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18.07.06

Un romanzo politico e dolente

di Mauro Baldrati

Rossana RossandaBenché Rossana Rossanda abbia scritto, nella prefazione, “non è un libro di storia", guardando il bel ritratto di Uliano Lucas della grande, severa, temuta gran signora della sinistra italiana, penso che nelle quasi 400 pagine de La Ragazza del secolo scorso scorrono oltre 40 anni di aspettative, di lotte, speranze, ideali, delusioni e rabbie e umiliazioni che hanno attraversato l’evoluzione (o l’involuzione?) del nostro Paese.
Se non è un libro di storia – e forse non lo è come lavoro di ricerca alla Paolo Spriano, con analisi di documenti, verbali, lettere – anzi, in vari punti l’autrice dichiara di avere “un curioso buco della memoria" – tuttavia questo testo è una lunga, meticolosa, impietosa memoria pubblica. Rossana Rossanda è stata una voce critica, di opposizione, all’interno del P.C.I. fino al 1969, anno in cui fu definitivamente radiata dal partito con Lucio Magri, Aldo Natoli, Pintor (i cosiddetti ingraiani, ma senza la copertura e l’appoggio di Ingrao, che fino all’ultimo conservò un discutibile atteggiamento di fedeltà a oltranza al partito). Poi, con la pubblicazione della rivista Il Manifesto, passata presto a quotidiano, non ha dato tregua alle contraddizioni, alle ipocrisie e alle chiusure della Sinistra (storica e nuova): i suoi editoriali hanno spesso sferzato senza pietà chi, in nome di continue mediazioni o malriposti massimalismi, confondeva le acque e si sottraeva alle proprie responsabilità, mentendo a se stesso e alle masse che pretendeva di rappresentare e/o di incalzare.

Al giornale era rispettata e temuta. Talvolta, da ragazzo, ho partecipato per caso – stupito, intimorito, incapace di spiaccicare parola – a qualche riunione di redazione del manifesto, e quando c’era la Rossanda si taceva, si teneva lo sguardo basso. Non si cincischiava con la Rossanda in giro, non si mentiva, non ci si mimetizzava o ci si deresponsabilizzava: se si parlava si doveva riflettere sulle parole, andare fino in fondo senza cianciare a vanvera.

La sua è una grande storia: figlia della borghesia di Pola, la sua famiglia fu rovinata dalla grande crisi del 1929. Ha conosciuto la povertà, anche se non la miseria, e la mancanza di radici; in questa sezione del libro – l’infanzia, la prima adolescenza – con pennellate rapide, talvolta emotive ma mai davvero sentimentali, e i “buchi della memoria", traccia ritratti, descrive emozioni, costruisce miniature. Ma non si sofferma più del necessario, non indugia: non veste alla marinara. La storia e gli eventi incalzano. Ci sono i moti fascisti, la guerra. Non sappiamo perché – non ci obbliga a seguirla in complesse riflessioni o indagini psicologiche – è entrata nella Resistenza ed è diventata comunista. Non ci mette con le spalle al muro spiegandoci la sua presa di coscienza, perché forse non c’è stata: forse vi è entrata perché era una ragazzina coraggiosa, una come tante, e come tante altre ragazzine della sua età, sembra suggerire, avrebbe forse potuto diventare fascista. Ma così non è stato, e allora la seguiamo negli ambienti oscuri, minacciosi, pericolosi dell’Antifascismo, incontriamo i dirigenti clandestini che la seguono e la proteggono, e i suoi professori, i grandi intellettuali come Antonio Banfi che hanno contribuito alla sua formazione.

Ma la macchina del tempo avanza, e non aspetta. Vi è la Liberazione, e la sua entrata come giovane funzionaria nel P.C.I. milanese. E qui la memoria si fa sempre più pubblica, sempre più collettiva. Diventa una sorta di narrativa politica/storica, dove la narratrice sta dietro le quinte, e raramente esce allo scoperto col sentimento, o il sentimentalismo. Io, seguendo questo romanzo politico mimetico, ho capito più cose e ho avuto più risposte a molte domande sulle sorti della Sinistra che leggendo una quantità di saggi con pretese più o meno scientifiche. Quanti eventi, quanti luoghi, quanti personaggi mitici [(Togliatti, Secchia, Castro, Pasolini (“era la creatura più gentile che abbia mai conosciuto"), Lukàcs, Aragon (“l’uomo di più sublime vanità che abbia mai incontrato")] troviamo in queste pagine. E quanta sofferenza, quante speranze, sacrifici, impegni di vita ci coinvolgono in questo lungo racconto preciso e talvolta spietato. Scorrono, implacabili, gli errori e le miserie che hanno funestato la Sinistra Storica degli anni Sessanta e le hanno impedito di diventare davvero forza dirigente del nostro paese. Forse chi non ha mai partecipato a quelle lotte e non ha mai condiviso quegli ideali avrà difficoltà a percepire la sofferenza e le ferite esistenziali di chi ha creduto nella possibilità di cambiare il mondo e l’ha vista svanire nella restaurazione, nell’arretramento senza fine. Indignati, quasi increduli, scopriamo le imperdonabili reticenze del P.C.I., l’immobilismo di quel partito inteso come strumento di servizio e d’azione per i lavoratori fondato da Antonio Gramsci, e la sua ambiguità verso la Russia stalinista: il silenzio assordante sull’invasione dell’Ungheria del 1956, il rifiuto persino di dare la notizia, perché l’URSS continua ad essere “il paese amico che sbaglia"; il rifiuto di dialogare, di criticare fuori dagli spazi ristretti della Segreteria, perché “la base non capirebbe"; con inquietudine, quasi con paura prendiamo atto della coazione a ripetere con l’atteggiamento nuovamente ambiguo verso l’invasione della Cecoslovacchia del 1968 e la repressione della Primavera. E’ quasi con spavento, come di fronte a un thriller che autunno caldo.jpgprendiamo atto dell’indifferenza del P.C.I. – se non dell’aperta ostilità – al 1968 e all’autunno caldo del 1969, con l’esperimento dell’autogestione delle fabbriche che avrebbe potuto davvero svelare l’inganno capitalista della ristrutturazione produttiva e dello smantellamento dei diritti del lavoro (perché le fabbriche occupate funzionavano e producevano benissimo anche senza i manager e i padroni). E sempre, procedendo lungo questo romanzo politico mimetizzato, ci chiediamo, con Rossana Rossanda: perché? Perché è andata così? Perché quella chiusura, quella paura, quell’ostilità al nuovo, quei giochi di potere, quelle radiazioni, quello sterminio di dissidenti, quello svendere il proprio patrimonio?

Ma un altro, forse ancora più inquietante interrogativo, non ci abbandona mai: avrebbe potuto andare diversamente? La DC, il mondo capitalista, l’America, chi tramava nell’ombra per organizzare colpi di Stato (e stragi di Stato), avrebbe davvero permesso il grande cambiamento?

Forse si sarebbe potuto agire senza chiedere permesso? Il partito, laboratorio di sintesi teorica e di lotta, avrebbe potuto aggiornare, attualizzare le riflessioni gramsciane e mobilitarsi per chiamare le masse lavoratrici a quella “vigilanza democratica" che avrebbe contribuito a spezzare, o almeno incrinare, il blocco sociale – apparentemente indistruttibile – DC-padronato che si era formato col boom degli anni Cinquanta. Come sappiamo ciò non è avvenuto. Chi si batteva per questa linea veniva puntualmente emarginato. Assistiamo attoniti a un rifiuto di intervenire in profondità nei rapporti di forza tra le classi, quasi che un reale cambiamento fosse irrealizzabile, impensabile. Mai si avanzò con decisione, mai si superò la cosiddetta “linea Amendola" della modernizzazione e del “contenimento del danno", mai Berlinguer decise di forzare la mano. Perché? Perché la Storia va sempre come va?

(P.S. è atteso un libro analogo scritto da Pietro Ingrao. Sarà interessante confrontare i punti di vista)

Pubblicato da Mauro Baldrati, il giorno e l'ora: 18.07.06 14:49

Interventi

"quando c’era la Rossanda si taceva, si teneva lo sguardo basso."
Questo è il ricordo che ho anch'io. Si teneva lo sguardo basso e si ascoltava. Perchè dopo, su quel che diceva, c'era sempre da riflettere. Ne abbiamo avute troppo poche di donne come lei in politica: preparate, coraggiose, sfacciate...

Pubblicato da: maline - 18.07.06 17:48

Sono sempre stato convinto che il PCI non sia mai stato il partito del cambiamento, ma piuttosto un partito la cui ambizione era sostanzialmente quella dell'ascesa al potere, disponibile ad un periodo di compromesso (e infatti ci fu il compromesso storico) che lo iniziasse alla pratica del potere.
Le varie diaspore furono di uomini e donne, come la Rossanda, che compresero la natura conservatrice di questo grande partito di massa, timoroso di innestare quella marcia in più che avrebbe condotto a radicali modificazioni nel nostro Paese.
Un esempio confermativo ci viene dall'incapacità di incidere in questa direzione da parte di una Sinistra, e soprattutto del suo partito di maggioranza, che oggi si trova a governare il Paese.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 18.07.06 18:12

@ Bartolomeo

Il Compromeso storico fu un'intuizione che mai si realizzò. Chi non lo voleva pensò infatti bene a togliere Moro di mezzo, una della carte più importanti. Il PCI fu anche conservatore indubbiamente, sopratutto al suo interno. E la mancanza di coraggio fu per buona parte l'incapacità (o l'impossibilità?) di aggirare la questione cattolica. Senza di lui però la democrazia italiana sarebbe andata distrutta decenni fa.
Sul fatto che il PCI aspirasse all'ascesa al potere... -ma gli altri partiti a che aspiravano?

Pubblicato da: maline - 18.07.06 21:34

@ maline

"Sul fatto che il PCI aspirasse all'ascesa al potere... -ma gli altri partiti a che aspiravano?"
Dunque, nessuna differenza tra il PCI e gli altri partiti... E' il potere fine a se stesso e non al servizio dei cittadini, quello che è stato esercitato ed è esercitato anche oggi. DS (PCI) compreso.
Il compromesso storico si è realizzato intorno agli anni '70, non come forma di governo (era questa l'intenzione di Moro, che è stato per questo eliminato), ma come spartizione del potere (che c'è stata). Bisogna ricordare quanto i lavoratori hanno patito in quegli anni (avevo cariche sindacali e ne so qualcosa) per non disturbare i macchinisti.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 18.07.06 21:50

La narrazione della Rossanda si ferma al 1969. Dopo, inizia un'altra storia, gli anni Settanta, il compromesso storico ecc. Ciò che colpisce (che colpisce me) è seguirla nel processo di arretramento, di immobilismo del P.C.I. Di sfiducia, sembra, del gruppo dirigente verso la possibilità di puntare quanto meno a una transizione verso il socialismo. Il P.C.I. non era, come scrive Bart, un partito come tutti gli altri (tra l'altro non dobbiamo confondere il partito col sindacato); il partito gramsciano doveva certamente diventare egemone (nella riflessione gramsciana degli anni Venti vi era "il governo degli operai e dei contadini"), per portare il paese fuori dal dominio capitalista. In questo era legittimo o no puntare alla conquista del potere? Il partito come concezione non era il sindacato, ma uno strumento politico che puntava a un ribaltamento dei rapporti di forza e a una presa del potere dei lavoratori-cittadini. Questo sulla carta. In realtà una complicatissima serie di questioni, condizionamenti internazionali, sudditanza/tentativo di distacco dall'URSS, forse il conformismo dell'Italia, il blocco sociale della DC, hanno determinato la situazione implosiva e sclerotica che ho cercato di riassumere dal testo della Rossanda.

Non sono questioni facili, eh.

Pubblicato da: Mauro Baldrati - 18.07.06 23:44

Mauro, ho militato nella Cisl: gli ultimi anni di Storti, poi Macario, poi Carniti, Marini. Soprattutto con Carniti, l'autonomia del sindacato dal partito si fece assai rimarchevole. Ho vissuto con entusiasmo questa autonomia, proprio perché non mi è mai piaciuto mescolare il legame diretto che il sindacato ha con i lavoratori con tutte le mediazioni, ma anche le ipocrisie, dei partiti. So bene che sono due cose diverse, quindi, e scelsi il sindacato proprio per questo.

Il PCI nacque diverso, ma si è perso per strada, da qui le diaspore, che hanno formato piccoli isolotti alcuni dei quali non trovano spiegazioni. Ricordi l'uscita di Garavini? O la separazione, altrettanto cincomprensibile (ma no, fu di convenienza)di Diliberto da Bertinotti?
Insomma, un patatrac e un bailamme.

La conquista del potere, ancora oggi, ha le stesse connotazioni che ebbe quella della DC prima, e del pentapartito poi. Ultimamente abbiamo avuto due periodi in cui la Sinistra è andata al potere, uno dei quali vide addirittura un robusto leader come D'Alema, cresciuto nelle scuole del PCI, ricoprire la carica di primo ministro. Oggi la Sinistra si ripropone con Prodi di nuovo al governo del Paese. Al tempo di D'Alema quali furono le novità? Nessuna. Oggi con Prodi? Nessuna, vedrai. Anzi, sono convinto che la condizione dei lavoratori peggiorerà. Ho maturato una mia filosofia in proposito, al tempo della mia militanza sindacale (l'ho scritto in qualche mio libro). Ossia, che i lavoratori riescono ad ottenere qualcosa solo se lottano (nessuno regala niente) e le lotte migliori, quelle che portano a casa dei risultati sono le lotte che si fanno coi governi non amici, perché i governi amici ci fregano sempre.
Dopo aver votato per qualche anno, DC, PSI, Pdiup, e oggi Forza Italia prima ed ora UDC, ho capito che i partiti si assomigliano; essi sono come degli abiti che hanno diversi colori, ma vestono lo stesso personaggio: il potere che lavora esclusivamente per se stesso, per la conservazione di ciò che ha e la perpetuazione del suo dominio.

Sì, sono questioni difficili, in questo hai perfettamente ragione, anche perché ciascuno di noi le interpreta e le vive secondo la propria esperienza.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.07.06 08:56

Caro Bartolomeo sono in parte d'accordo quando scrivi: quali sono le novità? Nessuna. Non è proprio così, diciamo che nulla è paragonabile a una gang di malaffare che ha usato le istituzioni per trafficare per sé. Ma è una discussione lunga, da cui non se ne esce, almeno questo è quanto ho riscontrato leggendo enormi discussioni e polemiche proprio sui blog. Ma sono in parte d'accordo: i governi di Sinistra non incidono sulle ingiustizie sociali, sul sacco dell'ambiente, sui privilegi ecc. Diciamo che li amministrano un po' meglio, con meno violenza. Diciamo che sono più tecnocrati, più cinghie di trasmissione tra i padronati nazionali e transazionali e il mondo del lavoro. E gli ideali di cambiamento, di uscita dal sistema capitalista (anche qui la discussione temo sia senza uscita) sono stati disattesi lungo l'impervio cammino della Sinistra Storica tracciato da questo libro. Diciamo che il capitalismo usa le destracce criminali per smantellare, distruggere, e quando la situazione si fa critica, e non più tollerabile, arrivano le Sinistre a razionalizzare, mettere un po' a posto. A rendere meno indolori i conflitti e le sperequazioni. Il Capitalismo ha trionfato sul pianeta, e piaccia o no a chi vota a destra, questo sistema di potere significa guerra, sfruttamento selvaggio, distruzione dei diritti, rovina dell'ambiente e le la riduzione delle persone a merce sotto il dominio del profitto e del denaro. I proclami di gistizia e di liberalismo sono barzellette, nei fatti. L'altra sera ero a cena con un mio amico (di destra) che lavora nel mondo aziendale come consulente finanziario: per la prima volta da quando lo conosco si è lasciato andare a un attacco furioso di odio verso tutto ciò che è di sinistra, pubblico, Prodi e Visco e compagnia bella. Poi ha descritto il mondo come lo vedeva lui (nel suo attacco di violenza), secondo i crismi di efficienza, serietà ecc: era un regime spaventoso aziendale, dove tutto è in funzione del profitto. Le persone non erano più di carne e ossa, ma macchine per produrre. Gli ho chiesto: ma sei pronto a fare usacire tua figlia, che oggi ha dodici anni, in questo mondo? Ti dirà grazie? C'è rimasto, ma non credo che abbia cambiato idea. Nessuno cambia mai un cavolo di idea. Io credo che in un sistema diverso la vita sarebbe migliore. Lo sarebbe stata. Questo non è avvenuto. E' andata come è andata. In questo libro troviamo tracce importanti di questo processo involutivo, di questa deriva antinaturalistica, antisociale, prodotta dalla sconfitta della Sinistra e degli ideali per cui intere generazioni hanno donato il proprio impegno, il proprio tempo, e, talvolta, la vita. E fa stare male (me, almeno)

Pubblicato da: Mauro Baldrati - 19.07.06 11:58

Bartolomeo, non ho granché da obiettare a quanto affermi. Anch'io feci anni fa la scelta del sindacato per gli stessi motivi.
Il problema dei partiti oggi è il problema della scomparsa degli ideali cui erano legati e da cui erano usciti -nel bene e nel male. Finite le ideologie: bene -ma che è sorto al loro posto? In qualche modo mi torna in mente l'Unione sovietica. Settantanni di blabla sull'"Uomo nuovo" e alla fine l'unica cosa che dalle macerie è uscita è una mafia che quasi alla nostrana "ci fa un baffo". Non tanto i partiti, ma il guardare al di là della punta del proprio naso -questo è venuto a mancare e manca. La tensione ideale -se manca equivale a spegnere la luce e buonanotte. Non tanto i partiti (sempre più uffici di collocamento) ma un sistema su di essi fondato che è ridotto a ragioneria di Stato, all'amministrazione: questo mi pare il vero nodo. E si può amministrare bene e meno bene, avendo a cuore interessi di bottega o interessi che coinvolgano il maggior numero di persone e l'ambiente in cui vivono, ma non è questo il punto. Sintomatico che sempre più spesso viene votato "contro" e non "per" qualcuno. Questi partiti sono l'espressione di una società sfamata o che tale si crede e di un sistema economico sempre più libero di muoversi a proprio piacimento su regole che Baldrati ha già riassunto, en gros, bene. Ormai sparare sui partiti è come sparare sul pianista dei vecchi western.
Per questo ho sempre apprezzato figure come quelle della Rossanda: a volte precisa a volte fumosa (anche perchè ha cercato di guardare avanti), ma sempre in cerca di tentativi, di domande e che raramente ha scisso "cuore e cervello". Uscita dal PCI non fondò, in un'epoca nella quale sorgevano come funghi, un'altro partit(in)o o un altro gruppo, ma una rivista: qualche cosa per pensare, riflettere e, certo, anche sbagliare.
Da ciò che scrive Mauro poi mi sorge una sola domanda: si chiede ancora qualcuno che mondo lasceremo ai nostri figli?

Pubblicato da: maline - 19.07.06 12:42

Sai che cosa mi ha reso scettico in tutti questi anni? Il fatto che ogni ragionamento non può essere respinto perché ha in sé alcune motivazioni valide (parlo in generale). Quando cerco di confrontare le mie idee sulla società (sempre meno ormai)mi accorgo che il mio interlocutore (come il tuo, nel caso he hai riportato) è fermamente convinto della giustezza delle sue idee, e non se ne esce, se non per piccole marginali convergenze.

La letteratura mi ha consentito di mettermi l'anima in pace e di considerare che gli altri hanno il diritto al rispeto delle loro idee e sarebbe come fare violenza al prossimo insistere per portarlo dalla mia parte. Proprio in questi giorni le mie figlie (una in particolare), entrambe sposate, mi hanno rimproverato di essere stato, e di esserlo ancora oggi, autoritario e poco disponibile al confronto. Dunque, io stesso che mi credevo disponibile a confrontarmi con il prossimo, mi vedo oscurato, attraverso le mie figlie (mio figlio è più clemente) da un cono d'ombra che non avevo mai preso in considerazione. Dunque, tutto è difficile e complesso perché siamo difficili e complessi noi stessi.
La letteratura mi ha consentito di non imporre a nessuno il mio pensiero, ma di esprimerlo serenamente attraverso delle storie ("Caro papà, Caro figlio"; "Mattia e Eleonora"; "Celeste"; "La scampanata"; "Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile".)
In pratica ho detto: "Questo è il mio modo di vedere e ve lo offro, il confronto tra gli uomini - in politica e sulla società - è impossibile, non porta più a nulla." Se fossi ancora giovane, forse combatterei ancora, come ho fatto in quegli anni, ma oggi ho preferito chiudere la partita ed affidarmi solo al linguaggio dei libri.
Si dirà che è sbagliato, ma questa è una scelta, ormai.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.07.06 12:49

maline, abbiamo postato insieme, ma penso che quanto ho scritto a Mauro possa valere anche per te, poiché vi esprimo le mie delusioni e la mia scelta di questi ultimi anni.
Non so più combattere; quel poco lo faccio con i libri.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.07.06 12:54

@ Bart

I libri sono un'ottima droga. Nemmeno io so più farne a meno ;-)
Ed è per tramite loro se ho sempre nuovi contatti e conoscenze.
Quanto alle delusioni... -a volte depresso ma non soppresso...

Pubblicato da: maline - 19.07.06 13:01