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07.11.06

Dai tetti in giù

di Ferruccio Parazzoli

[Questo articolo di Ferruccio Parazzoli è apparso nel fascicolo 5/2006 della rivista dell'Università Cattolica di Milano Vita e pensiero. Ringrazio Parazzoli per avermi autorizzato a riprodurlo qui. Sullo stesso argomento, vedi anche l'intervista di Paolo Di Stefano a Parazzoli apparsa ieri nel Corriere della sera. Vedi anche un articolo di Giuseppe Genna in Carmilla. gm]

Ferruccio ParazzoliLa parete invisibile

«Dai tetti in giù». Espressione quanto mai efficace, dovuta a Balzac a proposito della Commedia Umana, ma facendole torto, come spesso fanno gli autori alla loro opera. Non ricordo se usasse quell’espressione in senso negativo o positivo, ma non è questo che importa.
Un’altra espressione che si potrebbe usare per indicare la direzione in cui prevalentemente si rivolge lo sguardo della narrativa italiana di oggi, è quella di Marcuse: «L’uomo a una dimensione». Entrambe queste espressioni, infatti, mi sembrano definire, anche se con una certa approssimazione, la situazione unidimensionale della narrativa italiana che da qualche anno troviamo sui banchi delle librerie.
Che sia una narrativa unidimensionale non è, a priori, un giudizio negativo. Se il compito del narratore è quello di afferrare il volto e la dimensione dell’uomo a lui contemporaneo, potrebbe darsi che la narrativa a una dimensione sia la più indicata a cogliere i tratti di un volto egualmente ridotto a un’unica dimensione. E qui, chi vuole, potrebbe già chiudere il discorso senza preoccuparsi d’altro.

Resta, tuttavia, l’incapacità, o l’impossibilità, di sfondare la parete invisibile, ma indubbiamente esistente, che immette nella dimensione che si spalanca oltre la fittizia realtà quotidiana (e che non ha neppure la dignità di Maya, Illusione, ma che è soltanto un sempre più povero imbroglio privo di novità e fantasia, come sono le immagini che lo ritraggono nei deprimenti spot televisivi, semmai arricchito di frequenti spunti horror); di tuffarsi (lasciamo perdere il vecchio modo di dire, «alzare la testa», che richiamerebbe la ormai incredibile immagine di un Cielo) oltre la parete e scoprire l’assurdo, lo stupore, lo scandalo di un’altra realtà, assai più vasta di quella materiale tra cui i corpi nascono, vivono e muoiono, con o senza frettolosi quanto edificanti riferimenti a un Dio. Anche se l’eliminazione della sola ipotesi di Dio risulterà, comunque, praticamente impossibile a chi si arrischi a sfondare la parete invisibile ritrovandosi faccia a faccia con una realtà da affrontare e con la quale venire a patti, che gli piaccia o no, assolutamente oltre la realtà di ogni giorno, in cui ci troviamo a sgomitare dal mattino alla sera. Hic sunt leones, si indicava un tempo sulla mappa di zone inesplorate e perigliose, dove, se ti ci arrischierai, preparati a combattere. Altrimenti, stattene a casa.

La narrativa italiana, da qualche anno si è fatta, appunto, casalinga, per prudenza, per necessità e, spesso, nelle forme più superficiali, per convenienza.

Per essere chiari, anche a costo di passare per terrorista, nessuno scrittore italiano osa da tempo spingere lo sguardo oltre quella parete che scrittori come Dostoevskij (Sì, ancora il vecchio zio Dostoevskij!) varcarono traendone la propria grandezza, o come Tolstoi (Sì, ancora il vecchio nonno Tolstoi!), che contro quella parete continuò a sbattere la faccia ritirandola ogni volta insanguinata e pesta fino alla stazione di Astapovo.

Il termine che definisce la dimensione oltre la parete è anch’esso vecchio e, soprattutto, malamente sfruttato, anche se etimologicamente esatto: metafisica. Un termine che l’uso, filosofico o teologico, ha reso quanto mai equivoco. Preferisco, dunque, definire la dimensione che sta oltre la parete («lungo il corridoio che non prendemmo / verso la porta che non aprimmo mai / sul giardino delle rose». T. S. Eliot, »Quattro quartetti» ), rovesciando le parole di Balzac e di Marcuse: «Dai tetti in su», «L’uomo a molte dimensioni»:

Ci capiremo senz’altro meglio sfuggendo alle strettoie filosofiche e teologiche e venendo a quanto ci mostra lo spettacolo quotidiano.

Vediamo un po’: magari dando un’occhiata panoramica ai corpi galleggianti.

I corpi galleggianti

Prendiamo i primi otto mesi di questo 2006. Cosa ci dicono le classifiche? Da gennaio ad agosto ci ripetono i nomi di autori di corpi galleggianti assai poco, un po’ più, un po’ meno, eccellenti. Melissa P., Moccia, Faletti, Baricco, Rossana Rossanda, Buttafuoco, Camilleri, Carofiglio, Vinci, Moccia, Moccia, Volo, Vinci, Volo, Faletti, Rossanda, Niffoi, Magris, Camilleri, Camilleri, Veronesi, Moccia, Volo, Casati Modignani, Saviano, Camilleri, Camilleri (...fino alla fine di agosto) Veronesi, Pulsatilla, Moccia, Volo (...fino alla fine di agosto). Cognomi senza nome di battesimo (tranne, chissà perché, per Rossana Rossanda, forse per il piacere dell’assonanza): la Demoskopea è fatta così, sbrigativa. Questi autori, con i loro libri, buoni o meno buoni, hanno accompagnato il lettore italiano dall’inizio dell’anno fino ad oggi.

Nessun giudizio, lo ripeto a scanso di equivoci, né sui libri né su chi li ha letti: il discorso è un altro. E precisamente questo: nessuno di questi libri, se non mi sbaglio, e neppure tanti altri che non galleggiano, ha sentito il richiamo dell’altra dimensione, quella oltre la parete invisibile, quella che fa dell’uomo un essere esistenziale al completo, magari quell’uomo, come scriveva Camus in tempi ormai lontani e pressoché dimenticati, «in rivolta». «Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi... Dimostra, con caparbietà, che c’è in lui qualcosa per cui ‘vale la pena di...’, qualche cosa che richiede attenzione.» Così Camus. Sarò cieco, ma quest’uomo, o un altro che gli equivalga nell’attenzione e nella ricerca, nel dubbio o nella fede, nell’obbedienza o nella rivolta, è già un certo tempo che è scomparso dalla narrativa italiana. Forse perché proprio non esiste più, si è eclissato dalla scena pubblica. E avrà un bel darsi da fare se ci fosse oggi un Diogene che cercasse «l’uomo» andando in giro col lanternino, non lo troverà, né più né meno come non trovò né troverà Dio il cercatore di Nietzsche.

Se vogliamo una conferma, tornando con i piedi per terra, che poi, ci piaccia o meno, è la nostra terra, sfogliamo «Tirature ‘05» il più recente, fino ad oggi, panorama annuale degli autori e pubblico italiani curato da Vittorio Spinazzola. Gianni Turchetta ci comunica che «I cannibali non mordono più». Alcuni nomi, in memoria: Ammaniti, Balestra, Brizzi, Nove, Culicchia, Scarpa... ecc. ecc. della numerosa tribù. Giovanni Rosa ci parla delle ragazze cattive e del loro eros. «Raccontano il sesso in presa diretta, senza censure, sudditanze verso i colleghi maschi e psicologismi...» Chi sono? Eccone alcune: Vinci, Melissa, Santacroce, l’ammucchiatella di «Sex Anthology», e via dicendo. Poi, ci sono «Gli investigatori all’attacco», come ci comunica Strazzeri. Li conosciamo bene, sono sulla cresta dell’onda, il delitto piace, con la benedizione del bravo Camilleri: sono Lucarelli, Carlotto, Carofiglio, Leoni, Dazieri. Sono legione. E poi una novità (si fa per dire): la Click Lit, ovvero la letteratura da cliccare, proporre al popolo della rete romanzi come fossero dei videoclip. «Insomma, storie per sognare rivolte a ‘lettrici di ceto basso’, che le analisi di mercato hanno tratteggiato per lo più come casalinghe frustrate, che cercano nella letteratura l’evasione dalla realtà.», adolescenti a vita, «letteratura per pollastrelle».

Il catalogo è questo, niente da dire. E’ soltanto evidente come il panorama attuale della narrativa italiana, qualunque ne sia il livello, ci abbia già portato ben lontani dal discorso iniziale. Dove sta quella tale parete che proietta l’uomo oltre un’unica dimensione? Chi mai se ne preoccupa più e perché mai dovrebbe preoccuparsene se, qualunque sia il livello letterario, va tutto bene così, come diceva, a ragione, il buon Pangloss di Voltaire tra un massacro e l’altro? Se la modificazione è veramente avvenuta, perché guardare indietro rischiando di parlare, o, peggio, scrivere, di qualcosa e di qualcuno che non esiste più?

La narrativa nera

Cercando di seguire le tracce di qualcosa che si è andato smarrendo, più di uno di noi che abbiamo creduto, e tuttora crediamo, che Diogene, in giro col suo lanternino, e che il cercatore di Nietzsche al mercato, a ben guardare avrebbero trovato sia l’uomo che Dio, abbiamo seguito la pista, come i cercatori d’oro del Klondike, nella speranza di poter annunciare che il filone letterario nascosto in miniere abbandonate, che va al di là dell’uomo e al di qua di Dio, non si è esaurito.

Padre Ferdinando Castelli, lo ricerca da anni per ogni dove su Civiltà Cattolica («Motivi religiosi nella letteratura cattolica italiana del dopoguerra», gennaio 1988 ) quanto nei suoi utilissimi repertori («Volti di Gesù nella letteratura moderna», San Paolo 1995), ultimo tra questi, ancora mancante del terzo volume, «Nel grembo dell’ignoto» (San Paolo, 2001 e 2006 ) accompagnato dall’ottimistico sottotitolo «La letteratura moderna come ricerca dell’Assoluto». Non è difficile immaginarsi di chi parli, anche con qualche sorpresa, come Strindberg o Gorkij, ma che rientra pienamente nel nostro discorso che scavalca le mura di quel lager che porta al suo ingresso il minaccioso cartello di «Narrativa cattolica». Egualmente Charles Moeller, «Letteratura moderna e cristianesimo» (Bur) che, oltre a prendere in giusta considerazione l’«onestà disperata» di Albert Camus, ribalta addirittura la prospettiva andando a indagare chi, come Sartre, pur nel «rifiuto del mondo soprannaturale», in realtà ne confermi la necessità di affrontarlo così come ogni ateismo affermerebbe la necessità del discorso su Dio.

Anche altri saggisti dichiaratamente cattolici come Ferruccio Mazzariol e don Vincenzo Arnone, si sono impegnati a ricercare tracce del soprannaturale sulla pista letteraria europea e italiana, spesso peccando di proselitismo, mentre il compianto padre Sommavilla, non trascura nemmeno la presenza del diavolo, e Francesco Grisi dichiara apertamente che parlerà, nientemeno, di «Scrittori cristiani, volenti o nolenti» (Piemme, 1995)

Per noi fa lo stesso, il discorso torna, la parete dietro la quale si spalanca l’altra metà dell’uomo è sempre là, presente, che la si sfondi o ci si rimbalzi contro. Quanto sembra, invece, non avvenire più oggi: la parete resta ignorata, la punta delle nostre scarpe o, per andare un po’ più in su, quella del nostro naso, sembra che ci basti a farci da guida. Nessuno chiede di più, basta e avanza, come gioia e come dolore. L’anima - meglio sarebbe dire «il cuore», elemento costitutivo assai più certo, ma passi pure l’anima - ce l’abbiamo - come no?- soltanto non è più interessata a spiccare voli. E, del resto, perché mai dovrebbe farlo? Sembra che su questo punto sia scrittori che pubblico siano d’accordo. Cosa chiedere, dunque, di più? E’ finita l’epoca di quella che un tempo, in un ormai trapassato mio intervento, chiamai « narrativa nera», quella del dubbio e dell’angoscia, riferendomi a una frase di Kierkegaard che suona ormai anacronisticamente così: «La coscienza angustiata è alla base del Cristianesimo. »Dove trovare nella narrativa italiana un autore che osi soltanto ammettere di aver mai lanciato uno sguardo a quel tragico burlone di Soeren Kierkegaard? Un sole nero definitivamente tramontato (vedi sopra le riportate classifiche: e chi non è in classifica non fa opinione né tendenza). Anch’io ebbi l’ingenuità di ripercorrere il filone della «narrativa dell’agonia dell’anima», sulle tracce di Bernanos, giungendo fino a Pomilio e a Chiusano, e pochi altri, encomiabile esercizio storiografico, processione di fantasmi tra i quali è finita ultimamente ad agitarsi, come un’impavida visitatrice di un castello infestato, Susanna Tamaro, provocando preoccupanti delusioni e accorati quanto saggi consigli («vieni via, scappa, vieni via da lì!»).

La «narrativa nera», per la quale è indispensabile, visibile o no, la presenza del Diavolo. Ma i personaggi della narrativa italiana di oggi sono tentati da tutto, tranne che da Dio o dal Diavolo. Il Dio che li sovrasta o il Serpente che li morde è il loro stesso Io, che sia immerso nella società quanto nel proprio isolamento. Sulla scena di Giobbe è calato un pesante sipario, accolto da un generale, largo sospiro di sollievo. Come dare torto? Perché andare in cerca di guai ormai riconosciuti irrisolvibili, o frutto di fantasie colpevolistiche, quando bastano e avanzano i guai e le colpe della vita quotidiana, pubblica o privata di cui siamo ben consci e di cui ci tengono diligentemente informati giornali e televisioni?

E poi, mi spiace ritirare fuori un mio vecchio ritornello: alla base del fraintendimento c’è il Fattore di Brusuglio, Alessandro Manzoni, quell’autore dei «Promessi sposi» che troviamo inevitabilmente a capotavola, non certo per sua cosciente colpa, di quella che sarà bollata con l’insopportabile quanto maligna etichetta di «narrativa cattolica». Manzoni, in Italia, non perdona. «I promessi sposi « sono un cilicio di penitenza che i «narratori cattolici» nostrani sono costretti a tirarsi dietro e a soccombervi sotto il peso non avendo, è evidente, le stesse micidiali forze del suo creatore, restando inevitabilmente tra due sedie elettriche, entrambe egualmente, anche se contrariamente, mortali: l’emarginazione laica e lo storico sospetto della Chiesa verso la parola scritta, preferendole da sempre, e facendosene ricco mecenate, la narrativa iconografica anche se spesso tronfia e, peggio ancora, paganeggiate.

Un appello

Per accertarsi se si tratti solo di morte apparente e se possa tornare in superficie il percorso carsico di una narrativa italiana che si rifuiti di considerare l’uomo a una sola dimensione o con una prospettiva esistenziale che superi il livello dei tetti, fossero pure quelli dei grattacieli, mi sono fatto promotore di un’iniziativa, che qualcuno potrà, se crede, definire ingenua, trovando l’appoggio dell’Abrosianeum, circolo culturale tra i più antichi di Milano, della famiglia Falk e con la partecipazione esterna della Casa Editrice Mondadori. Il lancio di un appello, più che di un concorso, agli scrittori italiani, noti o ancora ignoti, per la scrittura di un’opera narrativa che rispecchi, in libera e attuale espressione letteraria, l’immagine totale dell’uomo nella vita individuale e sociale e che abbia al proprio centro il rischio di sfondare quella parete invisibile oltre la quale si spalanca una dimensione da tempo non più esplorata per convinzione ( nel migliore dei casi) o per convenienza (nel peggiore). Ragione dell’iniziativa è la riprova se l’opera narrativa possa essere ancora oggi un tramite efficace per indurre larghe fasce di lettori, disorientate dalle invadenze di mercato, a ritrovare i grandi e profondi temi dell’esistenza, rappresentare la speranza e l’inquietudine spirituale dell’uomo. La scommessa è che quest’anima perduta della narrativa italiana dia ancora potenti segni di vita. Vedremo: partenza fine settembre 2006, appuntamento per l’ottobre 2007.

Che ti dice il metrò?

Lasciatemi concludere così, con un invito che a qualcuno potrà anche risultare ridicolo. Ma perché avere paura del ridicolo? L’invito mio personalissimo, ai colleghi scrittori, noti o ignoti, che si impegneranno, come spero, nell’impresa, è di trascorrere ogni giorno un’ora nei sotterranei del metrò cittadino (naturalmente ciascuno può inventarsi un altro sistema, il mio è quello di uno scrittore metropolitano, frequentatore assiduo del sottosuolo) in quelle vetture che corrono nel buio, senza alcuna possibilità di distrazione esterna, palazzi, strade, alberi, traffico, niente: soltanto e unicamente i volti degli uomini, a distanza così ravvicinata come sarebbe altrimenti impossibile. Ognuno di essi porta impressa la presenza di quella parete invisibile, tanto più palese quanto più nascosta.

Piazza bella piazza di Ferruccio Parazzoli, recensito nella Bottega di lettura.

Ferruccio Parazzoli intervistato nella Bottega di lettura a proposito di per queste strade familiari e feroci (risorgerò).

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 07.11.06 11:08

Interventi

quando ieri ho segnalato l'articolo (presente solo sulla rassegna stampa del sistema dell'università di pisa) su nazione indiana, diciamo che ... ho pensato a te.
Ero sicura che saresti stato l'unico in grado di parare la palla;-)
georgia

Pubblicato da: georgia - 07.11.06 11:41

Io ho cominciato a girare per metropolitane e per piazze e guardo le facce, e annuso la gente, specie quella che non è elegante. E alla sera inizio a scrivere. Guardo il Duomo e mi sembra che ci sia un'analogia fra l'idea di base di quell'architettura che l'ha generata (tante guglie, santi, volti, taluni nascosti alla vista) e la gente che, sotto, cammina, staziona, passeggia. Non so come andrà a finire.

Quando avrò iniziato a ordinare un po' il materiale, vorrei parlarne con te, Ferruccio Parazzoli, che non conosco e sapere che cosa ne pensi.

Oggi ho visto tre zingarelle in metropolitana, in stazione centrale, che hanno scoperto un abile stratagemma per ricavare qualche euro a fine giornata.
(Angelo De Lorenzi)

Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 07.11.06 15:11

Però, non comprendo perché Parazzoli angusti, delimiti la forma esperessiva, guardando egli stesso monodimensionalmente, guardando cioè alla narrativa, peraltro sotto l'egida del Cristianesimo e del popmoderno(degli autori da lui promossi).
Inoltre, questa è visione da scrittore metropolitano plumbeo, da topo. Vi sono anche gli elefanti.
Allora, invece di fare bandi, usciamo dal sottosuolo editoriale? Giriamo per le praterie a prendere aria?

Pubblicato da: dubbio - 07.11.06 16:49

andrea barbieri non riesce a postare un suo commento, cosa è successo? ha incontrato il solito filtro vagante?
Lo chiedo perchè so che giulio ha tutti difetti del mondo, ma non censurerebbe mai se non proprio in casi estremi o di follia conclamata del commentatore (cosa che non è mai successa per quanto ne so io su questo blog)
geo

Pubblicato da: georgia - 07.11.06 16:55

Io sottoscriverei quasi riga per riga: non mi pare che Parazzoli inviti al romanzo cattolico (anzi lo scoraggia dal presentarsi come tale, in quanto rifugio in un sottocodice), ma a spingere lo sguardo oltre gli stereotipi sociali e sentimentali, al cuore dell'uomo e del suo dramma storico e matafisico. Da questo punto di vista, molta della narrativa degli ultimi anni è deludente, anche quando non esplicitamente sbracata sul genere (mi ha deluso per esempio l'ultimo Ammaniti). E' anche vero, però, che ho trovato queste qualità negli ultimi romanzi di Avoledo, Genna, Scurati e Siti. Però, guarda caso, nessuno di questi è pubblicato da Mondadori, dove Parazzoli svolge la sua attività di consulenza editoriale. Allora girerei la domanda a lui: quali sono gli autori e i libri su cui Mondadori ha rischiato in questo senso, negli ultimi cinque anni? Non mi si parli di Saviano: il suo libro è certamente coraggioso, profondo e importante ma in un altro senso, e per l'editore l'orrore della cronaca è commercialmente più promettente delle altezze della metafisica.

Pubblicato da: Valter Binaghi - 07.11.06 17:12

Georgia, grazie per l'avviso. Ora vedo se capisco che cosa succede.

Pubblicato da: giuliomozzi - 07.11.06 17:27

Caro Binaghi, nel pezzo di Di Stefano sul Corriere, Parazzoli scrive, a proposito del bando.Un appello " per la scrittura di un’opera narrativa che rispecchi, in libera e attuale espressione letteraria, la concezione cristiana dell’uomo nella vita individuale e sociale"; qui invece compare "l'immagine totale dell'uomo nella vita ecc ecc."
Ora, non per pedanteria, nè per mangiapreteria, ma mi pare che si giochi con sottocodici proprio. Non si esce mica così dall'Italietta parrocchiale!
Inoltre, come si sposano metafisica, cristianesimo e popmoderno?

Pubblicato da: dubbio - 07.11.06 17:52

La cosa vale in entrambi i sensi o sbaglio?
C'è gente che quando sente la parola cattolico o cristiano s'inalbera, teme la scolastica, l'ideologia, come se gli stessi pericoli non fossero in agguato in un'ispirazione liberale o marxista.
Mi ostino a pensare che il romanzo buono è buono e basta, e se Parazzoli si rivolge alla cultura cristiana è perchè per essa l'indagine metafisica è un dovere morale, mentre il laico vi si arrende solo suo malgrado (ma sono proprio questi, e Parazzoli lo lascia intendere, i frutti più preziosi). Comunque io non ho paura di un romanzo scritto da un cattolico, se assomiglia a quelli di Pomilio, per esempio.

Pubblicato da: Valter Binaghi - 07.11.06 18:36

O-Dio! Non mi pare che dalla parrocchia siano usciti chissà quali capolavori intorno all'uomo. Aldo Busi a parte. Ma investire su uno Scrittore così ripaga nell'immediato e nel lungo tempo.
Poi, tutta 'sta storia del Cristianesimo (e del Cattolicesimo) mi puzza di parrocchietta, di terra dei cachi, di una dimensione inadatta all'uomo moderno che tenti l'approccio narrativo: ci manca sol più che P. ci rivaluti l'umanità in quel "Piccolo mondo antico" di Fogazzaro, che si sperava ci fossimo lasciati per sempre alle spalle. Mi pare si voglia portare gli autori a sottostare a una volontà Cattolica piuttosto che Cristiana: e comunque né l'una né l'altra mi piacciono, seppur devo riconoscere che purtroppo molti autori moderni sono per una scrittura cattolica con tutte le limitazioni del caso. Insomma, P. dice e dice, per poi darci in pasto a un serpente che si morde la coda, con tutto il suo carico di peccato, di colpa, e altri bla bla bla del genere, cilicio incluso. Magari ci fossero uomini/scrittori camusiani, col sorriso sulla bocca quando la morte, all'improvviso. L'evidenza è un'altra: o il languore insipido d'un Moccia, o lo studiato erotismo ninfomane d'una Melissa P. o Pulsatilla, o un Camilleri o un Faletti. Meglio allora Faletti, e che non se ne parli più nell'evidenza che non esiste l'uomo camusiano.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 07.11.06 18:47

"""""Prendiamo i primi otto mesi di questo 2006. Cosa ci dicono le classifiche? Da gennaio ad agosto ci ripetono i nomi di autori di corpi galleggianti assai poco, un po’ più, un po’ meno, eccellenti. Melissa P., Moccia, Faletti, Baricco, Rossana Rossanda, Buttafuoco, Camilleri, Carofiglio, Vinci, Moccia, Moccia, Volo, Vinci, Volo, Faletti, Rossanda, Niffoi, Magris, Camilleri, Camilleri, Veronesi, Moccia, Volo, Casati Modignani, Saviano, Camilleri, Camilleri (...fino alla fine di agosto) Veronesi, Pulsatilla, Moccia, Volo (...fino alla fine di agosto). Cognomi senza nome di battesimo (tranne, chissà perché, per Rossana Rossanda, forse per il piacere dell’assonanza): la Demoskopea è fatta così, sbrigativa. Questi autori, con i loro libri, buoni o meno buoni, hanno accompagnato il lettore italiano dall’inizio dell’anno fino ad oggi"""""".

no dico, ma parazzoli legge?
se sì, e tra i suoi preferiti(dell'inizio 2006) ci sono i sopra menzionati di cosa si lamenta??
non capisco se è una provocazione: perché appigliarsi alle classifiche??
sarebbe come dire che gadda non è mai esistito, per fare un esempio...così come non sarebbero mai esistiti in questo inizio di 2006 desiati, saviano, genna, o come non siano mai esistiti alessandro piperno, nicola lagioia, giuseppe montesano... (chiedo scusa per quelli che non ho letto)
libri di una certa consistenza, anche pluri-dimensionale (per usare 'sto termine).


mah.. ormai lo sport è sempre quello: insultare i soliti scrittori che vendono(buon per loro..) e rimandare a mai il giudizio su quelli che qualcosa stanno dicendo ma che evidentemente non si ha avuto tempo, o modo, o chissacchè, per leggere!!

sulla chiusa finale, quella del metrò, parazzoli sembra quasi dire: lo so ma non ve lo dico!
come i tre-enni


Pubblicato da: daniele greco - 07.11.06 20:13

...sono d'accordo con Parazzoli soltanto sul fatto che la sua proposta può sembrare ingenua.
Eccome.
«Indurre larghe fasce di popolazione a riflettere sulla speranza e l'inquietudine spirituale»... mah... ma che è: letteratura-proselitismo?
Certamente sono io, che non ho i mezzi per comprendere le altissime considerazioni rivelate in questo testo... sinceramente mi sfuggono.
Peccato.

Pubblicato da: marco v - 07.11.06 21:51

Affermare che "l'indagine metafisica è un dovere morale" per la cultura cristiana è ridondanza.
Non credo proprio che il dovere stia nello scafandro ideologico o che di esso abbia bisogno.
Se senti "spinta" metafisica, essa è innanzitutto laica e soluta.
Se, invece, il genere torna comodo per riconoscersi e fiutarsi, è un altro discorso. Ma credo che nelle elevatezze nemmeno andrebbe fuori cacciato sto argomento o bandito.
Peraltro, dice bene Daniele, le altezze viste dal Parazzoli affatto si sposano con le classifiche, che poco dovrebbero interessarlo.
Sarebbe per noi più utile e per lui più onesto che scrivesse dei suoi pochi promossi popmoderni scrittori. Che proponesse qui o altrove delle schede invece di dare in pasto generalismi,che denotano stanchezza di specie.

Pubblicato da: dubbio - 08.11.06 11:39

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