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08.09.06
Della ragion poetica [1]
Libro primo. Dedica a Madama Colbert, Principessa di Carpegna.
Tra quanti, per ingegno, ed erudizione al mondo fioriscono, quegli, Eccellentisima Signora, degni a me sembrano di maraviglia maggiore, che a sì grande acquisto più per elezion propria, che per necessità, e per sorte, pervennero. Quai sono coloro, che di chiara stirpe usciti, e nel grembo educati della prosperità, la quale abitando, quasi sempre, lungi dalle virtù, suol da quelle, anche gli animi umani allontanare; pur seppero dalle grandezze, e dagli onori, ed altri caduchi, e volgari beni, al bene immortale della dottrina, come dallombre ascendere alla luce; e superar, col proprio merito, qualunque maggior beneficenza, o del Principe, o della Fortuna.
In questo numero nell'età nostra, per opinion di tutti, collocata siete degnamente voi, che, con la generosità dell'indole, e col fervor dell'ingegno, poteste aprirvi il volo alle più erte cime del sapere: benché tra vaghi, e rari pregi della natura, che per lo più ne' possessori loro estinguon d'ogni più saldo bene la stima, e tra le ricchezze, scoglio per l'altre, per voi grado alla virtù; e tra le delicatezze del sesso, che alle altre appresta scusa, a voi accresce la gloria; ed in fine tra i fulgori d'illustre origine, che i vostri Maggiori di Scozia trassero in Francia, ove feron dono a tal regno di quella prole, al cui talento, e consiglio, non solo la vostra nazione dee il fior di ogni bell'Arte, ma il principio d'ogni più grande impresa, ed il fondamento di questa, a' dì nostri più che in ogn'altra età, vigorosa potenza. Né le vostre cognizioni sono da' libri, che, per diporto, si leggono, tolte in prestito, per poche ore di vana pompa, nelle oziose adunanze; ma sorgono dal fondo de' più antichi, e gravi Filosofi, Storici, e Poeti, non solo della vostra, ma altresì della nostra favella, che sì dall'uso, come dallo studio, e dall'arte, apprendeste. I quai lampi di profonda scienza cangiati già, per lunga meditazione, nella sostanza dell'animo vostro, per tutti i vostri discorsi, e per tutto il savio, e nobil tenor della vostra vita, come raggi di Sole, per tenero cristallo, tralucono. Di tal vena corrono le singolari, e fruttuose considerazioni vostre sopra gli umani eventi, e gloriose imprese passate, le quali, al pari delle presenti, vi vengono sempre avanti, dal commercio, che à la mente vostra con la prisca Età, ove sì spesso albergate, per tessere, col consiglio di que' Savj, ed in lor compagnia, la intera tela, che in vostra lingua ordite, della Storia Universale. Di tal vena escono i retti giudizj, che c'ogni autore profferite, e particolarmente de' poeti, e della poesia, nella quale è ugual difficoltà ottimamente giudicare, che perfettamente comporre, e di cui è più facile mediocre autore, che giusto estimator, divenire. Da questa vena stessa nasce il genio, e la stima, colla quale voi, contro l'inclinazion del sesso, e contro l'usanza comune, accogliete nell'animo vostro gli Studiosi più del vero, che dell'apparente, e quelle opere, con le persuasioni vostre, eccitate, che contrastando a i comuni errori, nella repubblica letteraria più tosto faccian l'offizio d'amico, il quale, dispiacendo, giova, che di adulatore, il quale nuoce dilettando.
Quindi vedendovi desiderosa, ch'io riducessi l'Italiana poesia a quella medesima ragione, ed Idea, alla quale nel mio ragionamento delle Antiche Favole ridussi già la Greca, e la Latina, per cagione che la nostra, com epiù esposta al volgo, à bisogno di riparo maggiore; perciò al primo discorso ò dato la compagnia d'un altro, che anche da molti miei amici, uomini dottissimi si desiderava delle NUOVE FAVOLE: con avee al primo innestato un brieve ragionamento sopra que' poeti latini nostrali, che, nel decimoquinto, e decimosesto secolo, coll'Opere loro eccelse, l'aurea età di Augusto, a noi trasportarono: affinché, siccome da questo Trattato rimane escluso, o poco applaudito chiunque perfetto non sia; così luogo, ed applauso vi truovi quasi ogni perfetto: qual riputiamo, non solo ognuno de' primarj poeti latini; ma molti anche de' novelli sorti, prima, che la corruzion dello stile, nelle nostre scuole, dalla stolida presunzione de' presenti maestri, inondasse.
E questi ambedue libri, sotto un comune titolo di RAGION POETICA, ò voluto comprendere. Imperocché ad ogn'opera precede la regola, ed ad ogni regola la ragione: come ogni nobile edifizio è fabbricato, secondo le regole dell'Architettura; e le regole dell'Architettura, per sua ragione, ànno la Geometria, la quale, per mezzo dell'Architettura sua ministra, comunica la propria ragione ad ogni bell'opera. Or quella ragione, che à la Geometria dell'Architettura, à la scienza della poesia, alle regole della poetica. E se la medesima Geometria, che à dato le regole all'Architettura fondate sull'opere, per esempio, degli antichi Egizzj, può darle altre regole fondate sull'opere Greche, riducendo quelle dell'una, e dell'altra nazione ad un'Idea, e ragion comune; similmente la ragion poetica, che noi trattiamo, secondo la quale i Greci poeti, e le regole loro rivochiamo ad un'Idea eterna di Natura, può concorrere ancora alla formazion d'altre regole, sopra esempj, e poemi di versi, che rivolgansi alla medesima Idea, e ragione, la quale a i Greci autori, e regole, sopra loro fondate, conviene. Onde, se, per cagion d'esempio, le regole, date ne' Cori delle Greche Tragedie, son fondate sull'antica usanza di coloro, che trattavan le lor faccende in istrada avanti il lor'atrio, ove le donne ascoltanti, ed il Coro raccoglieano quel che si trattava, sicché poi sopra di esso discorreano; potranno a' tempi nostri, fondarsi altre regole, per le quali s'introduca un Coro, non in istrada, ma nell'anticamere formato di Cortegiani, che su i fatti del lor padrone si trattengano: purché, siccome le regole antiche convenivano colli costumi greci; così le nuove convengano con quelli della nazione, che, a' presenti tempi, nell'opera s'introduce: in modo che, tanto l'antiche, quanto le nuove regole rimangano comprese in un'idea comune di propria, naturale, e convenevole imitazione, e trasporto del vero nel finto, che di tutte l'opere poetiche è la somma, universale, e perpetua ragione, alla quale noi andiamo i precetti, e gli esempj, in questi due libri riducendo; e di cui l'utilità, il fine, e l' diletto esponer cerchiamo, per troncare i vizj, che si sono introdotti, tanto dal negletto, quanto dal superstizioso studio delle regole, il quale traendoci ad ordinare la finzione delle cose presenti, secondo le regole fondate su i costumi antichi, già variati; ci disvia dal naturale, poco men che l'intero negletto loro: in modo che abbandoniamo la traccia di quella ragion comune, ed Idea eterna, alla quale ogni finzione dee riguardare; non altrimenti che tutte le cose vere alla natura riguardano. Conciosiacosaché, sicome delle cose vere è madre la Natura; così delle cose finte è madre l'Idea tratta dalla mente umana di dentro la Natura istessa, ove è contenuto quanto col pensiero ogni mente, o intendendo, o immaginando scolpisce. Or perché questa ragione, ed Idea dal suo natural principio dedur possiamo; conviene, priam d'ogni cosa, del nostro vero, e falso concepire, e dell'immaginazione umana, ragionare.
[L'edizione utilizzata è quella pubblicata in Napoli nel 1722 presso Domenico Antonio e Nicola Parrino come Tomo secondo delle Opere italiane del Gravina, ed è una ristampa dell'edizione descritta qui. Un'edizione moderna è pubblicata a cura di Tiziana Carena. gm]
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 08.09.06 16:06
Interventi
Slurp!
Pubblicato da: Luca Tassinari - 08.09.06 22:38




