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14.10.06

Buzzati, l'alba del mistero

a cura di Stefania Nardini

Il 16 ottobre 2006 Dino Buzzati avrebbe compiuto 100 anni. Abbiamo voluto ricordarlo con uno speciale su Gente d'Italia.

Dino BuzzatiIl giornale, il turno di notte.
Come sentinelle. Vigili in quell'aspettare.
La notte.
La notte che scatena i nostri demoni. Il dolore, l'amore.
La notte complice dei sentimenti estremi.
La notte che è l'attesa, la difesa, il cercare nei cunicoli del pensiero allucinato, della realtà spesso incognita.
La notte in un giornale, quando c'era il piombo, e i menabò erano grandi pezzi di carta.
Un giornalista.
Un cane da guardia, sempre in allerta di fronte a quel microcosmo solo apparentemente assopito, intorno al quale il mondo girava, continuava a girare.
Le tazze sporche di caffè, il fondo di una bottiglia di whisky. Erano quelle le notti.
Si attendeva, si vigilavano le notizie battute dalle agenzie, le notizie che venivano da altri mondi, lontani e fantastici.
La notti in un giornale, i turni di notte, sguinzagliavano i pensieri.

Qualche volta scarabocchi su un pezzo di carta. Storie che passavano per la testa, avvolte dalla nebbia della quinta o sesta sigaretta accesa con l'automatismo di un gesto familiare, dentro quella scena.
La scena delle notti in un giornale, quando nei giornali si annidavano scritture cucite addosso a eteronomi che, come i personaggi di Pessoa, non si limitavano a trasformarsi davanti alla macchina per scrivere, ma erano.
Eteronomi della notte quando si faceva il turno. Trasformisti di una notizia che magari non arrivava mai.
Immagino Dino Buzzati in quelle notti.
Un uomo che guardava alla finestra. Catturato dall'enigma che è l'esistenza.
E da quel tempo che, implacabile, divora. Cercando le verità nascoste, e la vita.
Un grande scrittore, un giornalista, di cui ricorre in questi giorni il centenario.
Su Buzzati sono stati fatti paragoni, come ad esempio con Kafka a proposito del “Deserto dei Tartari", cosi' da essere collocato in quel novecentismo surreale, inteso come disimpegno assoluto dai problemi del nostro tempo.
Buzzati passò come un “caso isolato" per la critica ufficiale.
In realtà il suo narrare è la descrizione della vita in solitudine.
Quel giornalista del turno di notte….
Lui era quel giornalista. Che ebbe la genialità di trasformare un momento, quel momento, in storie capaci di passare attraverso l'avventura umana che si snoda nell'interiorità.
Buzzati nella sua opera non compie la ricerca del suo Dio. Il Dio di Buzzati c'è, si nasconde, è ovunque, si rivela là dove si scommette l'esistenza.
Un uomo semplice, il cronista del turno di notte. Che si emozionò quando conobbe Camus, e quando Camus lo chiamò “maestro" arrossì.
Il giorno che se ne andò a Milano nevicava. Era il 28 gennaio 1972.
Il cancro lo aveva condannato. Poco prima era comparso un prete per l'estrema unzione. E lui lo mando' via.
“Una scappatoia troppo facile, una beffa a quell'Ignoto che, se pure inafferrabile aveva sempre rispettato".
Quella sera alla redazione del Corriere Indro Montanelli aveva un groppo alla gola. Il titolo: “E' morto Dino Buzzati". Il pezzo attaccava:
“Se ne va dalla vita il Mistero. E chi ci resta?".
Stava per iniziare il turno di notte in cronaca. Un'altra notte di attesa. La veglia. E il mondo che continuava a girare sempre più in fretta. Un uomo guardava alla finestra. Milano poteva essere un deserto….
Era questo il mistero di cui Montanelli aveva scritto quel 28 gennaio.

***
IL DESERTO DEI TARTARI
L'opera senza tempo

di Tonino Pintacuda

«Dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o scriva, io perseguo il medesimo scopo: quello di raccontare delle storie». Questa frase di Dino Buzzati (1906-1972) sintetizza perfettamente il senso del suo narrare eclettico. Il Deserto dei Tartari è il suo capolavoro, originale e profondo, troppo spesso accostato e schiacciato dal paragone con le pagine di Kafka.
Il Deserto è una grande metafora, lo stesso Buzzati raccontò più volte la genealogia del suo romanzo. Lo spunto gli venne dalla monotona routine redazionale notturna, che faceva in quei tempi: “Molto spesso avevo l'impressione che quel tran-tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. E' un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nella esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva: nulla di meglio di una fortezza all'estremo confine, mi parve, si poteva trovare per esprimere appunto il logorio di quell'attesa" (Il Giorno, 26 Maggio 1959).
Buzzati lavorava nel turno di notte al Corriere della Sera, aveva iniziato a collaborare al prestigioso quotidiano milanese dal 1928, ancor prima di completare gli studi in legge. Le notti lente della redazione scorrevano inesorabili, con i cronisti attaccati alla telescrivente ad aspettare che una semplice notizia nascondesse dentro uno scoop, quell'inafferrabile pezzo da Pulitzer che dà il senso di un'intera vita.

Quell'attesa poteva durare anni, era necessaria ostinazione e pazienza, si doveva soltanto imparare ad aspettare. Anche se troppo spesso il risultato era solo un fallimento, un vecchio cronista poteva arrivare alla fine della sua carriera senza aver mai scritto uno di quegli articoli che riescono a far vacillare dittature o cambiare il senso della storia, senza essere mai diventato una grande firma.
Quest'angoscia Buzzati la fa rivivere nelle aspettative mancate del tenente Drogo. Il protagonista del Deserto dei Tartari attende tutta la vita l'arrivo dei misteriosi tartari inutilmente: si spegnerà con un malinconico sorriso quando la morte gli riserverà l'ultima beffa. Alla fine i Tartari sono arrivati davvero alla fortezza Bastiani ma troppo tardi: all'inizio dell'attacco una carrozza porta lontano dal campo di battaglia Drogo. Gli anni sono passati invano, la città s'è fatta sempre più distante. Per raggiungere la fortezza al giovane tenente era bastata una cavalcata ma il tempo del romanzo si dilata e con esso pure le distanze, la Fortezza Bastiani è un mondo a sé, con le sue regole.
Servono parole d'ordine, una diversa ogni giorno per superare gli sbarramenti che dividono la fortezza in settori autosufficienti, chi s'attarda e non conosce la nuova parola d'ordine è destinato a morte certa.
Questa danza della marionette in divisa è assurda e logorante.
Non c'è scampo, appena si indossa la divisa del reggimento, cucita dal solerte Prosdocimo, la vita di prima diventa un debolissimo ricordo. Il tempo che inglorioso passa è il vero protagonista:

«Un presentimento - o era solo speranza - di cose nobili e grandi lo aveva fatto rimanere lassù, ma poteva essere anche soltanto un rinvio, nulla in fondo restava pregiudicato. Egli aveva tanto tempo davanti. Tutto il buono della vita pareva aspettarlo. [...] Quanto tempo davanti! Lunghissimo gli pareva anche un solo anno e gli anni buoni erano appena cominciati; sembravano formare una serie lunghissima, di cui era impossibile scorgere il fondo, un tesoro ancora intatto e così grande da potersi annoiare. Nessuno che gli dicesse: “Attento, Giovanni Drogo!". La vita gli pareva inesauribile, ostinata illusione, benché la giovinezza fosse già cominciata a sfiorire. Ma Drogo non conosceva il tempo. Anche se avesse avuto dinanzi a sé una giovinezza di cento e cento anni come gli dei. Anche questo sarebbe stata una povera cosa. [...] Quanto tempo dinanzi, pensava. Eppure esistevano uomini - aveva sentito dire - che a un certo punto (strano a dirsi) si mettevano ad aspettare la morte, questa cosa nota e assurda che non lo poteva riguardare».

Finisce con un sorriso beffardo la non-vita di Giovanni Drogo, ventinove anni dopo che la Fortezza s'è impossessata anche di lui: “nel buio, benché nessuno lo veda, sorride".

L'attività di Buzzati è stata poliedrica: quadri a olio, illustrazioni, un intero poema a fumetti, poesie, libretti d'opera, pièces teatrali e soprattutto racconti. Quest'ultima è la dimensione narrativa che gli è più congeniale, proprio con il libro Sessanta racconti vince il premio Strega nel 1958.
Nei racconti maggiore spazio è riservato alla fantasia. È sufficiente ricordare il babau, il mostro che vive negli armadi dei bambini, fatto di «di quell'impalpabile sostanza che volgarmente si chiama favola o illusione».
Ed è impossibile dimenticare il Colombre, simbolo di tutte quelle promesse che inseguiamo sin da bambini e che poi sistematicamente violiamo, ridimensionando tutti i nostri sogni per quelle solide certezze che ci condurranno in silenzio a quella inevitabile morte che, con un po' di fortuna, accoglieremo con un sorriso.

***
Un visionario che amava dipingere
di Francesco Forlani

«Il fatto è questo: io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Il mondo invece crede che sia viceversa e le mie pitture non le può prendere sul serio."
I racconti, i romanzi e perfino le corrispondenze che il giornalista Buzzati inviava al Corriere, si scoprono grazie alla luce di quella dichiarazione come oggetti differenti dalle semplici, si fa per dire, storie scritte. Del resto il più bell'aggettivo che si possa dare a uno scrittore è visionario e Buzzati fu su tutti gli scrittori del novecento italiano l'autore che, valicando le frontiere al punto di essere tra i più internazionali, riuscì a “vedere" l'invisibile, a scorgerlo.
La differenza tra Buzzati e Kafka risiede a mio parere proprio in questo elemento. Kafka descrive storie che sono già passato. Gli orrori che sono occorsi, i mostri che ci hanno terrorizzato, fossero insetti o le terribili macchine del castello o del processo, mentre in Buzzati, l'assurdo è solo una possibilità dell'accadere e comunque nel futuro. Così ne “Il deserto dei tartari", peggio del male vero, l'assedio del nemico, è l'attesa del male che condanna i soldati e i loro comandanti all'inazione e all'annichilimento.
In fin dei conti Buzzati racconta storie che potrebbero accadere, ma è proprio nel fatto che non accadano che risiede l'angoscia dell'autore e del lettore (aggiungiamo noi).
Questa sospensione del destino si rivela in tutta la sua potenza non in ogni pagina, che dobbiamo immaginare come poesia, ma in ogni disegno tavola, da intendere qui come versi. Una sospensione “suspense" che cattura, al pari di ogni visione autentica, lo sguardo quasi pietrificandolo. Al contrario dei fumetti in cui la striscia popone una lettura dinamica ed orizzontale della storia, nel suo poema Buzzati sfrutta ancora una volta la verticalità,la profondità, la vertigine.
Ad esempio nei 60 racconti, una tale strategia la troviamo perfettamente compiuta in quelli che considero veri e propri capolavori del genere: I sette piani e la Tour Eiffel. In entrambi i due protagonisti procedono secondo una verticalità dello spazio con il tempo che si inerpica (e dunque sale nella costruzione di una torre che vuole dare l'assalto al cielo) tra le punte metalliche della magnifica torre o scende tra le scale di ogni piano di quell'ospedale in cui si scivola via via dai piani più alti, dei semplici check up, a quelli più bassi dove i pazienti sono ormai dichiarati inguaribili.
Il visionario Buzzati per la prima volta può rinunciare alla parola - seppure presente in ogni tavola si parla con una tale neutralità e leggerezza che sembra, la parola, aver rinunciato alla propria funzione. A dire saranno gli altri segni, peraltro formidabili, precisi, contemporanei dei suoi disegni anche se non sarebbe corretto afferrarne che la visione si sostituisce alla parola come ci fa capire lo stesso Buzzati quando dice: “Ma dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa.
Che io dipinga o che scriva, io perseguo il medesimo scopo che è quello di raccontare delle storie."
La riscoperta di questa misteriosa “chiave" lo porta a ripercorrere ogni piano della propria costruzione letteraria e sebbene ogni porta sia differente, è la potenza visionaria di Buzzati che la trasforma in un passepartout con cui riesce perfino di riaprire il passato. Dove? In Poema a fumetti, in cui nonostante racconti una storia d'amore e ultraterrena, lo si può leggere in un altro modo. E' come se qui si divertisse a ripercorrere tutta la propria strategia della visione proponendo tavole evocatrici di ogni titolo precedentemente pubblicato come un vero e proprio testamento artistico. Il libro è del 69 e Buzzati muore nel 72. Scorgiamo allora tra quei disegni la macchina del Grande Ritratto, le mura delle isolate fortezze , Columbre. Il tutto avvolto come da un profumo discreto nella scatenata sensualità dei nudi femminili. Del resto lo stesso Buzzati temeva che facesse scandalo per l'epoca e quasi preparandosi alla domanda inquisitoria di chi potesse trovare perverse quelle visioni lui rispondeva:

"Parecchi mi hanno rimproverato l'eccessiva frequenza nelle pagine, di ragazze nude disegnate con accenno libertino. Io l'ho fatto per tre motivi: primo, la nudità mi sembra il cost più adatto nel mondo dei più; secondo, disegnare dei nudi è più gradevole e stimolante che disegnare delle persone vestite (almeno per me) ; terzo - qui direte che mi do la zappa sui piedi, ma perché essere ipocrita?- pensavo che l'ingrediente fosse producente agli occhi del pubblico."

Pubblicato da Tonino Pintacuda, il giorno e l'ora: 14.10.06 16:20

Interventi

Io di solito lo ricordo percorrendo il ripidissimo "sentiero attrezzato Dino Buzzati" (Pale di San Martino), che passa per una famosa spaccatura tra le rocce. L'altopiano in alto fu quello che gli ispirò "Il deserto dei Tartari". Grande Dino, amante della montagna.

Pubblicato da: Lucio Angelini - 15.10.06 05:55

Da oggi a Belluno, città natale di Buzzati, partono i festeggiamenti per il centenario. Letture, commemorazioni, incontri con le scuole, spettacoli, emissione di un francobollo. Stasera lo spettacolo multimemdiale con Vittorio Sgarbi "Piacere,Dino Buzzati". E fra qualche giorno andrà in scena a teatro "I sette piani" con Ugo Pagliai e Paola Gassman, cui non mancherò di andare. Il racconto omonimo è stato uno di quelli che non si dimenticano.

Pubblicato da: ramona - 15.10.06 09:35

E' vero Ramona, della miriade di lavori di Buzzati, soprattutto di racconti, I sette piani dificilmente si dimenticano.
Ma, anche tutto il resto, intendiamoci. Buzzati, un grande in ogni senso. Almeno per me.
Matteo

Pubblicato da: matteo - 15.10.06 10:24

Chi volesse rileggere "i sette piani" lo trova qui:
http://toninopintacuda.splinder.com/post/9568088/

Pubblicato da: tonino pintacuda - 15.10.06 15:14

Approfitto della "sorpresa" per dire a Stefania e a Tonino che ero molto fiero di essere in loro compagnia.
effeffe

Pubblicato da: furlen - 15.10.06 21:43