« Pericolosità di vibrisse | Main | Bottega di lettura »
28.08.06
Marco Rovelli, Lager italiani
di Rosanna Rota
[Il blog Lager italiani. Il blog personale di Marco Rovelli.]
Non puoi più essere lo stesso, dopo aver letto questo libro (Marco Rovelli, Lager italiani, Bur).
C’è una frase che mi sgorga spontanea e mi martella continuamente, mentre scorro le pagine: “Non possiamo dire di non sapere".
C’è come un filo invisibile, nelle cose. Pochi giorni fa ero ad Amsterdam, nella casa di Anna Frank. Le emozioni di quando, ragazzina, ho letto il diario di questa coetanea a cui è stato strappato il diritto di crescere, sono ritornate tutte in frotta. Insieme alle due domande di sempre: Come si poteva dire di non sapere? Come può continuare ad accadere tutto questo, ai danni di altri popoli, dopo che è stato smascherato una volta?
Lo so, sono un’ingenua. Ci sono risposte politiche, a tutto questo. Ma io cerco le risposte umane, e non le trovo.
Non voglio fare come i tanti Tedeschi che hanno dichiarato di non sapere dei lager. Che credevano che fossero veramente campi di lavoro. Che tutto sommato pensavano fossero una buona cosa, in nome dell’ordine sociale.
Anche noi abbiamo i nostri lager. Facciamo finta di non saperlo. Vogliamo credere che siano veramente campi di accoglienza. Pensiamo che l’ordine sociale abbia bisogno di strutture come quelle.
Poi leggiamo le storie. E lo stomaco si ribella. No, non si può trattare così un essere umano.
E’ un libro che chiede di trasformarsi in azione. Lo grida: non si può stare con le mani in mano, mentre nel nostro stato c’è gente che viene messa in galera senza aver fatto del male a nessuno. Anzi, le testimonianze dicono che è peggio della galera. Lì ti resta la tua umanità, mentre nei Centri di Permanenza Temporanea ti tolgono il nome, diventi un numero, ti annullano. Distribuiscono barbiturici per farti dormire, per non farti pensare. E tu non sai più chi sei.
Non sono ammessi giornalisti, quindi tutta l’inchiesta si basa su testimonianze di stranieri che l’hanno vissuta sulla propria pelle, la realtà dei lager italiani, e di volontari, fra cui alcuni avvocati, che li hanno aiutati a venirne fuori.
La cosa che colpisce di più è che la legalità non esiste, in queste situazioni fuori da ogni regola. Tu non sei una persona, sei un numero, quindi non hai diritti. Sei in attesa di diritti, ma nel frattempo ti può capitare di tutto.
Non è un caso se Amnesty International e Medici Senza Frontiere ci tengono d’occhio.
Il libro è costituito da tre parti: nella prima si raccontano le storie di tanti “ospiti" di CPT italiani. Con uno stile secco, tutto cose. Ogni frase è un graffio nell’anima, senza una parola di troppo.
Nella seconda parte, la visuale si allarga ad una panoramica su tutti i centri italiani (sia quelli di permanenza temporanea che quelli di identificazione), offrendo il quadro generale ad oggi. Lo stile si fa appena più disteso, ma è ancora estremamente sobrio, pulito. Si sente lo sforzo di limitarsi ai fatti, di evitare di rompere l’argine al fiume dei commenti, delle opinioni personali, che potrebbe diventare una piena dilagante e melmosa, aprire la strada al buonismo. Non è questo che vuole, l’autore. Si capisce nella terza parte, qualificata come appendice ma in realtà essenziale nell’economia del testo. Il titolo di quest’appendice spiega tutto: “Il campo come forma della modernità". Il linguaggio si fa complesso, le citazioni dotte. In poche pagine, Marco Rovelli ci spiega come la forma del campo sia sintomo di una logica che pervade tutti gli stati moderni, in cui si vive nell’ossessione di un’emergenza permanente, sia nei confronti del nuovo sottoproletariato migrante, visto come pericolo sociale, sia nei confronti dell’esterno, visto come teatro di guerre contro il terrorismo globale.
E’ questa visione del mondo che va combattuta.
Perché non possiamo dire di non sapere.
Il libro continua sul blog lageritaliani.splinder.com.
[Questo articolo si legge anche nel blog personale di Rosanna Rota.]
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 28.08.06 14:38
Interventi
Sento parlare, Rosanna, di questi CPT. Se davvero le cose stanno così, ossia che sono dei veri e propri lager, possibile che nessuno prenda provvedimenti?
Ci tengo comunque a dire che io sono per una immigrazione controllata, per evitare di assistere ad un degrado di questo livello, per il quale poi le colpe si disperdono come nebbia al sole.
Un abbraccio a te, a Francesco, Francesca e Giulia.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 28.08.06 20:53
Rosanna, che i CPT siano gestiti male mi pare sia un dato di fatto. Che non sia sopportabile questo livello di immigrazione mi pare un altr dato di fatto (perlomeno per come vedo io le 'cose').
Mi aspetto, dalla sinistra una soluzione, che non sia però la cittadinanza italiana dopo 5 anni: quella è utopia e coglionaggine.
Senza una sana reciprocità (non potrei mai avere la cittadinanza di nessun paese arabo o est europeo o africano in 5 anni) corriamo solo il rischio di creare ghetti e casino.
Vedi, a titolo di esempio, gli ultimi episodi capitati a Brescia e Milano.
Ah, dimenticavo: le femministe sono scomparse?
Buona notte. Trespolo.
Pubblicato da: Trespolo - 28.08.06 22:54
Bart, la mia tribù ricambia l'abbraccio a te e Raffaella!
a proposito del libro: non ti sei mai accorto che le riprese di questi CPT trasmesse in Tv sono sempre attraverso le maglie di ferro di una rete "protettiva"? Non sono ammessi giornalisti, mai, proprio perché la gente non deve sapere. La gente non può commuoversi alle vicende umane di queste persone, ma deve vederle come un pericolo, come potenziali "invasori" che minacciano la sua sicurezza. Fa comodo che la gente si senta insicura, così è più facilmente controllabile, anzi, arriva a chiederlo, di essere controllata, in nome di questa fantomatica sicurezza.
Trespolo,
che cosa intendi per "livello di immigrazione"? La quantità di immigrati? O lo scandaloso livello di vita a cui li costringiamo per far girare la nostra economia?
Purtroppo temo che i CPT non siano "gestiti male": temo che siano gestiti benissimo, secondo una certa logica che io non condivido!
Le femministe (ammesso che esistano ancora) forse sono impegnate a difendere le donne in modi meno dannosi e plateali di quelli beceri e tendenziosi dei nostri mezzi di informazione. Hai idea di quante violenze sulle donne siano compiute dai nostri "civili" connazionali? E allora, perché dare tanto risalto solo ai casi che coinvolgono gli stranieri? Vedi sopra, a proposito del bisogno indotto di "sicurezza"...
Buona notte anche a te.
Rosanna
Pubblicato da: Rosanna Rota - 28.08.06 23:36
Rosanna, dovrei evitare di commentare quando sono fuso: ben mi sta la tua risposta.
Vedo di chiarire. Livello di immigrazione: intendo il numero di immigrati che stiamo "accettando" e in un lasso di tempo troppo breve. Scusami, ma l'economia c'entra poco o nulla e, anche c'entrasse qualcosa, non credo che questa SCUSA possa giustificare tutto il 'casino' che una immigrazione come quella che stiamo "subendo" si porta appresso.
Discorso lungo e complesso, ma non si può, politicamente e moralmente, urlare ai 4 venti che in 5 anni concederemo la cittadinanza italiana: è una cazzata galattica.
Femministe (traduciamo in donne): saranno anche impegnate, quelle impegnate, in un sacco di cose serissime (che non conosco), ma mi sarei aspettato una presa di posizione precisa a fronte, per esempio, dell'omicidio di Hina a Brescia. Ne butto lì una: provare a costituirsi parte civile.
Nulla. L'impressione che ho è che, nonostante tutto quello che han fatto e fanno, quando c'è di mezzo una donna islamica si defilino. Tutto qui.
Il discorso del bisogno indotto di sicurezza, scusami, ma mi fa un po' ridere. Il bisogno indotto di sicurezza prescinde dagli stranieri (che sono comunque un problema anche da quel punto di vista, per lo meno alcuni stranieri) ed è normale che esista un bisogno di sicurezza (senza il termine indotto che dà l'impressione di gente cogliona che chiede sicurezza a comando) che la gente, cioè noi, esprime e chiede alle Istituzioni.
Casomai il bisogno indotto se lo inventano i giornali, i TG etc... quando non sanno che altro fare e, per riempire le pagine dei giornali e i buchi di notizie, si gettano a pesce morto su qualunque cosa invece di occuparsi, per esempio, delle elezioni in Messico. Lo sapevi che in Messico ci sono state le elezioni?
Io ho un'idea tutta mia relativa al tema immigrazione e parte da un termine ben preciso: reciprocità. E' un termine pesante, che si porta appresso un sacco di cose, ma solo quando si riuscirà, politicamente, a ottenere una piena reciprocità potremo sperare in un'immigrazione "normale". Fino a quel momento ci troveremo sempre e solo a subire (noi per un verso e gli immigrati per l'altro) dei ghetti reciproci. E prima o poi i ghetti esplodono.
Buona giornata. Trespolo.
Pubblicato da: Trespolo - 29.08.06 11:48
Via col pattino, Trespolo, a respingere gli immigrati con la pistola ad acqua.
Cosa vuol dire reciprocità: creare in Europa i lager che i belgi hanno messo in piedi in Congo o quelli italiani in Libia?
Accettare i parà ghanesi in Francia per controllarne le risorse?
Pubblicato da: rigoni - 29.08.06 12:14
Bartolomeo i cpt SONO un inferno (ma definirli lager è solo sciocca retorica, secondo me) ma il problema non è di facile soluzione.
Il problema è questo:c'è una massa di disperati che è disposta a morire pur di raggiungere "il paradiso". Tu stato democratico come reagisci? La retorica di destra vuole educare gli immigrati: a non venire! Quella di sinistra gli italiani ad accogliere.
Entrambi dimenticano che in uno stato democratico gli strumenti educativi sono pochi e poco efficaci: come si educa chi non vuole farsi educare?
Pubblicato da: Lucis - 29.08.06 14:47
Ma la cittadinanza ha un significato preciso, Trespolo. Significa diritti, prima di tutto, e inclusione.
Un immigrato regolare con un lavoro regolare dovrebbe avere il diritto di eleggere propri rappresentanti, io credo, perché paga le tasse (ricordiamo il principio della rappresentanza che fonda le democrazie liberali? Quello stesso principio che in Italia viene negato da coloro che liberali si professano...) e perché fa parte, a tutti gli effetti, della stessa comunità a cui noi apparteniamo per diritto di nascita, perché partecipa a questa democrazia anche attraverso il lavoro (art. 1 Costituzione). Dobbiamo invece assistere al paradosso del diritto di voto agli italiani all'estero (anche di seconda o terza generazione) che spesso nulla sanno e nulla danno alla collettività italiana.
E poi cittadinanza significa inclusione, che è il primo passo dell'integrazione, presupposto della pacifica convivenza. Rinchiudere gli stranieri nei CPT, usarli come manodopera a basso costo, privarli dei diritti o semplicemente relegarli alla condizione di cittadini di serie di B: è questa la strada che spinge gli stranieri alla ghettizzazione, al rancore, all'estremismo oppure semplicemente nelle mani della criminalità (e sono questi i risultati della Bossi-Fini).
E poi cosa intendi per reciprocità in tema di immigrazione? Non credo che molti europei aspirino alla cittadinanza somala o cerchino un impiego come muratore in Pakistan. Il problema fondamentale è che in molti paesi del Terzo Mondo i diritti umani sono negati a tutti, cittadini e stranieri. E spesso si tratta di paesi governati da dittatori sostenuti dalle democrazie occidentali che lucrano e competetono per estendere le proprie sfere d'influenza.
Sono cose risapute e se vuoi ovvie, me ne rendo conto, quelle che ho scritto qui, ma non so che farci se è ancora necessario ripeterle.
Pubblicato da: Fabio - 29.08.06 15:11
Lucis,
Bella domanda! Pensa, io mi ci scontro ogni giorno nel mio lavoro di insegnante, con questo problema di educare chi non vuol farsi educare. E allora, cosa dovrei fare? Fregarmene, solo perché i ragazzi sono recalcitranti? E non mi dire che tanto sono solo ragazzi, perché molti di loro sono già maggiorennni per la legge italiana...
Io credo che dalla retorica (di destra e di sinistra) si possa uscire soltanto se si superano gli stereotipi e si guardano le persone. Perciò mi piace questo libro: perché racconta le storie delle persone, nude e crude. Allora si esce dallo stereotipo dello "straniero" e si chiama ognuno col suo nome.
Trespolo,
invece, mi dispiace, ma i bisogni indotti ci sono e sono tanti, compreso quello di "sicurezza". "Fuga dalla libertà" di Fromm mi sembra spieghi abbastanza bene questo fenomeno. Si prende un bisogno naturale e lo si indirizza in modo funzionale alla sopravvivenza dei meccanismi sociali. In termini antropologici, è la solita vecchia storia del capro espiatorio...
A proposito di reciprocità, l'idea sarebbe splendida, se non fosse che molti immigrati scappano proprio perché da loro non c'è un regime democratico, e quando vengono rimpatriati rischiano la vita!
rigoni,
l'esempio della Libia mi pare calzante. In particolare gli accordi anti-immigrazione fra il nostro ed il loro governo, in base ai quali tanti rifugiati dell'Africa subsahariana vengono portati a morire nel deserto.
Pubblicato da: Rosanna Rota - 29.08.06 16:04
Io vivo, come qualcuno sa, tra la Francia e l'Italia. Anzi tra Marsiglia e l'Italia. Marsiglia città multietnica per eccellenza: 60 etnie!
Che succede? che tipo di convivenza?
La Francia é un paese che ha regole precise. Chi ha il papier ha tutti i diritti di un francese, anzi degli aiuti se é in difficoltà.
Chi non ha il papier é clandestino.
E la questione é politica.
Da noi arrivano ondate di persone ( da cronista seguii per il mio giornale lo sbarco degli albanesi) e non esistono regole. Nel senso che la logica della solidarietà sociale o dell'aiuto non ha dei distinguo: non esite e basta. Esiste il buon cuore italiano, cosa che in Francia c'é meno, esiste il senso di colpa e l'omissione.
Io credo che debbano essere applicate delle regole tenendo conto di flussi immigratori che i demogafi avevano già previsto più di 20 anni fa. Ma la nostra politica é di uno spontaneismo talvolta crudele. Si fanno le sanatorie. Si fanno le quote. Poi davanti alle questure la gente aspetta un'intera notte per un turno. Insomma un'inciviltà diffusa. Per questo parlo di regole.
Regole che siano diritti e doveri. Invece nelle maglie di questa anarchia si annida soltanto lo sfruttamento, o masse di immigrati utilizzati come manovalanza della criminalità.
C'é anche questo.
Non scambiatemi per reazionaria o conservatrice. Io nei ghetti ci sono andata, ho visto con i miei occhi, e ne scrissi. Con raccapriccio.
Bisognerebbe continuare a scriverne.
Bisognerebbe raccontare i lager. I lager che sono non solo i CPT, ma le carceri. Si, le carceri, di cui nessuno più parla. Dove si muore, ci si suicida, si viene abbandonati in condizioni allucinanti (penso ai più sperduti nelle isole). E nelle carceri ci sono immigrati, italiani, un campionario umano significativo, chiuso in celle sovraffollate. Dove non c'é rispetto per la dignità umana.
Penso a Sorvegliare e punire di Foucault, penso a quanto silenzio su tutto cio'.
Siamo un paese contraddittorio.
E concludo con un episodio che ho vissuto personalmente.
Un gruppo di albanesi, dopo il primo sbarco, venne sistemato in una caserma. io entrai. Anche se non si poteva. Parlai con la gente. Capii anche la disperazione, e in certi casi la rissosità di quel popolo.
Ma questo non importa. Mi importa che le nostre forze dell'ordine organizzarono per quella gente un aereo. Gli dissero che dovevano salire perché sarebbero stati portati a Milano.
Tra quella gente ammassata c'erano dei militari, dei disertori scappati alla fame.
Salirono tutti su quell'aereo.
L'aereo non andava a Milano.
Li riportava a Tirana.
E forse i disertori furono fucilati...
Il titolo più bello lo fece Il Manifesto : "Parola di italiano" diceva in prima pagina.
Ecco questo siamo.
E allora le regole?
La reciprocità? Certo. Ma nel senso del potenziale di ogni paese. Perché ogni società puo' offrire delle cose. Non a caso parliamo di paesi poveri le cui ricchezze sono state sfruttate dal colonialismo.
Poi come dice Rosanna ogni storia personale é un caso. E noi che siamo la società civile abbiamo il dovere di denunciare. E dobbiamo continuare a indignarci
scusate la lungaggine
Pubblicato da: stefania nardini - 29.08.06 19:05
Grazie, Stefania!
Credo che una giornalista con la tua esperienza di lavoro e di vita abbia molto da insegnare in Italia, dove spesso si parla ancora di questi argomenti soltanto per sentito dire...
Pubblicato da: Rosanna Rota - 29.08.06 19:29
Rosanna, non esageriamo!
L'importante é che l'indignazione passi tra la gente, passi tra di noi, passi attraverso le denunce, come tu hai fatto con il tuo scritto.E ti confesso, se potessi mi occuperei in prevalenza di questo. Chissà un giorno accadrà! La scrittura il nostro raccontare ha anche questo scopo.
Baci
stef
Pubblicato da: stefania nardini - 29.08.06 22:24
Cara Rosanna, provare a portari in casa almeno due o tre fratelli e sorelle immigrati, nutrirli, trovargli lavoro, sputtanare un pezzettino della tua vita, almeno, no, è? Provare a metterci un frammento del tuo culo, invece di chiacchierare, indignata, contro tutte le fallibilissime strutture statali che cercano (perché NON si può fare altrimenti) di arginare la PIAGA dell'immigrazione. Io lo faccio e ho quotidianamente a che fare con le forze dell'ordine. Che non sono i mostri che cerchi di dipingere. Qualcuno lo è, come dappertutto. Molti non lo sono, come dappertutto. Io non credo a chi si indigna senza mettere il proprio culetto rosa sulla graticola.
Pubblicato da: lina - 29.08.06 22:37
nice blog! :-)
b.banner@excite.com
Pubblicato da: bruce banner - 30.08.06 07:41
Cara Lina, che cosa ne sai di quello che faccio io nel mio privato? Forse ho sputtanato più di un pezzetto della mia vita, per queste cose in cui credo, cara mia. A partire dalla rinuncia alla letteratura "pura" e ad una comoda vita nel mondo universitario, per lavorare nella trincea della scuola, in molte scuole in cui ho fatto corsi di lingua italiana per studenti stranieri, ragazzi e adulti. Che cosa ne sai degli amici stranieri che ho e che ho aiutato nella ricerca di casa, lavoro, permesso di soggiorno, dell'affido che ho avuto per sei anni, degli altri che ho ospitato, eccetera eccetera? Io non credo che con le offese di chi non si conosce si possa costruire un mondo migliore! Come non credo che sbandierando la propria misera carità pelosa si contribuisca a ristabilire la giustizia né a convincere gli altri a fare altrettanto.
Pubblicato da: Rosanna Rota - 30.08.06 08:22
A proposito,
io non ho mai detto che le forze dell'ordine sono costituite da mostri. Ma che è mostruoso il sistema che abbiamo costruito, questo sì. Sono nonviolenta di formazione, abituata a vedere sempre, per prima cosa, l'umanità dell'altro. Nelle forze dell'ordine ci sono spesso dei disgraziati costretti a fare un lavoro pericoloso, sottopagato, odiato. Sono spesso poveracci che non trovano altri lavori o che credono per ignoranza alla retorica sul loro ruolo. Poi si ritrovano a fare i conti con la rabbia e la paura e a fare talvolta cose di cui in altre condizioni si vergognerebbero. Tutto qui.
Pubblicato da: Rosanna Rota - 30.08.06 08:35
Ma guarda un po'. Ci Siamo privati di una grande scrittrice! Ce l'ha detto ora: questa signora rosanna ha rinunciato alla letteratura "pura", capito no?, per stare in trincea! ma che brava! di sicuro avremmo avuto una woolf anche noi, una morrison, una gallant, hai capito... per stare in trincea... bum! bum!
Pubblicato da: piero - 30.08.06 08:56
Non ho mai scritto letteratura: la studiavo. Ero semplicemente una sgobbona che studiava filologia classica alla Scuola Normale di Pisa. Poi ho deciso di fare altro.
Pubblicato da: Rosanna Rota - 30.08.06 09:33
Disgraziati? Poveracci? Io sarei dunqua figlia di un poveraccio? Mio padre è morto ammazzato, per salvare anche il tuo culetto rosa e devo sentirgli dare del poveraccio? Vergognati, Rosanna, mi meraviglio che il curatore di questo sito, così prodigo nel cancellare post contenenti parolacce e insulti ben meno gravi di quelli del tuo intervento, ti permetta di postare certe cose. Vergognati, la più intollerante e violenta sei proprio tu che fai della tolleranza e della nonviolenza una bandiera. Vergognati, ancora e sempre vergognati, seppellisciti nel letame.
Pubblicato da: lina - 30.08.06 12:40
Io ci metto il mio nome e cognome, sotto quello che scrivo. Altri offendono con la copertura dell'anonimato. Il mondo è bello perché è vario...
Pubblicato da: Rosanna Rota - 30.08.06 13:41
Non credo siano questi i toni da usare, in particolare quando si parla di tolleranza. Rosanna ha una mail. Se qualcuno deve dirle qualcosa di personale che lo faccia in privato.
Gli insulti gratuiti alle persone appartengono a logiche selvagge
Pubblicato da: stefania nardini - 30.08.06 21:19
Una certa lina è apparsa a proposito di una discussione sul velo islamico, non ricordo se fosse su Vibrisse o sul blog giuliomozzi. Diceva di essere australiana di origine italiana. La sua identità veniva confermata da un altro nick, che diceva di conoscerla e di essere italiano. Da come scriveva, il secondo nick, ho pensato che probabilmente aveva fatto l'università in Italia, ma non le elementari: costruiva le frasi in un modo che non gli avrebbe fatto superare la nostra terza elementare.
A certi commenti di improbabili entità propongo di non dare il minimo peso. Un nick che esige le scuse! Che io sappia, non era mai accaduto prima, se non nel caso di persone che usano il nick alternandolo al loro vero nome e non facendo mistero della loro vera identità. Io non risponderei.
Pubblicato da: Pamela Canali - 30.08.06 23:15
Cara Pamela,
è evidente che questo è un modo studiato a tavolino per far fallire una discussione su argomenti serissimi.
Pazienza, a me interessava soltanto contribuire a far conoscere il libro. Chi vuole, poi, può leggerselo e trarre da sé le sue conclusioni.
Il resto non merita neppure un commento.
Pubblicato da: Rosanna Rota - 30.08.06 23:33
Lina, non è un mistero per nessuno che la scelta di arruolarsi volontariamente nelle forze dell'ordine e nell'esercito viene compiuta più facilmente da persone appartenenti a un livello economico e sociale basso o medio basso. Per partecipare a un concorso per agente di polizia o per carabiniere, ad esempio, è sufficiente la terza media:
http://www.poliziadistato.it/pds/cittadino/concorsi/come_diventare/scheda_agente_concorso.htm
http://www.carabinieri.it/Internet/Concorsi/Reclutamento/04+Reclutamento.htm
L'aspetto positivo della cosa è che proprio il lavoro nelle forze dell'ordine o nell'esercito è un importante motore della ascesa sociale delle famiglie. Semplificando al massimo: chi si arruola in polizia ha la terza media, ma ha buone probabilità di riuscire a mandare suo figlio alle scuole superiori o addirittura all'università, e quindi conquistare una posizione sociale superiore. Non per niente in Italia fare il carabiniere è stato per un pezzo percepito come un "mestiere da meridionali", ecc. In altri Paesi è fenomeno è ancora più evidente. Sono stato in corrispondenza per un certo tempo con il vicepresidente del Dopolavoro della Polizia di New York, e ricordo che mi spiegava come la "specializzazione razziale" nella polizia fosse ben precisa: gli agenti sono per lo più afroamericani (ma adesso stanno arrivando i latinos), i sottufficiali sono di origine italiana, gli ufficiali sono yankee. (E, così al volo, ricordiamo la politica dell'esercito Usa all'inizio della guerra dell'Iraq: agli immigrati irregolari, in larga prevalenza latinos, veniva offerto di arruolarsi in cambio, alla fine del servizio, della sospirata Green Card).
Ciò che ha detto Rosanna in forma molto semplificata - e, se vuoi, brutale - mi sembra sostanzialmente vero: fare il poliziotto, il carabiniere, l'agente di polizia penitenziaria ecc. è, statisticamente, una scelta da poveri. Che sia spesso compiuta senza una precisa coscienza del ruolo, è cosa che penso anch'io per la seguente ragione: quattro miei amici di adolescenza si sono arruolati (anni e anni fa) in polizia. Tre del tutto incoscientemente (uno ora è fuori dalla polizia, dopo una condanna per lesioni). Il quarto - che era l'unico, dei quattro, che avesse seriamente studiato a scuola -, con piena consapevolezza: e l'hanno ammazzato a Palermo.
Pubblicato da: giuliomozzi - 31.08.06 13:09
Io mi chiamo andrea d'onofrio e quella sotto è una mail vera.
"Io non ho mai detto che gli albanesi sono una popolazione di delinquenti. Ma che il sistema che abbiamo costruito li renda tali, questo si.
Sono non violento di formazione, abituato a vedere sempre, per prima cosa, l'umanità dell'altro. Tra gli immigrati ci sono spesso dei disgraziati pronti a tutto. Sono spesso poveracci che non trovano altri modo di sopravvivere o che credono per ignoranza che delinquere e stuprare sia la norma. Poi si ritrovano a fare i conti con la rabbia e la paura delle popolazioni ospitanti e a fare talvolta cose di cui in altre condizioni si vergognerebbero. Tutto qui."
Pubblicato da: Lucis - 31.08.06 14:49
Sì, Andrea: perché i discorsi generici hanno questo brutto difetto di *funzionare* comunque, grazie alla loro forma, qualunque sia il contenuto che ci si mette dentro.
Un discorso generico ha bisogno sostanzialmente di tre cose:
- di uno o due assunti di partenza che possano sembrare credibili (o addirittura che siano proprio veri).
- di una certa imprecisione nel delimitare l'oggetto del proprio discorso ("i poliziotti, ma non tutti; gli albanesi, ma non tutti", ecc.),
- di una certa imprecisione nel definire la visione del mondo del parlante ("io la penso così, però..." è un buon modo per produrre imprecisione).
Pubblicato da: giuliomozzi - 31.08.06 15:58
Mi fa piacere vedere che finalmente siamo tornati ad uno dei punti cruciali della questione: il superamento degli stereotipi. Che riguardino poliziotti, albanesi, italiani brava gente o chi altro volete.
Pubblicato da: Rosanna Rota - 31.08.06 16:53
Cara Rosanna, di stereotipi miei fatico a trovarne. Non direi lo stesso di te.
I graffi sull'anima, non possiamo dire di non sapere (fighissimo questo parallelo con i nazisti: superiorità morale garantita), le dotte citazioni, i CPT gestiti "benissimo".
E poi:
Come si educa? Boh.. però sei una maestra.
La gente non vuole immigrati? "Bisogni indotti".
"Grazie, Stefania!
Credo che una giornalista con la tua esperienza di lavoro e di vita abbia molto da insegnare in Italia, dove spesso si parla ancora di questi argomenti soltanto per sentito dire..." (questa è la mia preferita.Berlusconi docet: chi NON mi vota è un coglione e non capisce niente)
Rosanna non continuo per simpatia nei tuoi confronti. Però se, e quando, vuoi discutere SERIAMENTE siamo qui. Con la preghieria di non partire dal presupposto che chi non condivide le tue "analisi" è un cretino o peggio!
Ciao
Pubblicato da: Lucis - 01.09.06 14:19
Caro Lucis,
fortuna che ti sono simpatica! Altrimenti chissà in quale altro modo vivisezioneresti ogni parola che scrivo... Questo giochino lo potrei fare anch'io sul tuo primo intervento: la massa di disperati, il paradiso, e vai con la sagra del luogo comune... Via, in questo modo dove vogliamo andare a parare? Vedi che con questo metodo non se ne esce?
No, non sono una maestra, comunque sono un'insegnante e scrivo talvolta su riviste di didattica. Se vuoi sapere come penso che si debba insegnare, vai a leggertele oppure fammi domande dettagliate.
Per tutto il resto, sono una dilettante. Ho letto, da dilettante, questo libro e ho desiderato contribuire a farlo conoscere, perché è un libro scritto bene, che sa tenersi ai fatti.
Buona giornata.
Pubblicato da: Rosanna Rota - 01.09.06 16:36
Mi sei simpatica perchè da tutta questa discussione mi sei sembrata ingenua e appassionata.
Continuo a pensare, però, che insinuare stomaci pelosi e/o carenze neuronali non sia un bel modo di dialogare col prossimo.
Ciao e non me ne volere
Pubblicato da: Lucis - 01.09.06 16:59
Rosanna, 6 una merdina, di quelle che fanno fatica ad uscire dal buco del culo e poi, quando finalmente escono, sono una robetta marrone nell'acqua.
Pubblicato da: merendina - 18.09.06 21:32




