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17.10.06

Come si leggono i libri: Galleria semiseria

di Manuela Perrone

Clicca qui per leggere tutti gli articoli della serie Come si leggono i libriI tradizionali

I nostri eroi più tradizionali preferiscono il letto, la sera, prima di cadere nelle braccia di Morfeo. Inforcano gli occhiali, sistemano le lenzuola e accendono la luce. C’è chi spara tutti i 140 watt della lampadina dell’abat-jour di seta e cotone, comprata al mercatino dell’usato. I più giovani optano per le candele al profumo di vaniglia, magari bruciando anche un bastoncino d’incenso. L’importante, per tutti, è creare l’atmosfera giusta. Proprio come accade per i primi timorosi incontri con un nuovo amore.
Il rito serale inizia quando i nostri beniamini afferrano l’oggetto del desiderio tra le mani e lo spalancano alla pagina dove sono rimasti, tirando il cordoncino del segnalibro (le orecchie, per i tradizionali, sono un sacrilegio paragonabile all’invasione di una chiesa da parte di un esercito di turiste svedesi in bikini). Poi arriva il difficile. Perché ognuno ha la sua posizione privilegiata (sì, proprio come il sesso): alcuni prediligono la lettura supina, con la testa sprofondata sul cuscino, i gomiti sollevati e l’oggetto del desiderio parallelo al corpo. Altri sono soliti appoggiare il cofanetto di carta sul cuscino e i gomiti sulle lenzuola. Altri ancora scelgono di stendersi di lato, con il gomito stavolta appollaiato sul cuscino e il palmo della mano a sorreggere la testa. Per qualche minuto, il mondo intorno sembra fermarsi e riavviarsi in altri luoghi, trasfigurato come in un dipinto del Beato Angelico.

Ma arriva sempre, inevitabile, il momento critico: quello della scomodità. I “supini" registrano un irrigidimento fastidioso dei bicipiti, i “pancia in sotto" avvertono fitte di dolore ai gomiti, i “laterali" devono fare i conti con l’intorpidimento della mano chiamata a reggere il peso del capo. E allora? All’inizio fanno come con la pipì: trattengono. E si autofissano improbabili aut aut: “Mi sposto solo se Anna lascia tutto per scappare con Vronskij" . “Se Barney è innocente davvero, resto così" . Potrò stendermi soltanto quando capirò tutte le relazioni parentali nella famiglia Buendia" . Se l’oggetto è un romanzo, i nostri eroi rischiano di scontare il giorno dopo le sofferenze patite. Va molto meglio se si tratta di racconti. “Questo del tizio senza mani che scatta foto alle case devo leggerlo tutto, poi mi metto comodo" . “Non posso assolutamente interrompere la signorina Willerton e la sua creazione letteraria" . “Non mi muovo finché non mi è chiaro come il gatto con il cappio al collo sia finito dentro la parete" .
Il momento dello spostamento, quando arriva, coincide per i nostri eroi con il calo della tensione. Le forme intorno al letto ricompaiono improvvisamente, come esseri tornati dall’aldilà. Riprendono spessore – se ci sono - i contorni di chi divide il letto con loro: il marito che russa davanti alla televisione accesa (i più affezionati non si lasciano distrarre da alcunché) o la moglie con la maschera all’argilla spalmata sulla faccia o la sorella ubriaca appena tornata a casa da una festa o il figlioletto di due anni che non vuole saperne di dormire nella sua stanza. Oppure – càpita - l’amante addormentato di cui a malapena riescono a ricordare il nome. La realtà si insinua dispettosa tra le righe, confondendo l’ordine delle priorità. “È più importante alzarmi a chiudere la tapparella con i suoi odiosi buchetti o abbandonarmi al delirio di Molly?" . Qualcuno desiste, scende dal letto, adempie ai compiti imposti dalla realtà. Per un eroe tradizionale, questo significa rompere l’incanto. Il dio del sonno lo chiamerà nelle sue braccia non appena tornerà a stendersi. Agli altri, il rigore congenito impone di chiudere lo scrigno cartaceo soltanto alla fine di una storia. La fine oggettiva, fisica, rassicurante della pagina che termina. L’esattezza virtuale di un cerchio che si chiude. Ma loro sanno bene che le storie – quelle belle - non finiscono mai. E si addormentano sereni.

I dovemipare

La categoria opposta a quella dei tradizionali è quella dei “dovemipare". I tradizionali aspettano la sera e il letto per tuffarsi nei loro sogni di carta? I dovemipare non hanno schemi: possono estrarre l’oggetto del desiderio dallo zaino in qualsiasi luogo e in qualunque momento della giornata. Li incontri sull’autobus, appesi con una mano al gancio che pende dal soffitto. Girano su se stessi, incuranti della folla intorno, come un soffice albero di zucchero filato, con gli occhi persi nel contenuto fantastico delle loro copertine colorate. Li pizzichi bloccati in mezzo al traffico, serafici mentre gli altri strepitano. Merito di quelle pagine aperte sul volante come pistilli al centro di un fiore. All’irritazione rispondono con l’umorismo di un Voltaire. Ai clacson oppongono l’affabulazione di un Gadda. Allo smog replicano con la natura esuberante di un D’Annunzio. Hanno l’antidoto adatto per tutte le evenienze. Li vedi nelle pause di lavoro in ufficio. Mentre i colleghi si precipitano alle macchinette del caffè, come stormi ordinati di rondini, i dovemipare spengono il computer e accendono la mente, estraniandosi dai corridoi di moquette verde, dalle scrivanie opache e dalla contabilità da tenere. Li scovi nelle cucine, mentre preparano succulenti pranzetti per il coniuge e i figli e intanto, tra una crostata da mettere in forno e una teglia di pollo e patate da tirare fuori, sospirano per la crocerossina Lara e s’indignano per la cattura del dottore . Li sorprendi a correre in bagno, i loro volumi sotto il braccio, pronti a evacuare, in ogni senso. I tradizionali restano immobili per ore? I dovemipare sono acrobati della lettura, equilibristi dello spazio bianco, saltimbanchi dei caratteri di stampa. I tradizionali hanno bisogno dell’atmosfera? Per i dovemipare ogni atmosfera è quella giusta: è lo spirito, semmai, a fare la differenza. Per questo, nelle loro borse – che siano vanesie pochettes ricoperte di paillettes o ingombranti valigione di pelle – ci sono almeno tre scelte: una raccolta di poesie, un romanzo e un saggio. L’evocazione, quando c’è bisogno di amplificare la realtà, metaforizzandola. L’immersione, se serve emigrare altrove, in mondi compiuti. L’analisi, per i momenti di riflessione, quando l’intuizione non è abbastanza. In ogni festa, in ogni riunione familiare, c’è un dovemipare: qualcuno che improvvisamente si rintana in un angolo, in piedi o seduto, per ritagliarsi attimi di ossigeno narrativo.
Se i tradizionali non tollerano di saltare da una storia all’altra, questo genere di eroi fa dello zapping letterario la propria bandiera. Nei meandri della loro immaginazione l’arrampicatore sociale Julien Sorel diventa il migliore amico dell’ex muratore Mastro Don Gesualdo , l’insoddisfatta Emma si innamora perdutamente dell’idealista Don Chisciotte , il nevrotico Zeno fuma la sua ultima sigaretta inzuppando una madeleine nel the . Quel ramo del lago di Como si confonde con i gironi dell’Inferno per poi ritrasformarsi in Paradiso. L’insetto mostruoso che si chiama Gregor Samsa è anche l’anatroccolo della favola : la speranza è sempre che a un certo punto possa inarcare ali di cigno per volare via.
Dappertutto i dovemipare intravedono foreste di simboli e ci si perdono. Sono gli unici capaci di restare svegli a oltranza per divorare altra vita, sottraendola al sonno, ingordi di reali fantasie.

I naturisti

I beniamini più ancorati alla realtà sono i naturisti: non leggono, se non all’aperto, in totale sintonia con la natura. Di solito prediligono la spiaggia: le dune incontaminate e selvagge delle coste caraibiche, ma anche gli stabilimenti popolari della riviera romagnola. Arrivano in riva al mare, stendono l’asciugamano, si spalmano la crema solare e poi si immergono, anziché nell’acqua, nei loro castelli cartacei. Più scomodi ancora dei tradizionali bloccati a letto e dei dovemipare ancorati sugli autobus: perché, a differenza di questi ultimi, i naturisti non sono affatto elastici. Se la storia non si conclude, sono capaci di restare sulla spiaggia fino a catturare l’ultimo scampolo di sole, prima che venga ingoiato dall’orizzonte. I tramonti sono il massimo del godimento: quando la luce si fa rosa e arancio, sulle pagine scorre un filtro magico che irradia di calore anche il racconto più malinconico. Sotto l’influsso della palla infuocata che rotola a picco sulla linea curva del mare, anche Gustav Von Aschenbach sembra un innocuo villeggiatore animato da purissime intenzioni in quel di Venezia. Il perfido Sauron viene quasi giustificato per la sua umana sete di potere sulla Terra di mezzo. Persino la madre di Amleto e il re di Danimarca potrebbero passare per una coppia di amanti folli, la cui colpa è mitigata dall’amour fou.
I naturisti sono in grado di conversare amabilmente, con un occhio rivolto all’interlocutore e un altro alla pagina stesa sull’asciugamano. Nulla li distoglie dal loro compito: né il sudore che gronda copioso ai lati della fronte, né i granelli di sabbia che si appiccicano sulla pelle e si intrufolano tra le pagine, perline dorate a puntellare la superficie candida della carta, né il sole cocente che appanna la vista e costringe lo sguardo a rattrappirsi, le pupille ridotte a un puntino solitario, ma vigile, annegato nel lago dell’iride.
Li osservi nei parchi delle grandi città, solerti operai della lettura che spuntano insieme con le margherite sulle distese d’erba. Talvolta interrompono il loro dovere per raccogliere un pallone finito sulla loro schiena, mentre gruppetti di ragazzini schiamazzano vicino. Alzano la testa per lanciare un’occhiata furtiva alla ragazza con i capelli biondi che passa in bicicletta. Gridano un “sta’ attento" al figlio che caracolla sull’altalena, spingendosi troppo in alto senza riuscire a fermarsi, lo stomaco in subbuglio. Per i naturisti, perdersi una storia è un peccato capitale: che siano quelle raccolte nei bauletti spalancati tra le loro mani o quelle che si svolgono attorno a loro. Sorseggiano acqua ghiacciata alle fontane, con il loro segreto stretto in un pugno, abbeverandosi dall’una e dall’altro. Davanti a qualunque fenomeno naturale, estrapolano dalla loro memoria frammenti di immagini raccolte dalla fantasia altrui: un’isola non è mai soltanto un’isola. Può assumere le sembianze del luogo archetipico in cui Arturo scorrazzava da bambino , innamorato del fantasma biondo di suo padre. Può trasformarsi nel labirinto di un’enorme simbolica caccia al tesoro nei mari del sud , a bordo di una goletta sotto la minaccia di feroci pirati. Può diventare l’approdo fantastico e inesistente di una ciurma di bambini mai cresciuti, capitanati da un certo Peter .
Ai loro occhi, la natura è una madre, sempre e comunque. Madre di storie, d’invenzioni, di dolori. Madre di felicità potenziali, tutte da scoprire. I naturisti sono nudisti dell’anima.Manuela Perrone

Gli approcciatori

Tra i nostri beniamini, i più simpatici sono gli “approcciatori". Quelli che si avvicinano ai tesori di carta per stringere relazioni sociali oppure conquistare il cuore dell’amata o dell’amato. Alcuni approcciatori scoprono il fascino delle storie durante la spasmodica ricerca di frasi a effetto da inserire in una lettera d’amore, quando hanno esaurito il serbatoio dei cartigli dei Baci Perugina. Entrano timidamente nei templi della letteratura, quasi vergognandosi. Sfogliano distratti le perle accumulate sugli scaffali, ma intanto memorizzano i titoli e gli autori che potrebbero fare al caso loro. I più gettonati, in questa prima fase d’escursione, sono i poeti francesi e i sudamericani. «Quest’amore/così violento/così fragile/così tenero/così disperato» , scrivono poi all’amata, sempre correttamente citando le fonti (altrimenti non sarebbero nostri eroi). «Ho fame della tua bocca, della tua voce e dei tuoi capelli» , recitano sommessi al telefono.
Pian piano il seme della passione letteraria germoglia, ma gli approcciatori non ne dimenticano l’origine. Ecco perché spesso puoi incontrarli sui treni: sono quei tipi in apparenza riservati e silenziosi, che non alzano lo sguardo dalle pagine finché non notano qualcuno con cui poter condividere il loro interesse. In quel momento, lo scrigno aperto tra le mani è la scintilla che fa accendere il fuoco della dialettica. Gli scomodi sedili dei viaggiatori si trasformano per incanto negli scranni di un sacro simposio. Come un sorriso, sfoderano dettagli e considerazioni agli sconosciuti intercettati.
Per gli approcciatori, ogni opera è l’inizio potenziale di una relazione umana: sono l’avanguardia della nostra comunità, perché tramite loro circolano i pareri e sbocciano nuove visioni delle stesse storie. Ciascun approcciatore è un critico in nuce (qualcuno profonde tanto impegno nella sua missione che giunge a diventarlo). Lo individui subito in biblioteca: è quello che cicaleccia nell’orecchio del vicino, interrompendo la lettura a ogni piè sospinto e suscitando occhiate di disapprovazione e “sshh" stizziti.
Come coloro che al cinema non riescono a non commentare ogni scena con il loro accompagnatore, l’approcciatore non riesce a leggere senza resistere al racconto in diretta di ciò che vede tra le righe. All’università, ricapitola e riassume i paragrafi dei saggi ai compagni di studio. A letto, prima di addormentarsi (ha qualcosa del tradizionale, ma non si rifugia certo nella sua solitaria estasi), si ostina a leggere ad alta voce le frasi clou che attraggono la sua attenzione. La sua arma segreta è la matita: l’approcciatore ne è sempre fornito. Serve a sottolineare le espressioni su cui occorre confrontarsi e discutere con il prossimo. Non è un caso che questo genere di eroi prediliga gli affabulatori, le prolissità, le costruzioni sintattiche complesse, i periodi lunghi e sofisticati, i ghirigori in punta di penna. L’approcciatore è un amante della letteratura latino-americana: raggiunge la vetta del piacere immergendosi in bestiari e Finzioni , sogna magiche case degli spiriti , si elettrizza per amori vissuti ai tempi del colera . Piange lacrime copiose quando Sigismondo si sottomette umilmente al padre Basilio e getta la sua Rosaura nelle braccia di Astolfo. “L’uomo può farcela a trionfare sul destino", commenta al suo temporaneo compagno di lettura, lanciandosi in un sermone pseudo-filosofico sul confine tra scienza e morale. Il nostro beniamino divora le esistenze fittizie dell’ingegnere Alvaro De Campos, dell'oraziano Ricardo Reis e del bucolico Caeiro , coinvolgendo amici e conoscenti in approfondimenti collettivi sulle personalità multiple e la spersonalizzazione.
Gli approcciatori sono autentici lettori sociali, l’equivalente contemporaneo degli animatori dei vecchi salotti letterari. Sono le umane membrane nell’osmosi continua tra realtà e finzione.

Gli emulatori

Più innocui per gli altri, ma pericolosissimi per se stessi, gli emulatori rappresentano la quinta categoria dei nostri beniamini: sono quelli che si trasformano a seconda delle storie che capitano tra le loro mani. E sono molto più numerosi di quanto si possa pensare. La metamorfosi che li investe comincia non appena si addentrano nei sentieri di carta. Leggono del dottor Francesco Ingravallo, comunemente noto come don Ciccio, e subito assumono la sua andatura dinoccolata, la sua aria assonnata, il suo incedere «un po’ tonto». Conoscono Doro e Clelia e all’istante si immedesimano nel loro ospite di passaggio a Genova. Si imbattono in Mattia Pascal e cominciano a giocare, sognando di mollare tutto – la casa, il coniuge, la loro vita.
Il loro viso si contorce in una smorfia di dolore – sofferenza vera, fisica – quando Achille è raggiunto al tallone dalla freccia di Paride , guidata da Apollo. E perdono tutte le loro forze per giorni, fino a quando aprono i Vangeli e si rialzano con Lazzaro. Quando si struggono per Carlotta e le sue lettere , è meglio che non dispongano di armi da fuoco nelle vicinanze. Mogli e mariti, amici e conoscenti lo sanno e capiscono: se li vedono contorcersi sulla scrivania o irrigidirsi mentre giacciono stravaccati in poltrona, adottano le strategie giuste per distoglierli da quelle cassette di vetro e richiamarli a pratiche operazioni quotidiane. Un letto da rifare, l’erba del giardino da tosare, le sigarette da uscire a comprare.
Eppure soltanto gli emulatori sono capaci di vibrare come un personaggio prodotto dalla fantasia altrui. Pirandelliani nello spirito, il loro motto è: «Così è, se vi pare» . Le loro maschere non sono sinonimo di falsità: sono semplicemente il ricettacolo di surrogati “io" letterari. È anche una questione di stile: camaleonti della lingua, i nostri eroi cambiano vocabolario in base alla lettura del momento, modificando senza accorgersene costrutti ed espressioni. “Ammarrano" le barche se si affezionano alle sfortunate vicende di padron 'Ntoni e dei suoi . «Puor zovin» , dicono al giovane marocchino che chiede l’elemosina al semaforo, quando si sentono friulani e pasoliniani. «C’è un’ape che se posa su un bottone de rosa: lo succhia e se ne va...» , predicano al portiere milanese attonito, per spiegargli che «tutto sommato, la felicità è una piccola cosa».
La citazione, per gli emulatori, non è sterile e superbo sfoggio di cultura. È la voce delle storie del momento che parla attraverso il loro corpo. Gli emulatori sono i ventriloqui della letteratura, fermamente convinti del suo valore terapeutico. Per questo i luoghi in cui si appartano per tuffarsi negli anfratti delle fantasie altrui sono scelti accuratamente in base all’atmosfera più adatta al plot narrativo dal quale si lasciano catturare. Niente a che vedere con l’abitudinarietà di un tradizionale o con il caos topico del dovemipare, men che meno con la propensione naive di un naturista o con la spinta socializzante di un approcciatore. L’emulatore è un amante del turismo letterario. È capace di percorrere la Normandia, novello Lupin, guidato dalla penna di Maurice Leblanc. Le meditazioni di Wordsworth diventano più accessibili nella solitudine di un paesaggio lacustre. Sarebbe impossibile, per i nostri beniamini, immedesimarsi nel barone rampante senza arrampicarsi, anche soltanto per qualche ora, in cima a un albero. Sarebbe addirittura offensivo azzardarsi a leggere di una montagna incantata in riva al mare.
Dagli universi stampati sulla carta gli emulatori apprendono i segreti per vivere. L’emulazione è la lettura con gli occhi dei bambini.

I cercomé

All’estremo opposto degli emulatori si collocano i “cerco-me-stesso-in-ogni-dove", che chiameremo sinteticamente “cercomé". Sono quelli che leggono per trovarsi, incapaci di distaccarsi dal proprio essere contingente. Tanto gli emulatori si identificano negli universi spalancati dalle righe, fino a scomparire, quanto i cercomé non riescono a leggervi nient’altro che segnali indirizzati a sé. Prediligono tavoli e scrivanie, perché possono curvarsi meglio sulle pagine, ripiegandosi anche fisicamente su se stessi. Il cerchio di luce della lampada proiettato sul ripiano inchioda il foglio sul legno, facendo precipitare nell’ombra le pareti, le finestre, i letti, gli armadi. Esattamente come accade ai nostri eroi nella vita di tutti i giorni: la realtà esterna al buio, il mondo interiore esageratamente illuminato. Una poesia o una storia non incontrano il loro gradimento se non scatta l’ancestrale meccanismo dell'identificazione. E lo sanno bene, perché in genere hanno divorato i tomi freudiani prima di tutto il resto. Sono loro – ingombranti trattati dalle copertine marroni e titoli composti da “Io" moltiplicati all'impazzata – a campeggiare sugli scrittoi.
I cercomé sono gli utilitaristi della fantasia, convinti che, se non serve a conoscere se stessi, la finzione è inutile. Le scatole di carta appoggiate sugli scaffali sono altrettante pieghe scavate nei meandri dello spirito. Ognuna ha acceso i riflettori su un aspetto del loro essere che i cercomé non credevano di possedere e che la lettura ha miracolosamente rivelato. Scoprono di desiderare il Dylar di Babette per guarire da un’inestinguibile paura di morire. Si accorgono – coincidenza sorprendente! – che anche Reiko non riesce a sentire la musica e si abbandonano fiduciosi nelle braccia del dottor Kazunori , che risalirà alle origini del disturbo. Potrebbero finire in ogni girone dell’Inferno: sono ignavi, certo, ma anche incontinenti e violenti e fraudolenti. Però, in fondo, anche il Purgatorio farebbe al caso loro. Soltanto il Paradiso non gode dei loro favori, invece: preferiscono tenersene lontani. È troppo difficile individuare somiglianze con gli angeli o, addirittura, con Lui.
I cercomé sono habituées delle biblioteche. Non disturbano nessuno, a differenza degli approcciatori. Si rintanano in un angolo, si isolano dal contesto e si dedicano alla loro occupazione preferita: l’auto-ricerca finalizzata all'auto-analisi. Non incontrano particolari difficoltà: scartano i titoli non abbastanza empatici e scelgono quelli con cui avvertono subito un’affinità elettiva. Tutte le autobiografie, ad esempio. Tutti i romanzi scritti in prima persona. Tutta la diaristica. Tutti gli epistolari. Oppure, sul fronte opposto, la manualistica con velleità psicologiche. Roba come “Psicopatologia del cellulare. Dipendenza e possesso del telefonino". “Donne che amano troppo". “Prima la testa: come identificare i primi dieci tipi di intelligenza e sfruttarne il potenziale al 100%".
Alternate spesso alla lettura lo yoga e la meditazione? Siete cercomé. Adorate la narrativa new age, le storie di energie negative da combattere e di energie positive da attrarre? Siete cercomé. Avete esclamato per più di dieci volte: “Ma questo sono io!"? Siete inesorabilmente cercomé.

Il gran finale

Spesso non si resta cercomé per tutta la vita. Può trattarsi di una fase passeggera, che per quasi tutti noi coincide con l’iniziazione alla letteratura, quando si cerca nelle storie dipinte con l’inchiostro il segreto della nostra esistenza su questa terra. Finché, a un certo punto, si fa strada il dubbio che, anche se leggessimo tutte le pagine stampate da Gutenberg in poi, non risolveremmo l’enigma. Finché in una sera di maggio, quando la notte comincia a farsi largo nella cruna del giorno, capita di aprire la pagina di una scrittrice belga, di entrare nelle memorie del quattordicesimo imperatore di Roma e di leggere questo passo:
«La parola scritta mi ha insegnato ad ascoltare la voce umana, press’a poco come gli atteggiamenti maestosi delle statue mi hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini. Viceversa, con l’andar del tempo, la vita m’ha chiarito i libri.»
In quel preciso istante, come un coniglio bianco che sbuca da un cilindro nero, forse potremmo realizzare. Intuire che nessun libro, nessuna storia, nessuna poesia potrà mai spiegare il mistero del nostro esserci, qui, oggi. Che i libri, le storie e le poesie possono soltanto chiarirlo e, chiarendolo, renderlo più sopportabile. Che non importa se siamo lettori tradizionali, dovemipare, naturisti, approcciatori, emulatori o cercomé. Siamo donne e uomini, e abbiamo tutti lo stesso destino.
Ecco: io leggo per ricordarmene, io leggo per trovare consolazione. Sarà per questo che sui libri mi avvento e mi accanisco, come in una crociata personale contro la morte, spettro e livella, ma sempre ingiustizia suprema. Non lo trovo vile né ingenuo: io non posso fare a meno che gli scrigni di carta respirino con me, viaggino nella mia auto, vengano scombussolati nella mia borsa, si accumulino disordinati sul parquet, troneggino invadenti sul tavolo della cucina. Mi servono come promemoria, distrazione “ragionata", seminatori di stupore.
Quando José Saramago acceca (fisicamente ed eticamente) tutti i suoi personaggi in quel formidabile romanzo-metafora che è “Cecità", sono costretta a riconoscere che siamo responsabili del senso che diamo alle nostre esistenze (sempre che decidiamo di dargliene uno). Quando Wislawa Szymborska scrive «Non c’è vita/che almeno per un attimo/non sia immortale/La morte/è sempre in ritardo/di quell’attimo», mi riconcilio con il mondo e con la mia natura finita: sento di avere una possibilità. E – zac – piego l’orecchietta fatale che manda su tutte le furie il mio compagno, per cui i libri sono come bicchieri di cristallo. Quando Jonathan Franzen apre le “Correzioni" con quell’incipit mozzafiato («Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso in cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia...») e poi stacca sulla figura del vecchio Alfred, personificazione del Terzo millennio occidentale, fatto di disgregazione, anziani e Alzheimer, devo fermarmi e strabuzzare gli occhi e ringraziare l’autore per avermi messo a parte del suo genio.
Io tratto i miei libri come fabbriche di miracoli e li strapazzo perché me ne regalino di sempre nuovi. Sono una fan sfegatata della rilettura. Ho un debole per le dediche: aiutano a non dimenticare. Su tutte le prime pagine, a matita, c’è la data di lettura con le mie iniziali: un vizio ereditato dalla mia famiglia per ricordare con precisione quando ho letto quel libro, e dov’ero, e com’ero, e fermarmi a riflettere su cosa sono diventata. Mi piacciono le copertine indovinate, come i volti imbambolati sui volumi di Raymond Carver editi da Minimum Fax, come l’immagine anatomica dell’uomo spellato, tutto fasci muscolari, che introduce a Soffocare di Chuck Palahniuk (Strade Blu Mondadori).
Sono sempre tra noi, i nostri libri. A casa mia è vietato addormentarsi senza leggere, anche quando torniamo sfatti dopo i bagordi o dopo una giornata di lavoro estenuante. E non rinuncio mai a declamare petulante ad alta voce (sempre per la “gioia" del mio compagno) le frasi che meritano, i particolari esaltanti, le descrizioni raffinate. Né ad arrabbiarmi, come se qualcuno mi avesse offeso, quando la scrittura mi annoia, non fa vibrare le corde giuste, non aggiunge alcun filo alla trama della mia conoscenza.
Ve l’ho detto: io leggo per trovare consolazione. Briciole di grazia. Brandelli di salvezza.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 17.10.06 08:10

Interventi

Ecco. Trovo questo pezzo splendido davvero!!
Io sono normalmente una emulatrice appronciante, ché Zelig mi fa un baffo.
Una cercomè tradizionalista, se sono innamorata.
Una naturista solo d'estate.
Ma mai una dovemipare, per una strana forma di pudore. Chissà come mai: forse per colpa delle mie dediche, pensate e scritte all'inizio di un momento di solitudine, e soltanto dopo condivise.

elisabetta

Pubblicato da: elisabetta liguori - 17.10.06 11:26

Ciao Manuela, nel ringraziare ancora te e il tuo puntuale moroso per il passaggio da Riccione a Roma con tappa a San Marino, dico che questo pezzo mi suona simpatico come la sua autrice, e mi ha fatto ripensare, tra l'altro, all'inizio di Se una notte d'inverno un viaggiatore, e anche a tutto quanto il libro, tutto sommato. Credo che Se una notte... potrebbe essere il libro che ogni scrittore di letture potrebbe leggersi con grande divertimento e non potendovisi non riconoscere continuamente... Anche Il sottolieantore solitario di Marco Bosonetto mi sembra un "trillerino" di sapore calviniano parecchio parecchio stuzzicante, e imperdibile per chi ama scrivere del leggere.

ciao

;-)

Pubblicato da: Marco - 17.10.06 11:59

Manuela, in questo pezzo ritrovo tante delle cose di cui abbiamo parlato nel viaggio da Riccione a Roma (con tappa a San Marino, come ha ricordato Marco): la Szymborska e Franzen, per esempio. E ciò mi fa apprezzare ancora di più sia il viaggio che il tuo scritto. Un bacio grande.

Pubblicato da: Gaja - 17.10.06 12:25

Cara Elisabetta, avevo già notato affinità e assonanze leggendo il tuo bel pezzo. E avevo esultato alla conclusione, perché davvero la lettura è anche indagine, mezzo per approdare altrove.

A Marco e Gaja un grazie particolare, innanzitutto perché rievocano il viaggio da Riccione a Roma (era tempo che non ridevo così di cuore). E poi perché Marco cita il Maestro Calvino, e Gaja riconosce il mio divertissement come sincero. Il complimento per eccellenza, perché per me nella scrittura conta la sincerità delle intenzioni. Sempre, anche quando si inventano storie.

Pubblicato da: Manuela - 17.10.06 14:13

Molto acuto e accattivante. Brava Manu. Un bacione.

Pubblicato da: ramona - 17.10.06 16:28

Brava e bella.

Pubblicato da: michele - 18.10.06 07:56

Veramente un bel post. Complimenti Lucia

Pubblicato da: lucia - 18.10.06 16:50

Passavo di qui per caso. Questo post è scritto magnificamente, e ogni bibliofilo ci si può riconoscere e/o crogiolare. Sono nuovo del sito, e quindi ignorante: so poco di te, ma complimenti davvero.

Pubblicato da: Vincenzo - 28.10.06 06:11

Mi soffermo sui primi due ritratti, attratto da allusioni infinitesime come lo sono i grandi dettagli, quelli che scorgi di sfuggita osservando gli altri o immaginando te stesso. Quel che mi affabula non è soltanto la sensazione quasi naturale che tu abbia veramente fatto proprie della tua anima le immagini della letteratura meglio di libri, pagine: parole (in una parola)e che poi le abbia rese parti di un racconto della realtà frammista ai tuoi possibili (Calvino è con Borges e Ungaretti e Shakes e Cela e qualche altro uno di quelli che chiamo i Maestri Invisibili) ma anche che tu stessa abbia fatto di ogni parola una immagine; l'immagine semplice e sacra come leggevo qualche sera fa in una poesia che non ricordo di Holderlin. Immagini appunto, quelle dell'immaginazione. Da quell'incostante maledetto che sono mi auguro di tornare presto per continuare la lettura con la punta di un pensiero all'Amico che mi ha indicato questo sentiero. C'è soffuso entusiamo e un'increspatura di benevola ironia in quei due ritratti m°m

Pubblicato da: Marco - 26.11.06 01:59

In colpevole ritardo, grazie a Lucia, a Vincenzo e a Marco. L'entusiasmo che leggi, Marco, è l'entusiasmo della lettura, la foga della curiosità.

Pubblicato da: Manuela - 29.11.06 10:51