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07.10.06
L'Orchestra di Piazza Vittorio
di Giandomenico Curi
(Questo articolo è stato pubblicato sul n. di ottobre di Hot Contemporary Magazine)
Adesso l’OPV, l’Orchestra di Piazza Vittorio è anche un film, con lo stesso titolo. Un film-diario che racconta la storia dell’OPV, ma non solo. Cinque anni di documentazione, 30 musicisti, 15 nazionalità, 5 operatori, 4 montatori, 3 fonici, 1 quartiere, 1 cinema da salvare, 1 associazione culturale, 1 direttore d’orchestra e 1 regista per uno straordinario miscuglio multietnico di storie, umanità e musica che per molte persone non sono solo la realizzazione di un sogno, ma una scelta di vita, un lavoro, una famiglia… Un film diretto da Agostino Ferrente, anche se l’anima vera dell’Orchestra è Mario Tronco, il tastierista degli Avion Travel. “Abito in un appartamento interno che affaccia su un cortile, nel Rione Esquilino dominato da una delle più grandi piazze di Roma, Piazza Vittorio" racconta Mario Tronco. “I cortili sono sempre stati una mia passione, mi piace il suono dei cortili. Il rumore dei piatti all’ora di cena, le risate dei bambini, i loro pianti, le radio delle ragazzine, una chitarra, un flauto… e il silenzio, grazie a Dio, anche quello. Ma c’è una cosa che rende unico, almeno per Roma, il suono del mio cortile. L’Esquilino è forse l’unico quartiere della città dove gli italiani sono minoranza etnica. Tutto il mondo attraversa e vive Piazza Vittorio. L’unicità del suono del mio cortile è la sua lingua, le sue lingue... Dalla voglia di riprodurre in forma di concerto questo suono è nata l’idea di una orchestra multiculturale. La mia vocazione è sempre stata la canzone nelle sue forme più diverse. Raccontare delle storie cantandole è quello che ci piace fare, quello che ci riesce meglio, ed è quello che abbiamo deciso di fare con l’Orchestra di Piazza Vittorio".
Questo succedeva cinque anni fa, quando Mario va a vivere a Piazza Vittorio, e la sua vita cambia completamente. Le lingue, i suoni e i ritmi che dal cortile gli entrano in casa diventano un’ossessione e l’ossessione diventa il sogno: mettere in piedi un’orchestra con la gente di Piazza Vittorio e gli altri extracomunitari del quartiere Esquilino. E succede che il suo sogno incontra quello di Agostino Ferrente, un documentarista anche lui arrivato da poco in zona. Agostino si batte per salvare un cinema, l’Apollo, bellissimo e ottocentesco, una volta cinema di quartiere, poi decaduto a sala a luci rossi, ora destinato a sala Bingo… Il suo sogno è invece quello di restituire il cinema al quartiere, trasformandolo in un laboratorio multidisciplinare, dove la gente possa incontrarsi e ritrovarsi. Tronco e Agostino mettono insieme i loro sogni, e attorno a queste due scommesse si crea il comitato Apollo 11, che diventa una sorta di nume tutelare e protettivo della Piazza. Una piazza enorme, d'epoca umbertina, centro nevralgico del nuovo mondo, situata com’è fra la stazione Termini e Piazza San Giovanni, una volta sede di un mercato popolarissimo, e che oggi accoglie sotto le sue palme festival musicali multietnici, celebrazioni religiose indù, comizi politici bangladeshi, corsi di ginnastica cinese, e via elencando. E il film parte proprio dalla piazza, dai luoghi e dalle persone.
“Il film" racconta il regista Ferrente, “è venuto prima dell'orchestra. L'ho girato come fosse un video-diario. Riprese e montaggio sono andati insieme. All'inizio i miei amici mi davano del pazzo perché volevo fare un film che tenesse insieme 40 personaggi, le loro canzoni e la storia di Apollo 11. La musica ha un ruolo chiave, narrativo più che decorativo. Ogni brano raccoglie il bagaglio di ricordi, emozioni e relazioni di chi lo esegue. Forse il titolo più adatto era Prove d'orchestra: ammiccava troppo a Fellini ma esprimeva meglio sia il lavoro dei musicisti che le dinamiche di interazione tra culture diverse".
Il 14 ottobre 2002, su un camioncino parcheggiato davanti al cinema, quelli del comitato Apollo 11 improvvisano un primo concerto per la raccolta di firme e adesioni per salvare il cinema e promuovere il progetto dell’OPV. Il tutto filmato, naturalmente, dalle telecamere di Agostino. Così come tutto quello che succede dopo, quando Mario comincia a far girare la notizia che sta cercando di formare un’orchestra, e non è facile metterne insieme un numero decente, tra i 15 e i 20 elementi, perché è vero che la zona è piena di musicisti di colore, ma è anche vero che ci sono difficoltà di ogni tipo, dai permessi di soggiorno ai problemi di tipo religioso, e così via. “All'inizio" ricorda Ferrente, “abbiamo pensato di cercare i musicisti tra i lavoratori del mercato e dei negozi locali, poi la rotta è cambiata e ci siamo affidati al passaparola, a internet e al caso. A Mario non interessava sacrificare il valore artistico del progetto per quello politico, cioè scegliere i musicisti in quanto rappresentanti di questa o quella comunità culturale. Oggi, come direttore, non ha un approccio filologico alla musica etnica. L'orchestra suona una musica bastarda. E' il frutto della fusione delle tradizioni".
Le prove (in gran parte filmate) avvengono nella sala seminterrata del Piccolo Apollo, che è diventato il motore culturale dell’Apollo 11 e di tutta la zona, uno stanzone enorme (preso in prestito all'Istituto Galilei, ormai senza alunni), dalle pareti scrostate e su cui su domina l'ormai famosa scritta "Orchestra di Piazza Vittorio", che compare più volte nel film e che è diventata la copertina del primo disco dell’OPV. E non ci sono solo le prove, nel film, ma anche la gente, dai musicisti a tutti quelli che vivono nel quartiere e si danno da fare per cambiarlo... Ci sono i momenti di sconforto, quando tutto sembrava difficile, e i momenti in cui il miracolo sembra finalmente possibile. Come alla vigilia del primo concerto romano, quando l’organico comincia ad avere una sua composizione accettabile… C’è Raul Schebba, c’è Houcine Ataa tunisino dagli abiti impeccabili, c’è il rumeno Matian, ci sono Rahis e Bilal con l’abito del Rajastan, c’è Sageer ha in testa il turbante, c’è Pap accompagnato dal suo djambe, c’è Filio la cantante greca, c’è Zied che accarezza la pancia dell’oud, e ancora l’americano Benny, il tunisino Ziad Trabelsi (oud e voce) il cubano Omar Lopez, Carlos Paz, Mohamed Abdàlla, l’italiano Pino Pecorelli, naturalmente Mario Tronco e lo stesso Ferrente…
Ormai con una decina di pezzi in repertorio la nuova orchestra migrante è pronta per il debutto. In cinque mesi Mario è riuscito a mettere insieme una ventina di artisti di 14 nazionalità e un numero indefinito di strumenti, sonorità, tradizioni. C'è gente arrivata dagli Usa e dal Sud America, dall'Africa e dall'Est europeo, dall'India, dalla Germania e anche dall'Italia. Ci sono cattolici e musulmani, un analfabeta e qualche laureato, autodidatti che non sanno leggere uno spartito e diplomati al conservatorio. Gente che campa suonando e gente che ha lavato i vetri fino al giorno prima. Ci sono uomini e donne, vittime di regimi di destra e di sinistra, c'è chi ha un passato da dimenticare e chi pieno di nostalgia. Insomma c'è di tutto. Ma non c'è neanche un cinese. "La loro comunità è molto presente nel quartiere, ma è anche chiusissima" racconta Tronco, “nessuno ha risposto all'appello".
Dopo il debutto, il tam-tam corre veloce, e tutti vogliano l’OPV dal vivo. Comincia la grande avventura, con Mario che è praticamente costretto a occuparsi solo di questo. Non è più solo il direttore artistico, ma una sorta di allenatore, che deve provarle tutte per tenere insieme una gruppo di persone così diverse, con storie e culture così diverse. E il film racconta anche questa diversità, costruendo un piccolo film per ogni personaggio, tante storie dentro la grande storia. “L’idea è quella di raccontare una storia vera" dice ancora Ferrente, “facendo incontrare e scontrare due linguaggi cinematograficamente opposti: il realismo essenziale del documentario e lo sfarzo fantasioso del musical. Col primo racconto le vicende vere dei personaggi veri che giungeranno a costruire un’orchestra che eseguirà repertori, ognuno di un musicista diverso, ma interpretati da tutta la band. E a ognuno di questi musicisti dedico appunto un piccolo musical nel quale rivisito la sua storia, dalle sue origini al suo approdo in Italia, attraverso costumi e balli della sua tradizione".
Per fortuna all’interno del gruppo c’è un buon feeling. Gli orchestrali non sono integralisti, nessuno che se la tira più di tanto, e nessuno che si arrabbia per esempio se i repertori indiani prevalgono sugli altri. Insomma non c'è scontro, ma incontro di culture che genera nuove contaminazioni. Tanto che dopo qualche mese di riprese, Agostino Ferrente comincia a preoccuparsi del troppo buonismo che circola nel film. "Non voglio fare il documentario sui bravi immigrati che si riscattano e realizzano un sogno, vorrei filmare l'avventura di un gruppo di eccellenti musicisti che mette in piedi un'orchestra. Mi piacerebbe raccontare la bellezza della musica e delle storie".
Dopo il successo del primo album, venduto praticamente a mano durante i concerti, il secondo (Sona) sancisce definitivamente il successo del gruppo, che comincia ad avere finalmente una sua definizione e una relativa stabilità. Tutti scoprono l’OPV, e scoprono anche che la loro musica non è facilissima. E’ musica di contaminazione e di confine, gonfia di stimoli culturali diversi, ritmi nuovi, armoniche ricreate. Una musica da ascoltare più volte, meglio se dal vivo. Una musica che tuttavia alla fine funziona. “La chiave è il divertimento" spiega Tronco. “Noi ci divertiamo sul palco, e la gente si diverte in sala. E funziona ancora meglio se il pubblico dei concerti riflette la stessa varietà etnica e culturale che c’è sul palco. E questo è anche il modo migliore per vincere la novità e l’eventuale difficoltà di questa musica. Gli ingredienti invece sono i musicisti stessi. Ancora oggi rimango sorpreso di come cambia il suono dell’Orchestra quando manca anche uno solo di loro. Da sempre abbiamo dovuto fare i conti con difficoltà burocratiche che non ci hanno permesso di lavorare stabilmente con la formazione al completo. Agli inizi era un dolore, adesso invece abbiamo trasformato questa difficoltà in una cifra stilistica. Siamo convinti che in futuro ne arriveranno e ne partiranno altri. Ma la novità sostanziale sta nel fatto che l’OPV ha trovato una sua vena creativa, tant’è vero che molti dei pezzi che oggi portiamo in tour sono canzoni originali".
Insomma l’OPV è diventata grande, e può permettersi addirittura di stipendiare ogni mese i suoi musicisti… E tra qualche giorno uscirà nelle sale il film, distribuito dalla Lucky Red, grazie ai buoni uffici di Fabrizio Bentivoglio, uno dei proprietari della casa di distribuzione, e anche lui proveniente dall’esperienza degli Avion Travel, il gruppo di Caserta da cui tutto è cominciato.
Pubblicato da Mauro Baldrati, il giorno e l'ora: 07.10.06 15:18




