« Dopo Carosello in trasferta | Main | Bottega di lettura: Orhan Pamuk »
21.10.06
Mito contro Mito (e l'Eccezione)
di giuliomozzi
Da leggere:
Napoli, Shangay e Bombay. Le terre del "just in time", di Girolamo Di Michele.
Una modesta proposta, di Marco Rovelli.
Ritorno a Gomorra, di Nicolò La Rocca.
Tutto è coro e materia, un'intervista a Roberto Saviano.
Sosteniamosaviano.net
[Sto scrivendo questo pezzo da una settimana, e non mi riesce di mettere a fuoco ciò che mi par d'intuire. Se mi date una mano a cavare il filo di questi dicorsi - o a capire che non stanno in piedi - grazie. gm]
Nel libro di Roberto Saviano Gomorra si raccontano, tra le altre tante cose, le vite di certi capi del "Sistema" costretti dal loro stesso potere a vivere defilati, isolati, nascosti, quasi intombati, sempre in guardia, sempre a rischio di morte. E tanto meglio l'uomo si nasconde, si fa invisibile e introvabile, tanto più aumenta il pericolo per chi gli è familiare, caro, vicino, parente: perché, non potendosi trovare e ammazzare il capo, gli avversari (meglio i competitori) possono decidere di ammazzare qualcuno che al capo sia familiare, caro, vicino, parente.
Saviano racconta anche di ragazzini quattordicenni, quindicenni, già pronti per entrare nel Sistema: i quali sanno benissimo che le loro vite, qualora il Sistema li accogliesse, diventerebbero immediatamente disponibili per l'ammazzamento. E' difficile invecchiare, nel Sistema: i temporanei armistizi, le temporanee denominazioni di una parte sulle altre sono continuamente interrotti dalle guerre generate dalla pura e semplice competizione interna.
Per chi vivono, rischiano, si intombano, muoiono questi uomini, questi ragazzini? Non certo, mi vien da dire, per la loro sopravvivenza; ma per la sopravvivenza del Sistema.
Non so (non posso saperlo: non sono nelle loro coscienze) se e quanto questi uomini, questi ragazzini, distinguano il loro destino individuale da quello del Sistema. Non so, e non posso sapere, se e quanto l'appartenenza al Sistema, stando sul gradino minimo o su quello massimo, dia a questi uomini, questi ragazzini, particolari sensazioni di forza e di potenza individuali. Non faccio, qui, ragionamenti psicologici. Faccio un ragionamento fantastico.
Dico: esiste un Mito, e questo Mito è il Sistema. Questo Mito è talmente forte che a centinaia gli uomini, i ragazzini, decidono di donargli la loro vita. Ed è tanto forte che centinaia di migliaia di altre persone, pur non decidendo di donargli la loro vita, comunque lo temono, lo rispettano, non osano immaginare un mondo che sia privo di questo Mito, il Sistema.
La cosa più impressionante del libro di Roberto Saviano è questa: Saviano non nasconde (oso dire: non ripudia) il fascino che questo Mito, il Sistema, esercita anche su di lui. Saviano (vado a memoria, perché la mia copia del libro è ora nelle mani di un amico) riesce a raccontare a quel modo, con così tanta forza, il Sistema, proprio perché ne è affascinato. Quando si rispecchia in certi uomini, in certi ragazzi, Saviano lo dice chiaro e tondo: loro sono come me, io sono come loro, la differenza è pochissima. Saviano non nega che il Sistema sia fascinoso: resiste alla fascinazione, lotta per tutto il libro contro questa fascinazione, questo Sguardo Di Medusa.
Un amico mi disse, di Saviano, tempo fa: "E' un mitomane". E ci aveva ragione, a modo suo. La scommessa del libro Gomorra sta tutta qui: nel tentar di rappresentare un Mito del Sistema più forte (a questo servono i mezzi della letteratura) di quello che il Sistema stesso produce; voltandolo di segno. Non più Mito di Coraggio, ma Mito di Paura. Non più Mito di Forza, ma Mito di Debolezza. Non più Mito di Bella Vita e Bella Morte, ma Mito di Misera Vita e Misera Morte.
La maggior parte dei fatti che Saviano racconta nel libro Gomorra non sono nuovi. Stanno nelle documentazioni, nelle cronache dei giornali, perfino in altri libri. Ma ciò che Saviano ha fatto, uscire dal campo dell'Indignazione per entrare in quello della Produzione Mitica, questo è nuovo. Ed è, mi pare, un passo importante.
(Tra parentesi. In tutte le campagne più o meno istituzionali finalizzate a scoraggiare l'uso di droghe, viene sempre omessa un'informazione: che la droga, finché non t'accoppa, è bellissima, ti fa stare benissimo. Ora, ogni campagna che scelga di ignorare questo fatto è destinata a fallire.)
A me non interessa se ciò che Saviano racconta nel libro Gomorra è tutto vero o no, non mi interessa se tutto ciò che presenta come "visto con gli occhi" è davvero "visto con gli occhi". Non mi interessa nemmeno fare grandi ragionamenti letterari sul libro Gomorra: è scritto complessivamente bene, sì, eccede spesso e volentieri nell'enfasi, senz'altro. E allora? Tutto questo mi interessa poco. Il libro ha la forza di produrre un Mito, un Altro Mito del Sistema, il Mito di Gomorra, capace di opporsi al Mito attualmente vigente? Meglio: il libro ha la forza di cambiare il Mito attualmente vigente?
Questo libro, la forza non se la dà solo da solo. La riceve anche da tutti coloro che lo fanno circolare, lo fanno leggere. Da coloro che, lavorando nell'informazione o nella conoscenza o nella letteratura, raccoglieranno e rafforzeranno l'invenzione mitica di Saviano.
(Certo, è solo un libro. Noi, facciamo libri. Ma se è vero che Le mie prigioni costò all'Austria-Ungheria più di una battaglia perduta sul campo...).
Da qualche giorno, come tutti sanno, Saviano è oggetto di un programma di protezione. Il Corriere di Caserta (un "bollettino quotidiano di camorra", lo definiva lo stesso Saviano qualche tempo fa) pubblica la notizia: il prefetto ha avviata la procedura per decidere se dare a Saviano una protezione. La cosa viene collegata a una recente manifestazione a Casal di Principe, nel corso della quale Saviano (sul palco a fianco di Bertinotti) aveva fatti i nomi degli innominabili: "Iovine, Schiavone, Zagaria non valete nulla. Loro poggiano la loro potenza sulla vostra paura, se ne devono andare da questa terra". In sostanza, quell'articolo è qualcosa di simile a un "avvertimento". L'Espresso, settimanale per il quale, dopo il successo di vendite del libro Gomorra, Saviano ha cominciato a scrivere, rilancia la notizia in grande stile con un articolo di Gianluca Di Feo (caporedattore centrale) intitolato Saviano? No grazie. Si scatena la bagarre. La faccia di Saviano finisce su tutti i giornali, nei telegiornali. Nel giro di un paio di giorni il prefetto decide: sia data la protezione a Saviano.
Tutta questa esposizione, anche fisica, di Saviano, che effetto ha? Lo protegge? Aumenta il pericolo per lui? Non ne ho idea. La protezione sarà efficace? Non ne ho idea. Sarebbe stato meglio che L'Espresso e Repubblica (seguiti da tutti gli altri) non sollevassero tutto questa bagarre? Oppure, senza bagarre, magari Saviano non avrebbe ricevuta la protezione e sarebbe stato più in pericolo? Non ne ho idea. Sospetto che le ragioni del marketing non siano state del tutto estranee alla decisione di Espresso e Repubblica di portare in prima pagina la notizia concernente il loro collaboratore. Lo sospetto, e niente più.
(Tra parentesi. Se qualcuno nei giorni scorsi si è domandato come mai in Nazione indiana, della quale Saviano fa parte, non apparissero lettere di solidarietà, pubblici appelli e cose del genere, credo che ormai la risposta sia chiara. Basti leggere gli articoli pubblicati in questi giorni: l'inchiesta di Paolo Esposito ["Il comune di Casaluce sciolto per infiltrazioni camorristiche", Napoletano e Casertano, inferni d'Italia], l'intervista a Luigi Maria Lombardi Satriani o l'articolo di Luigi Weber Io so e ho le prove. Non si è fatta, in somma, la scelta di Umberto Eco).
Ora, dunque, Saviano è stato strappato alla sua terra. Non so in che cosa consista il programma di protezione. Posso immaginarlo rievocando le storie di uomini che vivono isolati, nascosti, intombati, che ho lette proprio nel libro Gomorra. Da quando il libro Gomorra è stato pubblicato, Saviano non è più invisibile. Non può più muoversi come un uno tra i tanti. E ora il programma di protezione, in qualunque cosa consista, separa definitivamente Saviano dalla vita reale. Lui ora è diventato l'Eccezione. E' Intoccabile, e contemporaneamente è Esposto.
Ricordarsi sempre: non è il chiasso dei media, a fare di Saviano un'Eccezione, un Intoccabile Esposto. E' lo sguardo del vicino che si distoglie, il saluto del conoscente che si nega, l'imbarazzo del negoziante, l'allontanarsi da te mentre cammini per la strada, il dirti guarda, non è niente di personale, ma..., la sufficienza dell'intellettuale che ha cinquant'anni più di te. Sono tutte queste micropratiche che fanno l'Eccezione.
Lunga vita, salute e libertà a Roberto Saviano.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 21.10.06 12:00
Interventi
Con riferimento alla prima metà del post - prima volta in assoluto che leggo un tuo scritto e dico: "Sì!", un sì accorato, convinto, empatico. A volte mi sembri l'ultimo intellettuale dell'Impero Romano d'Oriente, ma questo post è gfh
(l'ultima parola l'ha aggiunta mia figlia con una manata sulla tastiera)
Pubblicato da: Wu Ming 1 - 21.10.06 12:27
Ciao Giulio. Il Mito è però una storia che non ha fondamenti nella realtà. Il Sistema, invece, nasce dalla realtà.
Quando scrivi:
"Dico: esiste un Mito, e questo Mito è il Sistema. Questo Mito è talmente forte che a centinaia gli uomini, i ragazzini, decidono di donargli la loro vita. Ed è tanto forte che centinaia di migliaia di altre persone, pur non decidendo di donargli la loro vita, comunque lo temono, lo rispettano, non osano immaginare un mondo che sia privo di questo Mito, il Sistema."
resta da stabilire se le persone che temono, rispettano, e non osano immaginare un mondo senza il Mito, il Sistema, facciano questo perché non riescono a farlo oppure perché 'non possono' farlo: perché è il Sistema, che è una cosa reale, e non una fantasticheria, che glielo impedisce.
Pubblicato da: Marco - 21.10.06 12:51
giulio
tra amici e sodali se ne parla da giorni.
Il sistema è dimensione da cui i sopravviventi, coloro che non hanno almeno apparentemente alternativa, non possono prescindere. Il sistema dà loro lavoro, il sistema è ricchissimo, produce ricchezza, il sistema garantisce uno stipendio alle ragazze il cui fidanzato è finito in carcere. Il sistema deve sussistere per garantire chi da esso dipende,Ecco perché le mamme degli scippatori aggrediscono le volanti della polizia e gli stessi rapinati che intendono deunciare gli scippatori.
In quanto a Saviano credo tu faccia centro. E' mitopoiesi la sua non ex novo, ma una nuova possibilità di fare mitopoeisi intorno a una materia così tanto mitizzata e malamente. Saviano non dice nulla di nuovo, sostanzialmente, tutto si sa già, più o meno (figurati dalle nostre parti). Ed è per questo che mi sono stomacato nel leggere qua e la commenti da gallinaio sul libro di saviano. che non è un capolavoro ma non nemmeno unas chifezza e che ha il merito enorme in questo momento di ceare Mito. Non a caso qualcuno lo ha capito e ha incominciato a minacciarlo. La potenza del libro di saviano sta qui (a parte che certe pagine hanno una loro potenza anche letteraria, diciamo così). QUindi grazie a te Giulio. Mi fa piacere aver letto le tue parole. Saluti
melpunk
Pubblicato da: melpunk - 21.10.06 13:52
Credo che il Sistema esista grazie alle persone che decidono di aderirvi, di farne stile e sostanza di vita. E di farne il proprio Mito. Il Mito prende sostanza proprio perché le persone che vi aderiscono (dai più alti, i burattinai, ai più bassi, gli esecutori)lo considerano imprescindibile e non riescono a concepire una sostanza di vita diversa, priva di tutto ciò che quel sistema è.
Se, per assurdo, tutti gli aderenti a quel sistema venissero improvvisamente a mancare, chi perché ucciso e chi perché sceglie inopinatamente un'altra sostanza di vita, il Mito cesserebbe di funzionare e quindi di esistere.
Ma queste sono astrazioni.
Pubblicato da: Paolo Ferrucci - 21.10.06 14:30
Giulio, ehm, come dirtelo... hai lasciato fuori una cosuccia: la verità.
Non è un problema da poco sai, specialmente dove ci si muove per verità processuali.
Spero che tu possa recuperarla in fretta per dare nerbo al tuo discorso un tantino fumoso sul mito.
Un saluto a te e a WuMing1
p.s. è il caso di dirlo, siete mitici! (pure troppo).
Pubblicato da: andrea barbieri - 21.10.06 15:18
Mah: mica spicca per chiarezza 'sto pezzo. Soprattutto la parte sul mito, a capirti si va a intuizione. Insomma, fumoso e non poco.
E' parte romanzo e parte realtà: Gomorra. Molte cose sono di dominio pubblico, Saviano le ha scritte, ha avuta la fortuna/sfortuna di pubblicarle per Mondadori, altrimenti non sarebbero state notate. E probabilmente non gli sarebbero venute minacce. Molte altre sono riprese da altri libri, da altri autori. Altre ancora sono leggende metropolitane. Insomma, un buon cinquanta per cento di Gomorra è un riempimento al quel nuovo che ci dice Saviano.
“La solidarietà va bene: ma quel che occorre è un intervento della mano pubblica visto che tutti sanno da dove e da chi originino queste minacce. Non siamo di fronte alla fatwa contro lo scrittore Salman Rushdie, una condanna a morte che avrebbe potuto essere eseguita da qualunque musulmano nel mondo. Conosciamo, al contrario, i nomi di queste persone, e non resta altro che l’intervento della mano pubblica per tutelare Saviano. Non si confonda questa vicenda con altre storie di intolleranza amplificate ai quattro angoli del mondo dalla globalizzazione (Rushdie appunto, o la stessa ondata di minacce e proteste contro Benedetto XVI «per una citazione»). Qui c’è la firma, quindi è inutile far gli appelli alla solidarietà degli scrittori, qui si tratta soltanto di intervenire da parte della mano publica su un fenomeno di cui si sa tutto.": Umberto Eco.
Si tira in ballo Umberto Eco, e non uno che dica filo e per segno quanto ha detto Umberto Eco veramente: ma che diavolo di informazione si fa? Possibile che le informazioni debbano essere così, alla boia d'un Giuda, con biechi solletichi che poi si farà la Bustina di Minerva a lutto, ma intanto silenziamole parole di Eco, che non si sappiano in giro, mi raccomando. Ciò mi fa indignare e non poco.
Insomma, tanto rumore, molto rumore, inutile e dannoso. Una bagarre che poteva esser evitata per il bene di Roberto Saviano, di Napoli anche: perché di città al collasso non solo Napoli.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 21.10.06 17:50
Forse, ehm, sarebbe il caso di cercare di capire cos'è un mito, anziché fermarsi all'uso più comune e banalizzante del termine, praticamente un sinonimo di "bugia".
Se ci si ferma qui, vanno a farsi benedire non decenni ma secoli di studi su come funziona la comunicazione tra gli umani, comunicazione che non può realizzarsi senza miti, intesi come narrazioni condivise che permettono di orientarsi nel mondo.
Il mito non è interamente "falso", non è "il contrario della verità": il mito si basa su verità, le incorpora, le innalza dal letterale al retorico. Se vi va, usiamo il sostantivo "immaginario", che è meno equivoco (a condizione di non contrapporlo al "reale" in una visione dicotomica, dato che anche l'immaginario fa parte della realtà).
Ecco, il "Mito del Sistema", fino ad ora, era l'immaginario che al Sistema faceva comodo veicolare e ai media riusciva facile descrivere. Quell'immaginario era la generalizzazione e "retoricizzazione" di verità parziali: la camorra da vicolo e suburra esiste ancora, certi codici esistono ancora, esistono sicuramente anche camorristi come li descrive De Crescenzo in "Così parlò Bellavista", ma mentre la nostra cultura si fermava a quell'immaginario, la camorra diventava anche e soprattutto altro, e usava la propria vecchia immagine come cortina fumogena.
Il "Mito del Sistema" che cerca di costruire "Gomorra" è un insieme di storie, di exempla, su come e quanto la camorra sia cambiata. Storie che permettano di affrontare il problema nella forma che ha assunto più di recente, anziché nella forma che aveva venti-trent'anni fa. Dire che "Gomorra" contrappone "Mito a Mito" non significa che contrappone menzogna a menzogna: semplicemente, significa proporre storie che abbiano un forte impatto e una carica emblematica, più adatte a descrivere cos'è il Sistema oggi e non ieri. Qui sta la forza di "Gomorra", in questo tentativo, e nel modo che l'autore ha scelto per compierlo. Scritte in un saggio, le medesime storie avrebbero avuto minore "presa", sarebbero risultate meno suggestive, non avrebbero prodotto mito, quel nuovo mito che oggi sta veicolando conoscenza (e credo che ciò sia innegabile).
Ad ogni modo, inviterei a non essere triviali: se l'interlocutore usa un termine in un'accezione (e secondo me era chiara), non è costruttivo polemizzare con lui appigliandosi a un'altra accezione dello stesso termine.
Pubblicato da: Wu Ming 1 - 21.10.06 18:19
Caro Wu Ming 1, il pezzo di Giulio Mozzi per quanto concerne il mito è fumoso: si capisce a tentoni, andando a intuito, con estrema fatica...
No, non si capisce niente, inutile render meno amara la pillola: è solo un pasticcio.
Comunque, del mito, sinceramente me ne frega poco o niente or come ora, giacché la mia attenzione è orientata più ai pericoli in cui incorrerebbe Saviano, grazie anche alla gran bagarre che i media hanno tirato su.
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 21.10.06 18:44
ferrucci
naturalmente si tratta di astrazioni: il sistema è forte e non gli facciamo paura. inoltre la forza del sistema sta nella sua capacità di dare forza a chi non ce l'ha. quindi il sistema sarà vivo e forte fino a quando ci saranno deboli, classi subalterne come avrebbe detto de martino, poveri, indigenti e disperati. Categorie che intorno al sistema sono diffusissime. Se non si ha presente l'ambiente in cui sto sistema prospera non si capirà mai cosa sia veramente.
Evidentemente chi è in grado come saviano di costruire un discorso forte, fosse anche mitopoietico sul sitema diventa pericoloso. la costruzione di un "mito" può essere (come in questo caso) contraria e pericolosa per chi è al centro del mito.
Pubblicato da: melpunk - 21.10.06 18:55
Se qualcuno ce l'ha su con Mozzi polemizzi con lui su altre questioni, non si faccia scudo con Saviano, che ha ben altre gatte da pelare.
Pubblicato da: dignità vo cercando - 21.10.06 19:09
dignità
sì in molti luoghi della rete ciò che veramente impera non è la discussione quanto la polemica: stupida, inutile, a gallinaio, a volte becera e anche un po' psicopatologica. insomma squallore. saviano intanto se ne sta a regime di protezione e inizia a fare una vita infame e piena di tensione. di fronte a lui e al suo libro le polemiche e gli intellettualismi, anche quelli, perdono forza e si dimostrano per quello che sono: gallinaio.
ps
Il mito ovviamente non equivale a falso o chissà cosa. Il mito è una costruzione
Pubblicato da: melpunk - 21.10.06 19:26
Saviano ha fatto una di quelle cose che nobilitano la letteratura, rendendola qualcosa di diverso da un passatempo borghese come è in troppi casi, ma la verità resta amara: chi è in preda al Mito e gli dà forza, non legge. Mito e Storia sono incompatibili, perchè la forza del primo sta proprio nell'impedire l'accesso alla seconda. L'operazione di Saviano non è contrapporre un mito a un mito ma, come lascia capire il post di Wu Ming1, provare a svelare l'ambiguità del mito per aprire ad una consapevolezza storica di cosa la camorra è divenuta veramente. Dubito della efficacia extra-letteraria di queste operazioni, però: chiediamoci quanto le analisi sociologiche e le biografie non autorizzate su Berlusconi hanno scalfito l'ingenua mitologia dei suoi fans popolari? Nulla: anche questi non leggono.
Mi spiace dar ragione a Umberto Eco, ma il ripristino della legalità è l'unico auspicio che si può trarre da quelle situazioni sociali, così come credo che solo un brutto malanno ci libererà da Berlusconi.
Pubblicato da: Valter Binaghi - 21.10.06 19:28
Nessuno usa Saviano come scudo.
Per mio dico che Saviano ha scrito un libro, non un librettino: ma niente per cui si debba gridare, tra le altre cose, "al miracolo letterario".
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 21.10.06 19:34
binaghi
è vero che i ragazzi di scampia e di città giardino non leggono saviano, e non leggono nemmeno il libro cuore, ma è necessario che chi legge, a napoli come nel nel resto d'italia si legga quanto dice saviano. a napoli non basta parlare di camorra e di chi vi adersice. a napoli esiste una cultura della camorra, una mentalità, anche in chi non vi aderisce direttamente. il libro di saviano è destinato, in quanto inserito in un "genere" ben preciso, a risvegliare, suscitare, informare. a me tutto sommato non dice più di tanto (al liceo alcuni compagni di classe mi raccontavano che a giugliano il regalo del padrino di cresima era '0 fierro, la pistola), ma non sta qui il punto. mi offre un apossibilità in più di vedere e pensare il fenomeno. e serve a giulio che stra a padova e a molti altri
Pubblicato da: melpunk - 21.10.06 19:38
Trovo che sia tutto molto "italiano". Saviano sarà la vittima sacrificale, l'agnello ultimo che la tronfia intellighenzia che alligna nel mondo cosidetto della "cultura" utilizzerà per lavare la sua cattiva coscienza. Ci voleva un testo cosi per percepire la realtà di porzioni di territorio cosi consistenti ? Ma anche bene, volendo registrare questa come l'ennesima dimostrazione di quanto piaccia all'intellettuale organico tenersi a debita distanza dalla merda, resta il fatto che la sterilità di una denuncia sta all'impossibilità di smuovere le cose, con la sola forza della parola scritta. Qualcuno ha profetizzato di adottare questo testo come testo per la scuola dell'obbligo. Sarebbe già una buona cosa, se non fosse intrisa di troppa speranza. Credo che sia necessario lavorare sul "piacere", ti deve non "piacere" di essere arruolato a 15 anni per andare a sparare a qualcuno. Ti deve piacere di più andare in camporella con la biondina della scala accanto, per dire. Qualcuno sa come riuscirci ?
Pubblicato da: cletus - 21.10.06 19:42
cletus
offrendo la possibilità di scegliere. ripeto: se non ci rendiamo conto di chi siano le persone che fanno parte del sistema, ovvero che portano acqua al sistema, non avremo capito nulla. Il boss, in senso lato, è un modello (lo dice anche saviano), ma non è solo un modello: è una possibilità in una realtà che in generale di possibilità non ne offre. Il boss diventa il "mito" dell'abitante "creolizzato" delle periferie (e non solo), è il referente UNICO. Se esistessero possibilità di lavoro, di futuro, non credo che tutti così come oggi aderirebbero all'unica alternativa possibile oggi.
Pubblicato da: melpunk - 21.10.06 19:51
""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""
"ROBERTO SAVIANO"
""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""
POST SU "ROBERTO SAVIANO", LO SCRITTORE CASERTANO CHE SI è SCAGLIATO CONTRO LA CAMORRA. STIAMOGLI ACCANTO NON SOLO CON LE PAROLE. UNITI SIAMO PIù FORTI DI TUTTE LE MAFIE
WWW.BENNYCALASANZIO.BLOGSPOT.COM
Pubblicato da: benny calasanzio - 21.10.06 21:02
Il mito non è il Sistema, ma la solita, vecchia volontà di Potenza & di Prepotenza: voi fate quello che dico io. Io Superuomo, voi Vermetti. A cui Saviano oppone, certo, un altro mito: quello della volontà di Rispetto. Ognuno sia libero, onesto, rispettoso degli altri. Nessuno schiacci nessuno. Viviamo in pace. Mito contro mito? Diciamo, piuttosto, Scala di Valori contro Scala di Valori. Visione del Mondo e dell'Umanità contro Visione del Mondo e dell'Umanità. Perché, diciamola tutta, la nostra sarà anche un'età di Relativismo, ma le Scale di Valori non sono tutte uguali: vanno messe in Scala. Alcune convengono a un Maggior Numero di Persone (fondamento della Morale), altre solo ai Felici Pochi (almeno in teoria, perché poi finisce che anche 'sti Felici Pochi se la passano male, vivendo nascosti e continuamente minacciati da sempre nuovi Sbruffoni). Scusate l'Orgia di Maiuscole.
Pubblicato da: Lucio Angelini - 22.10.06 04:18
A mio modesto parere ci sono molte componenti da analizzare. Da una parte Saviano che scrive un libro (di denuncia? o di osservazione della realtà?). Dall'altra la mondadori che ci sta facendo un sacco di soldi. una domanda che mi sono posto: ma la camorra, la mafia, eccetera eccetera di solito non fanno saltare in aria o scannano le persone senza fare rumore? Cioè: se Saviano doveva morire, non sarebbe già morto?
In altre parole, assomiglia molto a una montatura modaiola della mondadori, proprio ora che il fenomeno mafia è venuto alla ribalta (e si perchè occorre che diventi di moda per parlarne e mobilitarsi...), un bel modo di vendere e promuovere un libro...
Altra cosa: se uno di voi vive nel sud può capirmi: la "mafia" ce l'hai intorno, la respiri, la vivi. i fatti narrati nel libro di Roberto sono presenti in ognuno. sono mito e sistema insieme per sintetizzare. Non è un'adesione, è permeazione autogenerata dall'habitat. Sapete cosa vuol dire quando della mafia fanno parte il gendarme, il sindaco, il lattaio e il politico (destra o sinistra non importa), il fattorino, la signora del piano di fronte e tuo cugino? vuol dire che non c'è scampo, ce l'hai proprio lì, sempre.
Nessuna eccezione. Forse un po' di presunzione e molto molto marketing.
Saviano comunque non morirà, non è Pasolini.
Non volermene Roberto
Pubblicato da: ciro - 22.10.06 09:28
Condivido pienamente l'impostazione generale di Lucio. Infatti, più sopra ho parlato di "sostanza di vita", che può intendersi anche Visione del mondo e dell'umanità, e anche Scala di valori.
Finché non si raggiungerà quell'equilibrio, purtroppo ancora astratto, in cui ciascuno sia libero e onesto e rispettoso del prossimo (valori essenzialmente cristiani, mi sembra), saranno condannati a lottare un po' tutti, potenti e diseredati, con gli strumenti che hanno.
In effetti, il termine "adesione" che ho usato può essere improprio: lì non c'è libertà di scelta nel senso a cui siamo abituati noi "esterni", se non a un prezzo elevatissimo e non accettabile dalle umane possibilità.
Mi sembra che la vocazione al martirio e alla santità sia cosa d'altri tempi, almeno per noi occidentali (in Medio Oriente non lo so).
Quanto alla "montatura modaiola", credo che la denuncia di Saviano sia autentica e degna della massima considerazione, così come il suo coraggio. Che la Mondadori ci speculi sopra è cosa scontata: gli editori, soprattutto i grandi, sfruttano qualsiasi dettaglio che possa far loro comodo per attirare i lettori, molto spesso con messaggi ingannevoli e falsi (non in questo caso, naturalmente).
Piove sul bagnato, insomma. Resta da capire se l'impatto mediatico sarebbe stato identico se invece di Mondadori si fosse trattato di un editore piccolo e quindi "invisibile".
(Lucio, ma che fai alzato alle quattro del mattino? Fila a letto!)
Pubblicato da: Paolo Ferrucci - 22.10.06 11:44
Saviano è protetto, okay.
Ma che ne è dei suoi familiari, vicini e meno vicini?
Quella è gente che se non può toccare te, allora se la prende con i tuoi parenti.
Saranno protetti, i parenti di Saviano?
Questo mi chiedo io.
Pubblicato da: R4 - 22.10.06 17:10
Giulio, secondo me il problema non è il mito del Sistema, ma il fatto che solo il sistema può far accedere al mito. Saviano dice che i ragazzini mettono in conto come uno dei fattori positivi quello di poter morire amazzati, come uomini "veri". Non per il sistema, per se stessi
La scuola mi fa accedere al Mito? Lo sport? La professione? L'amore? I miei valori? Il "conosci te stesso"? La TV forse.
Se ho quindici anni e fegato da vendere, o almeno credo, che me ne faccio? A chi mi rivolgerò pe far fruttare i miei talenti? Chi si accorgerà che in mezzo a tanta merda io valgo qualcosa?
Oltre al discorso dell'accesso agli status symbol (la pisotola, la moto ecc. ecc.), va sottolineata anche la capacità che ha codesto sistema di dar qualcosa da fare a ragazzini che altrimenti si pascolerebbero a far nulla perché il sistema sociale esistente non sa che farsene delle energie che essi sprizzano e sprecano nella loro urlata fragilità.
Pubblicato da: Shinji Ikari - 22.10.06 23:29
Qualche tempo fa WuMing1, su mia richiesta, mi consigliò un libro di Massimo Piattelli Palmarini. In esso ho poi trovato parecchie cose interessanti, ma non dei veri "insight" sul mito (e parallelamente sulla "narrazione") - che era poi ciò che andavo ricercando maggiormente fra scrittori e poeti. Ho letto ancora parecchio al riguardo, eppure tale concetto continua a sembrarmi elusivo: molte interessantissime concezioni, come quelle, per fare qualche nome significativo, di Levi-Strauss, Roland Barthes, René Girard, che però sembrano piuttosto contrastarsi a vicenda, situando e spiegando "l'essenziale" del fenomeno in maniere assai differenti, che non integrarsi tra loro. Così quando Mozzi adopera il termine "Mito" senza "foglietto d'istruzioni", come si trattasse di qualcosa di scontato, di universalmente noto, rimango intrigato ma anche perplesso: si tratta di cosa buona (a fronte dell' "arido", e forse impotente, razionalismo), di cosa cattiva (da demistificare, sempre), oppure ambivalente (da continuare a prendersi, "cum grano salis")? Si tratta forse di quell' "attrezzo" - immateriale - con il quale si dirigono le masse (una forma degradata dell' "ideologia", che invece mette ordine tra le élite)? In tal caso dovremmo forse preoccuparci che rimanga in mani responsabili, ma senza sperare di annullarne totalmente un'efficacia che ci può fare comodo (creazione di contro-miti politicamente corretti). Nel presente contesto, "Mito" sembra indicare una sorta di "modello di riferimento", un fascio di concetti per lo più impliciti, delineati da storie e immagini, e funzionante più per fascinazioni che non per "calcolo" razionale (che comunque rimane presente e mai del tutto "purificabile" dal resto), qualcosa che può fare leva su "disposizioni", meccanismi a scatto il cui allestimento entro i corpi può venire analizzato da un punto di vista culturale e storico. Però mi sembra manchi ancora, ai pregevoli sforzi che la blogosfera ci mette a disposizione, una chiarificazione teorica che potrebbe dare loro una maggiore efficacia e coordinamento. Forse queste cose dovrei chiederle ad Umberto Eco (dato che si è finalmente occupato di Saviano, mi piacerebbe che ora passasse al suo libro) ma mi ritorna in mente una profetica risposta di Tiziano Scarpa: "Vedi il bicchiere mezzo vuoto. Liberissimo di farlo. Qui ci sono scrittori e intellettuali che si impegnano, scrivono gratuitamente, ci mettono il tempo che possono. Perché non vai a protestare da Umberto Eco, Baricco, e quanti altri, che ti negano qualunque interfaccia? Facciamo quello che possiamo. E' poco? Mi dispiace." Visto che adesso non abbiamo più neanche lui, mi premuro innanzitutto di esprimere il mio sincero apprezzamento per ciò che, comunque, qui (e nella costellazione di spazi correlati) già si fa :-) Ciao
Pubblicato da: elio-c - 23.10.06 12:23
Dopo lunghi studi mi sono reso conto che l'antropologia culturale (Levi Strauss), la filosofia (Girard) e soprattutto la semiologia (Barthes, Eco) danno qualche utile suggestione ma più che altro sfruttano il mito per robinsonare, cioè per dare un'inizio alla loro interpretazione razionalistica della cultura, in fondo non troppo diversamente da quello che facevano i positivisti come Comte. Se si vuole lasciar parlare il mito bisogna rivolgersi alla storia delle religioni (Eliade, per esempio). Il mito è insopprimibile perchè è la metafisica primitiva, in cui il linguaggio comune viene caricato di connotazioni simboliche, per esprimere ciò che è ancora inesprimibile altrimenti. E'ì l'infanzia del pensiero, e ne contiene in embrione la potenza. Cosa centra con la camorra? Centra come l'infantilismo centra con l'infanzia autentica. Infatti oltre al progresso c'è il regresso, il rifiuto dell'intelligenza, la barbarie indotta (rifugio nel familismo, ripiegamento narcisistico su figure genitoriali onnipotenti, ecc). In effetti, personalmente contesto questo uso ambiguo. Meglio non chiedere a Eco: insieme agli strutturalisti francesi, è il principale responsabile di questa confusione.
Pubblicato da: Valter Binaghi - 23.10.06 12:59
[Mi sa che stiamo andando un po' OT. Non troppo, ma abbastanza perché la cosa si noti. Dò un'ultima spinta in direzione del guard-rail, poi incrociamo le dita e speriamo nella tenuta di strada del dibattito su "Gomorra"]
Elio, potevi dirmelo che cercavi insight sul mito, io avevo capito che t'interessavano testi sull'ars retorica alla luce delle più recenti scoperte delle scienze cognitive. A proposito, nel frattempo sono uscite molte altre cose, soprattutto orientate al cosiddetto "neuromarketing": basta rovesciare in negativo quel che viene affermato in positivo, e testi apologetici diventano intriganti testi critici e manuali di autodifesa dalle manipolazioni).
Secondo me le cose più interessanti sul mito (inteso come narrazione condivisa, identificante, aggregativa, mobilitante) si possano trovare (talvolta anche a insaputa degli autori) non tanto nei classici dell'antropologia novecentesca, quanto in Georges Sorel (nelle "Riflessioni sulla violenza", il mito dello sciopero generale), Furio Jesi (il denso saggetto su mito spontaneo e mito tecnicizzato che apre la raccolta "Letteratura e mito"), Joseph Campbell (ne "L'eroe dai mille volti" parla del viaggio iniziatico come storia-base comune a tutta l'umanità), Georg Mosse ("Le guerre mondiali dalla tragedia al mito dei caduti") e - parrà strano - l'archeologo Andrea Carandini (in un libro-monstre, al tempo stesso rigoroso e sgangherato, che si chiama "Archeologia del mito", Einaudi 2002).
Certo, bisogna lavorare facendo collidere enunciati ed esempi, costringendoli a lavorare tra loro, e va fatto con un occhio alla grande mole di studi sullo "storytelling" come creazione di reti sociali. Un unico mega-testo di sintesi sull'importanza della dimensione mitica nella comunicazione quotidiana non credo esista, almeno non che io sappia.
Pubblicato da: Wu Ming 1 - 23.10.06 13:21
binaghi
una spiegazione razionale della cultura è un obiettivo "normale" per qualsiasi antropologia. non esiste spiegazione non razionale in campo antropologico, sia esso strutturalista che altro. la concezione del mito come una forma di pensiero ancora "bambino" la trovo deprecabile. Il mito, il pensiero mitico e la mentalità mitica sono espressione di un pensiero, che è altrettanto razionale, ma che si muove in maniere differenti rispetto al pensiero moderno, o al pensiero positivo ecc. Dire che il mito è frutto di una infanzia del pensiero è decisamente evoluzionistico, e quindi siamo ancora una volta all'antropologia che l'antropologia ha cercato di scrollarsi di dosso negli ultimi decenni. Per prima cosa il mito, inteso pienamente come tale, è una mentalità e con essa un linguaggio e una possibilità di spiegare la realtà (lasciamo stare poi i livelli di realtà altrimenti si andrebbe avanti per settimane).E' evidente che l'opzione strutturalista "soffoca" il pieno respiro del mito, lo riduce, ma lo riduce come ogni altro fenomeno umano che non sia strettamente ricoducibile a una dimensione materiale. Il linguaggio del mito non è caricato di simbologia, ma è simbologia esso stesso (e qui si apre un'altra enorme parentesi). Aggiungerei allora per una lettura più profonda del mito anche Vernant, visto che ci troviamo.
A me pare qui che il termnie mito e mitopoeisi utilizzati da mozzi siano stati un po' spostati dal loro alveo.
Pubblicato da: Melpunk - 23.10.06 13:40
@Wu Ming 1: hai ragione, ma vedo ancora un'affinità profonda fra le due problematiche. L'arte retorica mi appare come una tecnica (poco esplicitabile) di "affabulazione" che ha più a che fare con il funzionamento del mito che non con la costruzione di modelli scientifici sottoposti a dei requisiti di coerenze logico-formali, o corrispondenze sperimentali.
Ti ringrazio per gli ulteriori suggerimenti. Interessanti anche gli altri interventi ai quali però, data la difficoltà dell'argomento, non mi sento di "reagire" immediatamente.
Pubblicato da: elio-c - 23.10.06 14:53
Melpunk
il mito come infanzia del pensiero è una metafora, precisamente una metafora vichiana, e col Vico siamo alle origini dell'antropologia ma anche a Napoli.
Così si torna al punto, magari.
Pubblicato da: Valter Binaghi - 23.10.06 15:49
valter binaghi
lasciamo stare vico con l'antropologia. vanno bene le metafore ma le metafore esprimono pensiero. anche se la chiusura del cerchio a napoli può far piacere. eheh. sono della scuola antropologica di napoli, la più "puntigliosa" eheheh. un saluto
Pubblicato da: Melpunk - 23.10.06 16:21
Mi sembra il pezzo di un lettore non ingenuo, un lettore critico che non si ferma alle prime impressioni. Bene. Ma sappiamo che gomorra non è un romanzo. Io non so cosa risponderebbe saviano quando gli dici che è affascinato un pò anche lui dal sistema. Io ti dico che si può parlare di fascinazione solo se ci si ferma sulla pagina. Attenzione, il mito c'è in gomorra! Non lo nego. Non c'è nelle strade di Casoria, Arzano, Casavatore etc paesi nei quali ho vissuto e dai quali per fortuna sono fuggito. Lì la camorra si respira, non è un semplice ostacolo alla vita sociale regolata di un paese di uno stato di diritto democratico. Le logiche prestatuali, feudali, tribali non inquinano, ma sommergono la vita quotidiana. La maggior parte dà per scontato che non esista alternativa. Fare la spesa, iscrivere tuo figlio a scuola, andare dal medico, parcheggiare, uscire con la fidanzata, tutte queste azioni (non solo, dunque, aprire un'attività o fare politica) devono tenere conto dello stile di vita camorristico, nube tossica all'interno della quale tutti trascinano le proprie esistenze. Questo è mito? Hai vissuto almeno sei mesi in quei paesi?
Pubblicato da: jackleopardi - 23.10.06 17:57
jackleopardi
La risposta che ha dato saviano a questa domanda è che la fascinazione può esserci nel momento in cui ci si rende conto dell'esistenza di un "mito" del boss, che si ispira al cinema e alla televisione, che cita certi film di mafia americana. naturalmente la fascinazione finisce là. saviano sa bene cosa sia la camorra e i camorristi. mica dorme. Il mito sta qui, nell'aura "mitica" che gli stessi componenti della camorra concorrono a creare o ricreare intorno alla loro figura. Un'aura mitica che forse colpisce anche i portatori d'acqua, che si diranno azz, hai visto quant'è tuosto don Peppe (poniamo). Chillo s' ca tene ' palle!
Pubblicato da: Melpunk - 23.10.06 18:05
Ho la sensazione, Mel, che quello cui ti riferisci tu sia altro da cio' di cui ha scritto Mozzi.
Una cosa è il "mito" del boss calato nella realtà, altro è la mitopoiesi del romanzo "Gomorra" di Roberto Saviano. Sono due piani che si intersecano in un punto x ma che seguono curve proprie.
Mi è sembrato che Mozzi ci tenesse a segnalare la novità dell'operazione culturale di Saviano, che è stata quella di "mitopoietizzare" la camorra, non limitandosi a raccontare di come i guaglioni "mitizzano" i boss. Un conto è dire Schumacher è un mito; un conto è l'operazione strutturata, archetipica, di uno scrittore che produce Mito (mi sembra che WM1 abbia ben spiegato e colto immediatamente la differenza).
Detto questo io penso che i due piani abbiano aspetti drammatici entrambi, giustament messi in evidenza nei tuoi commenti, che riflettono perfettamente il piano della "realtà" (il dramma sociale di territori nei quali i ragazzi non hanno alternative all'ammirazione e all'identificazione nel boss che ha soldi, potere, denaro, donne. Una cosa che è sempre esistita: a New York, come a Chicago, come a Tokyo).
Sempre che io abbia capito bene,
ciao, ezio
Pubblicato da: Ezio - 24.10.06 09:26
ezio
senza dubbio. avevo scritto già della parte mitopoietica da attribuire al libro di saviano (anche se di fretta). In particolare facevo rierimento al rischio della fascinazione e del riconoscimento di un "mito" con la m minuscola nel boss camorrista. So bene che si tratta di cose distinte, anche se come dici tu, intersecantesi. Rispondevo ai commenti successivi, che attengono ad altro rispetto alla mitopoiesi, ma che comunque si intersecano. Il rischio, appunto è quello di fare un po' di confusione su Mito, mitopoiesi e mito.
Pubblicato da: melpunk - 24.10.06 10:24
Una puntualizzazione (scusate l'OT): il mio riportare un frammento di comunicazione con Tiziano Scarpa, non aveva (nelle intenzioni) nulla di sarcastico o irriguardoso. Una semplice associazione di idee nella quale Umberto Eco e la diversa "accessibilità" degli intellettuali sulla rete costituivano l'elemento di giunzione (non troppo robusto, in verità) al resto del discorso. Nessun dito alzato verso una scelta (ovviamente insindacabile) che ha peraltro portato buoni frutti (vedi il sito ilPrimoAmore) ma ha anche lasciato qualche rimpianto in N.I. That'all.
Pubblicato da: elio-c - 24.10.06 18:43
scusate se torno sul punto. A me sembrava che parte della fascinazione che qualcuno imputava a saviano derivasse dal ritratto di un Sistema inattaccabile, sovrano come un leviatano, più forte d'ogni reazione e di tantissime proteste letterarie come gomorra (altro che forza della letteratura come gli fa dire d'orrico su magazine del corriere, figuriamoci...). Quell'io so ancora non smuove nulla.
Pubblicato da: jackleopardi - 28.10.06 00:51
sidk qwvruzlb fhoan bzxfjyud mvfsbp ysrjkwv wigcr
Pubblicato da: fgcn dtwhkxfoc - 06.05.08 18:03
kzpcxf hvqr nhmalw utrnegci bvtwrhicz mkil xorun http://www.ctbu.lnzigurb.com
Pubblicato da: qaitebdy mcyleft - 06.05.08 18:03
ryxkbdatl qavoh twvuhka bljqtswa rbigsxjp wrmzkpsth grokwfsz soqj fauyvlitj
Pubblicato da: qjoepltd nxiae - 06.05.08 18:04
mlxh ofkil yvpl vhzxnb btxqkmhr ftjcqpve nqbewhkm [URL=http://www.ztenawc.zwcmh.com]fkjb jwlyucb[/URL]
Pubblicato da: bwqayz bykz - 06.05.08 18:04
edsmoawnh plah qamr oqiytax szdrtwnx tngazmpio pnbjfhl [URL]http://www.dwflr.qhlvkywce.com[/URL] rnveoukp vset
Pubblicato da: ucjrw zmputq - 06.05.08 18:06
edsmoawnh plah qamr oqiytax szdrtwnx tngazmpio pnbjfhl [URL]http://www.dwflr.qhlvkywce.com[/URL] rnveoukp vset
Pubblicato da: ucjrw zmputq - 06.05.08 18:07