento ironico che manifesta apertamente la tua simpatia nei miei confronti.
Ti faccio presente che è dal 2004 che sono a favore della presenza dell’esercito a Napoli come corpo militare ad integrazione delle forze dell’ordine locali. La presenza dell’esercito, almeno per me, non va in contrasto con un piano di istruzione e sviluppo sociale di cui si parla negli ambienti di sinistra. Lo scrivo qui, così come l’ho scritto a Repubblica.it in un commento firmato-il gionale dei lettori. Come me, anche tanti napoletani la pensano orientandosi verso una massiccia presenza ‘militare’ integrata, solo che le istituzioni che ci amministrano non sono d’accordo. Io guardo all’integrazione delle risorse e all’integrazione delle ‘intelligence’. Altri, son convinti che l’esercito non serva. Come si fa a dirlo se non lo si è mai provato veramente? Vallo a dire alle persone che abitano a Scampia , a Forcella, alla Sanità, gente per bene, che non ne può più e che manifesta il suo consenso ai colleghi che lavorano per le reti private e i giornali di quartiere. Informazioni che non vi raggiungono perché il circuito dei media è un network locale. La tua ironia, valla a sparare contro le ucraine che passano per la mia casa e di cui io ho riportato solo la testimonianza, senza inventarmi nulla, di ciò che loro mi raccontano nel loro italiano sbilenco, con gli occhi lucidi e a voce tremula perché nostalgiche, costrette a stare lontane da casa per poter sfamare i propri cari. Hai detto: ”Sai, le parole scritte restano scritte, non volano”. E’ vero restano scritte, allo stesso modo di come restano le tue con i tuoi ragionamenti che fraintendono quanto io dica e pensi, della mia libertà di espressione e di pensiero, diritto che a quanto pare, io per te, non sono degna di possedere: http://www.quirinale.it/costituzione/costituzione.htm ART. 21 Cost. “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.
Pubblicato da: Frannie- B-inK Lady - 21.11.06 12:29
@ per Tutti.
Mi è appena giunta in email la cronaca del giorno della 'sfida', richiesto ieri ad un amico, del 23 settembre 2006 a Casal di Principe.
L'articolo è uscito su Il Mattino del 24 settembre 2006.
Copio e incollo dalla mail:
TINA CIOFFO
Casal di Principe.
Per una volta sul palco a fianco dei politici, del presidente della Camera dei deputati Fausto Bertinotti, del presidente della Provincia Sandro De Franciscis, dell'assessore regionale Corrado Gabriele, erano stati invitati a salire persone del posto: Marisa Diana vicepresidente del coordinamento campano contro la camorra «Franciosi» e docente al liceo scientifico di San Cipriano; Valerio Taglione coordinatore del «Comitato don Peppe Diana» che da 12 anni, tenta ogni strada possibile per non far disperdere la speranza del cambiamento; don Tonino Palmese coordinatore regionale di «Libera». Uomini e donne che avrebbero voluto raccontare la quotidiana lotta alla criminalità e i continui sforzi per costruire una legalità di coscienze. L'ultima delle quattro giornate contro la camorra volute dalla Regione Campania, a Casal di Principe si è invece, difatti, piegata alla logica del cerimoniale. Nessuna visita di Bertinotti nelle scuole, e ai genitori di don Diana solo una telefonata. «Don Peppino cercava una parola necessaria come secchiata d'acqua sugli sguardi imbrattati - scrive nel suo libro "Gomorra", Roberto Saviano. Ma le parole in piazza Vittorio Emanuele, ieri mattina, sono suonate a vuoto. L'unico fremito, durante il dibattito moderato dal giornalista Fulvio Bufi, quando SAVIANO ha gridato invitandoli ad andare via i nomi di Sandokan e Michele Zagaria. Gli studenti dell'Itis Carli di Casal Di Principe, chiamati a partecipare solo all'ultimo momento, sono apparsi annoiati. Hanno a stento fatto le poche domande che i docenti erano riusciti a far preparare. Al quesito di Stefania C. «come e quando lo Stato pensa di intervenire per tutelarci?», non c'è stata risposta. «Siamo stati invitati alle 15 di venerdì, ma i ragazzi - polemizza il preside Salvatore Natale - non sarebbero dovuti diventare le comparse, invitati per non lasciare le sedie vuote. Il ritmo è stato frenetico e l'incontro con la scuola si è trasformato in un saluto da lontano». Per Taglione si è trattato «della solita manifestazione calataci dall'alto, la visita di chi crede di sapere tutto di noi, ma di chi in realtà in questo momento ha forse già dimenticato dove siamo e cosa facciamo. Sono venuti ad indottrinarci, noi volevamo rivendicare il diritto di averli a fianco nel cammino della cittadinanza attiva. Ci siamo trovati a fare le belle statuine». Gli fa eco Diana affermando «le esperienze in campo non vengono valorizzate». Critico anche don Carlo Aversano, parroco della chiesa del Santissimo Salvatore: «È stato incompleto negli argomenti e negli interventi».
Pubblicato da: Frannie- B-inK Lady - 21.11.06 13:53
Caro Giuseppe, non ho nulla contro i free-lance, anzi se voglio sapere cosa succede veramente nel mondo, in particolare nei luoghi in cui sono in corso conflitti, visito i siti di controinformazione, in cui penso scrivano giornalisti non legati a testate. Mi è sembrato, però, che la nostra giornalista considerasse il fatto di essere free-lance come un bollino di garanzia. L’unico bollino di garanzia che riconosco è l’onestà intellettuale, la ricerca sincera della verità, da parte di chiunque, giornalista o no.
Cara Francesca alias Francesca Stefania alias Frannie- B-Ink Lady (?), si, si, vogliamo i carrarmati anche al Gianicolo, così quando è mezzogiorno lo sanno fino al duomo di Milano, buttiamo tutti gli orologi e buttiamo la pasta! Che ci frega di centinaia di migliaia di morti, a cui è stata portata una democrazia e una pace eterna, dei bambini mutilati, delle bombe al fosforo, tanto noi abbiamo ‘o sole ‘o mare e ‘o petrolio per cucinare il sartù e i babà. L’esercito portiamolo pure a Capri, per fare un po’ di democrazia nei prezzi dei bar sulla piazzetta. Un carrarmato potrebbe fungere da chiosco, per distribuire granate al limone.
Cara Francesca, la tua limpida prosa mi fa un’effetto sconvolgente, forse anche per questo oggi tutti mi guardavano in modo strano. O sarà per la dose di ieri sera? Io ti parlo dell’occupazione militare in Irak, che hai lungamente perorato, ancor prima che avvenisse, con argomenti inoppugnabili, tu mi rispondi con una richiesta di esercito anche a Napoli. Ma di cosa stavamo parlando?
Io ti ricordo che le badanti straniere impiegate nella tua famiglia si accontentano (o piuttosto vengono fatte accontentare) di meno delle italiane, vale a dire probabilmente meno della paga sindacale e tu mi dici che devo sparare (sparare?) contro di loro la mia ironia? Perché mai? Mi parli dei loro occhi lucidi e della voce tremula. Anch’io piangerei se non mi dessero nemmeno la paga sindacale, senza considerare tutto il resto, contributi, tredicesima, ferie pagate ecc..
Non ti ho fraintesa cara Francesca, Francesca Stefania ecc., anzi ti ho intesa molto bene. Per me, guarda, puoi esprimerti e pensare a volontà, puoi farti scorpacciate di espressione e di pensiero. Io non ho il potere di censurarti, quindi il problema non si pone, si potrebbe porre a Mozzi o Di Monaco. Adesso, però, ho bisogno di qualcosa. Ci dev’essere quella boccia, quella che avevo predisposto per le crisi di astinenza. Scusa, devo lasciarti, vado a bere per dimenticare. Tu chiamale, se vuoi, opinioni.
Pubblicato da: Pamela Canali - 21.11.06 22:28
Ho il piacere di celebrare le nozze mistiche di Giuseppe Iannozzi, re dei rosiconi, e Francesca Stefania, riccioli di sciacalla...
Pubblicato da: Don Puglisi - 21.11.06 23:35
@ Pamela
Non ho capito a proposito di che ci dovrebbero essere problemi di censura.
Mi pare che l'argomento - che ho ritenuto interessante perché tre scrittori affrontano dal loro punto di vista i problemi di Napoli - sia stato trattato, almeno finora, senza troppo trascendere.
Tocca ai commentatori, casomai, non dimenticare che un dibattito non deve prescindere dal rispetto che si deve alle idee altrui, oltre che alla persona che le esprime. Quando le idee non si condividono, la netiquette vuole che le si contrasti con altre idee, mai offendendo chi non la pensa come noi.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 22.11.06 00:17
@ effeffe, piero sorrentino e pamela canali
guagliu', ma chi v''o fa fa': stat' sul' perdenn' 'o tiemp': stat' cercann' 'e mmele 'nda nu camp' 'e cucuzziell'.
funiculì funiculà
Pubblicato da: funiculì funiculà - 22.11.06 00:52
Caro Bart, stavo semplicemente rispondendo all’autrice di questo post, che mi sembra vedesse in me una intenzione censoria. La rassicuravo, per quanto mi riguarda e le ricordavo che, in via ipotetica, solo chi possiede le chiavi del blog può eventualmente censurare.
Un caro saluto.
Pubblicato da: Pamela Canali - 22.11.06 01:08
@ Pamela
La percezione che ho del tuo ‘intendere’ nelle parole che scrivo e che sono solo ed esclusivamente manifestazione delle mie opinioni, che magari coincidono anche con quelle di tante altre persone, è quella di una donna che vuole vederci ciò che non c’è nel punto di vista che esprimo, che è personale, soggettivo e relativo e che, siccome nella società qualche simile a me esiste, coincide anche con quello di altre persone.
Sei intervenuta nella discussione direi, rinvangando temi di un altro sfondo sociale, culturale e geografico rispetto a quello trattato in questa discussione. (Non comprendo il perché di cotanto accanimento verso la mia persona e le mie idee. Io sono una testimonianza come tante altre).
In questo passaggio - ” Ma, come dicevo, io ho piena fiducia nelle tue parole, che diamine, è una free-lance che parla, è la persona che voleva portare la democrazia agli iracheni ignoranti, è una napoletana preoccupata dalla diffusione del libro di Saviano, una che darebbe a Cesare quel che è di Cesare, come hai dimostrato nel bellissimo commento al post di Stefania Nardini “Avventura di una giovane donna ucraina che non vuole fare la puttana”del 9 agosto, qui su Vibrisse: parlavi delle badanti nella tua famiglia, badanti straniere che vengono pagate meno delle italiane (si accontentano di meno perché non hanno il permesso di soggiorno e vengono sfruttate illegalmente dai benestanti italiani o perché sono di animo generoso? Propendo per la seconda ipotesi)”- accorpi due argomenti lontani sia cronologicamente che contestualmente e poi li riproponi oggi, non comprendendo che le mie preoccupazioni sono ben altre e non la diffusione del “Saviano’s Verbo”.
Scusa se sono sincera, ma forse mi è sfuggito qualcosa. Se mi vengono chieste delle spiegazioni io ve le argomento e ho spiegato il perché di una scelta, il perché dell’intervista, LIBERA proprio perché non sono legata al volere delle testate giornalistiche in questa fase della mia vita; tu, ahimè, intervieni puntando il dito, ricordandoti di cose di cui sono ancora convinta e facendole passare per il più grave peccato mortale che si possa commettere: avere delle idee diverse e opposte alle tue. E poi in un tuo passaggio dici:“L’unico bollino di garanzia che riconosco è l’onestà intellettuale, la ricerca sincera della verità, da parte di chiunque, giornalista o no”. Come si fa ad individuare quel ‘bollino’ di cui tu parli? Quale è il vero problema di fondo? Che io sia una giornalista? Che lavori come freelance? Che non abbia problemi ad esporre pubblicamente il perché delle mie interviste? Essere un giornalista freelance o no, significa fare informazione. Punto. Il giornalista è il mestiere della parola di cronaca, scritta. E’ un lavoro. Ci si vive, ci si campa. E’ un’attività come tante altre. Come sono giornalista io, lo sono tanti altri. Tutti abbiamo fatto la gavetta e non sta di certo ad una persona che mi legge su internet, in circostanze dai contorni ben definiti, ristretti, giudicarmi o dubitare non del dato oggettivo ma di quello soggettivo, e cioè, la mia persona. Sei libera di farlo, ma non credo sia questo il contesto più opportuno.
E’ cosa buona che il corpo delle parole sia fatto da pensiero ed inchiostro, nero su bianco, così questo tuo ‘risentimento’, nel ricordo di altre circostanze, le persone, se vogliono, possono andare a leggere.
Noto che offrire ulteriori delucidazioni non serve poi a molto se c’è pregiudizio, e se ci si basa solo su frasi estrapolate dal contesto e non inserite nella globalità di queste piccole ‘relazioni’, di un argomento di attualità: la Napoli perduta. Rispetto la tua scelta, ma ti prego di rispettare la mia famiglia e di non fare illazioni così come hai scritto qui: “Io ti ricordo che le badanti straniere impiegate nella tua famiglia si accontentano (o piuttosto vengono fatte accontentare) di meno delle italiane, vale a dire probabilmente meno della paga sindacale e tu mi dici che devo sparare (sparare?) contro di loro la mia ironia? Perché mai? Mi parli dei loro occhi lucidi e della voce tremula. Anch’io piangerei se non mi dessero nemmeno la paga sindacale, senza considerare tutto il resto, contributi, tredicesima, ferie pagate ecc..”- e sai perché? Perché la gestione delle badanti ucraine è un fatto relativo e soggettivo ad ogni famiglia che tu non sei tenuta a sapere perché rientra nella privacy delle persone e l’argomento di cui parliamo e cioè non Gomorra ma il caso “NAPOLI PERDUTA” è un fatto G-LOCAL (Locale in quanto campano e Globale in quanto nazionale e visibile sotto gli occhi di tutti).
Giusto per la cronaca, nella mia casa vige la cultura di mettere a posto le badanti e trattarle come persone di casa e quando se ne vanno diamo la liquidazione così come indica la legge. Insomma, non credo che tu sia nessuno per poter dare giudizi così forti come ciò che hai scritto nella parentesi “(o piuttosto vengono fatte accontentare)”. Che ne sai tu delle esigenze della mia famiglia, delle modalità del colloquio di assunzione, di come le trattiamo. Vivi con me? Conosci le stanze della casa? Loro, le ucraine che passano per casa mia, si confidano, forse, con te?
In questo tuo secondo commento, speravo nell’espressione della tua idea e della percezione che il caso mediatico ‘Napoli’ ti avesse suggerito. Invece, l’aspettativa non corrisponde alla realtà, pazienza. Ma prima di sentenziare, sulla mia persona, visto che al di là di un operato puramente giornalistico, tu di me non conosci nulla, mi farei un esame di coscienza… e soprattutto starei attenta all'uso improprio della resurrezione delle mie opinioni espresse trattate in una diversa occasione riguardo ad un contesto storico-politico e geografico lontano dai parametri di sviluppo socio-economici del territorio campano.
Pubblicato da: Frannie- B-inK Lady - 22.11.06 09:38
@ Segnalazione
Ieri, 21 Novembre, sulle pagine de Il Mattino – Cronaca Locale, il collega Fabrizio Coscia ha intervistato sul caso letterario Gomorra cinque scrittori Napoletani: Peppe Lanzetta, Maurizio Braucci, Davide Morganti, Massimo Cacciapuoti, Rossella Milone.
“Esplosione” è la parola per identificare il fenomeno mediatico in corso che ha usato Davide Morganti e io la trovo la più idonea che abbia sentito sino ad ora per identificare il momento che stiamo vivendo. Di fatti, il libro di Saviano è un po’ come i terremoti. Il territorio campano è altamente sismico: quando il sisma e i bradisismi di Pozzuoli si fanno vivi, allora ci si ricorda che siamo sempre a rischio. Così è avvenuto con il libro di Roberto Saviano che di nuovo non ci rivela nulla, perché noi campani siamo abituati a convivere con la mala, ma semmai lo propone con uno stile linguistico e tecnico che ha prodotto uno spaccato nelle stanze delle cultura e il disappunto di tanti altri e lo sostiene anche Michele Serio nell’intervista:” Napoli è sempre la stessa da almeno mille anni. La novità è costituita dall’indulto che ha tirato fuori di galera migliaia di criminali, pronti a delinquere”.
“ (…) il libro di Roberto Saviano che nella formula del romanzo-reportage, romanzo civile o romanzo tout-court (…)” lo definisce Fabrizio Coscia all’inizio del suo articolo-intervista (nei commenti precedenti si parlava proprio di questo miscuglio ed uso ‘improprio’ di tecniche non proprio giusto e lineare che confonde la classificazione del genere).
Nel corpo testo troverete chi è a favore e chi è contro. E certe cose non le dico io, ma lo affermano firme più importanti ed autorevoli della mia.
Questi i link:
http://ilmattino.caltanet.it/mattino/page_view.php?Number=44&Date=20061121&Edition=NAZIONALE&Section=NAZIONALE&menu=naz&vis=G
http://ilmattino.caltanet.it/mattino/view.php?data=20061121&ediz=NAZIONALE&npag=44&file=APRE.xml&type=STANDARD
La cosa certa, ovvero il dato oggettivo valido per tutti, è che si tratta di un libro di 331 pagg. suddiviso per vari racconti ed avventure ricostruite e romanzate.
Nel pezzo si annuncia la prossima uscita del film tratto dal libro la cui sceneggiatura stanno scrivendo a quattro mani l’autore Saviano insieme a Maurizio Bracci (posizione internet sotto scorta?)
Il fenomeno mediatico Gomorra, sicuro non finisce qui. Il libro seguirà il suo corso di vendita, numeri che aumenteranno quando uscirà il film nelle sale. Altri denari ruoteranno attorno al Caso Napoli . Seguiranno altre copertine di giornali, articoli sul web e mega titoli per i notiziari. Non mancheranno i talk show che, quando le acque si saranno calmate, tratteranno l’argomento e che inviteranno Roberto in studio, sotto scorta o meno.
Insomma, Cara Italia, non è finita qui…. Ma vi ricordo che Napoli non è solo ‘munnezza’ e ‘fogna’ come ha detto una certa persona al secolo il Calderoli della Lega: http://www.ilbrigante.com/modules.php?name=News&file=article&sid=11592
Napoli è soprattutto “Il clima. A Napoli c’è il sole e il caldo almeno per otto mesi all’anno. E poi c’è il cibo. A Napoli si mangia benissimo. Più nelle case private che nei ristoranti, in verità. Però è già tanto. E poi ci sono i comici, a Napoli ne operano tantissimi, uno più bravo dell’altro. È forse il posto del mondo dove, in assoluto è più facile ridere. E poi c’è la musica, interessante e varia, unica al mondo. E poi c’è un centro storico vivo, tumultuoso, non imbalsamato né ridotto a un museo a cielo aperto come quelli di altre città d’arte come Firenze e Venezia. E poi c’è lo stile di vita dei napoletani che rimane energico, strafottente, ricco di vitalità. E poi ci sono i monumenti, i panorami, le ragazze (splendide), e poi…” come dice Michele Serio nel feedback alle mie domande e che in una frase sintetica dice una sacrosanta verità parlando dell’insano e assurdo equilibro che regola le sorti della città:” Napoli è tutta gomorra ed è tutta un paradiso, C’è una sostanziale integrazione fra bene e male, onestà e disonestà. Qui gli opposti non solo coincidono, ma fanno affari insieme, in nome della sopravvivenza”.
Io dico:”Napoli non è gomorra. Non solo Gomorra!”
Pubblicato da: Frannie- B-inK Lady - 22.11.06 23:00
frannie, francamante, io da napoli... me ne andrei volentieri per venezia, o firenze, a stare imbalsamato.
Pubblicato da: Moai - 23.11.06 17:44
A Francesca
Sarò breve perché l’ora è tarda e sono richiamata da urgentissimi e gravi incombenze: giocare con la gatta acciocché che non mi metta il muso, terminare un mosaico che giace interminato da mesi, cercare quell’altra boccia che non ricordo mai dove ho nascosto, onde evitare che avvinazzati di passaggio la trovino.
Non ho la minima intenzione di parlare di Napoli, che non conosco e non è la mia città. Attualmente, al massimo potrei parlare di Ladispoli, su cui non c’è molto da dire, a giudicare dai giornalini locali. Volevo invece parlare di Saviano, che conosco da Nazione Indiana. Ho avuto l’impressione che tu stessi scrivendo di lui e mi sembra che siamo arrivate ad una certa intesa. Oggi ho perfino comprato “Gomorra”, poiché ho intuito che tu l’hai letto.
Non lo sapevo, ma mi fa piacere apprendere che conservi intatte e granitiche le tue idee sull’intervento in Irak, un raro esempio di coerenza dopo che il mondo occidentale ha voltato la gabbana, dopo i tanti orrori, dopo i trentacinquemila morti di mesi fa, tra cui moltissimi bambini, che adesso saranno aumentati sicuramente, ma non ho sottomano numeri (scusa, sono pigra ed è tardi e sono circa venti ore che sono in stato di apparente veglia), dopo le foto di Abu Ghraib, dopo le foto dei bambini mutilati dalle cluster-bomb (che perfino io, non giornalista, persona qualsiasi, mi sono costretta a guardare e tu sicuramente hai guardato. Ricordi i volti delle madri? Te li vedi anche tu davanti agli occhi, quei bambini?). Sarà la stanchezza, il fatto che ieri ho alzato il gomito, ma sento una marcetta militare in sottofondo, eppure la radio era sintonizzata su Radiomaria, che non credo…
Quanto alle badanti, non pensavo di violare la tua privacy, visto che l’hai violata tu per prima, parlando diffusamente delle badanti e della nonna, se non mi sbaglio, dando anche dettagli sul pagamento, che mi hanno tratto in errore, visto che, da quello che tu ora affermi, certamente i contributi sono stati versati, ma dal tuo testo sembrava il contrario. Hai violato pure la privacy del portiere che è fuggito con una badante, che adesso baderà a lui.
Quanto alle altre cose che dici, non capisco bene, sarà perché è tardi. Spero di non sognare di essere libanese o irachena anche stanotte.
Pubblicato da: Pamela Canali - 24.11.06 00:24
Gli ultimi interventi non li ho letti perchè mi sembra molto stupido criticare,qualcuno in modo offensivo, la fotografia di chi ha fatto quest'intervista. Si parlava di Napoli e i suoi mali e si è tirato in ballo Saviano.Non ho nulla contro l'uomo Saviano, non posso giudicarlo o avere vagamente un idea sull'uomo non conoscendolo, sul libro e "il caso Saviano" qualcosa da dire si.Saviano, da quanto ho letto della sua bio, su altro sito, è un ragazzo di 26 anni giornalista di cronaca nera.Ho letto altre cose e ho notato che tende molto a creare intorno alla notizia un aura di misticismo descrittivo all'inverosimile.Anche quando scrisse, e in rete si trova, della morte del commesso ucciso, ha descritto poco dell'accaduto e molto della sua reazione emotiva, il senso di disagio d'avanti alla morte,l'odore del sangue e l'emotività che in seguito si è scatenata in lui.Un monologo interiore nel cammino fino a casa.E' un ottimo narratore ma, per me, non va oltre.Il libro Gomorra, ho letto in alcuni post che qualcuno non ha ancora acquistato, si trova in internet, scaricabile "gratis" come sappiamo "gratis" si scarica molto; è in word.
Ho letto le prime 30 pagine e non sono andata oltre per un senso di disgusto profondo che mi ha invaso.Il racconto mi sembra inverosimile,non m'interessa il romanzo d'avventura,ma da un giornalista di cronaca mi aspettavo una cronaca che nel libro non c'è,almeno nelle prime 30 pagine.Ho molti dubbi circa le notizie riportate e descritte per vari motivi che cercherò d'esporre nel modo più semplice così da non creare malintesi.Non è un segreto che un giornalista di cronaca nera abbia degli informatori che, per legge di giornalismo, per etica e deontologia di questa professione, non è obbligato a dirne i nomi.Questa verità nelle prime 30 pagine non si evince per nulla.L'inizio del libro ha come ambientazione il porto di Napoli, porto dove,racconta Saviano, vengono scaricate merci illegali, manufatti della camorra,quali vestiti e scarpe di "grandi firme",che ovviamente non sono manufatti sartoriali di noti stilisti ma venduti come tali,anche perchè questi stilisti vengono obbligati dalla camorra, in pratica sono tutti vittime e concussi.Abiti che poi verranno portati a san Giuseppe vesuviano, ma non è una novità, per poi partire per tutta Italia dove saranno venduti per originali.Già in questa parte novità non c'è perchè basta andare in un noto negozio per notare quanti abiti, pantaloni più che altro, abbiano difetti che i




