« La Nazione mi fa questo regalo | Main | "il solito mandolinista italiano, il solito poetastro rompicoglioni" »

02.11.06

Georges Perec: La scomparsa (1969)

(Traduzione e postfazione di Piero Falchetta)

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco] [tutti gli articoli su Georges Perec]

Georges PerecDirò subito che è difficilissimo inquadrare questo insolito e sperimentale romanzo del 1969, i cui intenti si disperdono e si affievoliscono sicuramente nella traduzione italiana, che tuttavia si sforza di mantenere fermo il proposito dell'autore di scrivere una storia senza mai usare la vocale “e", pure mancante in molte scritture indiziarie rinvenute dai personaggi, e alla quale assenza comunque assegno scarsa importanza per gli esiti complessivi della storia, le cui prime righe fanno pensare ad un’epoca antica, medievale, con il popolo alle prese con una delle sue tante proteste contro la fame. Invece l’apparire di un caccia che comincia a bombardare i rivoltosi proietta immediatamente gli avvenimenti non solo ai nostri tempi, ma ad un tempo senza età che può essere insieme il passato, il presente e il futuro, come si vedrà anche nel capitolo 9.

Da questo prologo collettivo, insanguinato da crude scene di delitti, si scivola su di un personaggio, Anton Vokal, che in una notte, non riuscendo a prendere sonno, si distende finalmente sull’ottomana e viene attratto da strane visioni, crittogrammi, serie di lettere, di numeri, di figure, che appaiono sulla trama del tessuto di cui è rivestito il divano e che lo sfidano nella ricerca di una loro soluzione. A questa sfida egli non riesce a sottrarsi: “Non dormiva più". Sembra incominciare da questo punto un cammino di smarrimento, di disperazione e di solitudine. Dirà più avanti una sua amica, Olga: “Si lagnava di un’insonnia durata novanta giorni. Soffriva, ma in qual modo dargli conforto?".
L’autore è alla ricerca di un universo delle mancanze, che ad un certo punto della vita possono presentarsi tutte insieme nella nostra mente e provocare una specie di nemesi, arrestando il nostro cammino per trasformarlo nelle contorte e drammatiche spirali di un vortice folle e precipite, che fa dell’inconscio la propria caotica realtà: “tutto ha cominciato a scombussolarsi. Voglio uscir fuori dal sibillino, dal confuso borbottio, dallo sconclusionato discorso privo di figura. Ma non ho possibilità alcuna: posso solo inoltrarmi ancor più in fondo al miraggio. Ho bisogno di un bandolo: ma tutto si allontana sfocandosi…" Eccolo qui l’accadimento che sconvolge il protagonista ed ecco il suo sfiduciato impegno ad uscirne fuori, a recuperare la sua identità, conscio che anche l’altra che lo ha menato nella confusione fa parte di essa, contribuisce a formarla, ma se, per chissà quale misterioso meccanismo, muta la scala delle gerarchie nella propria complessa e composta identità, ne consegue uno sbandamento che può perpetuarsi e portarci dentro un noi stessi altro e diverso. Che possono essere, infatti, i vari Ismail, Aignan, Haig, lo stesso autore: filiazioni con le quali si interseca la sua avventura.

Ogni tanto Perec esce dall’incubo in cui ci introduce a poco a poco, facendo capolino dalla tana dove sta rimpiattato, sorridendo di noi, e si mette a incastonare assonanze (“Si ritirò un pochino, isolandosi in un salottino, col proposito di farsi un pisolino"), salmodie, favole mitigatrici della nostra paura, avvalendosi di un Vokal che diviene automa della propria salvifica scrittura: “Intanto il racconto di Vokal si strutturava", “un romanzo mi porterà fuori dal labirinto", che fa talvolta il verso a personaggi, fatti e narratori del passato. Sarà una caratteristica costante - come uno scoppio di disincanto - del modo agrodolce e canzonatorio di coinvolgerci nei suoi labirinti, in quel viaggio “fino alla gran lacuna, fino all’omissis" nel quale scompare ben presto e misteriosamente Anton Vokal.
Il modo di scrivere di Perec ha dell’algido virtuosismo che non sempre attecchisce nella fantasia di un lettore come me, apparendo la storia macchinosa fin troppo, e schizofrenica, sostenuta da personaggi i quali restano diafani e assenti, seppure apparentemente muovano le fila dell’intrigo: e certamente questa è una scelta consapevole che l’autore fa nel momento in cui vuol costruire con l’assenza e il vuoto il segno più importante della sua scrittura, ma il rischio di compromettere il risultato della felice intuizione è notevole, visto che mancano discese nelle profondità dell’essere che avrebbero avuto bisogno di uno scalpello capace di incidere nella nostra coscienza, e invece vi passa un canto sospeso tra sogno e fiaba, in una atmosfera che arriva perfino a riprodurre echi da “Le mille e una notte" (finanche l’intreccio delle storie), o la leggenda del Pifferaio magico, e di misticismo orientaleggiante, a cui, nella frigidità della scrittura, manca una tessitura sufficientemente credibile – sia pure originata dall’inconscio e sia pure fuor di ragione – che muova, tuttavia, sempre da una realtà riconoscibile da tutti, ossia da ciascuno di noi, e, una volta acquisita, interpretabile.

Il caos, il potpourri, le stolide agnizioni (i vari papà che sbucano fuori, figliastri che hanno lo stesso nome del patrigno), il gioco e l’ironia confusionari (la storia di Albino, le manie sessuali di Sabin), l’intento “stupitorio" e ingordo, possono creare isole di consenso solitarie e sbigottite, ma volgersi poi miseramente verso una incredulità dell’insieme: la figura della Squaw alla quale è affidato un ruolo improbabile e il cui lungo racconto occuperà vari capitoli rivelatori, può essere un esempio, come lo Zahir, l’anello misterioso strappato a quel modo dal dito di Augustus Clifford, nonché il suo bambinesco ritrovamento. Pur accettando noi, e sarà sempre più chiaro, che il gioco e l’ironia sono gli strumenti narrativi prediletti da Perec, il quale non ha difficoltà ad ammettere che un “intruglio di scarabocchi sconclusionati, produca un racconto la cui trama par uscita dalla capa rammollita di un matto bonario afflitto da una strana mania, tanto vi si ritrovano, di continuo, divaganti strampalaggini, la cui scrittura si rifà a motivi tanto vaghi quanto casuali, tanto gratuiti quanto irrazionali!". Tutto ciò allo scopo di aprirsi ad una “fantasia illimitata, spinta all’infinito", la quale sia alimentata, però, da uno stretto rigore linguistico, ossia “quando ogni parola sia stata scritta con in mano un finissimo staccio, sotto il diktat di una norma assoluta!" Si può legittimamente dubitare, tuttavia, che un tale esito sia stato qui felicemente raggiunto.
Ci si mette in cerca di Anton, dunque; lo fa da principio il suo amico Amaury Conson, che chiede infine l’aiuto di un poliziotto còrso Ottavio Ottaviani, e insieme si mettono ad indagare per tutta Parigi. Girano frasi sibilline ad aggrovigliare il racconto; una viene rinvenuta nel diario di Vokal: “L’avvocato jazzista, quando fuma allo zoo", un’altra sul tappeto di un biliardo e profetizza una condanna, di cui qualcuno farà le spese. Ruotano i soliti sospetti, amici dello scomparso che congiuntamente tentano di sbrogliare la matassa, coincidenze, lati oscuri da chiarire, delitti, strane morti (in un totale incredibile), e la storia prende per un po’ il ritmo di un giallo dei soliti, spostando l’attenzione del lettore quasi per un sadico gioco.

Rispetto all’assenza e al labirinto scavato dentro la nostra complessa identità che ci facevano vacillare all’inizio dentro un mistero più grande di noi, ecco che ora, infatti, ci ritroviamo sbattuti nell’ordinario, già sapendo, però, che questa è un’altalena sulla quale all’autore piacerà dondolarci, come per una piccola vacanza accordataci. Fino a quando? E perché? C’è un volume, un manoscritto, che manca dalla collezione di Vokal composta da 26 tomi (26 come il numero dei marinai che sulla scialuppa lottano contro Moby Dick, tutti trascinati dal mostro “fino al nulla, fino all’omissis". Il 26 è un numero che ritroveremo ancora): è il n. 5 (anch’esso ricorrente e corrispondente alla posizione della lettera “e" nell’alfabeto). Già Vokal se n’era accorto e stupito. Anche quel tomo è scomparso, dunque, come scomparirà lui e scompariranno altri oggetti e personaggi, alla stregua di un buco nero che si sta formando intorno alla realtà e nel quale significante e significato, principio e fine, causa ed effetto si scollegano tra di loro in una fluttuazione spezzata dal nulla.
E Anton Vokal è un uomo che “mostrava dissimulando, significava occultando": già vinto, quindi, divenuto mistero e sfinge egli stesso. Infatti, ai suoi amici che lo stanno cercando ha inviato alcuni strani plichi e messaggi, che hanno il sapore di enigmi in grado di risolvere il “busillis", ossia il mistero della sua improvvisa sparizione. Stiamo rapidamente tornando all’incognita iniziale, a quell’annullamento (“fino all’omissis", al foglio bianco non contaminato dalla parola) con cui avevamo cominciato a leggere la storia. Che cosa sta accadendo, o è già accaduto, a Vokal? I suoi chiodi fissi, dicono gli amici, sono sempre stati: “l’oscuro, l’immacolato, la scomparsa, la condanna". E nella poesia di Rimbaud, “Vocali", lasciata come traccia, l’oscuro e il bianco si congiungono. Il bianco dunque, il non scritto, il non fatto, il non detto, è lui che ci fagocita nell’oscurità del nulla (il “nulla bianco")? Che genera la nostra scomparsa? La nostra condanna? La nostra rivincita, o anche la nostra resurrezione? Quando si toglie dal foglio l’ultima parola, un mondo nuovo e diverso si apre ai nostri occhi con le sue regole sconosciute. C’è una parola, una sola, che ha la chiave della nostra esistenza e non la si conosce, oppure non la si riesce a pronunciare. Sarebbe liberatrice e salvifica, e questa impossibilità o non conoscenza è essa che spalanca la porta ad una morte inoppugnabile e irreversibile.

È dal lungo, intricato e paradossale racconto della Squaw che si cominciano a diradare le nebbie della storia, attraverso scomparse e morti e ritrovamenti che sono tasselli di un mosaico che sta confluendo a poco a poco in una sorta di fisionomia del mistero e del nulla, e in cui Vokal ha sempre avuto un ruolo importante di presenza, conoscenza e di trait d’union, e addirittura di scaturigine dell’incognito che si è addensato sui personaggi: ed ora è il vuoto di sé che li avvolge.
Fino a che l’intruso Savorgnan (“aria franca, gaia, diciamo simpatica"), che è apparso da un po’ di tempo accanto agli amici di Vokal, non comincerà a fare – come un Deus ex machina – rivelazioni importanti e sconvolgenti. Tutti i nodi vengono al pettine, infine, lasciandoci basiti davanti ad un epilogo inaspettato e minimo, con il quale ci spiegheremo le ragioni (una spietata condanna “ab ovo" in una specie di saga familiare) di tutte quelle sparizioni e morti misteriose, fino a che non si arriverà a quell’ultima parola che spalanca le porte alla Morte.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 02.11.06 09:42

Interventi

se ricordo bene Bart, Perec decise di elimare la "e" dal suo vocabolario, perché la madre morì ad Auschwitz. Quindi nessun gioco linguistico è puro "ludo", ma dietro si cela come sempre l'orribile vero.

d.

Pubblicato da: demetrio - 02.11.06 09:46

Demetrio, in internet si trova un interessante saggio su La scomparsa, qui:

http://www.geocities.com/Athens/Olympus/6043/perec1.htm

Se non vuoi leggerlo tutto, parti da questo capoverso:

"Per anni la notorietà di Perec fu legata soprattutto all'impresa portata a termine di scrivere un intero romanzo, La disparition (1969), senza la lettera e, la più frequente in francese, saggio d'abilità coronato dalla successiva e complementare stesura del monovocalico Les revenentes (1972), da considerare come mero esercizio oulipiano."

Ovviamente, come faccio sempre, tengo relativamente conto di ciò che già si è scritto (a volte nulla addirittura), e procedo con la mia personale lettura. Altrimenti scopiazzerei, e basta, e vorrei proprio che questo non mi accadesse mai.

Grazie della tua attenzione.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 02.11.06 10:16

tu hai ragione, ma ogni libro secondo me nasconde un nocciolo più segreto. Perché uno sente il bisogno di scrivere un libro senza la lettera "e". Per dimostrare che è bravissimo, vero. Oppure perché la scomparsa di quella "e" e la scomparsa di un mondo, della propria madre in particolare, il cui nome se non ricordo male inizia proprio con la lettera "e".

ecco che se lo leggi così il romanzo diventa un'altra cosa. Cambia ipotesi, cambia impostazione.

vado a memoria, perché non ho qui il libro, mi sembra che Alberto Cavaglion nella introduzione de La specie umana di Antelme (einaudi), parla di Perec e de La scomparsa come il libro nascosto della letteratura "concentrazionaria".

d.

Pubblicato da: demetrio - 02.11.06 10:33

L'intera opera di Perec può essere considerata una "sparizione" e, insiemene, una "riappropriazione": della memoria, dell'identità, della presenza nel mondo, della storia (personale ma non solo), dei luoghi. Il faticoso processo di riappropriazione è nei libri di Perec, annunciato dal momento in cui "Cominciò a ricordare"
saluti

ps
che bello bartolomeo vedere perec in queste pagine.

Pubblicato da: Melpunk - 02.11.06 10:58

A Perec piaceva l'arte combinatoria, ne fa uso anche altrove. Il saggio di cui ti ho dato il link ne parla abbondantemente. Aveva già scritto un libro ispirato dalla morte della madre "W o ricordo d'infanzia"

Propendo a credere che "La scomparsa" appartenga più propriamente all'impegno combinatorio che Perec perseguì fino in fondo fino a quel suo "La vita, istruzioni per l'uso".

In ogni caso, la mia lettura, come sempre, è rivolta in modo assai prevalente all'opera in sé, e cerca di cogliere solo quegli aspetti umani dell'autore che vi si sono sono inseriti diventando un corpo unico con il romanzo.

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 02.11.06 10:59

Quest'anno Perec compie settant'anni e li compie a modo suo, ovvero da morto, da assente. Sono ben contento di ritrovarlo su Vibrisse.

A me sembra che la tua lettura, Bart, anche senza nominare la causa della scomparsa di quella vocale, riesca a cogliere il nucleo della scrittura di Perec, ovvero il suo continuo peregrinare attorno a mancanze, assenze, scomparse di gran lunga più tragiche di quelle di una vocale. Alzando il velo del verbiludio perecchiano si scopre sempre la tragedia, l'orfano, l'uomo senza identità, lo scampato allo sterminio.

Riporto qui un passo del "ricordo di infanzia" (1975) che mi sembra molto adatto a dar conto di quella 'e' scomparsa (i "loro" di cui parla Perec in questo brano sono i suoi genitori. Perec è nato nel 1936, suo padre è morto in guerra nel 1940, sua madre è stata deportata ad Auschwitz nel 1943).

"Non so se non abbia niente da dire, ma so che non dico niente; non so se quello che avrei da dire non venga detto perché indicibile (l’indicibile non si annida nella scrittura, al contrario, è ciò che ne ha innescato il processo); so che quanto dico è vuoto, neutro, è il segno definitivo di un definitivo annientamento.

È questo che dico, è questo che scrivo e questo racchiudono le parole che traccio, le righe che queste parole disegnano, gli spazi bianchi che traspaiono tra una riga e l’altra: se anche facessi la posta ai miei lapsus (per esempio avevo scritto «ho commesso» invece di «ho fatto» a proposito degli errori di trascrizione nel nome di mia madre), o mi perdessi a fantasticare per due ore sulla lunghezza della mantella di mio padre, o cercassi nelle mie frasi, ovviamente trovandole subito, squisite eco dell’Edipo o della castrazione, non troverei, pur ripetendomi, mai altro che l’ombra fugace di una parola assente alla scrittura, lo scandalo del loro e del mio silenzio: non scrivo per dire che non dirò niente, non scrivo per dire che non ho niente da dire.

Scrivo: scrivo perché abbiamo vissuto insieme, perché sono stato uno di loro, ombra tra le ombre, corpo vicino ai loro corpi; scrivo perché hanno lasciato in me un’impronta indelebile e la scrittura ne è la traccia: il loro ricordo muore nella scrittura; la scrittura è il ricordo della loro morte e l’affermazione della mia vita".

Pubblicato da: Luca Tassinari - 02.11.06 11:54

Grande Perec! Grazie Bart per averlo riproposto.
Penso che "La vita, istruzioni per l'uso" sia un po' la sua Summa.

Pubblicato da: hag reijk - 02.11.06 12:00

Tempo fa avevo accennato su il blog di letturalenta al mio "Perec". Dire che Perec, andrebbe letto con la Bibbia in testa è errato ma comunque lo suggerisco. "In principio" o dapprincipio e parola della cabala (è la prima parola della Bibbia).

Pubblicato da: Michele - 02.11.06 12:08

Pubblica un intervento




Vuoi che mi ricordi di te?