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03.09.06
L'origine dei romanzi [20 - fine]
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Non pretendo con ciò di condannarne la lettura, stante le migliori cose del mondo hanno sempre qualche conseguenza pericolosa, ed i Romanzi non ne possono aver peggio dell’ignoranza. Io so di che vengon essi imputati: tolgon la divozione, ispirano passioni sregolate, corrompono i costumi. Tutto ciò può succedere, e qualche volta succede. Ma di qual cosa gli spiriti mal fatti non possono farne un cattivo uso? Le anime deboli si avvelenano da sé medesime, e di tutto fanno veleno. Bisogna, adunque, proibir loro le Istorie, che rapportano tanti perniziosi esempli, e le favole in cui le scellerataggini sono autorizzate dagli Dei medesimi. Una Statua di marmo, che faceva la divozione pubblica tra Gentili, indusse alla disperazione, alla brutalità, e ispirò della passione ad un Giovane. La Cherea di Terenzio, stabilisce un disegno colpevole alla vista d’un quadro di Giove, che, forse, conciliava il rispetto a tutti gli altri spettatori.
Si ha avuto poco riguardo all’onestà de’ costumi della maggior parte de’ Romanzi Greci e degli antichi Francesi, per lo vizio de’ tempi in cui sono stati composti. L’Astrea medesima, e alcuni altri di coloro che l’hanno seguita, sono ancora un poco licenziosi; ma quelli del tempo corrente (io parlo de’ buoni) sono sì lontani da simil difetto, che non troverassi una parola, una espressione che possa corrompere le orecchie caste, un’azione che possa offendere l’onestà. Si dice, che l’amore vi è maneggiato d’una maniera sì dilicata e sì insinuante, che l’esca di questa pericolosa passione entra facilmente nel cuore de’ Giovani; risponderò, che non solo non è pericoloso, ma che in qualche maniera è ancor necessario, che i Giovani del mondo, conoscano questa passione, per chiuder le orecchie a quella che è colpevole, e potersi sottrarre da’ suoi artifizj, e sapersi condurre in quella che ha un fine onesto e santo. Lo che è sì vero, che la sperienza fa vedere, che quelle le quali conoscono meno l’amore, sono più facili a innamorarsi, e i più ignoranti sono i più facili ad esser ingannati. Aggiungete questo, che non vi è cosa che tanto dirozzi lo spirito, e giovi tanto a incivilirlo e a renderlo proprio per lo mondo, quanto la lettura de’ buoni Romanzi. Questi sono precettori muti, che succedono a quelli del Collegio, e che insegnano a parlare e a vivere d’un metodo più istruttivo, e molto più persuasivo del loro, e del quale puossi dire quel che Orazio diceva dell’Iliade di Omero, ch’ella insegna la morale più fortemente, e meglio che i Filosofi più dotti.
Il signor d’Urfé fu il primo che gli cavò dalla barbarie, e gli pose nelle sue regole nella sua incomparabile Astrea: Opera la più ingegnosa e la più pulita che sia comparsa in questo genere, e che ha oscurata la gloria che la Grecia, l’Italia e la Spagna si avevano acquistata. Non tolse però il coraggio a quelli che vennero dopo lui d'intraprendere quel ch'egli aveva intrapreso, e non occupò tanto l'ammirazion pubblica che non vi fossero bei romanzi, i quali si videro in Francia dopo il suo. Vi si son veduti non senza stupore, quelli che una Fanciulla non meno illustre per la sua nascita, che per il suo merito, aveva pubblicati sotto nome supposto, privandosi sì generosamente della gloria che l'era dovuta, e non cercando la sua ricompensa che nella sua virtù: come se, quand'ella si affaticava per la gloria della nostra Nazione, volesse sparmiare questo rossore al nostro sesso. Ma finalmente il tempo le ha resa la giustizia ch'ella si era tolta, e ci ha fatto sapere, che il Celebre Bassà, il Gran Ciro, e Clelia sono Opere di Madamigella di Scudery, affinché l'arte di comporre i Romanzi, che poteva difendersi contro i censori scrupolosi, non solamente colle lodi che gli dà il Patriarca Fozio, ma ancora per i grandi esempi di coloro che vi si sono applicati, potesse altresì giustificarsi col suo; e che dopo essere stata coltivata da' Filosofi, come Apuleio e Atenagora: da' Pretori Romani, come Sisenna. da' pretensori all'Impero, come Clodio Albino: da' Sacerdoti, come Teodoro Prodromo: da' Vescovi, come da Eliodoro e Achille Tazio: da' Papi, come Pio Secondo, che aveva scritto gli Amori di Eurialo e Lucrezia; e da' Santi, come Giovanni Damasceno, avesse ancora il vantaggio d'essere stata esercitata da una savia e virtuosa Fanciulla.
In quanto a voi, Signore, essendo vero, come ho mostrato, e come assicura Plutarco, che un de' maggiori diletti dell'ingegno Umano, è la tessitura d'una favola ben inventata e ben raccontata, qual successo non dovete sperare da Zaida, le cui avventure sono sì nuove e sì vive, e la cui narrazion è sì bella e sì pulita? Io desidererei per l'interesse che prendo alla gloria del gran Re che 'l Cielo ci ha dato per Capo, che avessimo l'Istoria del suo ammirabile Regno scritta da uno stile sì nobile, e con tanta esattezza e discernimento. La virtù che guida le sue belle azioni è sì eroica, e la fortuna che le accompagna è sì maravigliosa, che la posterità dubiterà se questa sia un'Istoria o un Romanzo.
[fine]
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 03.09.06 15:11




