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29.09.06

Come si leggono i libri: Come (non) leggo i libri

di Luca Tassinari

(Farà piacere sapere che gli articoli giunti finora coprono, al ritmo di due puntate per settimana, il periodo fino al 7 novembre compreso. Altri articoli sono stati annunciati. Grazie a tutti. Gli indecisi non facciano mancare il loro contributo. bdm)

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Ecco, lo sapevo, prima o poi doveva succedere che qualcuno mi chiedesse come leggo i libri. Lo sapevo, dannazione, lo sapevo! E adesso che faccio, che dico, che m’invento? Vediamo… potrei raccontare che mi chiudo in una torretta della mia villa fortificata di campagna, come Montaigne; oppure che sul far della sera entro nel mio piccolo scrittoio dopo essermi vestito condecentemente di panni nobili e curiali, come Machiavelli. E lì, in uno di questi luoghi nobili, appartati, silenziosi, impregnati di odori sommamente culturali - pergamena, carta, inchiostro, rilegature in marocchino fregiato in oro - lì, dicevo, io mi separo da ogni mondanità, volgarità e bassezza per intrattenermi, solo ed elevato ad altezze imperscrutabili, coi massimi ingegni letterari d’ogni tempo e luogo. Macché, non funzionerebbe. Chi crederebbe mai a una fregnaccia del genere? Si sente lontano un miglio che è roba inventata, falsa, ingannevole, truffaldina.
Dovrò inventare qualcosa di meglio.

Potrei partire dalle motivazioni che mi spingono a leggere libri, per esempio. Cosa cerco nei libri? Cosa spero di trovarci? Una cosa che oggi va molto di moda è la verità. Potrei dire che nei libri cerco la verità o almeno qualche brandello di verità, qualcosa che mi dica come stanno veramente le cose, come agiscono gli esseri umani, quali loschi complotti si ordiscono a mia insaputa dietro le quinte del gran teatro del mondo. Ecco, una cosa del genere potrebbe anche funzionare… però… però che scemenza, suvvia! Se la dicessi in pubblico scoppierei a ridere e non mi fermerei per giorni. Come si fa a cercare la verità nei libri? Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che le parole - specialmente quelle eternate dalla scrittura - sono nate per coprire, velare, dissimulare, colorire, fingere, deformare, occultare la verità, non certo per rivelarla. E qui, per non annoiare il mio paziente lettore con lunghe e vane argomentazioni, mi avvalgo dell’autorità di un grande scrittore, Hugo von Hofmannsthal, che il 18 giugno 1895 così scriveva al guardiamarina Edgar Karg: «non vi è nulla di scritto a cui si possa credere». Impossibile spiegarlo meglio di così. Paradosso meraviglioso, perché quella frase che nega la veridicità della scrittura è una frase scritta, dunque non fidedegna.
Ora tu - o lettore che perseveri nell’errore di leggere questo mio scritto - ti starai chiedendo perché mai io mi senta così angustiato e a disagio di fronte alla domanda scaturigine dello scritto medesimo - ovvero come io legga i libri - tanto da voler escogitare fantasie e cantafavole sull’argomento. Il motivo è presto detto: io i libri non li leggo affatto. Posso capire che questa rivelazione ti procuri qualche misura di sconcerto, un ette di maraviglia, dieci o dodici grani di stupore, eppure è così: dal centro della mia variegata e lacunosa biblioteca - una mano sul cuore e l’altra sull’editio princeps del Don Chisciotte - io dichiaro e confesso che non uno di questi libri è stato letto da me, sebbene tutti io li abbia percorsi minutamente dall’incipit all’explicit, più e più volte, con acribia pervicace e studioso zelo.

Com’ebbi modo di dire altrove (ma non ricordo dove), sostenere che gli uomini leggono i libri è del tutto inesatto, essendo vero piuttosto il contrario. In quell’altrove che non rammento dichiarai quanto segue: «Che gli uomini abbiano la capacità di leggere un testo, di interpretarlo, di capirlo, di trasmetterlo è una diceria fondata su antichi pregiudizi. La pura e semplice verità è che sono i testi a leggere e interpretare gli uomini: il cartello stradale legge nel viandante il desiderio di conoscere la direzione da prendere; l’orario ferroviario interpreta la paura del futuro che atterrisce il viaggiatore; il romanzo legge come un aruspice i visceri del sedicente lettore». Devo dire che ancora oggi mi trovo abbastanza d’accordo con il me stesso di allora, e aggiungo che codesto mio persistere in una convinzione antica un poco mi sgomenta, giacché so per esperienza che le mie idee e convinzioni raramente superano la durata critica di quindici o venti giorni.
A questo punto dovrebbe essere chiaro che non posso rispondere a chi mi chiede come io leggo i libri, ma che sono costretto a capovolgere la domanda e a rivolgerla a me stesso: mi chiedo dunque come i libri leggono me. Purtroppo è una domanda a cui non sono in grado di rispondere con un discorso chiaro, esplicativo, ragionevole, perché molto dipende dalle capacità di ogni singolo libro: alcuni sono lettori abilissimi, in grado di sviscerarmi e interpretarmi da cima a fondo; altri compitano a fatica qualche sillaba di me; altri ancora sono completamente analfabeti. Qualche tempo fa, tuttavia, ho descritto quasi inconsapevolmente l’atto di lettura che un libro che non nomino ha compiuto su di me, e credo che questa sia la risposta più sensata che posso formulare.
L’incauto lettore che voglia conoscere il resto di questo mio discorso, può trovarlo nei paragrafi che seguono. Ai più prudenti consiglio vivamente di fermarsi qui.Incisione di Haintz-Nar-Meister per La nave dei folli di Sebastian Brant. Copyright (c) 2000, University of Houston Libraries.

La locanda (ovvero come i libri mi leggono)

Mi trovo in una locanda buia e fumosa. Che sia una locanda, a dire il vero, è solo una mia supposizione. Cosa sia veramente questo luogo, se di luogo si tratta, non saprei dirlo con esattezza. Più che fumosa, poi, dovrei dirla nebbiosa o indistinta o vaga: attorno a me vedo soltanto i contorni sfumati di oggetti presumibili, ma di esistenza assai incerta. Vedo tracce labili di tavoli potenziali; odo frammenti di suoni che alludono a voci; fiuto uste deboli e confuse di qualcosa che assomiglia al vino, o forse all’idea del vino, o a un suo lontano ricordo. Quanto all’oscurità, sarebbe più corretto definirla penombra, o meglio ancora citazione di una penombra traslucida, lattiginosa, opalescente.
Che questo che, con molta approssimazione, continuo a chiamare luogo, potrebbe alludere a una locanda, lo deduco dalla presenza appena percepibile di un’atmosfera di viaggi interrotti e ripresi, di presenze aleatorie provenienti da un dove indefinito e dirette verso un altrove incerto. A tratti percepisco impressioni di arrivi e di partenze, ma non saprei dire chi o cosa arrivi, chi o cosa parta. Qui nulla sembra godere di un’esistenza pienamente identificabile: non è possibile indicare un punto preciso come un lì o un costà, né additare qualcosa e proferire non dico un questo è un oggetto, ma nemmeno un questo è. La mia stessa esistenza, posto che in questo contesto abbia senso dire mia, è affatto ipotetica.
Forse possiedo un corpo, ma non ne sono sicuro, mentre posso dichiarare con ragionevole supponenza di possedere sensi, o quanto meno l’equivalente immaginario dei sensi. Potrei essere un naso prensile e ipovedente, o un occhio leggermente sordo, o una mano dal fiuto un po’ scarso, ma temo che tutte queste ipotesi capziosamente antropomorfiche siano parimenti vane e indimostrabili.
Da un tavolo vicino al mio - in verità non ho alcuna garanzia che sia un tavolo e per quanto ne so potrebbe trovarsi in un’altra galassia - da quel tavolo, dicevo, proviene un suono che si sta facendo via via più distinto. Tendo l’orecchio, o ciò che in qualche modo governa il mio udito, e non senza sorpresa mi accorgo che sto ascoltando un discorso. Non so ancora se si tratta di una conversazione o di un monologo, ma posso captare parole comprensibili. Cerco di isolare il discorso dal rumore allusivo e indistinto in cui sono immerso. Più progredisco in questo esercizio, più mi accorgo che il discorso è sì comprensibile, ma affatto privo di voce: le parole colpiscono quella sorta di mio udito mentale senza toccare alcun organo di senso paragonabile a un orecchio. Questo implica che là, a quel tavolo, non siede nessuno intento a pronunciarle, ma che il discorso si pronuncia da sé medesimo e giunge a me per vie prodigiose che non so spiegare.

Continuo a chiamare questo fenomeno discorso, ma anche questo è inesatto. Questa parola, discorso, allude a un intento comunicativo, a un fine suasorio, a un messaggio da decifrare, ma niente di tutto questo è rintracciabile in ciò che sto ascoltando. Si tratta piuttosto di una successione apparentemente ordinata di parole che si manifestano come mosse soltanto da un clandestino piacere di mostrarsi, una specie di esibizionismo retorico o di seducente svestizione verbale. Questa mostra o vetrina di parole non si organizza attorno a significati precisi, non trasmette messaggi intenzionali, non colpisce l’intelligenza suscitando dubbi e domande o suggerendo risposte. Agisce piuttosto come una danzatrice che muove il proprio corpo, non per trasmettere l’idea del movimento, ma per alludere a esperienze fisiche, moti dell’animo, stati mentali.
Mentre ascolto questa danza, qualche luogo imprecisato di me medesimo raccoglie le allusioni seminate dalle parole e le trasforma - forse per mezzo di arti magiche o forse mediante un incognito apparato digerente - in ordigni che vanno a colpire i miei sensi immaginari: man mano che le parole si muovono, appaiono volti conosciuti che non vedevo da tempo, e che sùbito scompaiono; frammenti di antiche conversazioni fra amici partecipano per qualche istante alla danza; avverto moti di sdegno, talvolta di commozione. Mi rendo conto di sapere - questa volta con sorprendente chiarezza - di essere in viaggio, anche se non ricordo da dove vengo e non conosco la mia meta. Capisco che questo luogo che chiamo locanda è un punto in cui il viaggio si è concesso una pausa, non so quanto lunga, un’interruzione provvisoria che ha già in sé l’idea della ripartenza.
La danza verbale è cessata di colpo. Provo a rintracciarla nel brusìo indistinto della locanda, ma solo per accorgermi che non c’è più brusìo, né locanda. Mi guardo attorno e vedo distintamente la forma e il contenuto del salotto di casa mia. E mi accorgo, non senza un moto di giubilo bambinesco, di avere occhi e orecchie, naso e mani. Mi alzo dalla poltrona per sgranchirmi le gambe, e mi sorprendo a pensare che sì, in effetti ho anche le gambe. Un altro pensiero mi passa per la testa, quello di essere in viaggio, ma il mio stato di quiete al centro di una stanza basta a declassare anche questa idea a sciocca fantasia. Scuoto la testa in segno di autocompatimento per questi comportamenti infantili.
Ripongo il libro nella libreria ed esco in balcone a fumare una sigaretta.

(Pubblicato anche qui: http://www.grenar.info/cgi-bin/articles.asp?id=24)

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 29.09.06 08:32

Interventi

Il tuo pezzo mi ha letto, e gli sono piaciuto assai. Prima di perdermi nel buio fumoso della locanda....

Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 29.09.06 11:06

Davvero notevole. Complimenti, Luca. Per la tua prosa e per lo spirito che vi traspare. E grazie per aver citato anche Von Hoffmansthal, di cui ho amato in particolare La Lettera di Lord Chandos. Baci

Pubblicato da: Gaja - 29.09.06 11:48

Giancarlo, sono felice che il pezzo che mi ha scritto ti abbia letto con piacere.

Gaja, gli amici di von Hofmannsthal sono miei amici!

Pubblicato da: Luca Tassinari - 29.09.06 12:14

Luca, ti xe 'na bomba!

Pubblicato da: Lucio Angelini - 29.09.06 12:23

Luca, la cosa è assolutamente, machiavellicamente reciproca. :-) Per me von Hoffmanstahl è imprescindibile.

Pubblicato da: Gaja - 29.09.06 12:37

Ma che bomba e bomba, Lucio. Come dice il titolare, al massimo una bombetta.

Pubblicato da: Luca Tassinari - 29.09.06 12:53

Ma è tutto vero. Non siamo noi che leggiamo i libri, sono i libri che prima ci adocchiano, qualche volta ci scelgono, se veniamo eletti ci zompano addosso e indi poscia ci vivisezionano...

Pubblicato da: gabriella - 29.09.06 13:15

E meno male che noi siamo letti dai libri. Pensa a quelli che vengono visti dalla TV :-O

Pubblicato da: Federico Platania - 29.09.06 13:20

Gabriella, piacerebbe anche a me credere che è tutto vero, ma temo che, trattandosi di cosa scritta, sia tutto falso. Non c'è nulla di scritto a cui si possa credere, scrive von H., e io gli credo.

Federico, secondo me la TV è cieca, ma per sicurezza mi faccio vedere da lei il meno possibile.

Pubblicato da: Luca Tassinari - 29.09.06 14:37

Io, addirittura, sono anche scritto dai miei libri:-/

Pubblicato da: Lucio Angelini - 29.09.06 16:33

“Come si fa a cercare la verità nei libri?” E’ proprio vero che le parole non sono fatte per rivelare la verità, ma bensì per occultarla, nasconderla, comprimerla, manipolarla? Strano, eppure conosco un Libro che è rivelazione, che una Verità la propone. E’ forse il Libro più venduto e letto della storia , ed in effetti è un Libro che più che venir letto TI LEGGE…Già è proprio lui a leggere te, a sviscerarti ed interpretarti da cima a fondo…
E comunque la verità non è una cosa che OGGI va di moda, o perlomeno può esserlo ma allora dovremmo interrogarci sul significato dell’oggi, perché a quanto ne sappia è sin dagli antichi Greci che si cerca la Verità, l’Essenza, i complotti che si ordiscono dietro le quinte del palcoscenico del teatro di questo nostro vecchio pazzo mondo. Cosa cerco nei libri? Cosa spero di trovarci? Beh io forse spero proprio di trovarci una danza verbale che mi porti in una locanda buia e fumosa, o chissà in una assolata e silenziosa savana… A volte i ricercatori si ritrovano davanti a scoperte inaspettate, ma l’importante è che abbian avuto il coraggio ed il brivido del rischio di mettersi in viaggio..
Piacevolissima lettura, complimenti e grazie…ciauz

Pubblicato da: steppa - 29.09.06 18:07

I miei libri mi stroncano a priori, dicono di me "non l'ho letto e non mi piace".

Pubblicato da: sergio garufi - 29.09.06 19:13

Sergio, sarebbe interessante ricevere anche un tuo contributo. Se vuoi inviarmelo, l'indirizzo è bartolomeo.dimonaco/chiocciola/tin.it.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 29.09.06 20:53

ciao bart, grazie dell'invito. se riesco a scrivere qualcosa di degno sul tema, il che dubito, te lo mando senz'altro.

Pubblicato da: sergio garufi - 29.09.06 21:16

Grazie, Sergio, ci conto.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 29.09.06 22:37

Complimenti per il blog.
Anch'io sono un'amante di libri e non sò se leggendo cerco la verità o se è solo un modo per scoprirmi.

Pubblicato da: Kinsy - 30.09.06 09:26

scusi la volgarità, ma cosa è il "marocchino fregiato?"...Mi intimidisce...

Pubblicato da: susi - 30.09.06 21:17

Marocchino: "Cuoio che si ottiene sottoponendo a colorazione e a bagni vegetali la pelle di capra e di montone, rendendola morbida, fine e con colori vivi e lucidissimi" (dal dizionario di De Mauro, on line). Fregiato, ossia con fregi in oro.

Pubblicato da: giuliomozzi - 30.09.06 23:28

io, devo dire, sono molto richiesto dai miei libri.
sarà perché ho una splendida quarta.

di copertina, intendo.

ps: bravo, luca. ti trovo felicemente attapirato (nel senso che tu sai, vero). :-)

Pubblicato da: dandy roll - 01.10.06 02:09

Steppa, nel credo c'è mica scritto "credo nella bibbia", no? E quelli che hanno scritto il credo è gente seria e preparata, molto più di me.

Sergio, quella cosa lì succede quando si leggono troppi libri della Scheiwiller. Se sospendi per qualche settimana dovrebbe passare.

Kinsy, va bene che non c'è niente di scritto a cui si possa credere, però se scrivi che sei *amante* dei libri e leggi per scoprirti, be', ecco.

Susi, dato che ti ha risposto De Mauro per interposto Mozzi, non oso aggiungere altro.

dandy roll, addirittura la quarta! ma complimentoni! Quanto al tapiro, be', sì. Però la chiusa è originale, giuro!

Pubblicato da: Luca Tassinari - 01.10.06 19:51

Sulla questione del libro che ci legge, mi viene in mente Hesse: "Non siamo noi che giudichiamo un'opera, ma un'opera che giudica noi".

Pubblicato da: Marco - 02.10.06 10:50

Dandy Roll, esisti ancora? Mi vuoi ancora bene? Ciao.

Pubblicato da: Lucio Angelini - 02.10.06 11:21

Luca non ti seguo...se potresti essere più chiaro te ne sarei grata..ciauz

Pubblicato da: steppa - 02.10.06 11:58

Steppa, io chiaro? seee, buonanotte! :-) Comunque, dicevo, nel credo (dei cattolici) non c'è scritto da nessuna parte che bisogna credere a cose scritte. Semmai a cose e persone vissute e/o viventi. Ma temo che il tema sia molto off-topic.

Lucio, dandy roll esiste e persiste. Peccato solo che si faccia vedere così di rado.

Marco, io, una volta, ho letto Siddharta: mi ha giudicato irrimediabilmente refrattario alle menate orientaleggianti.

Pubblicato da: Luca Tassinari - 02.10.06 12:31

Luca, ti sembrerà un aspetto sul quale ironizzare, ma è andata proprio così, senza ironia.

Non è lo stesso che dire: ho studiato Geografia Astronomica e la prof. mi ha giudicato refrattario alla Geografia Astronomica dandomi quattro? In quel caso però l'alunno refrattrario può prendersela con la prof. e affermare che è lei, la prof, e non la Geografia Astronomica, che lo rende un refrattario.

Ho fatto un esempio. A me la Geografia Astronomica piaceva.

Pubblicato da: Marco - 02.10.06 13:01

ciao, lucio. sì: esisto ancora e lotto insieme a te. :-) un abbraccio

Pubblicato da: dandy roll - 02.10.06 14:01

dandy roll, scusami perché l'età mi fa cattivi scherzi, ma non ci siamo mica conosciuti in it.cultura.libri?
Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 02.10.06 14:54

Certo che sì, Bart. Ma forse anche Dandy Roll era un perverso-polimorfo come me (nel senso del morphing)...

Pubblicato da: Lucio Angelini - 02.10.06 15:22

Sì, il discorso è decisamente un altro...dico solo comunque che se nn credi a qualcosa di scritto non puoi dire neanche di conoscere il credo, che è anch'esso scritto.. ;-)faccenda lunga...riciauz

Pubblicato da: steppa - 02.10.06 17:49