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25.09.06
Nuovomondo e la carota gigante
[questo pezzo è già stato pubblicato nel numero odierno di La Gente d'Italia]
Carote come canoe, olive della stessa dimensione di palloni da basket e galline grosse come trichechi, questa è l'America che sogna Salvatore Mancuso, il protagonista di Nuovomondo (The golden door), il nuovo film di Emanuele Crialese.
Partono da Petralia Sottana Salvatore e la sua famiglia insieme a due ragazze che vanno a maritarsi al di là del grande Oceano, richiamate da quei fotomontaggi che mostrano quegli ortaggi enormi e perfino alberi in cui crescono dollari d'argento come nel Campo dei Miracoli di Pinocchio.
Ma il film, delicato e onirico, con punti di palpabile drammaticità si ferma sulla soglia di quell'America, la terra delle opportunità viene vista solo attraverso i vetri troppo alti del centro di raccolta di Ellis Island.
Il regista stesso ha vissuto sulla sua pelle il senso dell'emigrazione, partito per l'America inseguendo pure lui il suo sogno, quello di far cinema, raggranellati tre milioni è partito per New York, con una borsa di studio di 150000 dollari ha seguito i corsi del Dipartimento di Cinema della Tish School of the Arts della New York University. Questo primo periodo l'ha raccontato trasfigurando la sua esperienza nel suo primo lungometraggio "Once we were strangers" ammesso al Sundance Film Festival di Robert Redford.
Quindi Crialese la conosce bene quest'America, e sceglie di non mostrarla mai, proprio perché durante la preparazione di questo film - il suo terzo lungometraggio dopo "Once we were strangers" e il sorprendente "Respiro" – ha studiato per un anno ad Ellis Island scoprendo che tra il 1910 e il 1930 sono state sterilizzate sessantamila persone: malati, analfabeti, affetti da imperfezioni. Scelta dettata per evitare che "razze inferiori" soppiantassero l'America Wasp (white anglo-saxon protestanti), e anche per arginare le eventuali spese mediche. Servivano italiani pala-e-piccone, buoni per lavorare alle infrastrutture americane, già pronti per essere inghiottiti dalla catena di montaggio del sistema fordistico.
L'America resta distante, viene sognata di continuo in intermezzi onirici ma la nebbia non si dirada. La famiglia di Salvatore vende tutto, lascia le bestie e la casa in cambio di scarpe e vestiti di baroni morti, insegue la chimera per sfuggire alla morte certa in una terra pietrosa e inospitale in cui i due figli di Salvatore, Angelo e Pietro, quest'ultimo rosso di pelo e perfino muto, sono destinati alla miseria, la stessa miseria efficacemente sintetizzata nella scena iniziale in cui Salvatore e Angelo scalano il monte con una pietra in bocca per chiedere un segno al santuario della Madonna. Salvatore, visti i fotomontaggi, decide di partire, vincendo perfino le resistenze della madre, Donna Fortunata, il personaggio più riuscito, che simboleggia in pieno tutto il vecchio mondo incapace di capire e accettare le regole del nuovo mondo.
L'addio del paese è celebrato dal parroco che impone alla folla sorrisi per la scelta effettuata da Salvatore, loro sono nuova semenza che va a mettere radici in una terra nuova e ricca. Al porto la famiglia Mancuso è attaccata dai pescatori che cercano di imporgli il pescato, Salvatore supera la cortina di pesci e supera pure il primo controllo medico, rifiutando un'improbabile medicina per guarire il mutismo di Pietro.
Alla prima selezione incontrano Lucy Reed che loro per il resto del viaggio chiameranno Donna Luce, Lucy è un'inglese che cerca qualcuno che la sposi per entrare in America. Salvatore se ne innamora e continua a sognare la sua America, sogna una vita nuova in cui ricominciare a credere, una terra in cui respirare progresso e "picciuli", quei soldi che costituiscono l'ossessione di tutti i miserabili, ora il sogno si concretizza, concimato dai discorsi degli altri siciliani che nella cabina passano la notte a far lievitare il mito di questa terra delle opportunità, e Salvatore assorbe tutto e lo concretizza nelle sue visioni, felliniane per definizione dello stesso regista. E Salvatore che non sa nuotare si sogna immerso in un mare di latte di ascendenza biblica, lui e i suoi figli nuotano in quel mare bianco.
La scelta di Crialese si rivela vincente, questo film sceglie la microstoria di Salvatore per raccontare la storia di tutti quegli italiani che sbarcarono a frotte nel porto di New York tra la fine dell'Ottocento e il primo quindicennio del Novecento, prima che l'Immigration Act del 1921 definisse le percentuali delle varie etnie. Ma Crialese si ferma sulla porta, una porta che appare d'oro secondo lo stesso titolo scelto per il mercato internazionale, una terra di case alte cento e cento piani, la terra degli impossibili ascensori, una terra dove il pane è così morbido che a Salvatore alla mensa di Ellis Island sembra d'addentare una nuvola.
Dopo un viaggio massacrante, con una tempesta che ne ha ridimensionato il numero, i viaggiatori della terza classe approdano all'isola da dove si intravede finalmente perfino la Statua della libertà, qui li aspettano gli assurdi test di Ellis Island che servono a mantenere l'ordine morale della società americana, i nuovi americani devono essere intelligenti perché le tare mentali sono ereditarie e gli Americani non possono essere contagiati.
È Donna Fortunata l'unica che ha il coraggio di rifiutare i test, non accetta di essere giudicata da questi del Nuovo Mondo che si sentono domineddio. Lasciamo così Salvatore ad Ellis Island in attesa del matrimonio con Luce, con Donna Fortunata e Pietro che stanno per essere rimpatriati. Il film si chiude con l'ennesima visione: un mare di latte in cui nuotano Salvatore, Angelo, Luce e tutti gli altri che sperano in futuro migliore.
La carotona gigante però implicitamente ci rimanda al vecchio luogo comune dell'usare il bastone e la carota, alternando cioè gentilezza e pugno duro, se la carota è di tali dimensioni, che solenni bastonature attendono quelli che diverranno finalmente italo-americani?
La risposta ci arriva da due libri e dall'opera incessante di Rudolph J. Vecoli, italo-americano di seconda generazione che ha dedicato decenni a studiare il fenomeno dell'immigrazione italiana in America, quell'America che nel 1927 giustiziò Sacco e Vanzetti, quella stessa America che accettava a malincuore le feste patronali dei chiassosi italiani ghettizzati nelle Little Italies.
Il primo dei due libri è di Gian Antonio Stella, firma di prestigio del Corriere della Sera, col significativo titolo "L'Orda. Quando gli albanesi eravamo noi.", Rizzoli, Milano 2002. L'altro fondamentale libro è "Verso L'America. L'emigrazione italiana e gli Stati Uniti", Donzelli, Roma 2005. Quest'ultimo è una raccolta di saggi che analizzano l'emigrazione italiana in tutte le sue sfaccettature, dalle origini, alla fondamentale importanza delle rimesse, i soldi che a costo di sacrifici incredibili, gli emigrati facevano giungere in Italia. Proprio dalla prefazione di Salvatore Lupo al volume traiamo un commento perfettamente consonante al tono del bellissimo film di Crialese – di così tanto valore che alla Mostra di Venezia hanno dovuto confezionare un premio ad hoc creando il Leone d'argento per la rivelazione - :
"In maniera più o meno estrema, un po' tutti gli osservatori colti del tempo ritenevano che i problemi degli italiani andassero riferiti alla loro incapacità di contaminarsi coi valori del Nuovo Mondo, alla loro ostinazione nel vano tentativo di "trapiantare" in esso gli elementi costitutivi del Vecchio. Trovò pochi proseliti la tesi alternativa, che le cause di criminalità e marginalità in genere andassero ricercate nelle difficoltà e nelle asprezze della loro nuova vita più che nel bagaglio che si erano portati dietro da casa. Si pensò che gli immigrati che si affollavano nei tenements, i palazzoni delle Little Italies, fossero affetti da patologica tendenza all'auto-segregazione, che essi, unici tra i vari gruppi etnici, volessero rimanere in comunità isolate […]. È sin troppo ovvio che prima dell'auto-segregazione va considerata la segregazione, il fatto cioè che i nativi riservavano agli stranieri spazi ristretti e marginali dal punto di vista fisico e non solo".
Oggi la situazione è radicalmente mutata, gli italo-americani sono perfettamente integrati, costituiscono una risorsa preziosa per l'America ma ciò non toglie che quella segregazione effettivamente ci fu e iniziava proprio su quella porta d'oro, lì ad Ellis Island, tanto che Crialese ha deciso di dedicare a questa verità taciuta il suo prossimo documentario, Black drop.
Una scelta coraggiosa perché, secondo le stesse parole del regista, "Quello che ho scoperto ad Ellis Island, ed è uno dei motivi per cui ho voluto fare il film, è che è stato il primo laboratorio nella storia dell'umanità in cui c'era la presunzione di studiare e misurare l'intelligenza. Erano studi che oggi chiamiamo eugenetica, studi iniziati lì che sono degenerati nell'eugenetica nazista. Sottoponevano gli immigrati a questi test per capire le caratteristiche di ogni razza e per capire chi meglio si sarebbe adattato al nuovo mondo, alla catena fordista".
Crialese e il protagonista, l'attore Vincenzo Amato, sono due emigrati che sono riusciti a realizzare il sogno di tutti quelli che sono partiti: tornare nel proprio paese e poter dire "ce l'abbiamo fatta", un ritorno che nel caso del regista ha dovuto abbracciare più meridiani: "Io per fare un film in Italia sono dovuto partire per l'America e poi passare per la Francia. Pensate che giro che ho fatto".
Pubblicato da Tonino Pintacuda, il giorno e l'ora: 25.09.06 19:18
Interventi
Ho scaricato il pdf di Gente d'Italia, ma sembra che sia composto di solo 8 pagine. Non trovo la pagina culturale. Puoi darmi indicazioni per vedere tutto il giornale?
Ora devo lasciare il pc. Leggerò domattina. Grazie.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 25.09.06 22:33
Bart, devi aspettare un po'. Il pdf arriva solo fino a pagina 8 per motivi di fuso orario (se vuoi, ti spiego in privato). Ricarica la pagina nel pomeriggio, riscrivendo nella stringa del browser l'url del giornale.:-)
Pubblicato da: Gaja - 26.09.06 13:32
Grazie, Gaja. Proverò più tardi; al momento sono ancora 8 pagine.
OT
Stamani sono andato in farmacia a comprare le mie solite medicine (per tenere lontano le vertigini che mi stremarono fino a un anno fa: si dice per il mio ritmo di lavoro, boh!) e ho trovato la piacevole sorpresa fattami da questo governo. Ho pagato per la prima volta su questo tipo di medicinali il ticket, 0,90 centesimi (quasi 1 euro) a confezione. A chi mandare gli accidenti? Io lo sapevo, che sarebbe andata a finire così, e questo - immagino - è niente a confronto di ciò che ci aspetterà.
Direi che va sotto il nome di "prodismo" quella particolare abilità di mettere le tasse senza che la gente s'indigni. Hai visto, infatti, qualche protesta? qualche corteo con le bandiere spiegate? qualche comizio in piazza? Niente: silenzio. Tutti quelli che sono abili a promuovere queste cose hanno i loro rappresentanti al governo, ed ora sono stati reclutati per tenere quieta la plebaglia, che deve solo essere guidata per il bene della Nazione (sic!)
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 26.09.06 14:15
Piccolo chiarimento. Il giornale esce tutti i giorni con 8 pagine, il venerdi con 24, e ci sono le pagine sulla scrittura. Il pezzo di Tonino é uscito nell'edizione, diciamo cosi', normale. In una pagina di attualità.
Pintacuda imperversa!
Un saluto a tutti. Edi re che oggi é il mio compleanno....
Pubblicato da: stefania nardini - 26.09.06 14:49
Mi scuso per la notizia fuorviante data a Bart. (E rinnovo gli auguri, già fatti in privato, a Stefania). Baci.
Pubblicato da: Gaja - 26.09.06 15:39
Auguri anche da parte mia, Stef.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 26.09.06 16:30
Bei collaboratori che ha "la gente d'Itaglia".
Da Alemanno ad Anna La Rosa, non manca nessuno.
Che senso ha pubblicare belle recensioni su giornali spazzatura? Spero soltanto che paghino bene....
Pubblicato da: ugo rispoli - 26.09.06 17:17
Ho visto Nuovo Mondo di Crialese. Mi è capitato raramente negli ultimi tempi, al cinema, di trovare un film che mi abbia emozionato come questo, dalle cui immagini sia stata subito catturata e che non mi abbia più mollato fino alla fine, tranne forse una parte centrale, quella che si svolge sulla nave, che ho trovato ad un certo punto un po’ troppo lenta e statica. Ma è stata una sensazione che è durata poco, sono stata di nuovo trascinata via, fino alla scena finale con tutti quegli uomini e quelle donne che emergono dal liquido lattiginoso e nuotano, e la macchina che si allontana verso l’alto, tanto che alla fine sembrava di vedere tante piccolissime ranocchie, anzi, a dir la verità, devo aver pensato un attimo a tanti spermatozoi o qualcosa di simile, anche se mi rendo conto che non è proprio una bella immagine. Sono uscita dal cinema contenta per aver visto qualcosa che avrei voluto consigliare a tutti quelli che conoscevo. In tutta questa bellezza, però, due sensazioni non ben definite che in parte la offuscavano. La prima, immediata, nata da una risposta di Crialese, che era presente alla proiezione e che alla fine del film ha risposta a qualche domanda del “pubblico presente” (il che è ovvio, che sia presente, visto che gli assenti se ne erano andati via prima). Mentre guardavo il film, pensavo che in fondo la storia che lui racconta, storicizzandola nel passato, è quella che vivono i migranti di oggi. Molte scene del film mi avevano portato a questa considerazione: la partenza e il distacco così tragico per alcuni e alcune dalla propria terra, la distanza che separa personaggi che provengono da zone di campagna assolutamente deserte dal mondo delle città,quelle italiane dove si imbarcano e poi ovviamente quelle americane dove arrivano, alcune immagini come la partenza ( che richiama non solo un film di Amelio, Lamerica, ma anche le immagini televisive dei primi sbarchi di albanesi in Puglia), l’idea che in America tutto sia di dimensioni assolutamente straordinarie, idea che nasce da alcune foto “truccate” dell’epoca (come non pensare alle immagini della tv italiana, ai quiz miliardari che i primi migranti dichiaravano di aver visto e per le quali avevano pensato al nostro paese come ad una terra promessa?). Ma Crialese ha detto:”No, non ho pensato a questo, l’idea del mio film è di nove anni fa, e sono anche stufo di sentire che viene fatto questo accostamento. Io volevo solo- ha detto- raccontare una storia dell’Ottocento e soprattutto mi interessava far vedere come in America a quei tempi si cercavano di applicare agli emigranti delle nuove teorie scientifiche sulla selezione della razza, in modo da far entrare negli States solo quelli che erano i più adatti al tipo di lavoro che sarebbe poi stato loro richiesto e non avrebbero creato contrasti con la popolazione statunitense in loco.” Devo dire che ci sono rimasta male e mi ha anche un po’ stupito la veemenza con cui il regista difendeva questa sua idea, cancellando qualsiasi altra interpretazione di un film che è estremamente realista come impostazione. Lo è così tanto checerte cene mi hanno fatto pensare chiaramente a Visconti e La terra trema - il vento e la tempesta del momento in cui i migranti salgono sul carretto che li porterò al porto- e anche a Pasolini- quando padre e figlio in una scena iniziale vanno a parlare con un cristo in croce posto in cima alla montagna e portano in bocca un sasso come penitenza e dono. Non mancano, è vero, le scene del tutto oniriche, ma sono affidate al protagonista o alla madre e quindi sono, per me, segno della natura assolutamente “primitiva” di questi personaggi ( primitivo, senza alcun giudizio di merito). Quindi mi ha stupito il fatto che di fronte a quella che per me era un’evidenza, una realtà del film, Crialese invocasse invece la sua natura di storia del passato, di racconto di una unicità di esperienza. Anche perchè quello che mi era rimasto, dei personaggi, è da una parte la loro assoluta innocenza di fronte a tuuto ciò che riguarda il nuovo (mi sembra che la meno innocente sia la madre che è quella più radicata alla propria terra) e dall’altra il loro accanimento ad andare avanti e superare tutti gli ostacoli. Questa idea che mi ero fatta mi piaceva perchè è l’idea che, secondo me, si trova nella testa di alcuni che emigrano ancora oggi, questa innocenza e questo accanimento, questa testardaggine. Forse è un’idea, la mia, troppo paternalista, può darsi.
L’altra sensazione che mi ha disturbato all’uscita del film è una sensazione che ha poco a che fare con la pancia e molto con la testa, il che è un modo per dire che è un po’ cerebrale o , in gergo, è forse una “sega mentale”. Su questo tipo di sensazioni sono sempre piuttosto cauta, per cui rimando ad una prossima puntata, dando come indizio solo il titolodi un testo di Teresa De Lauretis, Sui Generis, editore Feltrinelli ( libro che ho cercato nella libreria or ora e che non riesco più a trovare: che l’abbia prestato a qualcuno?) e in particolare un articolo sulla Medusa.
(questo scritto è pubblicato anche in http://terrale.wordpress.com)
Pubblicato da: alessandra - 01.10.06 16:51
Ho visto Nuovomondo, sembra che io sia uno dei pochi a non averlo trovato nè bello nè brutto, nè emozionante nè importante, solo piuttosto scialbo, un po' noioso per via di una storia assente (non si tratta di microstoria: è un abbozzo di storia, cioè una possibilità mal sfruttata). Con l'eccezione di diverse bellissime scene rimaste però fine a se stesse (l'incipit, la partenza insieme con gli avi, il rifiuto di Fortunata a farsi "testare", la sua doccia), l'impressione generale è stata "sempre meglio che la tivvù".
Francamente, tutto questo sbracciarsi per questo Crialese qui non lo capisco tanto, e lo dice uno che è rimasto entusiasta del suo "Respiro" e che ha trascinato orde di amici italian-cinema-is-dead nei cinemini d'Europa dove "Respiro" passava quasi clandestinamente, e che li ha visti ricredersi con gli occhi grandi e sorrisi incantati sulle labbra.
Non so. Non credo di essere in grado di recensire così, a caldo, questo film: proprio perchè non mi ha "smosso", nè da una parte nè dall'altra. Però, ad esempio, si è tanto parlato delle scene surreali come di un marchio di originalità del film: a me sapevano di vecchio e di buttato lì. Mi hanno ricordato quelle di "Underground" di Kusturica (quelle sì, erano originali), e non tanto da un punto di vista formale perchè in effetti non gli assomigliano molto, ma proprio per l'uso narrativo dell'onirico senza soluzione di continuità con il "realistico".
Sono solo alcune impressioni, vorrei sapere che ne pensate.
Pubblicato da: dariorana - 04.10.06 21:06




