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02.09.06

Contronatura / Un'anticipazione dal romanzo in corso d'opera di Massimiliano Parente

di Massimiliano Parente

[Nel numero di agosto del mensile Blue è apparso un estratto da Contronatura, il romanzo in corso d'opera di Massimiliano Parente, già autore di La macinatrice. Pubblico qui il medesimo estratto, ringraziando l'autore per la gentile concessione. Il protagonista "fittizio" di Contronatura si chiamerà Massimiliano Parente e fatti, luoghi o persone vi saranno, come ha dichiarato lo stesso Parente (quello vero, non quello "fittizio") "puramente causali". gm]

Venuto in Puglia, nel tacco dello stivale, nel punto cartografico ideale per presentare la Macinatrice: a Lecce, Fondazione Verri, su un palco molto off con giovane poetessa molto on che mi stima e leggerà con voce sussurrata la scena dell’Anomante che qui, viste le facce stranite del pubblico, deve risultare tutto sommato non troppo in ma neppure così out. Tuttavia mai dare da bere prima ai convenuti, si finisce a tarallucci e vino, si traccheggia, non si inizia mai, e quando si aprono i microfoni è già finito tutto, non è mai iniziato niente. I miei viaggi sono spostamenti fine a se stessi e esaltazione dell’immobilità violentata, e proprio da questa contraddizione tragicomica riesco a trarne qualcosa di avventuroso. Se fossi Adorno o Weber o Benjamin mi sentirei alienato dal capitalismo e scendendo troverei una forma di liberazione nel popolo, invece sono io e mi trascino ovunque come uno splendido equivoco, snob persino rispetto a me stesso, non ho mai niente da dire e parlo per due ore di fila.

Non si capisce perché mai i treni che vanno a Sud facciano così schifo, i cessi sono allagati o rotti, i camerieri più gentili ma solo per chiederti di non considerarli camerieri e non presumere che debbano lavorare per te. La spiegazione più semplice è che le Ferrovie dello Stato risparmino sul Sud sia per lasciarti ambientare, sia per ridurre l’impatto ambientale, e intanto risparmiano sulle spese. Non si capirà mai, anche qui, l’eterna dialettica tra Nord e Sud, se è il Nord che rompe i cessi o il Sud che non li ripara perché il Nord non gli dà i soldi per farlo, cagandoci dentro e tirando lo sciaquone che però non funziona. A me piace il Nord perché non è il Sud e il Sud perché non è il Nord, esattamente come quando mi chiedono se preferisco il mare o la montagna o di che segno zodiacale sono, giudico chi ho davanti, non me stesso, giudico la risposta implicita nella domanda e rispondo sorridendo, non rispondo. Perché io non posso, io non ho tempo, se proprio devo finire in un circolo vizioso preferisco una sega, possibilmente circolare.

La Puglia è splendida perché c’è Zizzi, che vuole sovvertire il mondo e io sono con lui. Ma a parte Zizzi, olimpico e luminoso e sanamente folle, il bello è il provincialismo letterario di ogni regione italiana, ossia i poeti, identici a quelli di qualsiasi altra regione, i quali spesso scrivono anche “in prosa", e sono capaci di porgerti questioni astruse come “in prosa o in versi?", come se ti invitassero a cena e ti chiedessero “vieni a trovarmi vivo o morto?". Sono giovanotti cresciuti all’ombra di un campanile nel mito di Rilke e di Rimbaud, ce ne sono anche elegantissimi, spirituali e scalcinati ma anche con le macchine regalategli dal papà tirate a lucido, il fularino al collo, il faldone nel cruscotto con i cd contenenti decine di registrazioni di loro stessi che leggono Dante e Omero con voce impostata, sentendosi grandi. Ciascuno dispone di uno o più librini (o peggio “plaquette"), spesso pubblicati a pagamento, spesso svenevolmente intimistici o orgogliosamente arcaizzanti, che siccome nessuno gli distribuisce e nessuno gli compra sono loro a regalarti per primi, sperando tu li legga gratis. Io non ho mai capito cosa gli scatti nelle testoline, quale folgorazione pseudoestetica o trauma infantile o visione mistica, quale ripiegamento di comodo nello scrivere due paroline e andare a capo, quale ignoranza di ciò che già nell’era moderna annotava Leopardi, il quale considerava le sue poesie delle forme di intrattenimento, mentre i suoi pensieri più densi li ha messi in un’opera infinita e atea come lo Zibaldone. Io penso che i poeti come i preti siano poeti per pigrizia e per posa, hanno avuto cattivi insegnanti alle medie e al liceo ma ci hanno anche messo del proprio, una qualche predisposizione al platonismo congenito (tant’è che se non sono cattolici sono astrologici, usano la poesia per negare la carne, la morte), altrimenti, volendo scrivere a qualsiasi costo, sarebbero diventati come chiunque, non dico scrittori ma almeno letterati o narratori. Ci vorrebbe un sociologo per farne un censimento e un produttore televisivo per infilarli in un reality show dove non si mangia se non cannibalizzandosi a vicenda. Bisognerebbe studiare un modo per costringerli a distinguersi mettendoli insieme in un beckettiano spazio cilindrico dalle pareti di gomma dura, lasciandoli capire che, nell’irrisorietà dei suoi versi, per essere almeno unico in quanto esemplare di specie, deve restarne uno, né più né meno, e alla fine morire anche lui. (Qui, nel sottobosco culturale salentino, è pieno di cloni di Carmelo Bene, ogni tanto salta fuori qualcuno che dice “vieppiù" e “nevvero", e gli è andata bene. Non è come a Napoli, dove ti asfissiano con il golfo, Eduardo e la Commedia dell’Arte. Non è come Napoli, dove hanno sempre l’alibi del vittimismo e dei Borboni pronto all’uso e poi il presepe e Natale in Casa Cupiello, dove a Nord hanno Casa Vianello. Qui al limite ci sono la malavita e il contrabbando ma intesi come risorsa, e anche come etica. I carabinieri e la Guardia di Finanza ti fermano perché hai la targa sporca, non per farti aprire il cofano dove Zizzi vorrebbe mettere Roberto Calasso per costringerlo a pubblicarci (“noi siamo due da Adelphi"), come De Niro e Jerry Lewis in Re per una notte di Scorsese, sono stato io a suggerirglielo e Zizzi, prima o poi, lo farà sul serio. Non è neppure come a Palermo: la mia guida spirituale, appunto il poeta Michelangelo Zizzi, un terremoto vivente, un’apocalisse a venire, è anzi il contrario del siculo, così verace e ospitale da offrirmi non una cesta di arance ma anche, implicitamente, la sua ragazza, perché “se mi tradisce con uno che stimo non sono geloso", e io, si sa, per tutti i pazzi come me sono degno di stima).

Non ricordo granché della presentazione perché ho bevuto troppo. Ricordo dopo, mi sembra, il pompino notturno a Martina Franca, in macchina con la mia lettrice poetessa, con la quale ho scambiato poche parole perché nessuno dei due aveva voglia di sprecarle, guardando un trullo secolare sullo sfondo, lì nel buio, dietro il parabrezza scheggiato dell’auto prestataci a notte fonda da Zizzi neppure fosse un film dei fratelli Piva. Un pompino di quelli strasucchiati, che chiudi d’istinto i finestrini lasciando appannare i vetri perché hai paura che il suono si effonda nella notte lasciando trapelare a distanza il nulla che c’è dietro. Un pompino resta un noumeno non definibile concretamente, neppure se fatto da una poetessa, neppure qui in Puglia, come d’altra parte il sesso umano nella sua totale e artificiosa simbolicità. Quando lo affermi nessuno ci crede, la gente vive talmente nelle proprie mitomanie da non distinguerne più la verità, convinti che il sesso, essendo il centro dell’esistenza, debba avere anche un qualche consistenza materiale, oltre che ontologica. Io sono così estenuato sessualmente che, una donna lo sente, non sono più un maschio comune e neppure il suo opposto, sono l’esasperazione kitsch di entrambi, schiacciato tra l’esserci e il non esserci e l’esserci ancora di più e ancora di meno e l’essere gentile con tutti, perfino con un aspirante scrittore di nome Giuseppe, diciassettenne con ansie giustizialiste che non vuole leggere libri ma scriverne per i barboni, “per riscattare la massa". L’eterosessualità maschile, in ogni caso, non ha niente di letterario perché il linguaggio è penetrativo e maschilista nella vita e non tiene nella letteratura, la cui estetica si regge e si legge sempre per opposizione. Ecco perché i romanzi delle donne ho dovuto scriverli io, ecco perché Miller e Bukowsky artisticamente fanno schifo e non riescono a avere un’estetica. Se la lingua parlata è centrata sul cazzo, uno scrittore che magnifica il proprio cazzo non sovverte alcun codice, e uno scrittore non può essere più realista del re, e neppure meno. Tutto questo solo perché, durante la presentazione, mi è scappato detto “un pompino, di per sé, non esiste". Avrà pensato di farmelo vedere lei, se esiste o no, non capendo, per eccesso di zelo, che farmi venire facendomi un pompino serve solo a provarmene ulteriormente l’inesistenza, ma intuendo che già questo è un ennesimo colpo di grazia perché mi sono già messo sotto scacco da solo, lei può solo renderlo matto. Sessualmente, droghe a parte, più godi di qualcosa meno questo qualcosa ha un qualche senso che non sia astratto. Questa sensuale poetessa dark ha i canini pronunciati da vampira, e ho scavato una nicchia nel mio immaginario troppo pop apposta per lei, così le schizzo in gola schiacciandole giù la testa. Non c’è nessun compiacimento maschile in me, la passione è tutta sua, io esisto nel mio sforzo di sottrarmi e nell’illusione di poter sublimare la realtà in un maschilismo subito, come se fosse possibile subire un pompino sfilandosi fuori dalla propria pelle e lasciando il resto dritto lì, a fare la sua parte. Io, devo essermi detto un giorno, non scrivo romanzi per trovarmi in situazioni del genere ma se proprio capitano, già che ci sono, mi butto avanti in prima persona per non doverci pensare poi in terza. Resto la parodia di un maschio e quindi un essere sessuale a tutti gli effetti, inclusa l’erezione inattesa che mette a rischio la mia desiderata impotenza ma, a pensarci, prevedibile, l’eccezione che conferma la regola monastica. Zizzi, naturalista e omeopata, dice che mi convertirà alla natura, io dico che ne ho già le palle piene di far confluire il sangue dove è ovvio, la forma più istintiva a cui la natura ti chiama, e che il sesso mi annoia. E allora cosa cazzo ci faccio qui? Il femminismo ha fallito perché, cancellato il cazzo come si cancella un affresco per vedere cosa nasconde, ha scoperto che sotto c’era un simbolo fallico, e di fronte a un simbolo che simboleggia se stesso il femminismo è andato a farsi fottere. Mi rendo conto che in Puglia, lontano da Naike Porcella, discorsi del genere lasciano il tempo che trovano, c’è molto di meglio: per esempio c’è Zizzi, si presentano libri, si mangia bene, si beve l’assenzio come nel famoso quadro di Degas. E ciò nonostante resta il fatto che un pompino è un’illusione. Pur essendo totalmente d’accordo con Leopardi per cui “pare un assurdo, eppure è esattamente vero, che essendo il reale un nulla non vi è nulla di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni". Pertanto il pompino esiste come esiste Dio nell’eucarestia, e infatti entrambi, in quanto invenzioni incarnate, presuppongono l’ingoio.

Qui in Puglia, come ovunque, non esistono avvicinamenti reali se non nei pensieri fisici percorsi negli scarti metafisici del corpo che non capisce più cos’è. In un pompino, poi, ciò è amplificato dal fatto che uno fa e l’altro riceve e chi fa possiede e chi riceve è posseduto. Nel sesso più c’è distanza più ci si può toccare, più ci si tocca più ci si conosce più si diventa indifferenti o profondamente complici della natura dell’incontro. Sarebbe come mandare un esploratore ogni giorno in avanscoperta nel giardino di casa sua e convincerlo a emozionarsi come quando da bambino credeva fosse una foresta popolata di mostri e belve feroci, ora che al massimo può inciampare nell’irrigatore o impigliarsi nell’amaca, ora che non dice più che da grande farà l’esploratore. Ciò non toglie che preferisca starsene lì nel giardino di casa sua perché diventato o stupido o saggissimo quanto all’irrilevanza dei luoghi. Solo che mentre la geografia è caduta, la fica, il cazzo e il culo ancora reggono, sono inganni perfetti, come la Trinità. Voglio dire: un pompino è un pompino, non esiste, ma è difficile convincersi che sia uguale a un’amaca.

E quindi, non avrà ragione lei? Restiamo in macchina a parlare del più e del meno e del niente, per fare lo scrittore intelligente invento un’analogia tra il barocco leccese e il suo modo di baciarmi (se c’è il bacio alla francese ci sarà pure alla leccese), la faccio ridere e lei, che ha ventidue anni e studia musica, due ore di piano al giorno da un decennio, mica storie, lei, qui, nella sua vita mortale, nel suo limitar di gioventù nello scenario di masserie così poco leopardiane, mi parla di sillabazione, scale aneminotiche e semitoni cinesi, ma così, per rendermi partecipe di qualcosa che la riguarda fino a un certo punto, è troppo intelligente per disegnare un cuore sul vetro appannato, e ho l’impressione che in questa sua musicalità pornografica capisca che in me non c’è nulla da capire, e mi desideri per questo, e io in effetti sono totalmente sincero, lo sono sempre anche quando mento, anche quando scrivo. Le racconto della presentazione del giorno prima, a Polignano a mare, libreria La Capagira, con quattro trozskysti cagoni e con i baffoni ma simpatici, e Valerio Marchi, fissato con gli ultras, cercavano di capire quanto io fossi di destra o meno, e devono esserci rimasti piuttosto male. La delusione maggiore che puoi dare a un comunista è non essere fascista, perché gli togli la possibilità di guardarsi allo specchio e aggiustarsi l’identità. Hanno talmente ideologizzato tutto che non si capisce come facciano due comunisti o due fascisti a scopare senza mettere sotto processo i propri genitali. Come è possibile che due di destra o due di sinistra si accordino su chi deve metterlo e chi deve prenderlo senza passare per lo Stato o il sindacato? Per me è diverso, a Zizzi questo non va giù, io sono filoamericano, sto con la Quinta Armata del generale Clark, mi piace la penetrazione in Sicilia e il Piano Marshall che all’inizio fu offerto anche all’Urss. Chiedo alla poetessa se ha voglia di essere inculata e mi risponde di sì, e non ho ancora capito se è di destra attratta dal mio cazzo di sinistra, se è di sinistra attratta dal mio cazzo di destra, se è una poetessa attratta da uno scrittore o se non è un cazzo e magari è lesbica e la fica sono io. Di certo ha voglia anche lei di sbrigarsela, senza troppi salamelecchi, e entrambi abbiamo voglia di innamorarci, ma non di noi, di qualcosa di più grande e di più piccolo, innamorarsi dell’assenza d’amore, che dell’amore è l’essenza. Pertanto proseguiamo, Io e la Poesia, nel mio freddo alloggio a piano terra riscaldato da una stufa che speriamo non esploda, Zizzi non ha badato a spese, anche perché sono io a pagare e per farmi risparmiare non c’è neppure la ciambella del cesso. Mi dilungo nell’esplorazione accurata della sua fica e del suo ano di poetessa così aperto all’imprevisto, al già scritto, a me. La mia è una sacra scrittura perché mentre la vivo l’ho già scritta, anche quando non l’ho vissuta e mi masturbo riesco a essere profetico: mi vivo in ritardo o mi scrivo in anticipo facendo finta di niente. Sento un brivido che dallo sfintere la attraversa da capo a piedi, non ho idea di come lecchino gli altri maschi ma io devo farlo con una particolare disperazione, una donna che sia anche femmina lo sa. La lingua di uno scrittore come me deve essere qualcosa di speciale anche quando non scrive, deve dare ogni volta l’idea di aggrapparsi a una chimera per l’ultima volta, senza troppi peli sulla lingua, quantomeno al principio. Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura e la diritta via era smarrita, le porte degli inferi si aprono con un cunnilingus tra le grandi labbra in una selva oscura di poetessa salentina, una divina commedia in cui la lingua cesella endecasillabi intorno al clitoride. Viceversa il buco del culo di una poetessa è uguale al buco del culo di una che non scrive poesie e neppure ha letto i miei romanzi, ma puoi permetterti di aprirlo anche più del necessario perché una poetessa pugliese, dai capelli così neri e per di più dark, non risparmia sulle proprie tenebre e le offre al miglior offerente. Dal suo punto di vista poi non ci sarà niente di più poetico che dare il culo a uno scrittore che dice che un pompino non esiste e il sesso è una finzione, una delle tesi della Macinatrice. Si è messa a quattro zampe come se fosse un atto naturale e consequenziale a ciò che scrivo, per stabilire una posizione tra poetessa e scrittore, credo, e dal suo punto di vista, giustamente, la missionaria non basta, siamo in Puglia mica in India. Io non faccio parte della conventicola che si illude ancora di comporre versi, lei lo sa, con me non c’è verso, lei ne è totalmente rapita, lei stessa non sa perché scrive versi e sa che io ho ragione e che sono un figo pazzesco. Siamo qui, casomai, per illuderci sulle ideologie minime, i simboli primari del sesso tra maschio e femmina, tra me e lei. Le allargo l’ano con determinazione, infilando le dita insalivate e aprendo e sputando dentro il cerchio nero della Puglia, finché non riesco a baciarla anche lì, rigirandole la lingua nel culo come se la baciassi in bocca. La inculo da dietro quasi sdraiandomi su di lei e tenendole le gambe aperte con le ginocchia e spingendo fino in fondo con cattiveria ancestrale, non le ho neppure chiesto quale esame sta preparando all’università né cosa abbia pubblicato per Nuovi Argomenti, lei abbraccia e morde il cuscino e soffia fuori il suo piacere mugolando e rilasciando un gridolino interno, kirkegaardiano a ogni affondo, e non capisco mai se lo danno solo a me o a chiunque, mi eccita comunque perché io non ci sono mai, perché io non posso fingere di amare e di non amare, perché nessuno può amare come amo io, che so che l’amore non esiste, come venire in Puglia a presentare un romanzo per dire che un pompino non esiste, come l’amore, come la poesia, come Calasso legato e imbavagliato nel bagagliaio di Zizzi.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 02.09.06 12:35

Interventi

Il pezzo è terribilmente noioso. Per lo meno Bukowski è diverte, con o senza estetica, ha ironia da spacciare.
Che differenza c’è tra un articolo di “costume” di Parente e questo testo narrativo?

"capisca che in me non c’è nulla da capire", e per comunicare questo c’era bisogno di scrivere “codeste” righe prosaiche? Non era meglio una poesia leopardiana, del tipo passero solitario a Lecce?

Pubblicato da: Francesco Sasso - 02.09.06 18:12

il Sasso nello stagno
boom!

Pubblicato da: daniele - 02.09.06 20:11

no daniele.
Non puoi dire che Parente è uno stagno.

Pubblicato da: Francesco Sasso - 02.09.06 20:39

E' il virilismo che finalmente annienta se stesso e si fa letteratura. Lo trovo bellissmo, prosa scintillante. Gli articoli di costume di parente non li conosco, la Macinatrice è un'opera fantastica, Sasso un sassolino che non entra nella scarpa del parente.

Pubblicato da: vivaomorta - 02.09.06 20:48

"Sasso un sassolino che non entra nella scarpa del parente."

Addirittura! Ha il piede piccolo, il nostro amico.

Pubblicato da: Francesco Sasso - 02.09.06 20:52

Ogni granello si crede sasso e non lo sa.

Pubblicato da: vivaomorta - 02.09.06 20:58

QUIZ: Se Zizzi esiste, il Fondo Verri esiste, la Puglia esiste, Nuovi Argomenti esiste, chi è la poetessa?

Pubblicato da: guardone - 02.09.06 21:03

Non ci sono santi: Parente è il più grande scrittore italiano. Al suo cospetto, tutti i pipparoli e le ditalinare, muoiono.

Pubblicato da: lelik - 02.09.06 21:04

Va bene, siete bravi, avete ragione, le vostre argomentazioni mi ammutoliscono.

A Daniele e Vivaomorta suggerirei alcune varianti infantili sul mio cognome. Si potrebbe recuperare l’idea dell’olio EXTRAVERGINE d’oliva SASSO, per esempio.

ciao e scusa Giulio se sono stato il primo.

Pubblicato da: Francesco Sasso - 02.09.06 21:17

@ francesco
non conosco parente se non per questo racconto(ne ho sentito parlare molto ma non ho letto "la macinatrice" o altro). mi era piaciuta la tua breve considerazione e pertanto ho risposto con una frasetta facile facile. ma guai ad ammutolirti, non era mia intenzione, tuttaltro.
buon lavoro

Pubblicato da: daniele - 03.09.06 13:58

Brano geniale.g

Pubblicato da: gianni - 03.09.06 23:04

Bello. L'unico difetto di Parente è che scrive sul Domenicale.

Pubblicato da: pagliuzza - 04.09.06 09:34

Scrittura pura, grande. Immagino che Parente & Zizzi assieme facciano fuochi d'artificio.

Pubblicato da: Adriana Vincio - 04.09.06 19:27

Bene, il pezzo è molto interessante, e c’è anche da sottolineare che tanti di quei cliché spavaldamente tirati fuori da Massimiliano non mancano di fascino e risolutezza. Inoltre, è ovvio che i poeti salentini ( e questi non sono cliché) siano tutti dei non-poeti platoneggianti ridicoli accattoni con le pezze al culo o viceversa con le macchine comprate da qualche generoso papà ( io lo dico da anni per altro, anche se un paio ne salvo di questi omuncoli); tutto mi sembra anche fin troppo comprensibile, sicché ogni miserabile per sentirsi in sé, perlomeno a suo aggio, ha bisogno di stare con chi sta peggio. Basta forse questo a spiegare la presenza del grande romanziere in quel di Puglia?

Di fatto io c’ero quella sera ( io-non-miserabile e non-rintracciabile nel testo di Parente, chissà mai perché poi, visto che aveva tanto da fantasticare, ma c’è poco da enfatizzare su di me) Parente che solo al vagheggiare di nomi come Adorno, Weber o Benjamin dovrebbe perlomeno essere querelato, perché tutto cambia forma in bocca sua, tutto peggiora e degenera in merda (sarà venuto per questo in Puglia forse, per darci il colpo di grazia? ) non fosse altro per la sua monomaniacale ossessione nei confronti dell’ano ( che poi non ne sa niente di Miller e Bukowsky e figuriamoci di Leopardi), di cui lui rappresenta il tutto detto (del buco intendo), ma in modo più vistoso di un buco qualunque, che non solo prende con accettazione, conserva, riutilizza, ma che finge anche di dare qualcosa in cambio, per generosità.

A distanza di quasi un’annetto mi chiedo ancora che cazzo ci sia venuto a fare (a spese sue, visto che nessuna delle librerie l’ha voluto ospitare) Parente a Lecce, considerato che quasi nessuno abbia letto il suo romanzo, né mai lo acquisterà, né mai lo considererà il genio che lui pensa di essere ( genio poi, che brutta parola!); a che pro venire a Lecce per un simile fascista che misconosce persino la propria natura più intima per vanità, per compromesso letterario, per finto anticonformismo? Avesse almeno risparmiato i soldi per la scopata in macchina, ebbene, genio o non, un plauso glielo avrei fatto volentieri, anche perché lui sì che è un fico pazzesco, non uno qualsiasi ( nella finzione letteraria o nella realtà), ma un fico alla Zizzi, un fico completo, nella buona e nella cattiva sorte, e soprattutto in miseria !

Pubblicato da: angelo petrelli - 04.09.06 21:03

Eccolo, e te pareva! Il fascista, ma sì, cazzo, il fascista! Tutto è spiegato, sedici righe per arrivare a dire ciò che conta: il fascista!!! Perché è chiaro che, per storcare Parente, gli si debba dare del fascista. Ma cosa cazzo vuol dire fascista? E' un parametro di giudizio letterario? Una categoria dello spirito? Cosa cazzo vuol dire, fascista? Non so, per controparte dovrei mettermi a giudicare le opere dei Ming e di tanti altri con un bel comunista? Il buon Genna, per fare un esempio, che, oggi, potremmo mettere nel calderone comunista, per anni si è portato addosso la nomea di fascita. Ha dovuto uccidersi e reinventarsi radicalmete comunista, per diventare qualcuno, in ambito letterario. Allora io spero che Parente tenga duro, che resti fascista.

Pubblicato da: emanuele - 04.09.06 23:06

@ a chi vuole

Bene, ci sto. Sì. Ci provo, su due piedi, così come mi viene.

La ricettività dell’opera letteraria è più o meno grande a seconda del grado di comprensione e del livello di senso estetico che essa richiede. Non escludo (in questa mia affermazione non c’è ombra di ironia) che il mio senso estetico sia mediocre o anacronistico. Dico solo che io sono sazio di leggere storie di cazzi, bocchini e buchi del culo mitragliati sulla pagina senza un giustificato, a mio parere, senso estetico. Ho letto e apprezzato, quando avevo venti anni, Miller, Bukowski, Burrought (pasto nudo), ecc. Essi sono del novecento. Da agosto ne ho trentadue di anni, e noto una certa stagnazione d’immaginazione in alcuni miei coetanei, scrittori e lettori. Imitiamo i nostri padri? (Bregola dice: affranchiamoci dai nostri genitori. Dico io: dove cazzo sono i nostri genitori? La mia coscienza artistica mi dice: Hai scritto cazzo, hai scritto cazzo.)
Mi capita di leggere racconti di ragazzi e ragazze simili all’estratto di Parente (meno profondi di Parente, sia chiaro. Parente è scrittore. Parente è ironico. Parente voleva combattere la “cosa” con la “cosa”? Ci riesce? Boh! Per i noti miei problemi di ricezione, passo la mano a chi ne sa di più).

Pensiero, così, buttato giù in diretta web. Non so perché, per vie a me ignote, il testo di Parente mi ha spinto a meditare sull’innovazione linguistica oggi, e mi ha spinto a pormi delle vecchie domande. Ci provo. La lingua/letteratura (permettetemi la semplificazione) è opera di gruppo (sociale) ed individuale. La lingua/letteratura è organismo vivo; si modifica, si innova. La lingua/letteratura è la manifestazione concreta dell’essere umano. Niente di nuovo. Domanda? Ha ancora senso associare l’innovazione linguistica con l’innovazione letteraria? Chi oggi innova la lingua/letteratura? Credo che su questo punto ci siano tre correnti di pensiero: chi dice lo scrittore (o l’artista), chi dice la classe egemone (la società) e chi dice Bruno Vespa. Diamo per scontato che lo scrittore abbia un suo ruolo anche piccolo in questa faccenda, non fosse altro, ché lo scrittore appartiene a qualche categoria (giornalista, editore, presentatore, insegnante, disoccupato) e potrebbe sperare in un lancio da Porta a porta o da finestra a finestra. Domanda: nell’opera di creazione ed innovazione del linguaggio, certe individualità, come lo scrittore, hanno ancora una parte molto maggiore di altre categorie? Non ho certezze. Così, ad intuito, direi di no. Oggi non più. A molti basta la tv, il tormentone pubblicitario, lo stile ombelicale dei reality, l’accento romano del presentatore, la valletta pompata e il calciatore evirato. Lo scrive Parente sul Domenicale? Forse sì. Non leggo il Domenicale. Mi sta sul cazzo dell’Utri (la mia coscienza artistica squilla, ancora: hai scritto cazzo. E Io: cazzo, hai ragione!) ma ho letto superficialmente- per mancanza di tempo, non per disinteresse- il pdf “Parente di nessuno”. ( E’ gratis e questo aiuta l’Arte di arrangiarsi). Allora che cosa fanno o faranno gli scrittori? Che cosa sta facendo Parente per arginare la deriva oltre a scrivere sul Domenicale che si è alla deriva? Continueremo a rinchiuderci nel recinto del già detto del già fatto, del cazzo e pompino e fiumi in gola (e non metto in mezzo il noir che qui finisce male, per me), dello stile equilibrato? Non è arrivata l’ora di dire la “cosa” illuminante con lampi di nuova energia e con ritmo della vita e di stile freschi? Dov’è il meraviglioso, il bizzarro? E le opere forti di cui parliamo, dove sono? Forse l’Opera esiste ed io ne sono all’oscuro? Illuminatemi. Chiedo a Parente di trovare o scrivere la grande Opera e di riportarcela a casa, se sa farlo, senza menarla per le lunghe. Senza accusare l’altro. In silenzio, possibilmente. Senza combattere la “cosa” con la “cosa”. Facciamo qualcosa di vivo e di magnifico, facciamolo. Facciamolo. Anzi, scusate, fatelo, che io non ho voglia di misurarmi con la “cosa”, per il momento.
So che il testo di Parente è in lavorazione. So che il post di Vibrisse è un estratto, so che l’inferno e dietro l’angolo, ma da lettore ho avvertito fra le righe del racconto (estratto) odore di muffa (quintessenza ascellare). Tutto qua. L’ho detto. Sono sincero. Spero di sbagliarmi. Che qualcuno mi azzittisca. Adesso posso andare a farmi una birra (ancora buk, che palle) in santa pace. Ci sono dentro anch’io, miseria! Oppure no! Boh!

P.S.
Se ci sono errori di battitura, abbiate pazienza. L’impeto del “dire la cosa” mi fa schiumare il cervello, pensate positivo: sono innovazioni linguistiche individuali che hanno bisogno del tempo per affermarsi nella società. (per chi mi prende sul serio dico che scherzo, e per chi crede che scherzi, dico che sono serio).

ciao

Pubblicato da: Francesco Sasso - 04.09.06 23:13

Emanuela, non ho mai scritto che Parente non è un grande scrittore perché « è un fascista che misconosce la propria natura più intima per vanità, per compromesso letterario, per finto anticonformismo..» ed ho scritto inoltre «..che quasi nessuno abbia letto il suo romanzo, né mai lo acquisterà, né mai lo considererà il genio che lui pensa di essere » perché non è vero? Qual è la stroncatura dello scrittore? io ce l'ho con l'uomo. Comunque i Wu Ming sono inferiori a Parente se proprio lo vuoi sapere( e non perché sono comunisti o viceversa). Ok?
Buona notte

Pubblicato da: angelo petrelli - 04.09.06 23:56

O F. Sasso ha letto la Macinatrice, e le sue considerazioni mi sembrano molto superficiali riguardo all'Opera, o non l'ha letta, e allora su cosa si basa? Su un testo giornalistico che lo stesso Parente, mi pare, considera poco o nulla? Poi un fascista che sta con la Quinta Armata e vota radicale (c'è scritto sul risvolto di un suo libro con Moresco) non si era mai visto. Ma tanto si può dire tutto e il contrario di tutto, mi pare sia questo l'andazzo qui. Scusate il disturbo. Ciao. v.

Pubblicato da: vivaomorta - 05.09.06 00:32

Io sono un fan di petrelli che si è così incazzato perché Parente non l'ha cagato!

Pubblicato da: fandipetrelli - 05.09.06 00:43

Questo testo di Parente è un frammento di un romanzo.

Pubblicato da: giuliomozzi - 05.09.06 01:31

No, il problema è che il Parente che ho conosciuto quella sera a Lecce era più che soddisfatto della gentile compagnia, divertito, compiaciuto della serata: un Parente che ha più volte espresso il suo apprezzamento. Ora ci fa leggere queste stronzate ipocrite nella speranza lo possano elevare a grande artista, a grande uomo sceso nel povero sud per constatarne la meschinità! Ora sappiamo veramente chi è Parente, uno zero assoluto: che poi sappia scrivere è irrilevante.

ps. @vivaomorta il fascismo non è mai una questione di voto, ma vedo che non hai capito niente, lasciamo perdere.

Pubblicato da: angelo petrelli - 05.09.06 04:14

@petrelli

Ma chissà cosa ti avrà fatto Parente? Ti avrà chiamato poeta di provincia? O meglio: non ti ha proprio nominato, ma ti sei riconosciuto nella finzione romanzesca e ci vieni a parlare dell' "uomo"? Cosa c'entra la sua serata reale a Lecce con una pagina di romanzo? Non per niente parli di "meschinità" ma di meschino mi pare non ci sia nulla, solo la tua coda di puglia. La finisci di riconoscerti ovunque si parli di piccoli poeti di provincia?

Pubblicato da: fandiparente - 05.09.06 08:59

Ah, che nessuno abbia letto la Macinatrice lo dice Petrelli, significa - io non l'ho letto e dico che non mi piace. Di sicuro l'hanno letto e ne hanno scritto Carla Benedetti, Filippo La Porta e tanti altri che non sanno x esempio chi è Petrelli.

Pubblicato da: fandiparente - 05.09.06 09:06

@ angelo petrelli

Mi sembra di caPire che Parente, a ragione o a torto, ce l'abbia con i poeti, non con i poeti salentini. Mi sembra di capire che si tratta di un romanzo. Quindi come si è comportato durante una presentazione a Lecce, se pagato o gratis, se in dolce compagnia o meno, c'entri poco. Anzi. Dove dice "anche quando mento, anche quando scrivo" c'è una teoria della letteratura sotto forma di buco in cui tu caschi appieno sbattendogli in faccia una presunta realtà dove TU c'eri e LUI no.

Pubblicato da: Ermete - 05.09.06 12:07

Al di là delle analisi sugli schieramenti politici (ahimè oggi preda di una mimesi sconfortante) e al di là di inutili campanilismi regionali per la costruzione magari di una poetica identitaria del Salento ( il fatto che Parente non legga poesia non significa che odi i poeti), il lavoro poetico e in generale il lavoro intellettuale, si costruisce con l'esercizio ed è lavoro non da sveltine analitiche. Devo dire che Massimiliano Parente va letto, riletto, smontato, dissezionato,ri-assemblato, e non solo per la Macinatrice. Si leggano i suoi articoli sul Riformista o sul Domenicale, e magari trarne le debite conclusioni. Questo che presento è una mia versione dei fatti ... l'avevo mandata per il nuovo numero di musicaos a Luciano Pagano ... sentivo hic et nunc di postarlo in questa sede ...

Dermographia sexualis: o della fenomenologia erotica in Massimiliano Parente.


Scrivo forse più per un esigenza personale, per fare un po’ di chiarezza in me stesso, circa alcune riflessioni che da tempo mi porto in tasca, con pochissima disinvoltura. Spingendomi talvolta in abbandonici stati di pura contemplazione estetica delle storie di Roberto Baldazzini, o in frequentazioni poco sicure di film coprofagici e iper-sessuali del grande Pier Paolo Pasolini, torno sempre più spesso a immagini di esperienze sessuali personali (?) che hanno ormai una loro marmorea collocazione nel mio immaginario pop, e che non di rado si colorano di ulteriori sovrastrutture erotiche e hard core in punta di piedi sull’orlo di un abisso che richiama alla mente una vera e propria Dermographia sexualis. Non sono mai stati i preliminari, almeno nella prima parte della mia (?) vita sessuale, ad avere il ruolo di protagonisti principali nello scambio di energie “ad alto voltaggio”che promanavano da sguardi e mani che si intrecciavano tra le quattro mura di una stanza, quanto l’attesa spasmodica, che quasi come dolce scarica elettrica partiva dall’addome per poi salire sino alle più profonde radici delle sinapsi, del congiungersi di saliva e fluidi organici, nel solo piacere di un rapporto orale, quasi certo di conoscere a perfezione, come un novello capitano Achab, ogni ruga, anfratto, piega ascellare del corpo della donna Moby, davanti a me. Certamente abbiamo a che fare con un tipo di capacità d’amare l’altro, piuttosto cannibalica, anche se sarebbe più appropriato slabbrarsi in giudizi che accostano questo percorso cutaneo, ad uno smisurato e tantrico senso del possesso famelico, di sano appettito, di matrice pre-alessandrina. L’agglutinamento orale, anche puramente immaginato, non solo della Deiezione e della Minzione (presente in molta della cinematografia hard-core) o semplicemente spermatico (le bevitrici di sperma), rappresenta una modalità di fenomenologica sottrazione all’imposizione di una sessualità pre-costituita nelle innumerevoli edizioni del Kamasutra, o di un Tantra per neofiti di oshiana memoria, e pura deflagrazione rivoluzionaria rispetto ad un controllo bio-politico degli istinti, delle convenzioni, di una semiotica conformistica. Al di là di ogni individuale gusto dermograficamente espresso in chiave sessuale, l’illuminante forza del sesso orale ( che è dialogo alla stessa stregua di una terapia di consulenza filosofica, o di una seduta psichiatrica) permette di attivarsi singolarmente e collegialmente (per chi è uno scambista ) nell’individuazione di topografie atte ad espletare tali esigenze di puro appetito, scegliendo anfratti, luoghi urbani ed extra-urbani, locali, dove dividere in maniera conviviale tali pulsioni, creando un vero e proprio leviatanico corpo cutaneo sessuale. Sul piano della ricaduta psicologica, in tanta sublimazione destinale potrebbe accadere di sviluppare un larvale desiderio di volontà di potenza (niente a che fare con Nietzsche), di dominazione ( ad esempio gli episodi di distorta sessualità orale omo-bisessuale a Colonia Dignidad tra ex gerarchi nazisti e vittime impotenti), a imperitura memoria dell’homo homini lupus, dove questa particolare forma di alimentazione diviene pura umiliazione…No …pura falsità … l’obiettivo del “mangiarsi”, riscopre un modo di essere cittadini del proprio apparato digerente, mentale, sessuale, senza se e senza ma! In fondo l’unico fondatore oggi in Italia nel panorama della letteratura contemporanea (in tempi a noi vicinissimi ovviamente ed esccludendo nomi come Patrizia Valduga magari per la poesia, Alberto Moravia, lo stesso Pier Paolo Pisolini) della dermographia sexualis, risulta a mio avviso Massimiliano Parente, già dal suo lavoro la Macinatrice per i tipi di PeQuod. Se sulla dimensione di una critica superficiale, appare un volume idoneo a fornire materiale combustibile per un rogo purificatore, in realtà la Macinatrice disvela tra le righe un universo, una vera e propria noosfera del sesso, e di come tutta quella energia dionisiaca, possa risultare utile a disintegrare quello che è il mercimonio spettacolare dei corpi e delle immagini, perché nel caso specifico, il libro rappresenta una sorta di Garzanti di tutti gli atti d’essere (Akt und sein) sessuali. Non scappiamo alla chetichella nei rifugi sicuri delle categorie da sveltina analitica, definendolo un romanzo mondo, associato a altri volumi che con questa definizione ci azzeccano poco o niente, tipo Neuropa di Gianluca Gigliozzi per i tipi di Luca Pensa editore, o Perceber di Leonardo Colombati, per i tipi di Sironi. Per l’amor del cielo! Un romanzo mondo può essere Alice nel Paese delle Meraviglie di Carroll, o il Signore degli Anelli di Tolkien, o il Necronomicon di H.P. Lovecraft. Non la Macinatrice, questa factory post-moderna, questa mente connettiva globale alla quale si è d’istinto collegati, per sentire il suono di un pompino nel mondo, per spiare amanti e anomanti in alberghi e toilettes (siano esse poetesse, scrittrici, banconiste, casalinghe, sedicenti artiste, sedicenti soubrettes e quant’altro), un vademecum ( al di là del seguire con partecipata ammirazione e commozione le vicende di Giandomenico Torrenuova, massa genitale pulsante viva e vivificante) insomma perché si possa seguire questa oscenità barocca, a partire da una singolare mitopoiesi come questa, dove il narrare si consustanzia in una ontologia della liberazione sessuale. In fondo Massimiliano Parente, l’ha capito, ha trovato il cammino che porta all’ “illuminazione”, prendendo consapevolezza che occorre sottrarsi al turbo-capitalismo (Wu Ming, Giap – ndc) dell’atto sessuale, sia esso orale, anale, vaginale, auto-erotico, perché sa che la Verità in questa storia, è che le persone si sono fatte talmente pigre, da delegare all’immaginazione la consistenza ontologica del fare sesso. Prendiamo ad esempio il pompino. Scrive Massimiliano Parente in A Sud di ciascun Sud su Blue, la rivista per i tipi di Coniglio editore, dell’agosto 2006, a pag. 76: “ Un pompino resta un noumeno non definibile concretamente, neppure se fatto da una poetessa, neppure qui in Puglia, come d’altra parte il sesso umano nella sua totale e artificiosa simbolicità”. Parente non ripete clichè risemantizzanti il Crash di Ballard, perché semantizzare è l’ultimo dei suoi problemi. Anzi pare attingere più da Rotten che dal porno alla Jessica Rizzo. La questione pare essere forse più intricata di quanto in realtà non emerge in un primo momento. Se non fossimo pervasi da quel nichilismo sessuale, e finisce tutto tra le pagine di un libro, come quello di D’Attis in Montezuma Air Bag Your Pardon edito da Marsilio, lasceremmo correre sottotraccia il lavoro di Massimiliano Parente. Ma al di là di questo, come dice Constantine, c’è sempre il trucco. O meglio il trucco non c’è… esiste un passaggio in Parente, dall’aspetto prettamente sintagmatico (quello della scrittura) al fenomeno, alla resa ontologica del fenomeno … l’attualizzazione di una Grammatica Totale Sessuale. Ma per essere ancora più precisi, questa totale grammatica sessuale in Parente è una sottrazione di tutti i tabù concernenti la categoria dell’identità, quell’essere ancorati, attaccati a questo involucro prettamente formale del proprio ego, ovvero risulta una poetica dell’esilio da se stessi. Ed è proprio dalla Macinatrice che si dovrebbe ricominciare ad effettuare un’azione-ricerca per comprendere un modo altro della sessualità dell’uomo e della donna. Sì perché, in quest’opera la scelta dell’esilio diviene uno strumento essenziale per non guardare se stessi e gli altri in viso, e concentrarsi più propriamente solo sul flusso di energia sessuale. In perfetta anonimìa e atopia del proprio Sé. Quasi fosse voyeurismo? No… non è in gioco una vacua morbosità da buco della serratura. La Grammatica Sessuale Totale in Parente è la prima forma di costituzione fenomenica (tra le righe) di una Comunicazione Totale del Corpo Genitale. La vita come opera d’arte … del sesso . Ma sì … Massimiliano Parente …that’s fucked up!

Pubblicato da: Stefano Donno - 05.09.06 13:10

@Ai soliti anonimi ridicoli.

Io non solo non posso essere nominato né nella realtà né nella finzione, perché nel mio caso non si può parlare « di provinciale poeta salentino…» né di provinciale né di poeta né di salentino: ma soprattutto posso accettare che in nome della finzione letteraria(è così che la chiamate?) si possa scrivere qualsiasi cosa nascondendosi poi dietro quattro lettori compiacenti, poiché superficiali e in mala fede, intolleranti, schierati a priori?

Non sono nel testo di Parente perché non posso esserci: altro che fan senza palle che hanno mai letto un rigo di quello che ho scritto e presumono che Parente possa avercela con me ( l’ossequioso Parente della realtà, quello che era interessato a collaborare con la mia inutile rivista per provinciali, disponibile e simpatico).

Vi rifate ad un assurdo preconcetto più ridicolo della calunnia: sono anni che dico che il Salento è soffocato dal provincialismo degli addetti ai lavori, dei non-poeti, e dei finti letterati da strada. Parente non doveva pensare a me scrivendo quello che ha scritto, nella sua finzione non posso esistere, altrimenti non sarei comunque io ad essere ritratto; nel suo mondo c'è solo spazio per Parente, e per qualche altro folle.
Il problema è che se questo non è altro che un gioco, è evidente che non avete la dignità per giocare. Coda di paglia/ di Puglia? Ma l’avete mai letti i miei versi? I miei interventi? Conoscete le mie iniziative?

Continuate a commentare sui blog: è questa la massima aspirazione per la vostra scrittura.

Ps. Io comunque ho letto la Macinatrice, non so voi che l’osannate.

Pubblicato da: angelo petrelli - 05.09.06 13:10

Io solito anonimo ... anche quello che ho postato prima è un gioco ... magari osceno ... magari inutile ... se vogliamo giocare, giochiamo divertendoci ... se è un gioco non capisco tanto livore ... penso che anche Parente comunque si diverta ... e pure tanto ...

Pubblicato da: Stefano Donno - 05.09.06 13:19

Stefano Sasso ha valutato bene questo testo: non c'è la potenza di Bukowski né un grammo della descrittività di Miller, che tra l'altro arriva a pensieri ben più sorprendenti di quelli di Parente. Che sembra il primo a non dare credibilità ai suoi voli, un tantino banali e prevedibili nella loro paradossalità.
Sarei poi curioso di sapere se P. apprezzi un qualche tipo di poesia, se legga qualcosa di qualcuno e la apprezzi:ridicolizzare così Leopardi...
E dei poeti salentini poi credo voglia apprezzare ancora meno, lui e chi è d'accordo con lui:non credo si sia confrontato con loro per sapere a cosa aspirano, se a qualcosa aspirano.
E se anche si trattasse di piena ispirazione, di espressione di sé senza troppe parole, cosa accidenti né può dire uno che dice di non sapere/potere/volere amare?
Buon divertimento a tutti.
aa

Pubblicato da: Andrea Aufieri - 05.09.06 15:29

Parlavo di Francesco Sasso, non di Stefano Sasso. .

Pubblicato da: aa - 05.09.06 15:56

Angelo, essendo io la dolce compagnia di Parente, ti assicuro che mi sfugge qualcosa. Dici di avercela con l'uomo. Ti occupi di lettaratura? Davvero? Allora non posso certo spiegarti io la differenza fra un reportage e un romanzo. Posso solo trovare strano che a scatenare le tue valutazioni sull'uomo sia la pubblicazione di uno stralcio di un suo romanzo e non una serata in compagnia di quell'uomo. E posso chiedermi se 'fascista' lo era già quella sera o se lo è diventato durante la stesura del romanzo. Allora perché tanta ossequiosa disponibilità nei confronti di un odioso fascista che trasforma tutto in merda quando fuori dal ristorante gli hai chiesto di collaborare con la tua rivista? E perché tanta gentilezza a cena quando lo assecondavi in quello che diceva? Perché non prendere posizione contro l'uomo o contro lo scrittore quando lo avevi davanti?
Ti preoccupa il fatto di non aver ispirato un personaggio? Oppure il fatto che altri come te possano non comprendere l'evidente distanza che esiste fra la banale realtà e la letteratura? Pensa a me allora. Ero presente quella sera accanto a Parente e non mi sono nemmeno accorta della sua scopata in macchina con la donna Poesia. Ti ringrazio per avermi illuminato. Visto che del fascista glielo hai dato tu a me che resta però?

Pubblicato da: dolce compagnia - 05.09.06 17:45

ma ovviamente dolce compagnia la scopata non c'è stata, non preoccuparti di questo: e quel fascista di certo non glielo dato per la macinatrice, ma per questo simpatico estratto dal suo romanzo. sei hai finte domande da porre rispondi da te, non chiedere. E poi ossequioso non lo sono mai stato né con Parente né con nessuno.

Pubblicato da: angelo petrelli - 05.09.06 20:10

signorina cara è bello sentire che una donna si accende quando qualcuno "maltratta"il proprio fidanzato,anche se mi duole constatare che forse Lei è troppo coinvolta per essere obiettiva.Le spiego.Se io dovessi fare un reportage sui poeti e sui luoghi poetici salentini,partirei dal Fondo Verri dove,nelle migliori serate,puoi sempre incontrare l'autore che hai appena letto,accerchiato da un manipolo di poeti e scrittori,sui quali potrei puntare la mia lente,spolpandoli fin sulle ossa.E finirei poi,con il bere vino accompagnato dai tarallucci,che è l'unica cosa certa,al Fondo,anche più della poesia.Ora,che L'autore era in Sua compagnia l'abbiamo notato tutti(sopratutto Lei)ma abbiamo anche notato il poeta che legge registandosi,quello che se la tira da poeta e quello che poeta non sarà mai.Mi perdoni ma non le sembra che potremmo sentirci un poco "disturbati"se un autore che pure siamo andati ad ascoltare perchè incuriositi dal suo ultimo romanzo,con arroganza e dopo due ore di conoscenza "superficiale"definisce i contorni di un quadro così sconcertante,ponendosi sotto l'ala del romanzo,ma essendo non solo molto preciso con la descrizione dei fatti e dei luoghi,ma inventandosi questa metafora del sesso sfrenato con la poesia (o con la stupidità).Io non capisco sinceramente.Devo aggiungere però,che sia il Fondo Verri che la giovane poetessa non mi sembrano così sconvolti poi.Devo dedurre che l'autore ha avuto l'accortezza di chiamarli prima della pubblicazione sulla rivista.Una buona operazione dunque,con tutti i crismi del marketing,e mi sembra che il risultato sia stato raggiunto.Paradossalmente quella sera anche Lei ha scatenato le mie fantasie erotiche,e mi sento così stupido a non aver avuto la giusta distanza da poterle scrivere in prosa.Sa io sono del sud,così legato ai valori,così fermo sulle questioni della vita,cioè che un reportage è un'inchiesta attraverso i vasti territori della gente.Un romanzo è maggiormente vasto quanto più lo è la mente dello scrittore.La saluto e continuo a non capire.Però una gran bella operazione.
Giovanni Santese

Pubblicato da: pessimoelemento - 05.09.06 20:15

Mi chiedo come si possa mantenere quel ritmo...
Ho letto l'estratto. Il lettore alla fine è come ebbro...(parlo di me nel pensare di leggere tipo 100 pagine di questo tipo):
Appunto perciò il giorno dopo, dopo un bel mal di testa, non credo(sono astemia...)resti altro...
se non il ricordo di una sbornialetteraria.

Pubblicato da: Psiche - 05.09.06 22:14

Angelo, la tua mancanza di lucidità (sarebbe interessante capirne la causa) mi costringe nuovamente a intervenire. Perché ti infervori tanto per quella scopata? Reale o finta che sia, chissenefrega ai fini della letteratura. Piuttosto, ciò che mi interessebbe sapere è per qualche motivo sarebbe "fascista" il brano. Siccome, sia dal punto di vista politico, che ideologico, che metaforico, mi sfugge il nesso, saresti così gentile da spiegarcelo?

A Giovanni

Aspetto accesa e distante le sue fantasie erotiche in prosa. Qui trova la mia mail (prego allegare foto).

Pubblicato da: Dolce Compagnia - 06.09.06 00:27

P.s. Per Giovanni: e che la prosa sia all'altezza di Parente, perché così mi ha concupita e reso sua schiava nonché troppo coinvolta sostenitrice.

Pubblicato da: Dolce Compagnia - 06.09.06 00:30

Mi viene a parlare di lucidità una che afferma di esser stata addirittura concupita e resa schiava dalla prosa di Parente, la duchessa polacca e l’immenso Balzac.. Ma fatemi il piacere!

Pubblicato da: angelo petrelli - 06.09.06 01:10

Angelo, scusami, hai ragione, colpa mia. Siamo veramente a un livello imbarazzante se devo ogni volta anche spiegare il registro di un commento, e non solo illuminarti cosa è la letteratura. Ti avevo decisamente sopravvalutato. Mi sono dimenticata di aggiungere: schiava, imprigionata, succube e devota di Parente.

Pubblicato da: Dolce Compagnia - 06.09.06 09:15

ti faccio i miei auguri compagna!
io comunque non ti ho sopravvalutata (sei retoricamente ridicola, ridicola e non solo sul piano retorico, capiamoci – ti manca l'ambizione per meritare di essere schiava di chicchessia, di essere succube, imprigionata e devota!)
sei un falso problema: anche perché la devozione ha a che fare col sacro, il sacro con la teologia, la teologia dà solo domande ( e qui cade il beniano, che poi non sono io, ovviamente, quello nel romanzo). E tu cara non hai domande che possano interessare, né d'altro canto conclusioni.


Pubblicato da: angelo petrelli - 06.09.06 13:51

Conosco Parente da anni, e ho letto tutto adesso divertendomi un mondo (il brano già lo conoscevo). La cosa più curiosa è questo petrelli, che prima incontra Parente è gli chiede di collaborare a una sua rivista e ora diventa "fascista" per questo brano di romanzo. Siccome la cosa mi interessa particolarmente, diciamo proprio a livello sociologico, mi interesserebbe sapere anche a me, come a Dolce Compagnia, perché questo brano è "fascista", anche per capire il senso che si dà alle parole. Cordialmente.

Pubblicato da: Linus - 06.09.06 19:25

Adesso non è che "fascista" deve diventare un intercalare messo lì in modo superficiale e poco ragionata o ragionevole: non siamo nel ventennio, non siamo nei Sessanta e nemmeno negli Ottanta.
Ora esistono forme più subdole, meno conclamate. Per i fascisti ci fu un'amnistia...
Il fatto è che nel panorama letterario nazionale c'è gente che apprezza uno scrittore, ma annovera la sua collaborazione con Il Domenicale tra i suoi nei, così come mesi fa qualcuno attaccò Lagioia perché scrisse sul Giornale.
Riacquistiamo lucidità, per favore, e argomentiamo in modo serio, altrimenti proponiamo unicamente paccottiglia.

Pubblicato da: Andrea Aufieri - 06.09.06 20:58

Anch'io,quella sera,ero presente..ho ascoltato e divertendomi ho condiviso poco,ma nuove info m'hanno saziato!..Naturalmente nel "dopo" -nella fatidica cena- non ero tra i commensali..e meno male! In sintesi,questa mi sembra un'enorme burla,ben scritta e architettata,che si tratti o meno di realtà o finzione letteraria.Nei primi 5minuti di lettura mi sono sentito offeso..ma poi sono andato oltre,oltre le parole,i pensieri,oltre tutto o quasi,e cos'è rimasto?! Nulla,purtroppo,nemmeno una possibile eccitazione per la probabile realtà effettuale non avvenuta!

Calmi poeti,
non-poeti,
ed ombre di tali,
che il sadismo ha vesti innumerevoli ampie mutevoli...
Arcano

Pubblicato da: Arcano - 06.09.06 22:48

Certo certo, e nessuno che spieghi dove sarebbe, nel merito, questa forma più subdola. Detta così è fascista pure un campo da tennis. Le collaborazioni con i giornali? Leonardo Colombati è "fascista" perché collabora con il Giornale? Gli articoli di Parente hanno contenuti fascisti? Pietrangelo Buttafuoco sottoscriverebbe il contenuto "ideologico" (iperindividualistico, per niente comunitario, per niente intriso di ideali sovraindividuali, mi pare) di questo estratto di romanzo? (Inclusa la sviolinata all'intervento americano nella seconda quella mondiale). Parente è fascista perché scrive sul Domenicale (ma anche sul Riformista, è fascista anche il Riformista?). Parente è fascista anche se milita tra i radicali? Ma cosa c'entra, inoltre, tutto questo, con il brano che leggo sopra? Il punto è che certi modi di usare le parole spesso dicono molto più su chi le usa per darsi un'importanza (dare del fascista a qualcuno significa dare a sé dell'antifascista) che su chi ne è oggetto.

Pubblicato da: linus - 06.09.06 23:50

@ Andrea Aufieri

Sì ci sono forme più subdole, meno conclamate, appunto occorre spiegare, non basta dire. Altrimenti diventa come la parola "comunista" in bocca a Berlusconi senza che si capisca più di cosa sta parlando. Se Petrelli, che va a cena con Parente, non gli dice niente ma gli dice di collaborare a una sua rivista, ora sostiene da questo pezzo che è fascista, ci spieghi perché. Ho solo chiesto delle ragioni. Se ce le hai tu, che carpisci le forme subdole, fammele capire. Sono tutt'orecchie.

Pubblicato da: Linus - 06.09.06 23:57

@Linus
in questo testo Parente prende in giro proprio questa mentalità, la taratura che letterati e pseudoletterati hanno nel "giudicare" prima un personaggio e di conseguenza un'opera o tutta l'opera. Nel mio precedente intevento volevo appunto dire che è ora di finirla con le menate tra "fascisti" e "comunisti", perché ci sfugge la realtà contemporanea, perché rischiamo di non essere attenti alle trasformazioni. Da questo punto di vista credo fosse più aggiornato chi dava del "missino" a qualcuno piuttosto che del "fascista", ma poi i ciellini? e i dc? e i brigatisti? e poi, cosa si ottiene a classificare così un autore? il senso di gruppo o di appartenenza della propria "specie"?
Un'opera non vale, e non è criticabile, perché è "fascista", quindi è merda da buttare via senza tentare di parlarne o di smontarla con una critica seria?
Tutto ciò proprio proprio perché e fermo restando che il testo di PArente a mio avviso non merita il clamore che stiamo facendo così come non merita di essere stupidamente-e infondatamente- "etichettato" come fascista, nè il suo testo nè Parente, perché qui rasentiamo il ridicolo, oltre che fare il suo gioco (non mi soffermo sul fatto che ormai fare il nome di Zizzi, del Fondo Verri e di LEcce suscita un pò troppo trash sui siti di rilievo nazionale, e la cosa me la spiego solo con l'astio prima ancora che con la ragione avversa di qualcuno, ma meglio così perché è la propensione al fare a suscitare reazioni e non l'apatia).

Pubblicato da: Andrea Aufieri - 07.09.06 10:39

@linus
e va bene, ritorniamo sui fascisti,definizione: (come scrisse E.F.) - dicesi - di tutti coloro che vanno curati con la psicanalisi!
e, a parte ciò, credo che Parente soffra di qualche disturbo bipolare (un bipolare – dove la realtà è modestia, e la fiction è auto-esaltazione), ma in questo caso la psicoanalisi non basta!

Pubblicato da: angelopetrelli - 07.09.06 13:34

Bene Angelo Petrelli, ti avevo chiesto appunto delle argomentazioni per comprendere il senso delle parole, per volontà di capire e deformazione professionale. Da quello che mi dici si vede che prendi parte alla letteratura e alla storia dell'arte, benché in quanto pubblico storico e massificato. Dunque, per farla breve, ti traduco: Sorvegliare e Punire. Non sto a spiegartela perché ci vorrebbero molte altre basi e perderemmo tempo entrambi. La tua risposta si commenta da sola. Avrebbero potuto darla anche Berlusconi o Calderoli. Saluti.

Pubblicato da: Linus - 07.09.06 14:13

Quanto sei farisaico caro linus. E poi mi chiedo, perché sopravvalutarli tanto berlusconi e calderoni? Non ci sei cascato anche tu dopo tutto? Sorvegliare e Punire..?! Sarà, ma nemmeno ci credi, è evidente - se non fosse per lo spreco di sentimentalismo ti darei una pacca sulla spalla e un buon « vai in pace..»!

Pubblicato da: angelo petrelli - 07.09.06 14:35

Il fatto di aver conosciuto un paio di fighetti e una zoccoletta non fa di te un ampio conoscitore della scena poetica salentina. Mi fa piacere che porti "rispetto" anche a chi ospita le tue stronzate, però sappi che mettere "pompino" fra kierkegaard e Bukowsky nei tuoi discorsi, non fa di te necessariamente uno scrittore. E' una forma inflazionata ed era già abbastanza triste quando la inventarono.

I miei omaggi.

Pubblicato da: Ever - 07.09.06 19:27

Fuori il nome 'fictional' della poetessa!

Pubblicato da: Livio Romano - 08.09.06 11:00

Ho chiamato al telefono Parente. E' stata dura, ho dovuto giggioneggiare un pò, calmarlo, assicurarlo che non avrei mai rivelato il nome della poetessa, ma non resisto alla tentazione ... me l'ha detto ... quasi sussurrato... lei musa pulcherrima, e chi più ne ha più ne metta ... insomma lei è ... Alda Merini!

Pubblicato da: Stefano Donno - 09.09.06 13:25

Parente è sublime non solo perché ha scritto articoli coraggiosi, e libri unici nella letteratura italiana, e un capolavoro come La Macinatrice, che qui mi sembra nessuno abbia letto. Ma è sorprendente il dislivello tra il testo e la banalità, il moralismo, la piccineria della maggior parte degli interventi che leggo qui sopra. Complimenti lettori. Auguri e figli maschi.

Un frequentatore sporadico (per fortuna).

Pubblicato da: Lectorinfabula - 09.09.06 15:33

Siamo d'accordo sulla piccineria della maggior parte degli interventi, non tutti ovviamente ... ma ci andrei cauto caro lector in fabula, sul fatto che nessuno abbia letto la Macinatrice ... anche a te auguro figli maschi!

Pubblicato da: Stefano Donno - 09.09.06 17:42

la poetessa zoccola è livio romano con la parucca!
ed ho le prove..

Pubblicato da: io so! - 13.09.06 16:10

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