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10.09.06

Goliarda Sapienza. Scrittura, ovvero storia di una passione.

di Stefania Nardini

L'università di Rebibbia - Goliarda SapienzaSe provo a chiudere gli occhi rivedo i suoi.
Sofferti e bellissimi. Persi negli sguardi di un’assemblea di donne.
Un ricordo vecchio. Scolorito dal tempo.
E lei era arrivata in ritardo…
Poi, alla Fnac di Marsiglia, il suo volto mi è stato sbattuto in faccia.
Una foto.
Gigante. Accanto ai libri esposti sul banco.

L'icône de la gauche...

Le Monde l’aveva ribattezzata così.
La cosa mi creò un certo turbamento. Rabbia perfino.
Il mio ricordo da ritratto in seppia, il suo ritardo a quell’assemblea dove stavamo cercando di cambiare il mondo…
Era arrivata tardi, Goliarda.
Tardi, ancora tardi.
La morte.
La vita che fustiga fino allo sgorgare del sangue.

L'icône de la gauche...

Se i francesi non esistessero bisognerebbe inventarli.
Hanno un gusto particolare per le definizioni.
Poi quando si trasformano in talent scout, non li ferma più nessuno.
Che dire di un romanzo rifiutato da tutti gli editori italiani e in seguito divenuto un best seller in Francia? Per poi essere scoperto e pubblicato in Italia?

L’arte della gioia. Il capolavoro di Goliarda Sapienza che ha punteggiato la sua vita, partorendo un’altra storia: la sua.
La storia di una donna fuori dai cosiddetti, nonché discutibili, "canoni di normalità". Con un paio di tentativi di suicidio, un percorso psicoanalitico, l’elettrochoc.
Cresciuta in una prestigiosa famiglia socialista, studiò all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma. E fece l’attrice.
Ma il suo amore, come il suo dolore, avevano un solo nome: scrittura.
E, pur subendone i tradimenti, quella passione la dissetava al punto di rimettersi in gioco nel palcoscenico della vita. La sua vita.
Goliarda ladra.
Carcerata.
Eppure libera, capace di volare dietro le luride sbarre di un carcere femminile.
La reclusione.
Prigioniera della scrittura.
Sì, perché aveva rubato per "disperazione" come definì quel gesto Angelo Pellegrino, lo scrittore che le rimase accanto fino all'ultimo giorno.
Goliarda aspettava.
Aspettava che un editore pubblicasse il suo libro.
E non vide mai l’uscita dell’opera alla quale dedicò anni della sua esistenza.
L’icône de la gauche aveva scelto il percorso più difficile, ma anche più umano. La scrittura.
Non aveva soldi, non aveva nulla. Credeva nelle sue ricchezze vere. Quelle che stanno dentro una persona, che esaltano e tormentano.
Ma la vita chiede altro. Chiede un prezzo. Chiede l’umiliazione che lei fece sua nella convinzione che fosse uno strumento per resistere.
Dunque rubò.
Goliarda rubò i gioielli in casa di un'amica.
E venne condannata.

L’ho fatto per rabbia - raccontò all’epoca - per provocazione. Lei era molto ricca, io diventavo sempre più povera. Più diventavo povera, più le davo fastidio. Magari mi invitava nei ristoranti più cari, ma mi rifiutava le centomila lire che mi servivano per il mio libro. Le ho rubato i gioielli anche per metterla alla prova, ma ero sicura che mi avrebbe denunciata.

Sbattuta in prigione, in un luogo spietato ma a lei affine per il racconto umano del mondo che offriva, Goliarda non esitò a immergersi in quella tragedia permanente, in un quel caleidoscopio di molteplici diversità.
Rebibbia, che Goliarda Sapienza ha ribattezzato L’università di Rebibbia (Rizzoli), è la realtà che lei racconta da detenuta comune. Quando non ci si può nascondere, quando non si può fingere di essere un’altra.
L’odore e il fetore, le voci e le urla, la violenza e il calore delle parole: un inferno in cui scopre sentimenti profondissimi attraverso il linguaggio dell’emozione.
In un confronto che lascia scivolare una follia morbida e violenta, sprazzi di colori e di ombre.

Così che lingue, dialetti, diversità di classe e di educazione sono spazzati via come inutili mascherature dei veri moventi (ed esigenze) del profondo: questo fa di Rebibbia una grande università cosmopolita dove chiunque, se vuole, può imparare il linguaggio primo.

Ma questo è solo uno dei prezzi che Goliarda ha pagato per quella sua passione. La vita non le fatto sconti. E quando ha chiuso gli occhi, quegli occhi belli e sofferti, la morte, solo la morte, sanciva la fine della sua febbre.

[la recensione di Le Monde al romanzo L'arte della gioia di Goliarda Sapienza]

Pubblicato da Gaja Cenciarelli, il giorno e l'ora: 10.09.06 13:08

Interventi

Da questo articolo si potrebbe capire che "L'arte della gioia" sia stato pubblicato in Italia solo dopo la sua pubblicazione in Francia. Non è esattamente così. Stampa Alternativa lo pubblicò almeno cinque anni fa. Dico questo solo per rendere onore a Stampa Alternativa.

Pubblicato da: giuliomozzi - 10.09.06 17:17

E mi sembra giusto!
Grazie Giulio

Pubblicato da: stefania nardini - 10.09.06 17:59

Uscì per Stampa Alternativa nella collana dei 5000 £, che Baraghini inventò per dare un seguito ai millelire, secondo me una decina di anni fa. A quanto ne so ebbe un'attenzione da parte dei giornali più o meno uguale a zero. Io lo lessi e lo trovai di una bellezza e di una potenza inaudite, e mi stupì (a quei tempi ancora mi stupivo) che un testo di quella qualità non avesse lo spazio che meritava.

Pubblicato da: Mauro Baldrati - 10.09.06 18:30

non so chi sia stefania nardini (è grave?).
sentita nominare, qui, e in blog vari.
ma questo è un pezzo scritto da dentro, come di quelli che piacciono a me.
anche perché di goliarda sapienza io non avevo mai saputo. e forse è grave, non so.

Pubblicato da: remo bassini - 11.09.06 14:00

Remo, scusa il ritardo. Stefania sono io e ti rigrazio. Ciao

Pubblicato da: stefania nardini - 16.09.06 20:09