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03.11.06
Ancora in ricordo di Georges Perec: W o il ricordo d’infanzia
Ombra fugace di una parola assente
di Luca Tassinari
[tutti gli articoli su Georges Perec]
(Ricordo a eventuali perecchiani distratti di passaggio che quest’anno - come mostrato dal francobollo postale qui riprodotto - ricorre il settantesimo genetliaco del grande Georges Perec).
W o il ricordo d’infanzia di Georges Perec è un libro composto da due racconti alternati, intitolati rispettivamente W e Il ricordo d’infanzia. Il primo è un racconto fantastico su un luogo chiamato W situato in una delle mille isole della Patagonia, sede di una strana società fondata sull’ideale olimpico, ma tutt’altro che idilliaca o decubertiniana. Il secondo è per l’appunto un ricordo d’infanzia, un’autobiografia a tutti gli effetti, secondo la miglior tradizione memorialistica francese.
Essendo questo un libro a due vie, ha anche due incipit, uno per il primo filone e uno per il secondo. Il secondo incipit è «Non ho ricordi d’infanzia» ed è straordinario per due motivi: primo, perché restituisce drammaticamente l’immagine di un orfano; secondo, perché nega senza troppi complimenti il titolo del racconto che va a incominciare. È come se Agostino avesse iniziato le Confessioni scrivendo «Non ho niente da confessare».
Eppure quell’incipit è profondamente sincero. Tocca leggere tutto il libro per rendersene conto, ma alla fine si capisce che non si tratta di ricordo nel senso che intendiamo abitualmente, ma di ricostruzione di un passato sconosciuto attraverso testimonianze esterne - come le foto dei genitori o i racconti di alcuni parenti - e attraverso suggestioni che solo apparentemente sono ricordi. A questo secondo gruppo di fonti appartengono i numerosi casi in cui Perec crede di ricordare di aver avuto un incidente, il braccio al collo, un tutore clavicolare, salvo poi scoprire che erano incidenti altrui che lui attribuiva a sé stesso per goderne la parte consolatoria, quelle dimostrazioni eccezionali di affetto e protezione che gli adulti offrono istintivamente ai bambini malati.
Nell’ottavo capitolo Perec trascrive due testi sui suoi genitori risalenti a quindici anni prima (quindi al 1960) ed entrambi fondati principalmente su una manciata di vecchie fotografie. Perec nacque nel 1936, suo padre morì in guerra nel 1940, la madre fu deportata ad Auschwitz all’inizio del 1943, ma Perec non la vedeva già da qualche mese, da quando alla Gare de Lyon lei l’aveva messo su un treno diretto nella Francia libera, per salvarlo dai campi di sterminio.
Al termine dei due scritti sui genitori, Perec aggiunge a mo’ di commento alcune considerazioni sul suo progetto di scrittura autobiografica, in una pagina molto intensa e commovente. L’incipit del secondo racconto - «Non ho ricordi d’infanzia» - qui viene allargato e circostanziato in una riflessione che colpisce per immediatezza e sincerità. Quel grande costruttore di monumenti verbali e finzionali che fu Perec, depone gli artifici e gli attrezzi del mestiere, e mostra senza veli il lato tragico della sua arte, fondata sull’assenza dei genitori e sulla necessità di uccidere il loro ricordo per poter vivere.
"Non so se non abbia niente da dire, ma so che non dico niente; non so se quello che avrei da dire non venga detto perché indicibile (l’indicibile non si annida nella scrittura, al contrario, è ciò che ne ha innescato il processo); so che quanto dico è vuoto, neutro, è il segno definitivo di un definitivo annientamento.
È questo che dico, è questo che scrivo e questo racchiudono le parole che traccio, le righe che queste parole disegnano, gli spazi bianchi che traspaiono tra una riga e l’altra: se anche facessi la posta ai miei lapsus (per esempio avevo scritto «ho commesso» invece di «ho fatto» a proposito degli errori di trascrizione nel nome di mia madre), o mi perdessi a fantasticare per due ore sulla lunghezza della mantella di mio padre, o cercassi nelle mie frasi, ovviamente trovandole subito, squisite eco dell’Edipo o della castrazione, non troverei, pur ripetendomi, mai altro che l’ombra fugace di una parola assente alla scrittura, lo scandalo del loro e del mio silenzio: non scrivo per dire che non dirò niente, non scrivo per dire che non ho niente da dire.
Scrivo: scrivo perché abbiamo vissuto insieme, perché sono stato uno di loro, ombra tra le ombre, corpo vicino ai loro corpi; scrivo perché hanno lasciato in me un’impronta indelebile e la scrittura ne è la traccia: il loro ricordo muore nella scrittura; la scrittura è il ricordo della loro morte e l’affermazione della mia vita."
«So che quanto dico è vuoto, neutro». Questa è una confessione in piena regola: lo scrittore dichiara che le sue parole non dicono alcunché, sono segni vuoti e insignificanti, tracce afasiche innescate da qualcosa di indicibile, «ombra fugace di una parola assente». Difficile immaginare qualcosa di più labile, di più evanescente, di più fantasmatico. Eppure, a dispetto di questa drammatica consapevolezza del vuoto che le parole delimitano, non viene meno la volontà di scrivere, la necessità di scrivere per uccidere il vuoto e per affermare la vita: il vuoto, l’assenza, l’indicibile non possono essere detti, ma devono essere scritti. È necessario tracciare sul foglio quelle righe che non dicono nulla: non tracciarle significherebbe rinunciare a vivere. Credo che questa sia una delle testimonianze più acute e tragiche sulla necessità di scrivere.
Una pagina come questa per me vale il libro intero e forse molto di più, perché rivela una zona d’ombra della letteratura che spesso si tende a sottovalutare: le parole scritte non significano altro che loro medesime e non c’è niente di profondo, di vero, di vissuto che un discorso scritto possa comunicare. La scrittura può avvolgere un essere umano come una seconda pelle, ma è pur sempre pelle, epidermide, superficie. Il dolore, l’angoscia, la paura della morte, la speranza, la gioia, l’amore, tutto ciò che un essere umano casualmente impegnato a scrivere sente e vive sotto la pelle non è cosa che le parole possono dire, pur essendo l’innesco della scrittura.
Il che equivale a dire che non si scrive per dire qualcosa, ma solo perché si è al mondo, perché si vive o si è vissuto o si è creduto di vivere: «Scrivo perché sono stato uno di loro, ombra tra le ombre, corpo vicino ai loro corpi». La scrittura prolunga quelle ombre e quei corpi; la scrittura è il prolungamento della vita con altri mezzi e lo scrivere, così come il vivere, non aiuta in alcun modo a dare un senso alla vita.
E io lettore, io che raccolgo l’esito di questo strano procedimento che parte dall’angoscia dell’indicibile per arrivare al vuoto e al neutro dell’insignificanza, riconosco non tanto ciò che le parole dicono, ma proprio quell’angoscia, quel vuoto e quel neutro. A libro chiuso so che questo libro non mi ha detto un bel nulla sul suo autore, ma so anche che il terrore e il «segno definitivo di un definitivo annientamento» che l’hanno generato sono miei come di chi quel libro ha avuto la ventura di scrivere. (E forse questo è quel che accade ogni volta che si chiude un libro di autentica, grande letteratura).
[Georges Perec, W o il ricordo dell’infanzia, traduzione di Henri Cinoc, Einaudi 2005]
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 03.11.06 10:54
Interventi
egregio non posso che essere contento del tuo tributo perecchiano! dovrei contribuire? magari mando a bartolomeo un pezzo del saggetto che sto scrivendo.
perintanto
l'avventurarsi di perec nella scrittura pur non avendo ricordi d'infanzia ha un valore elevatissimo perché dà senso alla scrittura come "tecnica" di guarigione (si pensi all'analisi affronata da Perec), possibilità di ricostruzione di un orizzonte, ma in particolar modo per incominciare a mettere ordine in un modo (il suo) frammentario, frantumato, disperso, privo di appigli, di riferimenti
un saluto
mel
Pubblicato da: Melpunk - 03.11.06 12:52
Melpunk, certo che puoi inviarmi qualcosa su Perec, Giulio permettendo. E permettendo anche Elisa (mi pare si chiamasse così, la mia criticona), altrimenti si rifa viva dicendo che invado vibrisse:-)
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 03.11.06 12:58
Grazie a Bart per il repost e anche per l'ok a Melpunk.
Mel, mi piacerebbe molto leggere qualcosa di tuo su Perec. E anche di altri, perché no. Sarebbe un bel modo per celebrare su Vibrisse i settant'anni di questo grandissimo scrittore.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 03.11.06 13:59
luca
giorno verrà!
bartolomeo
grazie
Elisa
ah!
Pubblicato da: Melpunk - 03.11.06 16:33
Perec è uno di quei due o tre autori che sento appartenermi intimamente, qualcosa di più di una semplice preferenza letteraria, o una questione di gusti.
Personalmente, sarei contento di dare il mio piccolo contributo. Questo è il link ad un articolo postato sul mio blog qualche mese fa, in occasione dell'anniversario della sua morte. Grazie a tutti.
http://www.cronopio.info/?p=57
Pubblicato da: Marco - 03.11.06 19:10
Marco, ho visitato il tuo blog e letto il tuo articolo. Se vuoi posso metterlo domattina presto su vibrisse (alle otto devo partire per ritornare in tarda serata).
Così faremo alcune giornate consecutive dedicate a Perec. Devi rispondermi subito, perché dovrei mettermici a lavorare stasera.
@ Luca.
Ricordo che Paolo Beneforti fece un lavoro enorme su Perec. Se ci leggesse e ci desse il link con autorizzazione a prelevare il suo testo, potremmo proseguire anche con una puntata domenica. Poi aspettiamo il momento di Melpunk.
Tu sei in grado di sentire Paolo?
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 03.11.06 20:05
Bart, ne sarei felice. Come posso inviartelo? Puoi anche contattarmi a blog@cronopio.info
Pubblicato da: Marco - 03.11.06 20:52
...ovviamente immagino ti servisse solo il mio consenso, l'articolo è pubblicamente copiabile. Se tuttavia ti fosse più comodo averlo in forma di file di testo, fammelo sapere.
Grazie
Pubblicato da: Marco - 03.11.06 20:55
L'ho già prelevato, e se mi confermi che il testo è definitivo, domattina lo pubblico. Sul tuo blog ho trovato anche il tuo cognome, cliccando a destra su Il titolare.
Dammi l'ok e più tardi ci lavoro per essere pronto a pubblicare domattina intorno alle 7,30/7,45.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 03.11.06 20:58
Ok, naturalmente....
Pubblicato da: Marco - 03.11.06 21:03
Grazie.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 03.11.06 21:03
Ok, Bart, il Beneforti lo contatto io, poi ti faccio sapere in mail.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 03.11.06 21:25
Resto in attesa, Luca. Ricordati che domani non ci sono. Tornerò dopo le 19.
Sarebbe bello poter pubblicare il lavoro di Paolo domenica.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 03.11.06 22:49
Ho scritto, in verità sto finendo di scrivere, un raccontino sul mio Perec. Vago, istrionico e infelicemente visionario. L'abuso mio su Vibrisse, credo sia stato già compiuto e quindi, buon gusto è indicare solo questo mio semplice tributo ad un autore amato. Se Bart vorrà, (e con lui tutti gli "altri) e se riterrà privatamente valido questo "infantile" (perchè un poco arrogante pretenzioso) "ricordare" sarò felicissimo.
Pubblicato da: Michele - 04.11.06 11:51
Mi inchino all'accuratezza, all'eleganza, alla chiarezza delle esposizioni di Luca Tassinari, è raro trovare simili capacità.
Pubblicato da: matisse - 04.11.06 21:05
@ Michele
Sono rientrato da poco.
Inviami pure, Michele.
Domani pubblicherò un altro contributo. Quindi andresti a lunedì o martedì (bartolomeo.dimonaco/chiocciola/tin.it).
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 04.11.06 21:16
Matisse, cavolo, se t'inchini tu alle parole mie, cosa dovrebbe fare il mondo appo le immagini tue? Nel caso di specie l'argomento "facit versus", come dicevano gli antiqui. Insomma, Perec è un assoluto letterario, uno di quei rarissimi scrittori che dovrebbero essere dichiarati monumento dell'umanità. Far bella figura parlando di lui è quasi un peccato di vanità. E comunque grazie, neh: la mia autostima è schizzata a mille!
Pubblicato da: Luca Tassinari - 04.11.06 22:23




