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07.09.06

Mario Desiati: Vita precaria e amore eterno (2006)

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Mario DesiatiDesiati è uno di quei giovani autori che non sprecano il loro tempo a raccontare storie di intrattenimento e ludiche, come potrebbe accadere ad un narratore che si prefigga di speculare su quel grosso pubblico facilone dei nostri giorni. Per nostra fortuna la letteratura può ancora contare, grazie anche a loro, su di un impegno assai più serio e rilevante teso a far emergere le disfunzioni e i malesseri della società in cui ci troviamo a vivere. Gli scrittori di questo tipo non sono mai indulgenti con i lettori, ai quali richiedono di esprimere un altrettanto impegno nell’accompagnare il loro lavoro. Leggerli equivale a non mentire più con noi stessi, a non fingere di non sapere, a non giustificare più la nostra indolenza, a non tirarsi indietro.

Desiati esordì nel 2003 con Neppure quando è notte, un romanzo che ha tracciato una volta per tutte la linea della sua vocazione. Un bel romanzo. Non per nulla oggi si ripresenta con un lavoro edito da Mondadori, che vale come una specie di riconoscimento ufficiale del suo valore.
Anche Vita precaria e amore eterno, come il precedente, riporta in esergo un brano della Sacra Scrittura, sempre da Qoélet: “I morti perché morti io lodo/i vivi no perché vivi.”, e in aggiunta alcuni versi di Pier Paolo Pasolini, tratti da “Versi buttati giù in fretta”.
Il romanzo comincia con un richiamo ai morti, e ha una introduzione che si rivolge direttamente al protagonista: “Sei circondato da decine di morti. I morti ti chiedono conto di tutto.” Che cosa sta accadendo? Sta accadendo che l’inferno non è più una metafora, perché si è realizzato nel presente: “sei sconvolto da un odio e una rabbia innaturale, la schiumi sull’autobus e nell’attesa dal dentista, analizzando il tuo estratto conto sempre più esiguo, tentando di entrare in un supermercato, cercando un parcheggio per ore.”; “Sei preoccupato, un po’ infelice, ma anche eccitato perché avverti di essere al centro del mondo, in procinto di un cambiamento epocale o forse soltanto di un salto verso l’abisso.” Queste due frasi racchiudono il tema centrale del romanzo.
Il protagonista è il giovane figlio di un negoziante di libri scolastici (che, una volta trasferitosi a Roma, si impiegherà come guardia giurata in un supermercato); si chiama Martino Bux, ma per tutti è Martin; vive a Castiglioni, un paese vicino alla base NATO di Sigonella, in Sicilia, distrutto dal terremoto e ricostruito: “Un paese inventato sui progetti appositi di architetti e designer di grido, esperti di arredo urbano e delle ultime tendenze dell’arte moderna.” Commisero, però, un errore: “dimenticarono la cosa più importante: una piazza vera, con alberi e panchine, capace di diventare il cuore della città.” Questa dimenticanza, e il contenuto delle due frasi precedenti, rappresentano già un deciso atto di accusa: la modernità è dispettosa e selvaggia: senza cuore.
Martin ha un suo obiettivo che ritiene pregiudiziale per affrontare la vita: “Smettere di aver paura.” Si esercita sin da ragazzo davanti alle terribilità che accadono e cerca di costruirsi una corazza. La madre, invece, è debole, non ha la sua forza; prende la strada della follia quando si trova ad assistere prima ad uno poi ad un altro dei tanti episodi violenti che punteggiano il quotidiano. Così, finiscono per abbandonare tutto e si trasferiscono a Roma: “pensavo a tutto quello che lasciavo e sentivo di non doverlo rimpiangere.”

Ma “bastava un telegiornale, un piccolo segnale dal mondo reale su quello che accadeva al resto dell’umanità ed ecco la paura.” Vanno ad abitare “al Laurentino 38”; per arrivarci attraversano “i famigerati ponti del quartiere. Sotto i ponti ci sono piccole borgate, roulotte e bidonville abitate da italiani ed extracomunitari. Quello che passa davanti ai finestrini di questo bus è un universo di rottami quasi irreale. Ci sono voragini che si aprono come bocche di tulipano, dentro alle quali cresce una piccola Roma abbandonata e tenebrosa.”; “Ogni notte qualcuno sul ponte 7 o sul ponte 11 viene accoltellato, sventrato, sparato.”; “I miei genitori devono davvero aver odiato tanto Castiglioni, Sigonella, la Sicilia, il Sud per preferire questa pattumiera di calcestruzzo e degrado.” È una Roma-mondo quella che ci tratteggia Desiati, in cui i giovani difficilmente indagano sulla realtà e si fanno piuttosto incantare e stordire dalle sue sirene: il loro mondo, quello che conoscono e in cui forse cercano l’oblio, è il mondo del gioco e del rumore, il mondo della lontananza, se non addirittura dell’alienazione. La madre del protagonista, che si rifugia nei morti, scrivendo loro lettere di dolore e di partecipazione (“Lettere a sante, regine e attrici che adesso non ci sono più.”), diventa, al pari di Roma, il simbolo di un destino tragico che potrebbe toccare a ciascuno di noi: abbandono, smarrimento, follia: “Mia madre ha lo sguardo perduto, gli occhi sono gonfi come cedri, le sue guance pendono come panna montata.” Autori giovani come Desiati, Bregola, Signorini, hanno il coraggio di svelarci ciò che di doloroso sta dietro il volto falsamente sorridente della gioventù di oggi; assumono e proclamano la voce di una intera generazione che preferisce tacere e nascondere le proprie umiliazioni. La loro denuncia rappresenta, finalmente, il recupero e l’acclamazione di un orgoglio che si era disperso.
Il tema scelto da Desiati si esprime e si dispiega a poco a poco con una scrittura sempre chiara e esemplare. Martin è il giovane quasi trentenne dei nostri giorni che tenta di vivere e ci racconta le poche gioie e le molte tristezze della vita. Attraverso di lui le anomalie e le violenze della società si trasformano in una visione dalle linee nette e semplici, comprensibili e difficilmente contestabili. Desiati si serve, ossia, di una vita normale per raccontarci l’anormale che ci circonda e ci trasforma.

Intanto a Roma, Martin ha conosciuto una ragazza che l’ha aiutato a superare un momento difficile, Antonia (Toni) Farnesi, classe 1977; ora è la sua ragazza; vanno ad abitare insieme in una strada di Roma nel quartiere di San Lorenzo, “il quartiere dove è passato il vento della guerra, il fischio delle bombe, dove la morte ha avvolto tutto nelle sue grinfie al tritolo. San Lorenzo: quel quartiere è un grogiolo di storia patria, malattia, miseria e fasto, nuove tendenze e gusto popolare, spacciatori di droga e piccoli ladruncoli contro pusher e usurai.” Presto, però, ci capitano i ricchi “dal portafoglio gonfio e la penna vuota” e San Lorenzo “si trasforma da quartiere precario di gente precaria in quartiere à la page per neoricchi e bambocci radical-chic.” Il padre di Toni, professore universitario, li aiuta a pagare l’affitto, anzi almeno per i primi cinque anni è lui a pagarlo interamente. Poi Toni parte per andare in missione in Africa (tutta questa storia, vedrete, avrà una sua diversa verità): “qui sento davvero che esiste ancora Dio”. Ogni tanto gli scrive. Ma Martin, Dio non lo sente affatto vicino, è assente, non lo vede, non lo aiuta, né lui né gli altri che vivono come sbandati. A chi può mai interessare la vita di un precario? Prima cameriere, poi impiegato in un call center, “Vieni sbattuto per tutto lo stivale. Oppure scaraventato nella multinazionale di Singapore a fare il lavavetri, la testa di legno, oppure assunto in nero dentro un complesso di sistema in cui la tua previdenza sociale sarà il suicidio.” I personaggi che si avvicinano a Martin (il senegalese Robert Morlupo, sua sorella Armida, il padrone di casa Gonzalo Pirobutirro, Marcella, Andrea Sperelli, Michele, Nancy, madre di Toni, Rosetta e gli altri; fa in parte eccezione la fidanzata Toni) sono il paradigma di una gioventù frettolosa e fuggiasca, quasi evanescente; i rapporti che si instaurano sono sempre superficiali, le amicizie si acquistano e si abbandonano senza particolari emozioni e entusiasmi. Sono ectoplasmi che galleggiano sopra la società che li ha aggrediti e ridotti tali. Si sono posti ai margini, si rifiutano di entrarvi: è il solo modo che riconoscono e accettano per sopravvivere. Sembra, ossia, che nella loro apparente indifferenza si nasconda il desiderio di riuscire a muovere i primi passi dentro un mondo alternativo e diverso, che si propongono di ricercare, pur nello sbandamento e nel delirio, all’esterno della realtà che li ha sconfitti. Vi è, insomma, la disperata voglia di una rivincita, anche dolorosa e crudele, dentro questa apparenza di disinteresse e di allontanamento. Vi si intravede una volontà sprezzante e cinica, ma anche “stordita” (si veda l’attricetta porno Perla Mazza), di creare nuove regole per rapportarsi agli altri, che cancellino quelle che li stanno consumando incollati alle pareti di un mondo che a poco a poco li soffocherà. Vi è una bella immagine che fa pensare a tutto ciò, creata dalla fantasia di Martin: “Ho in mente Toni, e penso a lei, a che cosa combina in quei posti. Penso a questi selvaggi che la inseguono e lei splendida, vestita di bianco come un fantasma, che corre dentro le loro intricate foreste, le spoglie e ugualissime savane.” Toni sarà per tutto il romanzo, contro la stessa dura realtà a cui la ragazza sembra essere andata incontro, una continua occasione di illusione e di sogno: “Toni è dappertutto, Toni è nei libri, è sulla scrivania, è dentro il pavimento, nelle pareti, dentro i cuscini, dentro la radio, l’aspirapolvere elettrico, il frullatore, lo spremiagrumi. Toni è dentro questo autobus che lento stantuffa sull’incrocio di piazza dei Cinquecento con via dell’Indipendenza, Toni è nella luce lattiginosa di questa giornata e il suo pensiero arriverà a farmi dimenticare la delusione.”; “Toni era la mia unica unità di misura umana, l’unica relazione con cui valutavo la mia percezione dell’umanità.” Sono i pochi momenti che dànno al protagonista la sensazione tanto fuggevole quanto intensa che qualcosa di buono, di armonioso e di stupendo c’è ancora nella nostra vita.

Martin ricorda il giorno in cui è stato dato il primo segnale del mutamento che si stava preparando nella società. Il via alla “resa al mercato”, con conseguente “vittoria della grande economia” appartiene a “l’ex PCI Massimo D’Alema”, quando, come “capo del governo parlò dell’importanza del lavoro flessibile”; è da quel giorno che si sono modificate “alcune certezze come quella del lavoro fisso, del salario sicuro.”; “In quel discorso alla Bocconi pochi videro il mutamento della nostra civiltà e della società italiana. Molti sottovalutarono il fatto che l’elogio della generazione flessibile veniva da un uomo indicato dagli avversari politici come un comunista e un nemico della società occidentale.” Desiati tocca qui, con questo ricordo storico, un tema molto importante che riguarda il rapporto tra politica e mondo del lavoro. Desiati era troppo giovane negli anni ’70, ma non v’è dubbio che alla sua mente di attento analista è affiorato il ricordo che non si trattava della prima volta che un comunista stendeva tappeti dorati al mondo della grande industria: già ai tempi di Berlinguer, infatti, con il famigerato compromesso storico, si ebbero le avvisaglie di un peggioramento della condizione dei lavoratori, che sarebbe poi proseguito nel tempo. D’Alema non faceva altro, dunque, che seguire e rimarcare quella rotta. Spesso il protagonista sottolinea quanto la legge Biagi abbia sotterrato lo Statuto dei lavoratori. Martin dice del suo lavoro nel call-center (“cinquecentocinquanta euro lorde al mese): “Lavoriamo sottoterra, una finestrina, impercettibile al mondo intero, ci collega con il resto della città. Da lì vediamo le gambe della gente, i cani che pisciano e le ruote delle moto. È l’unico spicchio di mondo a cui ci è consentito di assistere.” I lavoratori si ritengono fortunati di avere quell’impiego, e considerano i loro superiori come “benefattori, e neanche per un attimo nelle loro zucche vuote passa il concetto di essere sfruttati.”
Desiati costruisce un parallelismo tra il mondo in cui si trova a vivere il suo protagonista e quello che una Toni idealizzata gli descrive nelle sue lettere. L’Africa dove Toni opera con la sua missione di volontari ci offre la visione di un universo quale fu nel tempo passato, prima della civilizzazione. Se la natura che circonda i popoli di quell’area del mondo ha ancora il sapore di una purezza che non si ritrova più nell’occidente progredito, l’uomo che ci vive, però, non è diverso dagli altri. Mentre Martin ci descrive nei minimi particolari la vita di un giovane immerso e smarrito nei meandri della società moderna (“Oggi tutto è un ciglio di burrone”), Toni ci racconta che l’insania e la crudeltà dell’uomo sono sue peculiari stigmate che lo accompagnano sin dalla nascita. La condizione precaria della vita, ossia, è frutto sempre di una scelta che appartiene allo stesso uomo, che opera secondo una logica che si tramanda sin dalle origini, incisa nel suo dna, secondo la quale l’umanità si divide in forti e deboli, in vincitori e vinti.

All’epigrafe del capitolo intitolato Il sindacato, che riporta la frase di Luciano Lama: “Bisogna lasciare il passo alle nuove generazioni: anche perché se non glielo lasci se lo prendono comunque.”, Desiati fa rispondere Martin, descrivendo ancora una volta la condizione fatiscente che si trova a vivere: “mentre cresciamo in una spazzatura senza diritti, contributi e assicurazioni, ci costruiamo un futuro assicurato: la guerra civile.” Quante previsioni sbagliate, quante profezie miseramente travolte, sembra voler sottolineare l’autore: “Guerra, guerra, guerra civile. Sarà una guerra terribile, tra straccioni e dobloni. Sarà un inferno di fuoco e crudeltà.” Una nuova Rivoluzione francese: “esulteremo come gli straccioni della Rivoluzione francese davanti alle teste regali ruzzolanti per il selciato parigino.” A Roma gli ipermercati “da certe parti a Tor Bella Monica e Spinacelo hanno iniziato a essere luoghi di saccheggio. Anche a me è venuta la fregola del saccheggio.” Ed ecco il contatto con il mondo di Toni: “Saremo talmente infuriati che torneremo alla preistoria.” Toni aveva scritto, ricordando i numerosi morti nelle guerre in Africa: “Non ci sono croci e picchi, ma solo piccole dune sotto cui sono seppelliti decine di uomini, donne e bambini. Qui trovarono fosse comuni di quello che è stato uno dei più grandi massacri del secolo, gente con il cranio spappolato, tronchi umani, arti, e ossa scarnificate.” E più avanti: “Vedo che tutto rimane identico nella storia, la storia è fatta di grandi tragedie, si è sempre costretti a rivivere momenti atroci, ho paura.” Non ci si libera mai della guerra, dunque, sia essa combattuta con le armi o con le leggi dell’economia. Ancora una volta è sempre la guerra che si presenta con lo stesso volto bifronte: da una parte il ghigno dei vincitori, e dall’altra la miseria e l’umiliazione dei vinti. Martin e Toni stanno diventando e diventeranno la stessa persona. Il senegalese Robert, che vive nella stessa casa di Martin, gli parla della Guerra del Golfo e delle conseguenze che hanno toccato la sua famiglia: il padre è tornato da quella guerra “e ha messo incinta mia madre due volte: per due volte sono venuti fuori dei mostri. Capisci? Ho due fratelli senza faccia, con la testa grande quanto una mongolfiera e uno ha le mani ma non ha le braccia.”

L’autore ogni tanto torna indietro nel tempo e ci narra la vita dei suoi genitori, come si conobbero, si fidanzarono, si sposarono. Sottolinea gli attimi di gioia e di tenerezza che contraddistinsero quei rapporti tra esseri umani e al contempo ci indica proprio con quegli esempi il declino della società che ha smarrito forse del tutto quei sentimenti. Già allora le ansie e i timori prendevano gradualmente il posto dell’affetto e della tenerezza: la grande Fabbrica rossa diramava i primi licenziamenti, molti cominciavano ad emigrare, i più deboli s’incamminavano sulla via della droga, tutti aspettavano “un grande miracolo che assumeva i nomi di occupazione, pace e prosperità.” Oltre quindi alle lettere di Toni, Desiati affianca alla storia diretta del protagonista, quella di altri, tutte diverse nei luoghi e nel tempo. Nasce così una visione tridimensionale della società in cui appaiono quasi sovrapposti realtà e protagonismi differenti che hanno modo di porsi all’attenzione del lettore con una loro persuasiva invadenza.
Desiati esprime in questo romanzo molto dolore: ci sono brani di un forte lirismo che stanno per il suo grido, per la tristezza e la disperazione di una vita mancata. Un’altra bella immagine che rende con efficacia lo smarrimento dell’umanità è quella dei bambini, descritta a conclusione del capitolo Il domani. Si fa riferimento alla guerra in Iraq appena cominciata. Sul cielo di Roma rombano elicotteri Mangusta e aerei Canadair, che gli ricordano gli aerei di Sigonella (questo degli aerei che ingombrano minacciosi i cieli è un motivo ricorrente e importante nel romanzo, portatori del tragico, mai della gioia, come quel volo 537 delle SK Airlines che comparendo in avvio e in conclusione della storia, ne segnerà il tragico significato) e il protagonista riflette: “Purtroppo per tutti questa guerra arriva nel momento sbagliato, quando le sirene hanno iniziato a suonare, quando i tetti si sono riempiti di bambini che non vegliano più le comete e le eclissi, ma aspettano gli aerei pesanti che tornano vuoti.”
Martin ha perso la sua fisicità ed è diventato, così, il nostro dramma, la nostra coscienza.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 07.09.06 07:30

Interventi

Il libro di desiati è una chiavica.

Pubblicato da: Ito - 07.09.06 11:19

Bregola, Desiati e Signorini sono giovani scrittori che non si possono leggere sotto un ombrellone. Il mio punto di vista è che abbiamo bisogno di scrittori di un certo impegno come loro.

Poi un romanzo può piacere o non piacere. Se non mi fosse piaciuto non ne avrei scritto.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 07.09.06 21:10

caro bart
ti mando un frammento del mio commento al libro di desiati che scrissi tempo fa su nazioneindiana.anch'io come te credo che questo sia un libro importante, così come il prossimo che ti accingerai a commentare, quello di mattia signorini.
una volta scrissi così:
"[...]altro punto dolente, il fatto che si voglia parlare del libro di desiati omettendo il finale: questa situazione ai limiti del grottesco la si vive ovunque desiati vada presentando il proprio libro. tutti parlano, recensiscono, disquisiscono tuttavia aggirando il fatto determinante del romanzo.
martino bux è uno schizzato, nevrotico qualunquista che ha perso l’amore della sua vita, Toni, nell’incidente aereo di malpensa 2001 (ma questo è il finale del libro) e da allora finge di scriverle lettere e finge che Toni gli risponda: con il risutato che noi siamo indotti a credere che toni faccia la volontaria in africa e funga da controcanto buono e filantropico del sottoculturato martino. senza sapere che così facendo martino narrativizza, idealizza una toni che non esiste se non nella mente deflagrata del protagonista. senza sapere che i rapporti burberi intrattenuti con i genitori, in apparenza quelli che ogni tardoadolescente o “mammone” italiano potrebbe avere, sono in realtà una distrazione della percezione tra la pazzia di martino che appare vittima per l’intero libro, e la sanità-normalità di genitori che per tutto il romanzo appaiono come i portatori di quelle colpe che inesorabilmente i padri farebbero ricadere sui figli".
http://www.nazioneindiana.com/2006/05/23/ce-vespa-e-vespaa-proposito-di-roberto-saviano/#comments

PS: dopo il libro di desiati lessi "scritti corsari" di pasolini, del quale mi è restata vivida l'immagine di quanto ppp disse a proposito dei "fascisti"; cito questo perchè desiati, a mio giudizio, ha messo nero su bianco le colpe di noi "normali", noi "sani" che siamo oramai assolutamente incapaci di intendere e di volere, incapaci pur'anche di trovare le parole giuste per parlare a un figlio, come i genitori di martino fanno:
"E non nascondiamocelo: tutti sapevamo nella nostra vera coscienza, che quando uno di quei giovani decideva di essere fascista, ciò era puramente casuale, non era che un gesto immotivato e irrazionale: sarebbe forse bastata una sola parola perché ciò non accadesse. Ma nessuno di noi ha mai parlato con loro a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentatni inevitabili del Male. E magari erano degli adolescenti diciottenni, che non sapevano nulla di nulla, e si sono gettati a capofitto nell'orrenda avventura per semplice disperazione"[milano, 2006,p.49,]
buon lavoro

Pubblicato da: daniele - 07.09.06 23:51

Non potendo svelare il finale, ho scritto:
"come quel volo 537 delle SK Airlines che comparendo in avvio e in conclusione della storia, ne segnerà il tragico significato".
Dici bene quando sottolinei che questo finale è fondamentale per l'interpretazione del romanzo, e lo impregna di una tragicità allucinata e sconvolgente. E' una folgorazione che illumina a ritroso il significato vero del libro che trasforma una vita precaria, sublimandola appunto nell'amore eterno. Direi che la follia della vita precaria ha proiettato Martin in un altrove in cui la sua fisicità si disperde, si dissolve, perde il suo peso e la sua oppressività per trasformarsi in quella sublime follia nella quale può avere posto un amore eterno. Non a caso ho concluso: "Martin ha perso la sua fisicità ed è diventato, così, il nostro dramma, la nostra coscienza."

Bel libro, senza dubbio.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 08.09.06 00:13

infilo il tunnel del garage e parcheggio. La musica di sottofondo è vagamente allegra. Canzoni di mezza estate e successi popolari. Insegna sonora di un ambiente anonimo e indistinto, marchio inequivocabile del consumatore globale. vado verso il carrello mentre scatta il primo automatismo: il cervello intercetta l'immagine di me sull'uscio di casa che controllo nelle tasche la presenza di una moneta da 1 euro. La infilo, poi la sfilo a causa di quel fazzolettino raggomitolato come un gatto nell'angolo destro. Ne perlustro un paio finché decido per il meno lurido, sperando che le ruote non siano difettose e mi risparmino la forzata postura per un paio d'ore. Avambraccio indolenzito a fine rito. Specie nelle curve ad angolo retto tra gli scomparti, se le ruote non sono perfettamente libere nello snodo a 360 gradi, si è costretti quasi ad alzarlo, come fosse un animale azzoppato. Il giro è pressoché standard. Inizio dagli alimentari col il pane, la scamorza e, quando manca, il parmigiano. Poi giù verso l'ortofrutta. E qui il single semivegitariano esprime tutta la sua soddisfazione perché coniuga la varietà di verdure necessarie con le quantità minime, senza dover rinunciare a qualcosa per via emotiva. Prima che scoprissi il fascino, le comodità e la seduzione dell'ipermercato, mi accadeva spesso di accorciare la spesa del sabato di fronte al sarcasmo di Gino, il fruttivendolo dell'angolo: "ma che ci hai ospiti domani?", " ma sei sicuro che poi non ti avanzano da buttarli?" Riso, sorriso, rabbia. Cosa taceva quel sarcasmo? Rimproveri, ammonimenti, invidia? Guarda me - diceva - moglie e quattro figli, nemmeno il tempo per una sigaretta, costretto a smozzicarne tre o quattro tra bilancia, peperoni e mele stark, per gustarne una. E come son belli i figli quando te li vedi sgattaiolare dappertutto che ti fanno allegria e confusione, tra le casse di melanzane e i meloni accatastati in magazzino. Tre, uno dietro l'altro son venuti, come le ciliege ce li siamo gustati. E mi faceva sentire strano, solo e diverso.

Adesso il suo alito impastato di tabacco e vino è una specie di nostalgia. Infilo lo scomparto della frutta raccomandandomi il controllo dell’euforia. Far attenzione a non riempire sacchetti di cellofan solo seguendo un istinto cromatico, quasi fossi uno strano essere ammaestrato al prensile, al riempimento di vuoti, comandato al ritmo di canzoncine stupide di sottofondo. Stupide ma efficacemente pensate a tale funzione da equipe di psicologi comportamentali, ulteriormente specializzati nei consumi collettivi. Non devo cedere al richiamo intenso dei colori estivi, alla morbida pelle di pesca, all'allegro gialloverde di nespole e kiwi. Non voglio pasteggiare pane e frutta per tre sere di seguito per non buttar via qualcosa. Poi mi tocca ingozzarmi. Dev'essere quello il motivo, i colori, la musica, l'ostentazione volgare del benessere, dell'abbondanza, ad eccitare i ragazzini? Sembrano impazziti fra le corsie, quasi stessero alla fiera del gioco e dell'allegria. Affondano le mani dappertutto, alzano, spostano, palpeggiano ogni sorta di cibaglia, sotto gli occhi talvolta distratti ed altre addirittura compiaciuti di genitori catturati in una strana gara alla bilancia. A chi arriva prima, sembra di capire dal ritmo impresso ai movimenti cadenzati delle mani e delle gambe. Ed è un vorticoso rigirare di carrelli, di corpi conformati alla geometria verticale ed orizzontale degli scaffali e delle corsie . I corpi perdono rotondità, sinuosità, e si fanno marziali soldatini incapaci di movimenti curvilinei. Tutti in fila, adesso, alla cassa. I piccoli hanno seminato il di più come una scia di vomito, offrendolo al calpestio distratto della folla. E' il mio turno e la cassiera mi chiede se ricevo il pieghevole dell'ipermercato, se la pubblicità nella mia zona arriva puntuale. Un sorriso standard, nessun ammiccamento, niente freddure. L'ironia, qui, l'ha inghiottita la merce. La parola, qui, è svuotata di senso, di vita. Come quei granchi succhiati dal polipo che mi capitava di raccogliere in fondo al mare pensandoli ancora vivi. Che sensazione atroce al primo contatto con la carcassa intatta e leggera. Una leggerezza mortifera.

Pubblicato da: anonimo preoccupato - 18.09.06 12:57

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