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02.08.06
La notte di Lorenzo
di Marcello Benfante
[Questo articolo di Marcello Benfante è apparso nell'edizione siciliana del quotidiano Repubblica il 16 luglio scorso. Ringrazio Fausto Carmelo Nigrelli che me lo ha inviato. gm]
Nel tentativo di considerare la figura di uno scrittore come Lorenzo Vecchio, che nel 2005, non ancora ventiquattrenne, la morte ha strappato all'amore dei suoi cari e agli occhi dei suoi lettori, reali e più ancora ipotetici, si rimane smarriti e sgomenti non solo a cospetto dell'arbitrio imperscrutabile del destino, ma anche di fronte al bivio, altrettanto enigmatico, tra potenzialità e realizzazione.
E' un'aporia irriducibile: non tanto perché Lorenzo Vecchio non fosse già scrittore, in atto, sebbene necessariamente anche in formazione, maperché non ci sarà mai dato sapere compiutamente la misura del suo talento, i modi in cui esso si sarebbe esplicato, avrebbe trovato forma e sostanza, stilemi e contenuti. In questa indecidibile annunciazione, che è smacco e insieme sfida, l'esercizio critico assume i contorni di una scommessa, ormai al di là di ogni possibile vincita o perdita, e di un'investigazione basata su una serie di indizi che in un immaginario foro letterario potremmo definire probanti.
Si tratta di un romanzo, Mia madre non chiude mai, apparso nel 2004, a cui è stato conferito il Premio Vittorini per l'opera prima, un diario postumo, Un metro lungo cinque, e una silloge di brevi testi narrativi, Cinque racconti più uno, tutti pubblicati dall'editore Bonanno di Acireale. A ciò si aggiunga l'intensa produzione di videomaker, con all'attivo diversi cortometrggi e soprattutto il mediometraggio Ballata di un uomo sottile (2001), nonché la direzione artistica della rassegna "Magma - Mostra di cinema breve" e un'attenta collaborazione a varie testate come critico cinematografico.
In questa veste interveniva sulle pagine della rivista "Segno", che adesso, nel numero 275, gli dedica un dossier ("Lorenzo Vecchio non chiude mai", con quindici contributi analitici, quasi sempre esenti da toni celebrativi) e un libricino della "Piccola biblioteca del Segno", intitolato con amaro bisenso Vent'anni a Barcellona, che raccoglie gli appunti che il giovane studente, in Spagna per seguire un corso Erasmus, andava fervidamente riportando su alcuni quaderni colorati, oltre a vari frammenti, noticine, mail. Uno zibaldone, insomma, dipensieri e osservazini, tracce, abbozzi, microstorie, da cui emerge una rigogliosa curiosità intellettuale e insieme un grande amore per la vita, non privo tuttavia di presagi, di umbratili introflessioni, di una malinconia recondita.
Quasi una vita d'infinite sensazioni e immaginazioni racchiusa in un breve lasso di tempo da un ventenne che col tempo breve dovrà fare i conti e che quindi lo dilata con la forza e l'inventiva di un'eterna (suo malgrado) giovinezza con esuberanza irrefrenabile, ma anche con segreta inquietudine: "Nelle orecchie sento il rumore del mio futuro? Io non sento rumore. Sentirei rumore se il futuro me lo immaginassi vero e difficile, io invece sento a volte delicate melodie flautesche, altre volte orchestre intere che mi portano in palmo di mano su, su fino al più grande dei climax. Altre volte anche se mi sforzo non lo sento proprio il mio futuro, o magari è lui che sta in silenzio, trise guardando il muro".
Come il personaggio, cenere muto e inerte, di uno dei suoi più riusciti racconti, "La neve era bianca", Lorenzo Vecchio "non conobbe sazietà, paura e vecchiaia". E naturalmente conobbe la plenitudine della giovinezza nell'eterno stilnovismo dello sguardo amoroso per il quale "la bellezza è sempre una fortuna", così come conobbe l'angoscia e lo svinimento senile del morire. Ma se ne parla qui per "amicizia postuma" (a dirla con Vincenzo La Monica), per cameratismo letterario. Ossia per un sentimento che travalica il naturale compianto, divenendo comprensione di un ideale di vita, di un progetto esistenziale.
"Scrivere per lui era vivere", afferma infatti Nino Fasullo nel suo sommesso ricordo di Lorenzo. E ciò spiega come la scrittura, a un certo punto, sia diventata un modo per opporsi alla morte incalzante che "tamburella col dito sulla mia spalla". Attraverso la parola, come pure l'immagine filmica, in onirica reinterpretazione di una realtà divenuta incubo, Lorenzo Vecchio riesce a prendere le distanze dalla malattia e, come rileva acutamente Demetrio Neri, a "guardare al suo morire con gli occhi dell'intellettuale, autoreprimendo le proprie emozioni".
Questo movimento di oggettivazione e di estraneazione, di uscita da se stesso per assumere una visione obiettiva e il più possibile neutra, non è solo un tentativo di sfuggire all'assurdo e all'angoscia di una morte annunciata e sempre rifiutata con una ripulsa etica ed estetica, ma diventa anche stile, diventa lieve sospensione tra essere e non essere. E già prima che il tocco della dis-grazie lo illuminasse, la cifra stilistica di questo scrittore sottile era il gioco dell'ironia - com enota Franco Battiato nella sua attenta chiosa - e quello caustico, cicatrizzante, delle citazioni.
La "caratteriale disposizione al motteggio" individuata da Massimo Onofri, è un disincanto sorridente con cui il racconto diventa riflessione poetica e metaletteraria sulla scrittura, i suoi limiti, le sue contraddizioni. Diventa, quindi, ricerca interiore ed esteriore, di verità e forme, di io e alterego. Ovvero, un romanzo "più largo della vita", in quanto, come perfettamente spiega Antonio Di Grado, "aspira a contenerla e a travalicarla, ad accoglierne incondizionatamente l'intera deriva, la dissipazione degli attimi, la reiterazione dei gesti, l'inventario degli oggetti, e di tutta questa zavorra - sulla linea del grande romanzo del '900, soprattutto americano, ma anche del cinema, direi, da Rohmer a Wenders - fare scrittura, più vera della vita, altro e più della vita".
E se Di Grado individua un che di proustiano in questa recherche, Sergio Russo si sofferma invece sulla "lezione stendhaliana" del dettaglio. Osservazione, quest'ultima, che trova riscontro in diverse affermazioni dello stesso Vecchio, nel uso elogio della routine come struttura entro cuila creatività trova il suo guizzo, scartando la norma, o nelal sua attenzione ai particolari, ai "momenti morti", a una scrittura che procede per sottrazione di scene madri e per accumulazione di minuzie, dando corpo e voce a una vera e propria "ossessione della chiarezza", di una distillata semplicità che perviene a una parola scarnificata o addirittura ai "multipli silenzi" di cui scrive Santo Piazzese.
Tuttavia, la prosa di questo perduto e insieme trovato scrittore etneo non è riconducibile interamente al minimalismo. Accando a Carver, spicca il riferimento preferenziale a John Fante e a tutta la grande costellazione degli autori americani del Novecento.
In un lacerante elenco d'erbavoglio, Lorenzo s'identificò nella falena che muore folgorata "dalla luce del proiettori di un cinema di ultima visione". Forse è stato esaudito: nel senso, almeno che la sua volatile figura è ora proiettata nel nostro immaginario. E d'altronde, questa dissolvenza era già stata annunciata in un suo cortometraggio in cui, emulando Meliès, simulava la presaga magia di scomparire, con un "trucco" della videocamera, dando le spalle allo spettatore.
A un giornalista che lo intervistava riguardo a progetti per una prossima opera, Lorenzo rispose con pudore di voler tornare a coprirsi "perché dopo questo romanzo mi sono sentito nudo, disarmato". E aggiunse di aver bisogno di tempo: "Devo vivere un po' prima di scrivere un'altra storia lunga".
La vita e il tempo gli sono venuti meno, crudelmente, e con essi la scrittura. Di cui però ci rimane un bozzolo prezioso da non disperdere, sperando che questa notte di Lorenzo schiuda l'alba di nuovi giovani talenti che da lui, dai suoi sogni, dalle sue speranze, dalle sue parole "più larghe della vita", traggano il testimone.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 02.08.06 17:32




