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27.10.06

Come si leggono i libri: Come leggo

di Marco Candida

Clicca qui per leggere tutti gli articoli della serie Come si leggono i libriCome leggo un libro io? Facile: apro il libro e vado dritto dalla prima all’ultima pagina. A pensarci dovrei scrivere che non vado dritto ma vado orizzontale: muovo gl’occhi da sinistra a destra poi li abbasso appena li sposto da destra a sinistra e via, ricomincio. Sì, è proprio così che leggo, e questo non è che non comporti delle conseguenze che nel tempo mi sembrano via via più fastidiose. Voglio dire che qualche volta le righe sono così vicine le une alle altre che mentre sposto lo sguardo da destra verso sinistra per leggere la riga sotto, intravedo con la coda dell’occhio proprio in quella riga un nome, a volte anche un frammento di verbo, un pezzetto di frase che costituisce il punto dove precipita tutta la narrazione contenuta nel paragrafo, a volte nel capitolo, a volte nell’intero libro che sto leggendo. Per questo, dico, è un fastidio non da poco.

E per questo, se devo confessarlo, mi piacciono quei libri scritti fitti, dove le righe stanno in fila come tanti capelli ben pettinati sulla pagina: perché nei libri dove le parole si collocano in tutta evidenza sulla pagina, nei libri dove c’è più bianco che inchiostro, lì i miei occhi con qualche sbattere di ciglia, un’occhiata di qua e una di là, hanno già raccolto le informazioni essenziali prima ancora di cominciare a leggere, e la maggior parte dei libri che leggo si appoggiano tutti su informazioni essenziali contenute anche soltanto in una parola. Direte: sto esagerando; e non posso darvi torto; sì: sto esagerando. Purtroppo, però, se esagero, succede perché appartengo alla categoria del cosiddetto lettore forte. Io non lo so quanto leggo. Non saprei quantificare quanti libri leggo in un anno, in un mese, in una settimana. Quello che so è che io leggo continuamente. Leggo quando leggo un libro. Leggo quando scrivo un libro. Leggo quando vado a spasso – ci sono moltissime parole quando vado a spasso e io le leggo tutte. Questo fa di me, senz’altro e senza l’ombra di un solo dubbio, un lettore forte, fortissimo, formidabile, inossidabile. Questo fa di me, anche, un lettore bastardo. Sono un bastardo con i libri. Qualche volta preferirei appartenere a quella schiatta di persone che hanno letto uno, due, tre, quattro libri di narrativa, e stop. Che hanno il loro autore preferito, e stop. Che hanno il loro libro preferito, e stop. Per me non è così – non è più così. Mi sono persino inventato di aderire a una sorta di pensiero hegeliano della letteratura: quel che va sotto il nome di approccio strutturalista. E tutto questo al solo scopo di nascondere a me stesso e agl’altri che io con i libri sono un bastardo. Non riesco a innamorarmi di nessun libro, di nessun autore, di nessuno stile; è così; altrimenti non si spiegherebbe perché ho affacciato lo sguardo su così tanti libri da quando ho dodici anni. Tuttavia sono anche sicuro di una cosa: così come non sono un grafomane, non sono uno che ha la mania della lettura. Io non scrivo così per scrivere: mai tenuto un diario, mai scritto poesiole. Ho sempre e solo scritto testi che avessero un inizio e una fine: i miei armadi straboccano di testi che hanno un inizio e una fine, che cercano di avere una struttura, e che si nutrono del mio vissuto nel modo più utilitaristico per se stesse.

Lo stesso è per la lettura. Mi piace leggere, ma non mi piace leggere di tutto. Lo dimostra il fatto che ci sono molti libri che non riesco a leggere. E li pianto lì. Se non riesco a leggere un libro, ho imparato che quel libro è una fregatura. Non credo che ci sia un modo buono e un modo non buono per scrivere un libro. Ci sono libri che dicono cose che so già, che mi raccontano storie che già conosco, che usano parole che ho già tutte nelle orecchie: eppure li leggo, li leggo e, anche quando forse lo stanno facendo, non danno l’impressione che mi vogliano fregare, e mi vanno benissimo.Marco Candida Ci sono libri, al contrario, che cercano di impormi acrobazie all’intelletto, ma io mi accorgo presto che spesso questi libri rappresentano soltanto acrobazie della ragione. E li pianto lì. Se proprio devo dire, magari sperimenterei delle forme libro differenti. Come sarebbe leggere libri a forma di romboedro? O a forma di bipiramide esagonale? O di scalenoedro? O a forma di prisma obliquo a base rombica? Mi piacerebbe, sì, mi piacerebbe sperimentare. Magari sembrano solo un mucchio di cazzate, che farebbero inorridire i puristi; ma perché no, in fondo? Forse a forme libro inedite corrisponderebbero strutture narrative inedite. Forse anche percezioni del mondo, organizzazioni del pensiero inedite. Se avessi una casa tutta mia – che non ho – magari sostituirei i tappeti con dei fogli larghi dove sopra stanno capitoli di romanzi a me particolarmente cari. Appenderei parole al posto dei quadri. Scriverei i muri di tutta la casa, il pavimento, il soffitto. Visto che sono bastardo, mi darebbe anche un qualche piacere camminare sopra una poesia di qualche autore riverito o una porzione di capitolo di qualche pensatore irraggiungibile. Magari mi farei scrivere su tutto quanto il pavimento qualche grande classico e poi cercherei di leggerlo, rotolandomi per la casa, spostando i mobili per non perdermi il proseguo di un dialogo oppure di un approccio amoroso oppure di una battaglia.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 27.10.06 08:06

Interventi

Caro Marco,
forse si parla di onestà, di correttezza. Io scrivo solo se ho compreso. Solo se so. Mi innervosiscono quegli autori che mi vogliono prendere in giro. Mi annoiano a morte le parole inutili. Qualcosa del tuo pensiero mi appartiene. Ma ho ancora molto da ascoltare prima di poterti dire "hai ragione".

Ilaria

Pubblicato da: Ilaria L. Silvuni - 27.10.06 11:06

Cara Ilaria, se scrivi "solo se hai compreso", ti chiedo: che cosa hai compreso adesso che hai scritto questo commento?

Pubblicato da: Marco - 27.10.06 11:16

Odio alcuni libri, perché non mi danno niente: ma poi li leggo tutti - finisco di leggerli.
Leggo anche lo spam e la pubblicità.
Ogni cosa scritta contiene un messaggio.
Non l'ho scoperto io. Credo tu lo sappia bene, Marco.

Poi: dell'interlinea me ne frega niente. Poco spazio, tanto, nessun spazio: non m'importa.

Più che leggerli i libri, mi pare che tu li "veda" in un'ottica filosofica, un po' tanto solipsista. Questo evinco da quanto hai scritto.

saludos

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 27.10.06 11:57

Caro Giuseppe, grazie per il commento.

Dici:

>Odio alcuni libri, perché non mi danno niente: ma poi li leggo tutti - finisco di leggerli.

Io, invece, no. Perché dovrei leggere un libro che odio? E poi, è così vero? Allora, dovrei leggermi anche il prontuario del cemento armato. Ma non lo faccio perché non lo capisco, lo odio, non mi serve.

>Leggo anche lo spam e la pubblicità.

Io no.

>Ogni cosa scritta contiene un messaggio.
Non l'ho scoperto io. Credo tu lo sappia bene, Marco.

Sono d'accordo. Per esempio questo: "adfjnerkldos" potrebbe essere un codice che un crittografo potrebbe provarsi a decodificare oppure potrebbe non avere senso e veicolare un messaggio di non-senso. Sì, credo che qualunque cosa scritta può contenere un messagio - a patto che sia aggiunga: volontario o involotario che sia.

>Poi: dell'interlinea me ne frega niente. Poco spazio, tanto, nessun spazio: non m'importa.

Per me ha un'importanza estetica fondamentale.

>Più che leggerli i libri, mi pare che tu li "veda" in un'ottica filosofica, un po' tanto solipsista. Questo evinco da quanto hai scritto.

Non capisco bene quale sarebbe quest'ottica filosifica solipsistica. Forse sarebbe divertente che chiarissi questo punto.

;-)

Pubblicato da: Marco - 27.10.06 12:21

Marco,

ho compreso che devo ancora comprendere. Penso sia già qualcosa, non credi?

Pubblicato da: Ilaria L. Silvuni - 27.10.06 12:22

Caro Marco, l'idea più forte di questo tuo scritto è quella, finale, del libro come casa. Come uno dei mondi possibili che decidiamo di abitare e che diventa "nostro". Alcuni sono pavimenti da calpestare, altri irraggiungibili soffitti, altri ancora quadri da limitarsi a contemplare.
Inutile aggiungere che la metafora (come tutto, d'altronde) mi ricorda moltissimo le Città invisibili di Calvino. Una in particolare: Melania. "A Melania, ogni volta che si entra nella piazza, ci si trova in mezzo a un dialogo". Il resto è meraviglia.
Ciao,
Manuela

Pubblicato da: Manuela - 27.10.06 12:35

ogni volta che ti leggo, candida, mi meraviglio di quante cazzate possa partorire una semplice mente umana. divertente comunque e complimenti che sei un mito!

Pubblicato da: talete@gmail.it - 27.10.06 12:46

Caro Marco,

> Ma non lo faccio perché non lo capisco, lo odio, non mi serve.

Se mi capita il prontuario del cemento armato a presa rapida o lunga (o che altro), lo leggo. Poi, magari, se non capisco, allora mi procurerò altri libri che mi spiegano più nello specifico.
Può sempre tornarmi utile: magari un domani mi viene l'idea di scrivere un romanzo dove si parla di muratori, quindi devo pur sapere del cemento, come va messo, il tempo di presa, ecc. ecc.

Scrivere significa anche questo. Perlomeno io la penso così.

> Per me ha un'importanza estetica fondamentale.

L'estetica - personalmente - non m'interessa. Sono per la qualità della scrittura, per i contenuti. Ma l'estetica è una cosa che mi tange proprio pochissimo. Anche se l'interlinea è mostruosamente grande, purché sia stampato che si legga.

>Non capisco bene quale sarebbe quest'ottica filosofica solipsistica.

Nel senso che: mi pare tu abbia con le parole un rapporto "visivo" prima che "di lettura". La parola per te è come un disegno da decifrare: gli occhi lo vedono. E la mente cui arriva l'immagine delle parole la decifrano. Non a caso dichiari che per te l'estetica è fondamentale in uno scritto.

Cari saluti

g.


Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 27.10.06 12:49

Per l'idea di libro come casa, in effetti, potrebbe tornar utile pure il manuale sul cemento, no?

Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 27.10.06 13:19

Non avertene a male, Marco, ma il tuo discorso di mettere le pagine dei libri all'interno di casa, come sui muri, sopra i mobili ect. mi ha fatto collegare questa cosa, intesa in senso spiritoso.
Perchè non mettere i brutti libri, quelli che dici ti irritano e sembrano prenderti in giro, direttamente sulla carta igienica? Avresti un buon motivo per leggerli, o per farli leggere ai tuoi ospiti. :-)

Pubblicato da: matteo - 27.10.06 14:43

Cara Ilaria, non è solo qualcosa, è moltissimo. Solo che se mi scrivi "scrivo solo quando ho compreso", allora significa che tutte le volte che scrivi prima hai compreso qualche cosa. Se scrivi solo quando comprendi, e in questo caso hai compreso di non comprendere e scrivi, mi pare che metti in piedi un interessante paradosso simile al paradosso "Io mento". ;-)

Pubblicato da: Marco - 27.10.06 16:06

Ciao Manuela! L'idea più forte dello scritto se si trova già nelle Citta invisibili, mi sa che è la più debole... Che vuoi... Questo pezzetto è solo un divertissement, niente di più. :-) Talete, ma no, guardi, il mito è lei - cazzate comprese :-P Caro Giuseppe, sì ci hai preso: ormai scrivere mi sembra qualcosa di simile al disegnare (e anche leggere). Disegno e musica, se possibile, cerco di farle incrociare di continuo. Per il resto, sono anche d'accordo; ma: se devo scrivere qualcosa di solito parla di cose di cui non mi fa nessun problema leggere i libri :-) Giancarlo, boh?, forse :-) Caro matteo, ah spalanchi le porte alle più mirabolanti immaginazioni... Che libri potrei mettere nel rotolo della carta igienica? Quanti rotoli ci vorrebbero? Quanti sgabuzzini per contenere i rotoli, anzi? Ah... Ma perché non trattarsi bene anche in bagno? E mettere un buon libro anche lì... come, non so, L'isola del tesoro?

Pubblicato da: Marco - 27.10.06 16:17

Leggere in bagno, si sa, è un classico.
Scrivere, è più complicato.
Esercizio:
Darsi un tema.
Inserire il rotolo.
Segue lo svolgimento.

Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 27.10.06 16:33

Marco caro. E' o non è la comprensione un eterno paradosso? "oltre l'opinone", no?

Pubblicato da: Ilaria L. Silvuni - 27.10.06 19:00

Caro Giancarlo, absit iniuria verbis, ma: la tua idea mi ricorda Il burbeo con Adriano Celentano e Claudia Mori. Celentano interpreta uno scrittore che aiuta Claudia Mori a passare l'esame per diventare hostess. Nell'esame è previsto lo svolgimento di un tema. Celentano si nasconde nei bagni ai piani inferiori, scrive sul water il tema su un rotolo di carta igienica, lo attacca a un gruppo di palloncini
e lo fa salire al piano dove Claudia Mori guardando dalla finestra lo può copiare. Memorabile la frase: "affacciandomi dalla finestra di casa mia a Milano, io vedo il mare". :-) Sì, Ilaria, lo diceva anche Einstein: "La cosa più incomprensibile dell'universo è la conoscenza". E Einstein era uno scienziato. :-)

Pubblicato da: Marco - 27.10.06 20:08

Era Federica Moro e non Claudia Mori, credo...

Pubblicato da: Marco - 27.10.06 20:09

"Questo pezzetto è solo un divertissement, niente di più."

Ecco, appunto. Ma allora perché lo scrivi e perché te lo pubblicano?
Perché su Vibrisse non riuscite a produrre pensiero nemmeno su un tema come la lettura?
Davvero, io su quella cosa che ha scritto Gemma Gaetani, sulla parlantina letteraria, ci penserei su.

Pubblicato da: andrea barbieri - 27.10.06 22:37

Andrea, tu che mi hai sempre lasciato commenti positivi, adesso vieni fuori con questo... Io dico che la risposta l'ho data a Manuela che ha paragonato una certa idea a quella di Calvino. E poi a Talete che dice che ho scritto cazzate (offendendomi, ma che vuoi che importi...) a queste due persone dico: prendete il pezzo come un divertissement, e niente di più, se proprio non vi dice altro. Sul fatto di produrre pensiero, possiamo aprire un capitolo a parte. Uno scrittore deve per forza produrre pensiero? Oppure può stuzzicare la fantasia, giocherellare con le immagini, far desiderare l'oggetto del suo racconto? Non dico che uno scrittore - piccolo, medio, grande che sia - non debba, non sia in grado, non abbia il compito, la vocazione, la responsabilità di produrre pensiero; dico: ma è quel che deve fare sempre, per sempre, per forza?

Una giustificazione - anche se non c'è proprio niente da giustificare in questo testo, e sono pronto a dar battaglia a chiunque su questo - che posso dare è che ho avuto altro da fare in queste settimane, e non ho potuto scrivere troppo di questo argomento.

Pubblicato da: Marco - 27.10.06 23:28

Mah, qui non si parla di compito dello scrittore in generale, è individuato un argomento: la lettura. Allora se mi chiedi: alla domanda "Come leggi i libri" posta su Vibrisse bisogna produrre pensiero per forza?, rispondo sì (specialmente se si è colti, intelligenti, capaci di scrivere, e infine persone che hanno avuto la vita cambiata dalla letteratura).

Pubblicato da: andrea barbieri - 28.10.06 01:58

Caro Andrea, io ti dico che questo testo produce pensiero. Ti dico che questo testo cerca di 'rinnovare lo sguardo' sulla lettura di un libro. Mi piacerebbe sapere che cosa intendi per produzione di pensiero - che mi sembra un'espressione un po' troppo meccanicistica, ma bene, non stiamo a sottilizzare... Se per 'produzione di pensiero' intendi la tirata moralistica, il "accidenti, qui non va bene niente, e oggi lo dico", se per produzione di pensiero intendi "criticare, criticare sempre, ovunque, dovunque, comunque perché solo criticando lascerò intendere di essere in possesso di chissà quali pensieri molto molto superiori", se per produzione di pensiero intendi "riflettere, riflettere sempre, ponderare", o intendi qualcos'altro che "non posso esplicitare, razionalizzare, ridurre in poche parole", una specie di formula alchemica segreta che solo pochi possiedono, allora io ti dico discutiamone.

Io dico questo: ma non sarà che pur di criticare si attacca un testo confondendo i piani? Se il testo ti convoca sul piano del puro divertimento, tu lo attacchi dicendo "sì, vabbè, ma è una cazzata; non è una grande riflessione sul leggere..." per arrivare magari a: "non ci sono più grandi riflessioni sul leggere" e magari fino a "non ci sono più grandi riflessioni" per finire in "non ci sono più riflessioni"; se invece il testo ti convoca sul piano della pura riflessione tu lo attacchi dicendo: "sì vabbè, ma che noia! Anzitutto, chi si crede di essere quello lì. Non è mica un filosofo, e non è nemmeno un grande scrittore. E poi, ma che riflessioni banali, che paccottiglia dozzinale, e poi: questa ostentazione di intelligenza, quando la letteratura è anche divertimento, è anche gioco..."; e via così.

Dico questo: per criticare un testo forse si può cercare di capire su quale piano il testo convoca e valutarlo su quel piano. Che cosa mi dice il testo? Quello che cerca di fare su di me, lo fa, e lo fa bene? (Non voglio chiederti se tu sei "il lettore giusto" di un testo simile, perché ti so abbastanza sgamato da essere lettore adatto a qualunque testo).

Pubblicato da: Marco - 28.10.06 07:35

L'idea di libri con forme differenti mi ricorda qualcosa :-)

magari chissà, caro Marco, forse un giorno li troveremo in libreria questi libri dalle forme più strane.

E poi a me questo pezzo è piaciuto. Ecco :-)

Pubblicato da: criscia - 28.10.06 10:20

Marco, lasciamo da parte l'astrazione del "testo che convoca". Nella realtà cosa c'è? c'è una persona che sente di dire qualcosa sulla lettura. Questa persona può decidere di dirmi cose divertenti, cercare di emozionarmi, fare ragionamenti, cercare parole con un forza "politica"... Se tu metti da parte l'astrazione "testo", se pensi che c'è un uomo che vive dietro le parole, e che in questo tipo di pezzi non c'è una gabbia per cui deve fare il filosofo o il comico ecc, quella persona in carne e ossa che sente la necessità di dire qualcosa sulla sua lettura lo farà nel modo più naturale: divertente in alcuni punti, in altri dando nerbo al suo discorso: cercherà emozioni e concetti. Romperà anche un po' i coglioni con parole "politiche" o "civili" perché è impossibile pensando alla lettura oggi in italia non romperli (sia per la situazione dell'editoria e della critica, sia perché nessuno legge).
Lo Sbrego di Moresco - che d'accordo è un libro, non solo un "pezzo", però la cosa non mi pare importante ora - non è un libro "astratto", non è un "testo" che "convoca", è un uomo che parla, quindi dentro c'è una vasta gamma di cose, perché la vita è così.
E poi, dal punto di vista del lettore, non c'è questa esigenza che qualcosa di scritto rientri nella gabbia del "divertente" per leggerla. Secondo me la prima esigenza è la "necessità" di quello che è scritto. E il lettore sente bene la mancanza di necessità perché altrimenti le parole non hanno forza. Una forza puo stare anche in forme di espressione molto semplici e comiche. Per esempio "Krazy Kat" di George Herriman è di una bellezza straordinaria e ha sicuramente forza. Chiediamoci sempre se qualcosa ha "forza" o no. Non esiste nessun registro, stile, gabbia che possa permettersi di non averne, almeno se si vuole fare in un certo senso "letteratura" (e si può fare anche in cose piccole, anche in semplici post). Se invece si vuole fare salotto, ambiente letterario, allora è diverso.

Pubblicato da: andrea barbieri - 28.10.06 10:34

Anzi sai che faccio Marco?, faccio un colpo di stato. Dico: questo che leggete sopra non è in alcun modo il modo di leggere libri che appartiene a Marco Candida. Questo testo è un auto-apocrifo.
Volete sapere come veramente Marco legge i libri?
Il modo migliore è una ricerca empirica. Io vi consiglio di partire da una delle più belle recensioni apparse su Nazione Indiana (avete sentito bene: una delle più belle):
http://www.nazioneindiana.com/2005/01/27/un-libro-per-la-giornata-della-memoria/

Pubblicato da: andrea barbieri - 28.10.06 10:51

State buoni se potete: dài, ognuno legge come vuole, se legge. Ognuno legge e non legge come vuole. Le parole se le disegna o meno.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 28.10.06 10:59

Caro Andrea, pensa che anch'io stavo pensando allo Sbrego di Moresco. E mi è venuto il sospetto che poiché Moresco ha la barba, Andrea Barbieri potrebbe essere lo pseudonimo di Antonio Moresco, e che quindi tu Andrea Barbieri sia in realtà Antonio Moresco. A parte questo, proprio nello Sbrego Antonio Moresco afferma che lui non sa bene che cosa sia la lettura, e parte proprio dall'analisi dell'atto del leggere, del posare gl'occhi su un testo. Adesso il passaggio non lo ricordo, ma era molto interessante, molto acuto - la qualità forse maggiore di Moresco è lo sguardo acuto: catturare dettagli piccolissimi continuamente e che portano a riflettere.

Per il resto, il compito assegnato da Di Monaco era riferire di esperienza di lettura: una fenomenologia della lettura. Il testo che indichi è la recensione di un libro.

Quanto all'astrazione del "testo che convoca" contrapposta alla realtà di una persona che sente di dire qualcosa sulla lettura, bene, qui qualche cosa da obiettare l'avrei. Direi che è esattamente il contrario. L'astrazione non è il testo, ma la persona, se ci pensi bene. Che cosa hai, Andrea, davanti agl'occhi ora che leggi? Hai Marco Candida o hai delle parole in riga? Hai delle parole in riga. E hai delle parole in riga che di qua richiamano le Citta Invisibili di Calvino e di là richiamano lo Sbrego di Antonio Moresco, e da qualche altra parte senz'altro richiameranno qualche altro ordine di discorso e di pensiero, che analizzato più a fondo si aggancierà a qualche altro ordine di discorso e di pensiero. Allora ti domando: sei sicuro che dietro quelle righe ci sia proprio Marco Candida? Non ti pare che a pensarci bene sia Marco Candida l'astrazione?

Pubblicato da: Marco - 28.10.06 11:06

Ciao Criscia! Ti riferisci a Riccione! Eh, magari un giorno questi libri si troveranno in libreria... D'altra parte, dico, il libro viene spesso usato solo come addobbo, come soprammobile, allora perché non pensare a un'estetica in questo senso? :-) Caro Giuseppe, proprio così.

Pubblicato da: Marco - 28.10.06 11:09

Potrei risponderti impersonando Giulio Mozzi, calandomi nella sua parte. ^_____^

Candida, tu scrivi: "il libro viene spesso usato solo come addobbo, come soprammobile, allora perché non pensare a un'estetica in questo senso?" Stai facendo una generalizzazione. "In alcuni casi viene usato come addobbo.": tu invece fai supporre che nella maggior parte dei casi l'uso del libro è quello di addobbo, riducendolo a una mera questione di estetica. Addobbo, 'decorazione, ornamento' secondo il demauroparavia.com che io uso sempre per non fare confusione. E ancora: estetica, 'parte della filosofia che si occupa dell’arte e del bello'. Candida, ti chiedo: il libro è solamente una bella decorazione. Ti prego, rispondi alla mia domanda. :-)))

Ciao Marco

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 28.10.06 12:42

Marco, le parole vengono da te, per quanto questo "te" possa essere problematico. Se poi tu ritieni che sono soltanto testo piovuto dal cielo fai pure, anche se mi chiedo a cosa serve.

Quindi è venuto fuori un nodo: leggere significa fermarsi al testo o è anche in qualche modo un dialogo attraverso il testo con altri esseri umani?
A leggerti ora tu sembri mettere la crocetta sulla prima possibilità. Dalla tua recensione al libro di Affinati del 2005 sembra invece diversamente. Quella recensione mi dice che leggi in maniera emotiva e sentita: l'esperienza di vita di Marco Candida incontra un libro di Affinati fatto di ricerca storica ma anche dell'esperienza di vita di Affinati, e questo incontro (ma poteva essere anche uno scontro) forse attraverserà l'esistenza di un lettore, e questo atraversamento a sua volta devia il corso delle parole, perché l'esistenza è una cosa densa, non è un foglio di carta.
Da qui un altro nodo: in che modo la lettura è una forma di azione?

Pubblicato da: andrea barbieri - 28.10.06 13:02

Caro Giuseppe, rispondo alla domanda: no, non penso che il libro sia solo una bella decorazione. Quanto alla "generalizzazione", ma no, penso soltanto che la massa di lettori rappresentata dagli occasionali spesso comprino un libro perché è bene tenere in casa libri, è bello che ci siano - e questo anche se non si sono letti. :-) Caro Andrea, ti volto la domanda e ti chiedo: che cosa serve sapere che il testo venga da me - storicamente determinato? Alla seconda domanda ("leggere significa fermarsi al testo o è anche in qualche modo un dialogo attraverso il testo con altri esseri umani?") rispondo che prima di rispondere forse si potrebbe spiegare meglio quel "in qualche modo"? Che cosa s'intende per dialogare in qualche modo attraverso il testo? Che forma di dialogo è un "dialogo in qualche modo"? Al terzo nodo ("In che modo la lettura è una forma di azione?") posso rispondere che non sempre un libro agisce sulle mie percezioni modificandole e sul percepito (ossia la massa di tutto ciò che dalle mie percezioni è arrivato e si è stoccato da qualche parte dentro di me). Ci sono libri - che siano di narrativa, di filosofia o di fisica, io dico non cambia proprio niente - che inoculano dentro di me un metodo per il ragionare: e che questo metodo venga da Dostoevskij, da Pascal o da Newton, come ripeto, non importa. Non è molto diverso dopo che si è osservato a lungo un quadro di Pollock o di Kandinskij o le fotografie di Candida Hofer, si distoglie lo sguardo, e si torna a guardare fuori dalle immagini la realtà, e la realtà è alonata ancora di quelle immagini, per qualche momento tutto si riconfigura in linee, cerchi, triangoli, macchie di colore.

Pubblicato da: Marco - 28.10.06 15:03

Io non capisco perché Marco Candida scriva.

Pubblicato da: vecchiofiuto - 29.10.06 11:59

Marco non ci si capisce. Secondo me hai imboccato una strada che non porta da nessuna parte. Per te il testo, le parole, la grammatica costruiscono un mondo che si basta. Dal mio punto di vista questa è pazzia pura, è come se sentissi dirmi che la realtà non esiste, che esiste solo un cervello in una vasca.
Oltre a essere pazzia pura è la fine della letteratura.
Tu ovviamente penserai che sbagli io...

Pubblicato da: andrea barbieri - 29.10.06 20:51

Vecchiofiuto, Marco Candida scrive perché ha un po' di cose da dire. Tutto qua, in fondo.

Pubblicato da: Marco - 30.10.06 09:48

No, Andrea, ti sbagli. Non penso che sbagli. Penso che puoi provare a spiegare meglio. ;-)

Pubblicato da: Marco - 30.10.06 09:49

"Non riesco a innamorarmi di nessun libro, di nessun autore, di nessuno stile". Il problema è questo, in quello che scrivi non c'è passione e non si capisce nemmeno perché leggi, oltre a perché scrivi.
"Mi piace leggere, ma non mi piace leggere di tutto". Poi dici questo, e non capisco ancora, se questo è in contraddizione con quanto dici prima o no. Se ti piace qualcosa, ti appassioni o no? Se hai libri "particolarmente cari", perché prima dici di no, perché non parli dell'esperienza del leggerli? Se no, le tue sono "acrobazie dell’intelletto" una dietro l'altra, nemmeno tanto coerenti.

Pubblicato da: vecchiofiuto - 30.10.06 11:16

Vecchiofiuto, prima di valutare la coerenza del testo, forse dovresti valutare l'equilibrio delle sfumature. Quando affermo che sono un "lettore bastardo", che non riesco a innamorarmi, altrimenti non si capirebbe perché leggo così tanto, c'è una sfumatura umoristica - che nell'umorismo contiene messaggio, che è questo: non sarà che il mio 'amore per la lettura' è un 'disamore per il singolo stile, il singolo autore, il singolo libro": non è che vado alla ricerca del San Graal, dell'Isola che non c'è?
La seconda affermazione che riporti "Mi piace leggere, ma non mi piace leggere di tutto" non mi sembra in contraddizione con l'altra. Sono due affermazioni diverse: di là si afferma una volontà di ricerca, un'irrequietudine nella lettura, una insaziabilità; di qua si afferma la volontà di una ricerca raffinata, qualitativa, un'irrequietudine che non placa con poco, una insaziabilità che non si sazia con qualunque cibo. Quale sia il cibo raffinato che ricerco, questo non mi è possibile chiarirlo, come dico più avanti: non c'è una regola.

Pubblicato da: Marco - 30.10.06 11:29

Marco, nell'ultimo post sei più chiaro e fai meno "acrobazie dell'intelletto". Non capisco ancora perché leggi e cosa cerchi nei libri, soprattutto in quelli che ti piacciono. Inoltre non capisco perché scrivi. Per comunicare la tua insoddisfazione? Nessun libro è il sacro Graal, però la letteratura ha 4 mila anni, no? Ci sarà qualcosa di buono? E se sei un lettore insaziabile, un motivo positivo, a parte l'insoddisfazione, c'è o no?

Pubblicato da: vecchiofiuto - 30.10.06 14:01

Vecchiofiuto, ti chiedi perchè Marco Candida scriva??? Eppure è evidente che qualunque cosa lui scriva non passa inosservata! E' sufficiente dare un'occhiata al numero degli interventi che si accumulano ogni volta! Marco Candida scrive perchè deve scrivere. E' una questione di predestinazione più che di volontà individuale!

Pubblicato da: Ecate - 30.10.06 15:05

bravo Marco,continua a scrivere, fai quello che senti, scrivi quello che provi, e leggi quello che ti fa provare ciò che senti. sono sempre più convinta che l'invidia, ahi l'invidia che brutta bestia...

un bacio

donna flor

Pubblicato da: donnaflor - 30.10.06 17:02

Ringrazio Ecate e donnaflor, ma no, nessuna predestinazione, e questo voglio sia chiaro. Impegno, determinazione, costanza. Questo è il messaggio che voglio che passi. Scrivo da quando ho dodici anni, lo ricordo. Per dire quello che sento, ci ho messo quattordici anni - visto che il libro che uscirà l'ho finito a venticinque-ventisei anni.

Pubblicato da: Marco - 31.10.06 09:26

Si, certo...mio carissimo amico! Fatto sta che nessuno degli altri tuoi colleghi scrittori di vibrisse è in grado di suscitare il vespaio che susciti tu ogni volta che scrivi! E poi chi ti dice che se "qualcuno" non avesse invidiato e temuto le tue capacità non avresti già pubblicato da un pezzo? Per quel che mi concerne, ho letto "roba" di gente che tu conosci che avrebbe potuto scrivere qualsiasi casuale avventore appollaiato su una qualunque panchina di un giardinetto! Ah, tanto per la cronaca, escluse le tue qualità artistche, ci tengo a precisare che, per quanto concerne le tue qualità umane, non c'è alcunchè di te che mi piaccia! Quindi, è evidente che amo Marco Candida solo per certi aspetti e non per partito preso! Stammi bene

Pubblicato da: Ecate - 01.11.06 15:40

"E poi chi ti dice che se "qualcuno" non avesse invidiato e temuto le tue capacità non avresti già pubblicato da un pezzo?"

Cara Ecate, in effetti non si chi può dirmelo.

Pubblicato da: Marco - 01.11.06 22:41