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14.10.06
Della ragion poetica [2]
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I. Del vero, e del falso: del reale, e del finto
Ogni uman giudizio, anche quando è pronunziato in figura di negare, pur sempre qualche affirmazion contiene, se non espressa, almeno tacita. Poiché chi dice il sole esser luminoso, espressamente afferma del Sole lo splendore, con giudizio chiamato affermativo. Ma chi, con giudizio negativo appellato, dice il Sole non essere oscuro, anche tacitamente afferma, che il Sole sia luminoso: imperocché dal concetto, che à del Sole, come di luminoso, forma il giudizio, ch’egli oscuro non sia. Di più il giudizio vero dal falso differisce, perché il vero contiene la cognizion’intera di quel che si giudica; il falso ne contiene o parte, o nulla.
Sicché vedendo noi, di lontano, una torre quadrata, che tonda ci appaia, se affermeremo, che sia tonda, giudicheremo falsamente. E ciò ne avviene, perché gli angoli di quella figura si vanno nell’aria, con la lontananza, perdendo; in modo che ella a noi intera non giunge: che se poi, colla vicinanza, giungerà intiera, noi tosto il falso in vero giudizio cangeremo. Quindi palese rimane, che siccome l’affirmazione contiene percezione della cosa, che si afferma; così la negazione contiene percezione, dalla quale si esclude la cosa, che si niega: e l’opinion falsa, in quanto falsa, nulla di positivo comprende; ma è percezione scema, da cui la mente non si svelle, se non con l’incontro, e colla percezione dell’intero. Onde, per quella parte, che ne giunge della torre, l’Idea è vera, perché da tanta quantità la mente è percossa; ma è Idea falsa, per quella parte degli angoli della torre, che non ci pervengono: per la mancanza de’ quali si forma il falso giudizio, nel creder di vederla intera. Sicché l’errore non si compone dall’immaginazione di cosa, che non à esistenza sul vero; ma da mancanza d’Idea atta ad escluder l’esistenza della cosa, per quell’immaginazione, rappresentata. Perloché, quando l’immagine della cosa assente, o futura, non si esclude da un’altra immagine contraria, che tiri a sé l’assenso nostro, ella da noi si riceve, come presente, e reale, o corrispondente alla certa esistenza del vero. Onde le passioni tutte, e più che l’altre, quelle dell’Ambizione e dell’Amore, che imprimono dentro la mente, con maggior forza, i loro oggetti, che sono l’onore ambito, e il sembiante desiderato; e che occupano quasi l’intero sito della nostra fantasia; vengono a generare dentro di noi un delirio, siccome ogn’altra passione più, o meno suol fare, secondo la maggior, o minor veemenza degli spiriti, da’ quali è l’immaginazione assalita: perché tenendosi lungi dalla fantasia nostra l’immagine della distanza di tempo, o di luogo; e rimovendosi tutte quelle, che’esprimono l’assenza dell’onore, o del sembiante, per le passioni suddette, rappresentato; la mente, in quel punto, abbraccia la dignità, e la bellezza immaginata, come vera, e presente. Donde avviene, che, per lo più, gli uomini sognano, con gli occhi aperti.
II. Della efficacia della poesia
Or la poesia, colla rappresentazion viva, e con la sembianza, ed efficace similitudine del vero, circonda d’ogn’intorno, la fantasia nostra, e tien da lei discosto l’immagini delle cose contrarie, e che confiutano [1] la realtà di quello, che dal poeta s’esprime. Onde ci dispone verso il finto, nel modo, come sogliamo essere disposti verso il vero. E perché i moti dell’animo nostro non corrispondono all’intero delle cose, e non esprimono l’intrinseco esser loro; ma corrispondono all’impressione, che dalle cose, si fa dentro la fantasia, ed esprimono le vestigia da i corpi esterni in essa segnate; chi, con altri strumenti, che, con le cose reali medesime, desta in noi l’istesse immagini, già dalle cose reali impresse, e spinge l’immaginazione nostra, secondo il corso, e tenore dei corpi esterni; ecciterà gli affetti simili a quelli, che son destati dalle cose vere, siccome avviene ne’ sogni. Quindi è che il Poeta, per mezzo delle immagini esprimenti il naturale, e della rappresentazion viva, e somigliante alla vera esistenza, e natura delle cose immaginate, commove, ed agita la fantasia, nel modo, che fanno gli oggetti reali, e produce, dentro di noi, gli effetti medesimi, che si destano da i veri successi [2] : perché gli affetti son tratti dietro la fantasia in un medesimo corso, e s’aggirano al pari dell’immaginazione, alzandosi, ed inchinandosi, secondo il moto, e quiete di essa, siccome l’onde per l’impeto, o posa de’ venti. Alla qual opera son atte le parole, che portano in seno immagini sensibili, ed eccitano in mente nostra i ritratti delle cose singolari, rassomigliando successi veri, e modi naturali: perché in tal maniera la mente nostra meno s’accorge della finzione, dando minor luogo all’immagini, che rappresentano l’esistenza delle cose contrarie. Onde l’animo in quel punto abbraccia la favola come vera, e reale, e si dispone verso i finti, come verso i veri successi: imperocché la fantasia è agitata da i moti corrispondenti alle sensibili, e reali impressioni.
III. Del verisimile, e del convenevole
Perciò il Poeta conseguisce tutto il suo fine, per opera del verisimile, e della naturale, e minuta espressione: perché così la mente, astraendosi dal vero, s’immerge nel finto, e s’ordisce un mirabile incanto di fantasia. Quindi è, che si recano a gran vizio nella poesia, gl’impossibili, che non sono sostenuti dalla possanza di qualche Nume, e gli affetti, costumi, e fatti inverisimili, o non confacenti al genio, ed indole della persona, che s’introduce, ed al corso del tempo, che si prescrive; perché si fatte sconvenevolezze, con apportar a noi l’immagine di cosa contraria alla favola, che s’espone, ci destano, e ci fanno accorgere del finto. E perciò gli Antichi non sofferivano [3], che sulle scene s’adducessero fatti di lunga distesa, e corrispondenti al tratto di mesi, e d’anni: perché volevano finger la cosa appunto come si sarebbe fatta, per rapire, con la rappresentazione viva, e verisimile, l’intera fantasia degli ascoltanti, quasi che quell’azione, appunto allora, si producesse. Onde misuravano la distesa del successo [4] , coll’ore del teatro, le quali erano per lo meno dodici, non solo, perché v’eran tramischiati varj giuochi; ma altresì perché la Favola si rappresentava colle parole, col canto, col suono, e col ballo, ch’eran tutti strumenti della poesia. Quindi si scorge, non dovere i poeti parer così artifiziosi, che mostrino aver fatto ogni verso a livello: perché l’artifizio si dee nascondere sotto l’ombra del naturale; e conviene tal volta industriosamente imprimer su i versi il carattere di negligenza, perché non si sciolga l’immaginazione dalla credenza del finto, con la forza dell’artifizio apparente [5], che è indizio di cosa meditata, e della coltura [6] troppo esatta, che oscura le maniere naturali. Onde i medesimi principj, poco dianzi stabiliti, ci porgono la ragione da fuggire, ugualmente, le sconvenevolezze, che la troppo sensibile coltura, o, per così dire, la lisciatura d’ogni verso, e d’ogni parola, e ’l numero [7] troppo rimbombante, e vibrato: perché le prime, con apportarci l’immagini contrarie alla favola; e gli ultimi, coll’apparente artifizio, ci cuoprono l’aspetto della natura: in modo che la mente s’accorge del finto, e la fantasia, quasi addormentata, si risveglia; onde l’incanto resta in un tratto disciolto.
1. Confutano.
2. Avvenimenti.
3. Tolleravano.
4. La durata dell’avvenimento rappresentato.
5. Visibile.
6. Rifinitura.
7. La versificazione.
[continua] [tutte le puntate]
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 14.10.06 15:48




