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14.09.06
Mattia Signorini: Severo American Bar (2005)
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Basta guardare la foto che campeggia sulla quarta di copertina per renderci conto che questo autore è uno dei più giovani in Italia a cimentarsi con il romanzo. Non nuovo a pubblicazioni di suoi racconti su riviste prestigiose come Panta e Nuovi Argomenti, Mattia Signorini vinse nel 2001 il premio Tondelli per la narrativa inedita con una raccolta di racconti poi pubblicati, insieme con quello intitolato D414 di Paolo Papotti, da Fernandel con il titolo Dove comincia la strada, in cui si possono andare a ricercare le premesse che hanno portato a compiere questo passo decisivo, incoraggiato e sostenuto dall’editore PeQuod.
All’inizio ci colpisce una frase come questa, che riguarda Luca, un amico di Giulio Violati, il protagonista io-narrante: “Quando Luca ha convenuto che il mondo non era poi così grande, e ha cominciato a sentirselo stretto, è fuggito per cercare un luogo che lo facesse restare, in qualche modo, più vivo di come avrebbe mai potuto essere nella nostra piccola città." Come si sa, è un luogo ideale, fuori del mondo, quello che Luca sta cercando, da qui una condizione di scontento alla quale, però, non si arrende: “Domani parto." “Dove vai?" “Vado a vivere".
È, dunque, una fuga, e meglio ancora una ricerca che riguarda anche noi, che viviamo nello stesso mondo di Luca. Le sue aspirazioni potrebbero essere anche le nostre. Giulio, invece, non se la sente di fare il passo lungo di Luca, che se n’è andato in giro per il mondo e ogni tanto gli scrive per fargli sapere dove si trova; tuttavia ha la stessa febbre, la medesima smania e ogni tanto avverte il bisogno di fuggire, sia pure per pochi giorni, dalla sua città, Rovigo (“piccola, schiva"), dove ogni cosa, ogni persona costituiscono “il solito mondo." Ha vent’anni e un giorno sale sul treno e si reca a Torino (“dall’altra parte dell’Italia"), dove era già stato qualche volta con Luca. L’occhio di Giulio si manifesta subito speciale, ovunque si posi capta la monotonia dei gesti e dei luoghi, la malinconia delle solitudini nascoste dietro il sorriso: “ed è come se fossimo qui, nello stesso locale, insieme, allo stesso tempo, soli." L’argine del fiume Adige (“il Fiume"), che avrà gran parte nel romanzo, “ora è così dimenticato e incolto". Senza forse nemmeno accorgersene egli inizia un viaggio che diventa presto parallelo a quello dell’amico, il cui destino “corre in una strada che non è la mia.", così che il romanzo risulta alla fine illuminato da una doppia luce i cui significati si intersecano, si confrontano, si contrastano in una definizione della realtà che si rivela aleatoria se non addirittura impossibile.
È una scrittura linda questa che ci disegna un percorso ricco di dettagli e di intimità, di immersioni nelle minute cose che sono dentro e intorno a noi. Essa si fa sguardo del protagonista, i suoi movimenti sono il movimento degli occhi di un giovane che sta tracciando la strada del suo rapporto con il mondo.
Strada non facile: “ogni ideale si scontra con la realtà. E la realtà non è una cosa semplice. È fatta di paura. Di non riuscire a tornare a riva, una volta lanciata la barca nell’infinito del mare."
Un tema, dunque, sempre di grande attualità, specialmente ai giorni nostri, e soprattutto per i giovani, il cui smarrimento fisiologico è aggravato da una società che non offre alcun tipo di approdo. Le sensibilità di Giulio sono vigili e profonde: è il 24 maggio, scrive all’amico che si trova in Ungheria: “L’estate comincia a farsi sentire. Non è per il caldo, il sole, o per giugno che ha tutte le porte aperte e ormai siamo talmente vicini da vederle. È il suono del caldo che arriva ancora prima, percorre le correnti, è più veloce di tutte le nuvole e le piogge che possono ancora venire. Il suono del caldo è entrato nelle orecchie di tutti, e anche il Fiume pare sentirlo. È stato così alto fino a ora, così pieno d’acqua, ma il suono del caldo l’ha placato." Sia pure in un altro contesto, pare di ritrovare le sensibilità raffinate di Eraldo Baldini. Degli amici più cari, oltre Luca: Laura, Chiara, Paolo, dice: “Non li ho mai portati a conoscere il Fiume, o i libri che stanno nella mia stanza. Non sanno nemmeno dei sogni che si fanno spazio nella mia mente."
La struttura del romanzo è delle più lineari e semplici. Pur non essendo esplicitamente un diario, si richiama ad esso narrando cronologicamente le vicende del protagonista nella sua minuta vita quotidiana: l’uscita con gli amici, le ore trascorse da Severo, il gestore “panciuto in una divisa rossa di giacca e pantaloni su una camicia bianca" di un american bar un po’ scalcinato (“Il bagno è senza porta e senza carta, lo scarico dell’acqua non funziona, la caldaia è fuori norma"), il rapporto mai facile con i genitori (i “due che dormono nella stanza matrimoniale", i “signori che mi stanno davanti") i quali, eppure, gli vogliono bene, gli esami all’università, lo scambio di lettere con Luca, e così via. Ciò che ne fa un romanzo intimo e di formazione è la ricchezza del sentire, il disvelamento delle profondità interiori che alimentano il pensiero del protagonista. I fatti quotidiani, comuni a molti di noi, sono avviluppati da un sentimento che li trasforma in atomi di una vita speciale ed unica, la stessa che potrebbe diventare per noi se sapessimo accompagnarli con la medesima acuta e pungente sensibilità.
L’autore ci fa scoprire così, a poco a poco, la complessità e la ricchezza di ogni esistenza, se solo la guardassimo non con la fretta tipica dei nostri giorni, ma con la consapevolezza che, se osservata con dedizione e amore, essa ci regala numerose occasioni di segrete confidenze che altrimenti si smarrirebbero nel nulla, riducendo il nostro quotidiano a un anonimo, meccanico automatismo del vivere.
Il desiderio insoddisfatto della fuga, ma soprattutto la ricerca spasmodica di un significato da dare alla vita, non abbandonano mai il protagonista impegnato a ricevere risposte ai suoi assilli e ai suoi desideri. In una lettera indirizzata a Luca, scrive: “I luoghi che ricordo, e che ricordi anche tu, stanno diventando sempre più dei fantasmi in fuga."
Riesce finalmente a partire. Si reca a Salisbury, nel sud dell’Inghilterra, per due mesi; baderà ai bambini di una famiglia, che gli assicurerà vitto, alloggio e un compenso settimanale: “Non so cosa andrò a trovare. […] Questo scappare non serve a niente, mi dico."
L’atteggiamento che il protagonista assume di fronte alla novità del viaggio e alla nuova città, nonché di fronte alla famiglia che lo ospita, non muta quella condizione speciale di ricerca e di insoddisfazione che lo contraddistingue. Abituato alla continua analisi di ciò che gli ruota attorno, Giulio si muove con la medesima curiosità: insicura, un po’ sfiduciata, tuttavia mai rinunciataria: “Sento nelle ossa una forza nuova, e ho ai bordi del cuore tocchi di felicità che aspettano solo di rendersi concreti." In realtà, i bordi del suo cuore sono sempre stati avvolti da tocchi di felicità, in attesa di un’occasione per manifestarsi: “Sono sempre stato convinto di poter parlare con le cose. E che le cose parlino a loro volta con noi." Spesso è l’occasione che manca, infatti, in qualunque luogo ci si trovi e in qualunque condizione, in grado di avviare quel certo segnale, quel particolare stimolo dopo il quale tutto cambia e si rinnova. Giulio è così un esploratore del mondo alla ricerca di se stesso. Le sue annotazioni tanto minute sono quelle di un individuo che cerca una rotta ancora ignota e registra le tappe del viaggio per non smarrirsi. L’amico Luca, il cui itinerario è iniziato sotto la buona stella dell’entusiasmo, ha già ricevuto qualche delusione, soprattutto dalla sua ragazza ungherese, Ingrid, sorpresa tra le braccia di un altro. Partirà per Ibiza, non più gioviale e sognatore come prima. Giulio, al contrario, incontra Claire, una ragazza francese. In sua compagnia, si sente a proprio agio. Si ritrova spesso con lei nei pomeriggi in cui è lasciato libero dal lavoro: “I giorni a casa mi sembrano ora così distanti da non appartenere quasi alla mia vita". Ma attenzione, non è solo Claire a destare in lui la felicità cercata, ma la stessa città in cui si trova, le cui atmosfere dense di una particolare intimità penetrano in lui. L’autore ci consegna, così, una Salisbury in cui i fiumiciattoli, i giardini, la cattedrale con il suo alto campanile, fanno parte di una mutazione, ossia non hanno valore tanto per la loro materialità, bensì per quella scia di sensazioni da essi generate, in cui le immagini si trasfigurano e preannunciano il cambiamento. Chi è stato – come lo scrivente – a Salisbury, non può che apprezzare quanto l’autore è riuscito a cogliere: la trasfigurazione di una città penetrata in lui: “Sono in Inghilterra da quasi un mese e mi sento già uno della famiglia." Allo stesso modo si deve dire per ogni altro paesaggio osservato con gli occhi di Giulio, in specie l’Irlanda, “un Paese dove ho sempre sperato di andare": “L’Irlanda appare come una terra grande delle favole. Ci sono i prati verdissimi, più verdi di quelli d’Inghilterra, e strade costeggiate da muraglie di sassi che seguono i viaggiatori per chilometri e chilometri." Ed è proprio nel lungo capitolo dedicato al viaggio in auto che da Salisbury porterà Giulio e la famiglia per cui lavora a Swansea, dove avverrà l’imbarco per l’Irlanda, che la scrittura di Signorini mostra in modo evidente le sue peculiarità: i dialoghi - ben impostati - come pure i periodi, sono concisi, nitidi, spontaneamente semplici; gli argomenti, i movimenti, le annotazioni di luoghi, di persone e di paesaggi sono sempre minuti, minimali (“Siamo pezzi di piccole cose che fanno piccole cose") ed intimi: “Esco all’aperto, sotto una pioggia che batte forte, obliqua per il vento. Le luci di Swansea cominciano a perdersi nella lontananza. La pioggia con l’orizzonte del mare, appena percettibile, crea una nebbia irreale. Il rumore dell’acqua è tuttuno con quello del traghetto. Mi sporgo e l’acqua è colorata di nero, stesso colore del cielo, e la scia bianca che si forma al nostro passaggio taglia il mare in due."
L’arrivo a Kinvara, nel sud-ovest dell’Irlanda, la sua breve permanenza con i genitori di Kathy - il solitario uomo di mare David e l’inferma Jean (“Sono una ragazza di vent’anni nel corpo di una morta.") -, danno all’autore l’occasione di avvicinarsi ai due anziani personaggi e di raccogliere in loro le caratteristiche salienti di un popolo a cavallo tra la ruvidezza di una vita rimasta inalterata nel tempo e l’incanto gioioso e consolatore che affida alla natura il desiderio del mito e del sogno. Jean confessa a Giulio che per combattere la solitudine ha dovuto “costruire un mondo speciale"; “Mi ha parlato degli gnomi che di notte corrono per la casa, che nascondono i fogli di carta di David e bevono tutto il latte. Secondo lei solo poche persone riescono ad essere amici degli gnomi, a vederli. ‘Io una volta ho parlato con loro’ mi ha confidato." David ha difficoltà a comunicare con gli altri. Il mare è il suo rifugio: “il mare non ha gli occhi e non ha un cuore. Il motivo per cui David l’ha eletto come compagno di tutto."
Leggete la delicatezza di questa immagine dedicata all’Irlanda: “Viste dall’alto, le coste d’Irlanda sono poesia. Lingue di terra incastrate sul mare. Sembrano due corpi che si stanno poco a poco scoprendo, ma che non osano toccarsi del tutto. Sembrano la sola carezza che nella vita si pretende di riservare all’amore più grande.", e più avanti: “L’Irlanda è questo: spezzare il silenzio con pochi tratti di rumore."
Le parole nascono come da una sorgente naturale, e sono sempre quelle più appropriate. Nessun’altra parola è in grado di sostituirle con la stessa complessa, apparentemente umile, ricchezza e con la stessa efficacia. Kathy, la mamma dei piccoli Alice, Guy e Hugh, è un’altra vivida figura disegnata dall’autore. È andata a trovare i suoi genitori portandosi dietro i figli (i “tornados"), oltre che Giulio. L’aria della terra natia risveglia in lei i sogni sopiti, si desta la ragazzina di un tempo, oggi afflitta dalla modernità e dalla malinconia: “Kathy è il più grande gatto che si mangia la coda che mi sia capitato d’incontrare." E ancora: “Potrebbe essere mia madre ma la distanza che la separa dalle altre donne della sua età è incolmabile. Kathy saltando cerca ancora di prendere le nuvole."; “Kathy vive la vita come un insieme di tappe da superare." Un po’ come accade a Giulio: “Dopo aver riacquistato a fatica una nuova identità in questo tutto che non riesco ancora a capire"; “Vorrei fuggire dalla fuga. Mi accorgo che le cose belle e le cose brutte tendono a scappare, in misura uguale. Che niente resta fermo a farsi guardare." In questo vi è una somiglianza tra i due, come se il destino imponesse regole di crescita uguali per tutti, anche per i grandi che, pure loro, non finiscono mai di crescere fino all’ultimo giorno della loro vita. Non la vecchiaia esiste, ma la crescita, fino al giorno in cui non si ferma, non dice basta, non dichiara la sua fatica e la sua stanchezza. L’amicizia spontanea e tenera tra Giulio e Kathy è uno dei risultati più alti raggiunti dal romanzo. Un’amicizia esemplare, che si ferma là dove si toccano i confini dell’amore. Direi qualcosa di più, e cioè che Signorini è riuscito a rendere molto bene, con un tratto sensibile e raffinato, l’amore speciale che ispira e muove l’amicizia.
Il soggiorno in Inghilterra è finito, Kathy e la sua famiglia sono lontani. Giulio è tornato a casa. Quel suo viaggio è servito a lenire la sua inquietudine? Non ancora. Si accorge che, lui assente, il mondo degli affetti e delle amicizie è cambiato. Nulla resta fermo, perfino la sicurezza nelle vecchie consolidate relazioni affettive s’incrina. La vita scorre e muta, a prescindere da lui. Egli non è mai un centro, ma una ruota come gli altri. Ciascuno ha il suo quotidiano da vivere e una propria direzione, e non sempre coincidono: “non vedo quasi più nessuno di loro." Si è sempre soli, dunque? Anche l’amico Luca è tornato. Ma: “Mi sorge il dubbio che stia recitando una parte, quella dell’amico che era, e che questa parte non tenga conto di tutte le nuove esperienze che entrambi abbiamo fatto." Sembra che la crescita a cui ciascuno di noi è destinato sciolga ad ogni passaggio i legami più cari, quelli a cui mai avremmo pensato si potesse rinunciare o si potessero perdere. Anche quando Giulio riesce a trovarsi di nuovo insieme con loro, le emozioni non sono più le stesse, le intese sono sempre più difficili: “Poco a poco il senso di distanza tra me e loro cresce, e mentre non riesco a fermarlo mi chiedo se sia sempre stato così o se questi pochi mesi sono bastati a portarmi lontano da quello che ero o che credevo di essere solo la scorsa primavera." L’autore ha messo il suo protagonista di fronte ad una prova, dunque. Lo ha staccato per pochissimo tempo dalle sue amicizie ed ha messo sotto la lente di ingrandimento le mutazioni che ne sono derivate. Il risultato è ora sotto i nostri occhi: un nostro movimento, sia emozionale sia materiale, non è mai neutro; avvia, cioè, dei cambiamenti, il cui esito è sempre imprevedibile. La vita, perciò, diventa necessariamente un agglomerato di mutazioni che sanciscono in noi una costante condizione di stupore, di dubbio e di smarrimento: “Comincio a sentirmi veramente solo, compagno non indispensabile del gruppo con cui pochi minuti prima speravo di soffocare tutti i miei sensi di non appartenenza." In realtà, la stessa mutazione si è prodotta su Luca, rivelando in lui una fragilità prima nascosta, ed ora, conseguenza anche per lui del cambiamento, venuta in superficie. Dunque: due personaggi diversi, partiti per affrontare una nuova esperienza di vita, al loro ritorno si ritrovano simili nel dubbio, nell’insicurezza, nello smarrimento.
Ma l’autore non demorde, cerca la risposta che possa continuare a dare un senso alla nostra esistenza. Non si perde se ci attaccheremo all’amicizia, ci dice: l’amicizia, infatti, può consentire di superare i reciproci smarrimenti, può assorbire i cambiamenti che la vita ci ha costretti a subire, può metabolizzare tutto ciò e farci risorgere come da sotto la cenere la mitologica fenice. Soltanto che deve essere un’amicizia diversa, più forte, intensa: che ci leghi non più ad un gruppo, ma ad una persona; che s’instauri, ossia, all’interno di un rapporto a due: ha bisogno di passare “in due occhi soli, due sole mani." È l’amicizia che tocca le porte, e le varca, dell’amore.
Bel romanzo. L’autore scrive ciò che sente e lo partecipa agli altri nel modo più spontaneo e semplice, nello stile di una tradizione che troppi si affannano, inutilmente, a disconoscere: “Ci sono questi destini, uniti tra loro da fili impercettibili. E ci sono questi fili, resistentissimi, che visti da vicino paiono strade in movimento, dove corrono veloci i significati delle nostre vite. Potranno allentarsi con il tempo, o con il tempo stringere ancora di più. Alcuni si spezzeranno, lasciandoci con un pugno di certezze frantumate nella mano. Altri, che sembreranno scomparsi, ritorneranno forse un giorno a fare capolino da quella strana forma d’affetto che sono i nostri ricordi."
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 14.09.06 07:53
Interventi
Quella su Pequod ha stampato codesto testo
è carta strappata alla toeletta.
Pubblicato da: uto - 14.09.06 10:03
grazie per la bella lettura. ciao. ndr
Pubblicato da: andrea branco - 14.09.06 10:38
“Domani parto.” “Dove vai?” “Vado a vivere”.
Sembra Vacanze in America quando Calà dice al conte toscano: "ciao, zombie... vado a vivere!"
Pubblicato da: ito - 14.09.06 12:34
credo che critiche così recise le possa fare chi, in tutta sincerità crede di poter fare di meglio. il libro è oggettivamente bello e piacevole da leggere. brutta abitudine quella di giudicare in fretta.
Pubblicato da: mattia galdiolo - 14.09.06 13:18
Mattia Signorini è uno di quei “giovani scrittori”(!?!) che sente tutta la pochezza di quell’assoluto artificio che è l’adolescenza, quella costruzione altrui imposta dalle logiche spersonalizzanti del “gruppo dei pari”. Egli è “sotterraneamente” un anarchico, disincantato e incazzato che vola più alto dei suoi vent’anni e ricusa la gabbia giovanilistica della scrittura autoreferenziale.
Tuttavia il suo stile è piano, lineare, non cede agli “scazzi” di altri autori coetanei. È un maestro nella ricerca di una prosa asciutta e diretta. Col suo libro ha voluto mettere al centro quell’età di mezzo della vita di ognuno di noi guardata con gli occhi di un “eroe” della normalità – della “medietà”, direbbe un altro pequodiano Lorenzo Pavolini, “Essere pronto”, 2005. E così agendo sul binario della partenza e del ritorno, del viaggio e della riappropriazione di sé, del protagonista, ha trovato la forza per raccontare una giovinezza consapevole, vera, autentica, dolente. Una giovinezza capace di interrogarsi sul proprio stare nel mondo, che non equivale e pascolare nei lounge-bar di provincia, tra uno spritz e l’ altro. La sua è la potenza rivoluzionaria di chi a quest’età conosce il valore di “dire no” alle cose, di fuggire i facili ammiccamenti delle raffigurazioni frivole dei vent’anni, dell’ impagabile ricchezza di fare il vuoto attorno a sé nella speranza di compiere il viaggio più intimo e meraviglioso che consiste nella scoperta del campo sul quale si intende giocare la propria partita con la vita.
Un’altra cosa, che sia un grande scrittore lo si deduce da un aspetto determinante: il suo senso del ridicolo, il senso del limite che egli ha. Dentro di lui cova una talento straordinario che nel primo romanzo ha trovato la giusta canalizzazione: non ha voluto strafare, pur sapendo di averne le possibilità.
Signorini è questo e altro e scommetto che non passeranno inosservati i suoi prossimi lavori. Vedremo.
Pubblicato da: daniele - 14.09.06 14:45
Al tempo in cui frequentavo it.cultura.libri, ebbi modo di scambiare qualche post con Mattia Signorini, sempre cortese e educato, cosa che capita di rado in internet. Sapevo a quel tempo che stava preparando un romanzo, ero contento e desideroso di leggerlo, perché avevo già apprezzato nel newsgroup la sua scrittura. Poi, uscito da it.cultura.libri, sono stato preso da altre cose e ho dimenticato. Sono felice di essere riuscito a scoprire il suo romanzo e a leggerlo. Sono anch'io convinto che ci darà ancora belle cose.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 14.09.06 15:40




