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15.09.06
Nuovi Argomenti n. 35 / Dedicato a Enzo Siciliano
E' da oggi in tutte le librerie il numero luglio-settembre 2006 di Nuovi Argomenti, interamente dedicato a Enzo Siciliano, scomparso lo scorso 9 giugno. Esattamente quarant'anni fa, nel 1966, Siciliano fu nominato segretario di redazione della rivista dai direttori di allora, Carocci, Moravia e Pasolini, divenendone a sua volta direttore nel 1982. Il numero in uscita (scaricane Sommario in pdf) intende ricordarlo con il suo ultimo Diario, un'intervista e un suo racconto inedito, e una serie di testimonianze tra cui quelle di Alberto Arbasino, Bernardo Bertolucci, Franco Coredlli, Antonio Debenedetti, Miriam Mafai, Valerio Magrelli, Dacia Maraini, Massimo Onofri, Alessandro Piperno, Elisabetta Rasy e Roberto Saviano. Di seguito riporto la mia. lc.
IL MIO LETTORE IMPLICITO
“Ho rischiato di perdermi così nel buio senza più il riscatto della luce”. È una frase che la memoria recupera da uno degli ultimi Diari di Enzo Siciliano. Ma l’uomo che l’ha scritta è inimmaginabile nell’oscurità.
Molti di noi redattori e collaboratori di “Nuovi Argomenti” sapevano di avere in lui il primo e più attento lettore. Formula abusata, quella del “lettore implicito”. Ma è fuor di dubbio che esista, ed Enzo era divenuto il mio – grazie al cielo! La sua autorità (il suo nome) era pesante; ed è stato un bene: si ha più cura e controllo (si ha più paura) quando lo sguardo sulla tua pagina è quello di un fuoriclasse. La sua intelligenza, invece, era complessa e lieve al tempo stesso, come il pinnacolo di S. Ivo alla Sapienza; ed è stato un bene anche questo: avevo l’impressione che la grazia e la conoscenza avessero in lui relegato il gusto in una zona lontanissima dal giudizio critico. Perché Enzo era un uomo curioso, prima di tutto: e se ciò che leggeva era distante diversi anni luce dal suo modo d’intendere la letteratura e la vita, non per questo il suo sguardo si rifiutava di procedere nell’osservazione.
Prima di conoscerlo, di Enzo avevo letto solo la Vita di Pasolini. Ero anch’io vittima di un pregiudizio che credo l’abbia sempre perseguitato: di lui molti dicevano che non stava alla pari coi suoi maestri e che fosse un vero intellettuale cui però non riusciva, alla prova dei fatti, il miracolo sulla pagina bianca.
Il mio primo incontro con lui fu per la presentazione dei suoi Racconti ambigui, da poco riediti. Dovevo dargli un passaggio in auto da casa sua, dietro Corso Trieste, fino al Rione Monti, ed ero tremendamente agitato; per fortuna, durante il tragitto, sua moglie Flaminia accese una conversazione che languiva nel mio terrore e in una certa diffidenza di Enzo: aveva letto il mio primo romanzo e mi aveva fatto dire che gli era piaciuto; ma – credo – non gli era ancora chiaro che tipo fossi, a stava un po’ sul chi va là. In quella libreria dietro via dei Serpenti, quella sera, acquistai una copia dei Racconti ambigui, e il giorno dopo presi a leggerli. Tutti i miei pregiudizi furono spazzati via. Quell’uomo, sin dal suo esordio, era un grande scrittore. E c’era qualcosa di più: Enzo era uno scrittore che non faceva paura, anzi ad ogni sua pagina t’invitava ad un contatto con lui, riusciva ad accogliere il lettore dentro i suoi libri. Di nuovo, mi viene in mente la parola “grazia”. In tutto quel che scriveva o diceva, avrei imparato, risaltava la grazia, e una freschezza rimasta intatta dagli anni giovanili a quelli più maturi.
Era il nostro coach ideale. Davanti a una pizza, stava lì ad ascoltare i nostri commenti su qualche scrittore di primo pelo buttati lì con la sfrontata sicumera che ci dettava l’inesperienza; dava l’impressione di riceverli come se fossero esatti, anche se era chiaro che la nostra messa a fuoco non poteva esserlo. Il bello era che qualche giorno dopo ci parlavi e capivi che lui nel frattempo s’era studiato la cosa.
In una bella giornata di giugno, nella sua casa di Todi, eravamo tutti in piscina, presi d’assedio da zanzare di taglia sudamericana. Ci era presa l’euforia idiota del primo bagno d’estate: c’era chi schizzava i più refrattari, chi si scatenava in ripetuti appozzamenti, chi ingaggiava una “lotta fra giganti” a cavalluccio sulle spalle del compagno. Enzo, in shorts e maglietta, leggeva il giornale sotto un pergolato, e ogni tanto si sincerava delle condizioni di Carlino Carabba, bianco come un cencio perché aveva vomitato l’anima sui tornanti della strada che forse avevo scambiato per l’autodromo del Mugello. Quando raggiunsi il pergolato per asciugarmi, Enzo abbassò “la Repubblica” e mi disse: “Stavo pensando che si dovrebbe fare un pezzo sulla cattolicissima Spagna che vota Zapatero. Secondo me, è nelle tue corde”. Ed io, per due mesi, mi ritrovai a studiare come se avessi dovuto sostenere a settembre gli esami di riparazione: avevo il dubbio che Enzo si stesse vendicando per i miei eccessivi schiamazzi, quel pomeriggio da lui in campagna.
Cinque giorni prima della sua scomparsa, mi telefonò. Gli avevo dato da leggere le prime cento pagine di un mio nuovo romanzo. Ancora una volta, il mio lettore implicito si esplicitava. Ci vedemmo il giorno dopo, e come al solito, mentre ascoltavo il suo giudizio, si produsse il miracolo: come in una visione, per la prima volta riuscivo a intuire nitidamente l’intrico di intenzioni segrete, punti deboli, personaggi riusciti, scene da riscrivere, come in una Tac del libro in fieri.
Chiacchierammo ancora un po’. Poi ci stringemmo la mano e lo vidi allontanarsi per un assolato marciapiedi dei Parioli. Ancora una volta – l’ultima – Enzo mi aveva parlato di letteratura senza mai parlare di se stesso. Enzo non diceva mai “io”.
È stata una fortuna – una fortuna e un onore – conoscerlo. Continuerò a scrivere presupponendo il suo sguardo.
Pubblicato da , il giorno e l'ora: 15.09.06 09:45
Interventi
E' un bel ricordo, il tuo, Leonardo.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 15.09.06 20:50