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25.10.06

Lei quella porta l'aprì

di Mauro Baldrati

arbus_gemelle_rid.jpgAnni fa, quando vagavo per redazioni e agenzie milanesi mostrando il book, cioè un catalogo delle mie foto che dovevano servire per convincere il mio interlocutore – un art director, un photo editor – ad affidarmi un servizio, capitava di scambiare qualche battuta informale. Se il mio potenziale cliente era un tipo affabile e conviviale – cosa abbastanza rara, ma non impossibile – la chiacchierata si spostava sui grandi fotografi, i maestri. Mi veniva chiesto chi erano i miei autori preferiti. Io allora facevo dei nomi, e un paio di volte citai una fotografa che amavo particolarmente: Diane Arbus. A quel nome le facce si facevano lunghe, le espressioni corrucciate. Una volta una signora – la photo editor di un importante settimanale di moda e attualità – disse: la Arbus? Non mi piace per niente. C’era fastidio, quasi disprezzo in quel “per niente". Da quel giorno mi convinsi che Diane Arbus era la fotografa forse meno glamour del mondo, e non portava bene citarla. Così, poiché il mio scopo non era propormi come artista superiore alle convenzioni, ma come artigiano che cercava lavoro, pur continuando ad amarla, per non mettermi in cattiva luce ritenni più prudente non nominarla.

Ma perché le foto di Diane Arbus erano considerate così poco modaiole? Eppure due sue personali furono esposte al Museum of Modern Arts nel 1967 e nel 1972, e un’altra alla Biennale di Venezia nello stesso anno, prima fotografa americana a trovare spazio in quel tempio dell’arte.

Forse, mi sono detto, dipendeva dai soggetti che fotografava. Ha realizzato, infatti, una grande galleria di ritratti di personaggi strani, persone con difetti fisici, deformità, i cosiddetti “freaks", mostri, tanto da guadagnarsi l’appellativo – alquanto sciocco – di “fotografa dei mostri". Frequentava il “museo dei mostri" Hubert, a New York, dove si esibivano attori e cabarettisti nani, travestiti, “meraviglie della natura". La Arbus ne era attratta, li contattava, proponeva loro di farsi ritrarre. Dunque era per questo, per l’argomento delle sue stupende immagini frontali in bianco e nero che gli art directors della moda si ritraevano con una punta di fastidio?

Però anche Mapplethorpe ha fotografato soggetti mostruosi, oppure in pose e contesti mostruosi, tipi vestiti di pelle impegnati in pratiche sadomomaso, o sessuali estreme, e lo scatto fotografico talvolta li congelava in espressioni di pura demenza, di inquietante follia. Ma Mapplethorpe era un artista off riconosciuto, un esponente della New York undergound e raffinata degli anni Ottanta, che imprimeva nelle sue immagini un “ritmo" ironico, e soprattutto un gusto neoclassico, quello stile ricercato, con elementi di manierismo, che convenzionalmente definiamo “patinato".

Tuttavia anche Diane Arbus ha frequentato ambienti esclusivi e mondani, quando aiutava il marito Allan Arbus nello studio fotografico di famiglia, negli anni ’50, in piena epopea beatnik. Realizzavano servizi per Vogue, Glamour, Harper’s Bazaar, e le campagne pubblicitarie per l’azienda di pellicceria della famiglia di lei. Ha fatto amicizia con Richard Avedon, che sarà uno dei fotografi più quotati del mondo, con Walker Evans, con Robert Frank, e col giovane Stanley Kubrick, che in Shining le renderà omaggio inserendo, in una delle sue inquadrature da incubo, due gemelle riprese di fronte, citazione di una delle foto più famose della Arbus.

Dunque anche Diane Arbus aveva le carte in regola, per così dire, per essere una fotografa glamour. Perché allora quel rifiuto – quel timore, forse – da parte del mondo della moda?

arbus_gigante_rid.jpgLa verità è che le sue foto sono quanto di meno patinato abbia prodotto la fotografia moderna. La loro superba bellezza sta nell’impatto frontale, aperto, senza reticenza né finzione manierista, con cui i suoi soggetti si dichiarano al mondo. I suoi ermafroditi, le stelline del cinema in rovina, gli esaltati che manifestano in favore della guerra in Vietnam, i vecchi, i bambini, tutti sono degli attori smarriti di un teatro della desolazione. Ha realizzato un famoso reportage in un campo nudista, dove uomini e donne, giovani e vecchi, coi loro difetti fisici dovuti all’età, la pelle cadente, la pancia, sono figure sperdute in un deserto spettrale. Anche nei ritratti di persone cosiddette normali – persone che ridono, che guardano in macchina, o altrove – vi è una lettura laterale del soggetto e dell’ambiente; è la sua visione del mondo e dell’uomo che trasferisce nelle foto: e la fotocamera è una chiave per entrare, per conoscere i suoi abitanti più emarginati, oggetto di scherno e di compatimento. Ha scritto Susan Sontag, autrice di un libro pubblicato trent’anni fa, ma che resta tutt’ora uno dei testi più interessanti sulla fotografia: “Arbus non era una poetessa che scavasse nelle proprie viscere per riferire sulle proprie sofferenze, ma una fotografa che si avventura nel mondo per ‘raccogliere’ immagini cariche di sofferenza. E le sofferenze vengono cercate anziché patite, possono avere una spiegazione non del tutto ovvia". La fotografia come chiave per aprire una porta sul mondo, e al di là vi è l’ignoto; ma una fotografa come lei è stata una semplice esploratrice che registrava l’inquietudine, la solitudine e la deformità del mondo, oppure nella sua ricerca vi era anche il desiderio, l’ansia di vedere allo specchio la propria inquietudine, la propria solitudine, la propria deformità interiore?

Ora a Diane Arbus è stato dato il viso ultraglamour Nicole Kidman, nel film Fur, appena uscito nelle sale. E’ una storia onesta, abbastanza sincera, una storia inventata che si ispira al suo personaggio, e ricostruisce con buona verosimiglianza il suo ambiente, i suoi amici, anche se, come tutte le grandi produzioni, non rinuncia alle regole del genere: l’ambiente dei “freaks" visto come edificante, contrapposto a quello arido ed egoista della sua famiglia ricca e benpensante, il riferimento a una storia famosa già affrontata dal cinema classico come La bella e la bestia, i frequenti primissimi piani dell’attrice-star ecc. Ma è interpretato splendidamente dalla Kidman, e, benché abbia avuto recensioni poco favorevoli – è stato stroncato pesantemente da Lietta Tornabuoni su La Stampa – strappa alcune emozioni autentiche.

Quello che colpisce, quello che conferma una tendenza in atto ormai da anni, è che con estrema facilità l’industria dello spettacolo, da vera padrona del mondo, ha trasformato un personaggio per natura anti-glamour, che spezzava tutte le leggi del consumo modaiolo della realtà, in una nuova icona della moda. Nell’impossibilità, ormai, di trovare eroi drammatici e popolari nel nostro presente, dove tutto è transitorio, adattato alle regole del momento, l’industria dello show-businness scava nel passato, e dopo avere spremuto fino all’ultima stilla Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Kobain, ha trovato negli archivi questa piccola, timida, sregolata fotografa morta suicida a 48 anni, che ha sofferto e ha documentato la sofferenza: un vero, gustoso e inaspettato boccone pronto per essere servito.

(Le foto: in apertura le gemelle che hanno ispirato Kubrick; nell'interno: "gigante in casa coi genitori")

Pubblicato da Mauro Baldrati, il giorno e l'ora: 25.10.06 09:10

Interventi

Grazie a te, Mauro, mi faccio un po' di cultura in un campo che conosco poco. Bel pezzo, scrittura piacevole e nitida.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 25.10.06 09:44

Poi la Arbus è stata esposta alla Biennale e al Museum of Modern Arts dopo morta, insomma se lo è proprio caricato addosso il suo sogno di raccontare quelle persone.
Per quanto ne facciano film glamour, le sue immagini sono refrattarie a qualsiasi glamour. Il suo linguaggio ha una grande purezza, passa la sofferenza e la dignità delle persone, non altro.
Che differenza con certa arte di oggi che gira intorno a temi simili.

ps la sua biografia è stata ripubblicata da Rizzoli, era stampata da un altro editore che non ricordo. Io la acquistai qualche anno fa per pochissimo nei remainders e forse si trova ancora. Lo dico per farvi risparmiare e per non dare soddisfazione ai recensori della carta stampata che non citano MAI le edizioni precedenti. E anche per rompere i coglioni a una casa editrice che stampa e ristampa solo quando c'è di mezzo un film.

Pubblicato da: a.b. - 25.10.06 10:15

Affascina della Arbus la sua ricerca di un'oggettività scevra da abbellimenti da messa in posa -sebbene le sue foto siano piene di pose. I suoi mi sono sempre parsi "scatti" puri, senza compiacimenti.

Pubblicato da: hag reijk - 25.10.06 18:51