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19.09.06
Come si leggono i libri: Comincio io
di Giulio Mozzi
(Prende il via oggi Come si leggono i libri, la nuova iniziativa della rivista. La prossima puntata sarà pubblicata fra una settimana, martedì 26 settembre (vedi il comunicato: Una variazione, riportato più sopra, che anticipa a venerdì 22 settembre). Successivamente saranno pubblicate due puntate per settimana: il martedì e il venerdì, a partire da venerdì 29 settembre (in seguito alla suddetta variazione si corregge in 26 settembre). Il materiale ricevuto finora copre le date fino al 20 ottobre prossimo. Rinnovo l'invito a partecipare. bdm)
Non so voi. Io, ormai, leggo solo in treno. Sto in treno quella decina d'ore per settimana, minimo, e quelle sono le mie ore di lettura.
Intendo la lettura-lettura. Quel tipo di lettura che, se uno mi domanda: "Che cosa fai, in tutte quelle ore di treno?", non gli rispondo: "Leggo", ma: "Studio".
Poi, vabbè, c'è la lettura per consultazione, quella che faccio al tavolo dello studio, eccetera. Robetta.
Dai ventidue ai ventinove anni ho lavorato in un ufficio dove c'erano: due telefoni che suonavano spesso; un collega nullafacente e logorroico; un capo esigente (e rassegnato nei confronti del collega nullafacente e logorroico, la cui presenza nell'ufficio era dovuta solo a ragioni di clientela politica); scadenze rapide ("Questo serve per stamattina, questo serve per le due del pomeriggio" ecc.). In questo ufficio, che era un ufficio stampa sindacale, io facevo la macchina per scrivere. Il lavoro di un ufficio stampa è composto di due cose: relazioni, scrittura. Il capo faceva (soprattutto) le relazioni, io facevo solo la scrittura. Producevo dieci, quindici cartelle al giorno. Anche di più.
In quell'ufficio ho imparato a concentrarmi, a escludere dalla mia attenzione, anche la più periferica, tutto ciò che mi sta attorno. Ieri in treno (sto scrivendo questo pezzo il 18 agosto 2006) avevo seduti davanti a me una coppia di ragazzi slavi. Slava lei, slavo lui. Erano però di due slavità diverse: lui sicuramente rumeno, lei probabilmente slovena. Stavano insieme ma litigavano. Hanno litigato da Milano a Bologna, da Bologna a Firenze, da Firenze a Roma, e poi non so (il treno andava a Napoli). Al mio fianco stava, da Milano a Bologna, un giapponese raffreddato: che ogni ventitre secondi tirava su col naso. Da Bologna a Roma ho avuto a fianco una signora inglese tipo Holly Hobbie con cappello viola e cestino contenente il gatto. La signora ha parlato con il gatto per tutto il tempo; e il gatto le rispondeva. Durante questo viaggio, durato esattamente quattro ore e mezzo, ho letto (sottolineando, mettendo note, inserendo foglietti: come faccio di solito) centonovanta pagine di Underworld di DeLillo (libro che avevo già letto anni fa).
L'arrivo a Roma è stato così composto: discesa dal treno; attraversamento della stazione; ricerca del punto di partenza del bus 92; salita sul 92; riapertura di Underworld; lettura, tra attesa e corsa, di altre sedici pagine. Perché un'altra cosa che ho imparata, lavorando nell'ufficio di cui sopra, è: attaccare e staccare la concentrazione. Se ho 5 minuti, uso i 5 minuti per leggere. Se ne ho 3, ne uso tre. Ritrovo sempre il filo. Salgo sul bus, apro il libro, vado avanti di due pagine, chiudo il libro. Aspetto il treno al binario, apro il libro, vado avanti di una pagina, chiudo il libro. Il treno è in ritardo, non c'è problema, apro il libro, leggo. Studio.Dico appunto: studio. Di solito non mi interessa molto quello che c'è scritto dentro al libro. Mi interessa come sono fatte le frasi. Mi interessa come sono disposte le parole nelle pagine. Se sto rileggendo Underworld, è per capire come funziona la faccenda della ripetizione.
DeLillo continuamente ripete, nel corso di un capitolo, frasi già scritte, relative a fatti precedenti o a pensieri o battute di dialogo già riferiti. Questo produce un effetto specifico, che so descrivere solo così: sembra di leggere il racconto di un sogno, dove il tempo non funziona nel modo solito, ma va avanti e indietro, e spesso sta fermo. Questo effetto mi interessa. Vorrei capire come si fa. Se in un libro non c'è niente di interessante dal punto di vista del "come si fa", è difficile che io lo legga.
Naturalmente, poiché io non leggo i libri, ma li studio, tendo a distruggerli. Non mi faccio nessuno scrupolo. Non ho nessuna venerazione per l'oggetto libro. Possiedo dei libri antichi, so che non devo scriverci sopra con la biro perché sarebbe sciocco e immorale. L'oggetto libro mi interessa (questo sì) per capirne la logica di comunicazione. Le copertine della collana di narrativa curata da Bassani per Feltrinelli, ad esempio (quella in cui uscì tutto il Romanzo di Milano di Giovanni Testori; per dire): mi sembrano bellissime. O quelle della collana “La scala" di Rizzoli negli primi anni Settanta, quando pubblicavano Giuseppe Berto e John Barthes: bellissime anche quelle. Quando trovo libri di quelle collane nelle librerie dell’usato, me li guardo sempre per benino (qualche volta anche li compero, ma non per “averli"; li compero per “leggerli). I libri antichi che possiedo (quello al quale tengo di più è il trattato “Della perfetta poesia" di Ludovico Antonio Muratori) li ho comperati solo perché non avevo altro modo di leggerli (e perché ci tenessi tanto a leggere la “Perfetta poesia" di Muratori, è una cosa che non so spiegare).
Di tanto in tanto, è vero, cedo anch’io al collezionismo (per chi non lo sapesse, il collezionismo è, da un punto di vista clinico, una perversione). Prima o poi finirò per possedere tutti i libri di Carlo Coccioli (nelle edizioni italiane, ve’: che puntare anche a quelle francesi e messicane mi pare troppo). E la mia raccolta di libri ottocenteschi di scienze sociali (dei meravigliosi trattati su come, ad esempio, risolvere il problema delle classi povere nelle città con i mezzi della medicina, dell’educazione e della religione; e cose simili) è in lento, ma costante aumento: d’altra parte, come non cedere alla tentazione di capire come gli intellettuali e i governanti concepissero le città nel momento in cui (vedi rivoluzione industriale, nascita del proletariato urbano ecc.) le città si avviavano a diventare ciò che oggi sono? (E’ vero, si può non cedere a questa curiosità. Ma io cedo, cedo).
Ma, potreste dirmi, non stavi dicendo che i libri ti interessano solo dal punto di vista del “come si fa"? Cioè della scrittura? Sì, è vero. E infatti, questi meravigliosi trattati di scienze sociali ottocenteschi mi interessano, prima di tutto, perché leggendoli si vede come, pian piano, un sapere del tutto nuovo si organizza; come si produce un po’ alla volta una specifica retorica, cioè un ordine del discorso, per parlare di certe cose; come lentamente i dati quantitativi (statistiche ecc.) vengono accettati e immessi in un discorso inizialmente tutto umanistico; come i linguaggi della medicina, della pedagogia e della religione progressivamente coagulino in un linguaggio nuovo, di una tecnicità sua propria, dal quale poi nasceranno (o col quale poi si confronteranno, che è lo stesso) i linguaggi della sociologia, della psicologia sociale, dell’urbanistica…
Linguaggi, nient’altro. In vita mia ho letti moltissimi libri, e posso dire che ne ho imparata una cosa sola: ho imparato a fare quello che sto facendo ora, ho imparato a scrivere. In questo momento sto scrivendo con una macchina non mia, un pc dalla tastiera rumorosissima, in un Internet Point Pakistano di Roma. I miei libri, li ho tutti scritti a casa mia. Ma sto imparando, ormai, a scrivere dove capita. Sempre, peraltro, con una macchina. Non sono di quelli che girano con il quadernetto che non si sa mai, di quelli che ogni tanto si concentrano, levano gli occhi al cielo, poi estraggono il quadernetto e la penna e ci scrivono dentro delle cose. Io non scrivo mai per me. Scrivo sempre perché c’è una precisa occasione di far circolare quello che scrivo. Questo pezzo lo manderò a Bartolomeo, e Bartolomeo provvederà a pubblicarlo in vibrisse quando lo riterrà opportuno. Allo stesso modo, non leggo mai i libri come se esistessero per conto loro. Tutti i libri sono come la cosa che sto facendo adesso: testi scritti perché c’era l’occasione, o almeno la volontà, di farli circolare. Spesso mi domando come siano stati materialmente scritti certi libri. Oggi ho comperato per tre euro un’edizione usata della “Pamela" di Richardson nei Grandi Libri Garzanti (ho cominciato a leggerlo sull’autobus numero 92, ho continuato a leggerlo mentre cenavo da solo – frittata con tonno e fagioli, pane di segale, mezzo peperone crudo, acqua fresca a volontà – e sono arrivato a pagina 53: è un romanzo davvero bellissimo; la protagonista, Pamela, ha un’abilità retorica invidiabile; eccetera) e mi sono commosso leggendo, nell’introduzione che il signor Samuel Richardson aveva cominciato a lavorare come apprendista tipografo, poi aveva messa su una tipografia sua (sposando la figlia del suo datore di lavoro; che morì assai giovane; e il Richardson sposò un’altra donna dell’ambiente tipografico), e a un certo punto, in pochi mesi, gli era venuto scritto questo lungo e splendido romanzo (destinato a un successo enorme). Mi sono commosso, dico, perché mi sono immaginato il signor Samuel Richardson, a tipografia chiusa, la sera, che scriveva il suo libro non con la penna, ma componendolo direttamente, pescando i caratteri mobili dalle scatole e dai cassetti, fabbricando direttamente non un “testo", ma un “libro". Presumo che le cose non siano andate così; ma mi ha commosso immaginarle così. Mi piacerebbe vedere, magari toccare, una “Pamela" composta e stampata, con le sue mani, dal signor Richardson.
Sto divagando.
La lettura è una cosa che si fa. E’ un’azione. Io ci ho le mie posture, per leggere, quelle preferite e quelle che evito perché mi scomodano. Ho dei modi di giocare con le pagine mentre leggo, ho i miei modi tutti miei di segnare, sottolineare, annotare eccetera, con segni che vogliono dire (per me) precise cose. Ho letto nei giornali che non molto fa è stata pubblicata, in edizione doppia (fotografica e critica, se non ho capito male) l’ “Eneide" posseduta da Francesco Petrarca con tutte le annotazioni del Petrarca stesso. E a casa ho il Petrarca commentato dal Carducci (pubblicato da Sansoni, se ne trova ancora qualche copia nelle librerie a metà prezzo), nel quale il Carducci teneva sott’occhio l’esemplare appartenuto a Vittorio Alfieri, e pedantemente (religiosamente, direi) riporta al lettore le annotazioni e fino alle semplici sottolineature dell’Alfieri. Sinceramente, non mi interessa tanto sapere che cosa scriveva Petrarca nei margini del suo Virgilio, o che cosa scrivesse Alfieri nei margini del suo Petrarca. Ma quando compero un libro usato, e ci trovo i segni lasciati dal precedente lettore, sono contento: perché il libro mi sembra più vivo.
I miei libri, quando io sarò morto e non mi serviranno più, difficilmente potranno essere venduti a buon prezzo. Non sono “tenuti bene". Anche certe edizioni che avrei dovuto trattare con grande rispetto, be’, non le ho trattate poi con grande rispetto. Posso dire solo: è andata così, accettate i miei segnacci. In fondo, se sul corpo della persona che amate poteste vedere i baci e le carezze delle altre persone che l’hanno amata, e se i vostri baci e le vostre carezze restassero come segni visibili agli occhi di chi amerà quella persona in futuro, quando quella persona non vi amerà più – be’, non sarebbe bellissimo?
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 19.09.06 07:59
Interventi
Io invece, studiando il libro, ho una vera venerazione per il medesimo. Anche se lo leggo soltanto, la venerazione resta uguale, per l'oggetto ma soprattutto per le parole in esso contenute, indipendemente dal fatto che sia con esse d'accorodo o meno.
Non potrei mai maltrattare un libro con una penna, con un segno, con un'orecchia o che altro: se devo prendere appunti, su un quadernetto - più raramento su un bloc notes dalle pagine gialle - eletto a tal pro. Non sei un bibliofilo: peccato perché credo tu abbia tanti libri interessanti, ma non ne acquisterei mai uno con tutte le tue glosse a penna, a matita, evidenziate e cancellate.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 19.09.06 09:10
Allora, non li compreresti nemmeno da me, i libri:-) Ma, ovviamente, io non li vendo e, devo confessare, non li presto neppure. Se qualcuno me ne chiedesse uno in prestito mi metterebbe in grande imbarazzo. Ne ho prestati, in verità, alcuni, a mio fratello Mario: ma lui è mio fratello, un caro fratello.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.09.06 09:41
innozzi proprio non ce la fa; se non scrive un pezzo su un pezzo di mozzi dicendo il contrario di quello che dice lui (e dicendolo sempre male) innozzi c'ha un travaso di bile nel cervello
rilassati iannozzi, rilassati
Pubblicato da: jlvv - 19.09.06 09:48
e se proprio non ce la fai, vai da mozzi e rompigli la faccia
a me no, che sono signorina
Pubblicato da: jlvv - 19.09.06 09:51
@ BART
In questo siamo uguali, caro Bart: neanche io riuscirei mai a vendere un libro, men che meno a prestarlo. Una volta sola imprestai, e mi ritornò a fogli: dopo quella tragica esperienza, mai più. Io sono uno di quelli che il libro lo apre sì, ma come fosse la Bibbia scritta a mano da Dio stesso.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 19.09.06 10:47
la mia esperienza - e approccio - col libro materialmente inteso è cambiata quando la mia ragazza, direttrice della biblioteca della mia città, mi ha messo in mano una Divina Commedia COEVA (cioè della prima metà del Trecento, al massimo 1360). Aveva la copertina in cuoio, miniature splendide, e una chiusura...a clip. Giuro. Proprio il clip: una striscia di cuoio con al termine un pezzetto di metallo con una sferetta che andava a chiudersi - chiudendo il libro - sulla copertina in un lembo di ferro con l'incavo (la "femmina"). Funzionava perfettamente. Era un tascabile del Trecento in condizioni perfette. Quando la direttrice, dall'alto delle sue conoscenze di esperta paleografa e bibliografa, ha visto come maneggiavo con cura il libro mi ha pure detto: "Stai tranquillo, non gli puoi fare nulla, dovresti stare molto più attento quando apri i libri di oggi: son fatti per durar poco".
L'industria editoriale forse impedirà ai posteri di collezionare i libri di oggi, perché non ci saranno più... quindi che li si tratti male o bene, purtroppo, non cambia nulla. Non vivranno a lungo.
Pubblicato da: marco v - 19.09.06 11:34
Per me i libri sono stati un tormento e lo sono tutt'ora. Ho difficoltà a leggere, ho difficoltà a far scorrere la vista sulle righe della scrittura. Destra sinistra, destra sinistra sono una fatica terribile. Devo sforzarmi, mi sono sempre sforzato. La dislessia è un tormento quando si deve leggere ed è un tormento quando si è letto. Con la dislessia si apre un mondo intuitivo alla parola (ci sono varie dislessie)si devono leggere poche lettere e intuire così l'interezza della parola, per leggere un poco più veloce. Quindi la mia media di lettura è molto bassa. Pare che sia il cromosoma dcdc 2 che manchi. Altro problema, è l'atroce senso critico di quello che si legge. Si è critici prima ancora di saper leggere. E' un fatto e non ci si può far nulla. Si vede quello che i non dislessici non possono vedere e non vedranno mai. Io darei tutto l'oro che ho, per non essere dislessico, per appartenere alla società dei lettori, per essere uno di loro. Non reputo un dono, quando questo non può essere capito. La società dei non dislessici usa le parole e crede di usare quelle giuste, si apre una convenzione tra loro, credono di comunicare ma non si rendono conto che usano parole errate. Sono stratificazioni, millenni di errori. Ma questo è un altro discorso vago e incomprensibile, visionario come direbbero. Appunto, si vive per visioni e la logica è per il dislessico visione. La parola (quello che è scritto)non collega a volte la vera visione, a volte la parola nasce come antogonista alla visione collegata ed è tutta mistificazione e questa alla fine lavora dentro e ti fa nascere appunto, un tremendo senso critico. Così mentre i veri critici parlano e scrivono dei libri che hanno letto e così li recensiscono i dislessici scrutano l'uomo che ha scritto, riescono a vedere "l'autore", non è giusto dire riescono, è da subito che cercano l'autore, è per bisogno. Le parole mistificate e come le usano "impropriamente", sono anch'esse uno strumento, un mezzo per comprendere. L'uomo è sempre uguale a se stesso, così dal Canzoniere all'ultimo libro di stampa l'uomo cerca di spiegare, di spiegasi, in questo però è solo questione di onestà. Per me dislessico, è solo questione di onestà, e di solito quelli che giocano a fare gli onesti giocano come si dice, sporco. Per un dislessico la matematica può funzionare. Fino a quando gli uomini non comprenderanno l'insieme delle parole e il loro collegamento con il loro esistere, non ci potrà mai essere vera letteratura. Per non essere fraiteso lascio un esempio: La parola "bianco", (quanta letteratura americana, balena inclusa) in Cina è senso di lutto, il bianco è il colore del lutto, qui vogliamo il bianco (un possibile bianco) senso di purezza. Bianco e purezza sono due parole mistificate, sono parole da sole socialmente mistificate, per me che sono dislessico, le leggo così: Purezza e la parola che si deve collegare alla maternità, nel senso di donna che attende un bambino, la purezza è solo nella donna che è gravida. La purezza non può essere usata come parola che determina un'incontaminazione.
Vi è memoria di immagini nel ventre materno, quando si nasce vì è memoria, e così (come dicono alcuni psicologi moderni) al momento della nascita si incontra il "senso" di morte. Il bianco che spaventa e spezza per sempre la sua memoria pre-natale. Attorno a questa sensazione, attorno a queste immagini inizia un processo che per i più, è solo bindimensionale, per noi dislessici tridimensionale (cioè l'inferno). Uno degli errori che sento maggiormente, è credere nello svolgere un compito. Darsi dei punti e svolgere un compito, anche in questo atteggiamento psicologico vi è bisogno di darsi una certezza, delineare un campo e giocarci su. Si può fare in buona fede, cioè credendo nello specifico, lavorando seriamente (senza mai fermarsi)ma si crea involontariamente un altro spazio, un altro personaggio che vaga. Infondo è come accontentare una parte di se che chiede, e si è gratificati, si ha bisogno d'essere gratificati. Questa gratificazione che viene da fuori, è l'esecuzione di un buon processo, di un organizzarsi. Si proiettano tanti se ( non il proprio se) ma tanti spazzi codificati e metodologgicamente ben costruiti. Non so se mi sono spiegato, e da queste persone (erroneamente definite eterni bambini)che ha volte sembra che donino parti del loro mondo acquisito, una memoria che lotta con un presente. E' un effetto, mi da l'impressione d'essere un effetto, che cerchino, non di comunicare l'interezza ma solo spicchi che devono essere collegati tra loro. Un bisogno d'essere seguito, gratificato. Ha volte la finzione della finzione è solo uno specchio malconcio, uno stare insieme. (sapete ora perchè in questo scritto ci sono almeno cento errori di ortografia, non li vedo e non li vedrò mai.)
Pubblicato da: Michele - 19.09.06 13:10
Michele, mi dispiace per quella tua particolare condizione di lettore. Però la tua esperienza potresti farmela avere all'indirizzo bartolomeo.dimonaco/chiocciola/tin.it, magari ritoccando un po' il testo, e io la pubblicherei volentieri in una delle tappe di Come si leggono i libri.
Aspetto il tuo testo.
Ciao.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.09.06 13:22
ciao Michele, anche il mio bambino è dislessico. Mi faccio tante domande. Su come vede lui la pagina scritta, le parole, e tutto quel che segue da quella prima visione e che quella prima visione porta con sé, o richiama. So che anche mio marito, che non è dislessico, vede in un modo che non posso conoscere; prevale, però, superficialmente, il pensiero che vediamo le stesse parole, la stessa pagina scritta, o perlomeno molto, molto simile. Con Matteo non esiste la possibilità di questo pensiero superficiale.
Pubblicato da: carla - 19.09.06 14:34
Il mondo scolastico oggi è molto più attento, la popolazione europea di dislessici pare che sia un 6% di alunni. Notizie Carla che puoi tranquillamente trovare su internet. Così su internet puoi trovare la nuova (finalmente!) dispozizione ministeriale, protocollo 4099/A/4, sui metri di giudizio ai fini dell'apprendimento. Tipo: niente studio mnemonico, tabelline ecc, (sono insensate per un dislessico.)Credo che si possa essere dislessici in tante forme, comunque prima si scopre è meglio è. Io ho due figli, una ragazza di 18 anni che ha appena passato l'esame di ammissione per medicina, ed un bambino di tre anni, che è dislessico, tutto mi dice questo. Potrei farti milioni di altri esempi che ci dividono, i dislessici fanno fatica a leggere, ma questo significa solo che elaborano in maniera differente, imparano ugualmente tutto. Bart, grazie, se per te non è complicato, taglia taglia e copia corregendo naturalmente.
Pubblicato da: michele - 19.09.06 16:13
Va bene Michele. Ti scrivo in privato. Grazie.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.09.06 17:55
questo non e' un commento.
io ho cominciato a leggere quando ho capito che non sapevo fare niente.
un giorno che avevo 12 anni ho deciso che volevo fare il meccanico. non era vero.
poi mi sono fatto cacciare dalla ragioneria. ma anche quella non era vera come cosa.
poi ho faticato come un somaro per diplomarmi. a stento. e quando lo guardo il mio diploma mi accorgo che non e' vero.
finanche l' universita', cazzo, anche quella con solo due esami fatti e il foglio di via della questura : torna a casa stronzo. vero.
ed in tutto questo fra' ( fratello ) tempo, ho letto.
e ora capisco che neppure questo era vero. leggere e' fare qualcosa che qualcuno ha gia' fatto. ripetere come un somaro. questo e' vero ragazzi. mi riesce benissimo.
scusate se non e' molto chiaro quello che scrivo.
Pubblicato da: metti ogni tanto una virgola - 19.09.06 19:39
Grazie bart, foto e titolo scegli tu ormai siamo in società, il cognome è quello che leggi.
Pubblicato da: michele Insogna - 19.09.06 20:22
Ok, Michele. Per la foto vedrò, ma si potrebbe anche lasciare solo l'icona della Home. Ci Penserò.
Grazie e ciao.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 20.09.06 08:41
Perché in uno scritto generoso e interessante, come questo è, deve esserci denigrazione? Perché inserire una frase come "Non sono di quelli che girano con il quadernetto che non si sa mai, di quelli che ogni tanto si concentrano, levano gli occhi al cielo, poi estraggono il quadernetto e la penna e ci scrivono dentro delle cose"? Dovrebbe essere divertente? Farci ridere di chi lo fa? Perché?
Pubblicato da: dario - 20.09.06 10:39
quindi, metti ogni tanto una virgola, scrivi?
Pubblicato da: o un punto e virgola - 20.09.06 10:43
Anche secondo me il pezzo sulla dislessia va pubblicato. Prima di tutto per il valore umano che hanno quelle parole. Poi perché se l'arte è fatta di una grande realtà e una grande irrealtà, mostrare parti della realtà oggettivamente permette di capire un prodotto artistico. Specialmente se sono parti di realtà così lontane da quella fregatura che è il senso comune.
Spero di essermi spiegato.
Pubblicato da: a.b. - 20.09.06 11:35
Andrea (a.b.), mi piacerebbe ricevere qualcosa anche da te, attento e bravo lettore.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 20.09.06 12:05
Io non leggo come vorrei e provo invidia per quelle persone ordinate che comprano o si fanno prestare sempre un libro per volta e lo leggono fino in fondo e ogni sera sul loro comodino, se leggono a letto, o sul tavolino accanto alla poltrona, se sono così fortunati da possedere una comoda poltrona e un tavolino accanto e una bella lampada a stelo con la giusta luce per leggere, una luce bella calda che non stanca gli occhi, insomma ogni sera aprono il libro al punto in cui sono rimaste e si immergono, silenziosamente, e altrettanto silenziosamente riemergono, si tolgono gli occhiali – perché persone così non possono non portare gli occhiali -chiudono il libro – il segnalibro non importa perché sono arrivate esattamente a fine capitolo- fanno una piccola pausa di riflessione giusto per ritrovarsi – una specie di compensazione, insomma, come un palombaro- un sospiro e poi sono pronte per infilarsi a letto e dormire.
Io non leggo come vorrei: sul mio comodino ci sono almeno quattro o cinque libri, alcuni iniziati che aspettano da tempi più o meno lunghi di essere finiti, altri appena comprati, magari ne ho letto le prime pagine, rapidamente, direi avidamente appena uscita dalla libreria, tirando fuori “il mio tessoro” dalla borsa di plastica in cui l’hanno infilato e che cerco da anni inutilmente di non farmi dare dalla cassiera, e cominciando a entrarci dentro subito, lì per strada, in mezzo ai turisti che fotografano il duomo da lontano.
Invece penso che la lettura dovrebbe essere un’arte meditata, che richieda tempo e spazio e silenzio, un po’ come lo scrivere. Io mi arrabatto: leggo in autobus mentre vado a scuola, a volte anche appoggiata al palo perché non trovo posto, leggo a letto prima di dormire ed è l’unico momento in cui in casa c’è silenzio, leggo in treno, nei rari viaggi che faccio. Non leggo come vorrei ma non posso fare a meno di leggere e compro libri e li metto sul mio comodino o sugli scaffali già pieni della libreria, li guardo, non vedo l’ora di aprirli, ho grandi speranze in loro. A volte li dimentico, non so buttarli via. Mi sembra sempre che arriverà prima o poi il loro giorno.
Pubblicato da: alessandra - 20.09.06 20:01
Bartolomeo ti ringrazio e ci penso su.
Pubblicato da: a.b. - 21.09.06 15:04
"In fondo, se sul corpo della persona che amate poteste vedere i baci e le carezze delle altre persone che l’hanno amata, e se i vostri baci e le vostre carezze restassero come segni visibili agli occhi di chi amerà quella persona in futuro, quando quella persona non vi amerà più – be’, non sarebbe bellissimo?"
Magnifico finale!
Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 22.09.06 13:01
E chi non ha mai ricevuto niente come porterà il suo candore?
Pubblicato da: andrea barbieri - 23.09.06 01:14




