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06.07.06

Ombrellone 136

di Silvia Colangeli

[Pubblico qui un racconto inedito di Silvia Colangeli, che ho ricevuto via e-mail, lc]

OMBRELLONE 136
(3° fila dal mare, 5° dalla passerella, al confine con l’altro stabilimento)

“È mio! Mio! Mio, hai capito? Mi-oo!"

Ogni tanto gridava così. Quando le conseguenze di quella sensazione che non l’aveva più lasciato dal giorno in cui la provò, venivano su in un attimo. Dovunque era. E lo facevano suo.
Non riusciva a controllarle perché non chiedevano, come invece il resto che provava, il permesso di poter essere. La rabbia, la gioia, il dolore, la paura, quello che da quel giorno provò (l’insieme di tutto questo), veniva vissuto fino all’ultima imprecazione, fino a desiderare di strapparsi via (gioia e paura), fino alla disperazione (dolore), fino in fondo (tutto).
Non c’era filtro, né contegno, né vergogna a fermarlo.
In balia della sensazione che da quel giorno in cui l’aveva provata non lo abbandonò più, lui era puro istinto.
Lui??

Certo che qui, ora, davanti a tutta la spiaggia, proprio non ci voleva pensò. Oltre a sembrare pazzo (la volta precedente al cinema la maschera gli chiese “gentilmente" di accomodarsi fuori la sala), doveva apparire un vero e proprio mostro: prendersela con un bambino così piccolo!
A quel grido (“è mmmiooo!"), l’angioletto si era paralizzato, bocca aperta e manine strette a pugno, dopo esser stato percorso dal terrore in ogni centimetro di paffuta vita accumulata. I suoi grossi occhioni blu si stavano riempiendo, brillando, in un modo che faceva presagire un pianto inconsolabile. Scoppiò, infatti, come previsto, dopo qualche secondo.
L’aveva soltanto preso in mano… voleva solo giocarci… non voleva mangiarselo quel gelato… dicevano gli sguardi infuriati dei tre-quattro genitori accorsi; vicini di ombrellone per i prossimi quindici giorni. Rabbiosi vicini d’ombrellone per i prossimi sconvenienti quindici giorni.
Già ieri aveva rifiutato (quanto più cortesemente, gli era sembrato) un giro di briscola, una fetta di cocomero, di commentare le notizie del giornale, rendendosi subito antipatico, e anche sospetto. Colpevole degli sbadigli (non si poteva giocare a briscola in tre!), dello sbiadire del rosso della fetta di cocomero che già avevano tagliato per lui (l’umidità colpiva anche i semi). Ostacolo agli ammiccamenti tra una famiglia e l’altra dove quest’anno, Angelo (il bagnino) aveva deciso di sistemare il suo ombrellone.
Veniva allo stabilimento Marconi da quando era nato. Le ultime due settimane di luglio.
Addirittura prima: dentro la pancia di un’irriconoscibile giovane e bella madre, sorridente in ogni foto; forse che allora era davvero felice? Non lo sapeva, lui non aveva mai creduto ai sorrisi di sua madre.
Angelo, come ripeteva ogni inizio stagione, l’aveva visto crescere a furia di ghiaccioli e alzate sulle punte per raggiungere il flipper o il jukebox, uno di quei violenti videogiochi che in quegli anni facevano impazzire tutti i ragazzini. Anche se, le ultime due stagioni, l’aveva detto meno fieramente; “l’ho visto crescere". Avrebbe smesso se gli confessava la verità?
Angelo non sapeva, lui non aveva ancora avuto il coraggio di dirglielo, che aveva fatto parte dei Fannulloni (Angelo non poteva permettersi di definire in altro modo i sacri figli dei sacri clienti fissi) che facevano castelli con la sabbia appena rastrellata, pisciavano nella doccia impestando l’intera cabina, che la sera giravano al contrario tutti i portatovaglioli. Che per dieci anni avevano reso la vita di Angelo un inferno.

Di certo, avevano fatto parte di quella banda i gemelli Girardi, il viziato primogenito dei Foschi e Carlo, detto “Carletto", che a sette anni mandava già a cagare genitori nonni e zii.
Ma non lui. Lui no!; Angelo non ci avrebbe mai creduto.
Quel bambino gentile e ben educato che ingurgitava litri di tè freddo e pacchi di patatine, non poteva essere e non sarebbe mia stato un Fannullone. Quel ragazzino gracile e silenzioso non avrebbe mai partecipato a simili crimini. Fosse stato per lui, Angelo ne era più che sicuro, se non fossero stati i suoi genitori ad obbligarlo, non avrebbe condiviso nemmeno le stesse onde, lo stesso gusto di granita o vaniglia con quei mascalzoni. Angelo aveva notato, quando preoccupato, quasi tremando, vedeva la banda salire verso il bar, che quel bambino rimaneva sempre in coda, le braccia incrociate dietro la schiena, senza correre, senza alzare fastidiosa sabbia, con passo lento, elegante, di già adulto, “da gran signore".
D’altronde, pensava Angelo, come poteva essere diversamente crescendo in una famiglia come la sua??…
Lui, che era stato quel bambino e quel ragazzino, non aveva ancora avuto il coraggio durante tutti quegli anni di dirgli la verità: anche lui era stato un Fannullone! Verità che, ad ogni modo, Angelo non avrebbe comunque creduto; così alleviava un po’ i suoi sensi di colpa. Ricordava perfettamente il sudore sulla fronte di Angelo quando rastrellava quella sabbia che lui e gli altri si divertivano a sparpagliare sulla passerella, la sua faccia mentre subiva le lamentele delle signore inorridite dell’odore di urina che proveniva dalla doccia. La verità, caro Angelo, è che con quei Fannulloni, ci stavo perché… oltre che per ordine dei miei genitori, “devi avere degli amici…", “…devi socializzare", perché… durante quei misfatti provavo, tra la vergogna e l’imbarazzo e il pensiero di te, forti sensazioni di piacere. Mai sentite prima, devi credermi Angelo!… questo gli avrebbe detto prima o poi. Tra un paio di stagioni, magari.
E poiché non gli aveva mai svelato quel segreto, non c’era motivo che Angelo ce l’avesse con lui. Era certo che fosse ancora affezionato a quel bambino come ad un nipote, nonostante la pancia e la barba di adesso, nonostante i passi di quel ragazzino, con gli anni, fossero diventati sempre meno eleganti.
Come aveva potuto, dunque, essere così sbadatamente crudele?
Decidere di sistemare il suo ombrellone fra due famiglie numerose e rumorose.
Perché proprio il suo?
Angelo aveva assegnato l’ombrello 136, tra il 135 e il 137, proprio a lui che una famiglia non ce l’aveva più, una propria non ancora e, almeno così pensava (ogni stagione sempre più convinto), mai l’avrebbe avuta.
In quel momento Angelo passò trascinando un lettino che una cioccolosa signora voleva un po’ più al sole. Lo guardò, al solito gli sorrise, e a lui non restò che maledire la consuetudine di attribuire colpe e responsabilità (nella e della sua vita) a chiunque gli passasse sott’occhio. E, accusare chi aveva avuto un qualche ruolo nella sua infanzia o adolescenza, gli riusciva decisamente meglio: Angelo non aveva smesso di essere il suo bagnino. Il primo uomo che aveva visto essere forte e grande e allo stesso tempo capace di amorevoli sfrucicate sulla testa.
L’angioletto era davvero inconsolabile. Doveva apparirgli un orco. Forse aveva paura che quell’orco facesse un altro dei suoi urli, e così non riusciva a smettere di piangere.
Sebbene stretto tra enormi e molli braccia della madre, nonostante il padre e lo zio e l’amico del padre ripetessero la sua cantilena riparatrice: “quel bruttto… trallàllero… quel cativo… trallàllero… quel bruto e cativo signore là… trallàlerolalà".

Brutto forse sì, brutto e peloso come un orco, era forse vero.
Dovevano pensarlo anche le tante donne in bikini o col costume intero (le preferiva) che incrociava sul bagnasciuga. Non lo sfioravano nemmeno per caso, attentissime a non creare situazioni equivocabili. Le tedeschine, le francesine e le inglesine che ridevano di lui, più o meno sfacciatamente, dello strato ricciuto che ricopriva indistintamente petto, schiena, mani e gambe, e la sera, pensando forse di nuovo a quell’uomo peluche, nel letto di una qualche prigione-colonia dei dintorni, rimpiangevano “i bei tempi", quando un Maschio italiano aveva fatto perder la testa alle loro nonne.
Una di queste ragazzette poco più che maggiorenni, una di quelle con i seni appena formati e i segni lasciati da costumini che cominciavano a stringere su fianchi ormai provocanti, bionde, occhi azzurri e lentiggini, che sapevano dire solo “ciao", “spaghetti" e da qualche anno anche “stronzo". Una di queste lolite, che ogni estate affollavano la spiaggia di Cesenatico, che a mezzogiorno ordinavano un cappuccino alla moglie di Angelo (la signora Mirna), l’aveva fatto letteralmente impazzire. Si chiamava Ingrid, aveva sentito chiamarla così dalle sue amichette, era della Baviera, ne aveva distinto l’accento sentendola ordinare quel “capucino" che veniva a prendere ogni giorno al Marconi, ed era di una dolcezza incredibile.
Lui non le aveva mai rivolto la parola nonostante nei suoi sogni, anche ad occhi aperti, era successo ben altro tra loro. Sogni che godevano della stessa dolcezza con cui Ingrid dosava lo zucchero (fermava la caduta dalla bustina un attimo prima che finisse), girava la schiuma del latte, teneva le monetine sul palmo della mano, scostava quei suoi capelli d’oro per poterle contare.
Un vero spettacolo!
Altrimenti, li avrebbe relegati alla notte quei sogni, impedito che gli occupassero le giornate, scaricato il peso etico e morale sull’inconscio. La signora Mirna si sarà di certo insospettita vederlo spuntare ogni giorno al bar alla stessa ora; Ingrid, da vera tedesca, o meglio, da vera bavarese, spaccava il minuto. Chiederle il giornale, quando lui sapeva benissimo dove Angelo sistemava i tre quotidiani (sopra al frigor dei gelati), ordinare un succo di frutta che regolarmene lasciava a metà; la signora Mirna sapeva che a lui non sono mai piaciuti i succhi di frutta.
Tutti i giorni, a mezzogiorno in punto.
Smise di presentarsi a quello appuntamento, lui era più che sicuro che anche Ingrid aspettasse quel momento, soltanto dopo che una sera la incontrò abbracciata ad un bullo con il cavallo dei pantaloni alle ginocchia, una maglietta con una scritta che recitava I Want you, i capelli imbalsamati in dritti spuntoni. Li aveva seguiti e spiati finché aveva potuto. In tempo, comunque, per vedere Ingrid che lasciava andare alle mani di quel pischello.
Mentre coi pugni stretti era rientrato in hotel, facendosi largo sul marciapiede tra i tanti turisti, sbattendo la porta della sua camera, buttandosi sul letto a faccia in giù, non si era accorto di essere vecchio, di provare un desiderio insano. Era semplicemente furioso, furioso con Ingrid, deluso di lei, ricreduto sulla sua purezza.
Pensò, infilando il pigiama, era disperato, si era scolato l’intero minibar, ma non si sarebbe mai concesso di dormire vestito, che la signorina (la dolce Ingrid) meritasse una sacrosanta punizione. Così, il giorno dopo, non si presentò all’appuntamento giornaliero con i suoi occhi carichi di desiderio, decise di non darle più la possibilità di arrossire e sperimentare come leccarsi le labbra davanti a un uomo, di sentirsi una donna. Pensò che Ingrid non meritasse più niente.
Da quel giorno la signora Mirna gli faceva porta giornale e succo di frutta, a mezzogiorno in punto, direttamente al suo ombrellone. Quell’anno il 136. Spesso era lo stesso Angelo a servirlo.

“Quel cativo… trallàllero… quel cativo signore là"; la cantilena pareva essere giunta al gran finale. L’angioletto tirava su col naso le ultime lacrime, la madre aveva ripreso a indaffararsi con il pranzo e l’amico del padre ricominciato a disquisire su automobili; del rapporto tra consumo e sicurezza da tenere ben presente.
“… quel cativo signore là".
No. Questo no. Cattivo non lo è e non lo è mai stato. Nemmeno quando era un Fannullone, quando aveva sputato gli spaghetti in faccia alla nuova amichetta di papà. Quando non riferiva a sua madre che un certo avvocato Conti l’aveva cercata un miliardo di volte; bugie che comunque non servirono: quella voce, odiosa soltanto al telefono, finì ben presto per riempire le stanze di casa sua. Appartenere a quell’uomo che tutti presero a chiamare il suo “nuovo papà", senza che nessuno si fosse mai preoccupato di chiedergli se ne volesse davvero un nuovo. In realtà, quello vecchio, cioè l’unico che mai ebbe, non era stato un granché: non c’era mai, girava il mondo per affari (qual tipo di affari non fu mai ben chiaro), e quando c’era era come se non ci fosse. Anzi, alle volte addirittura peggio.
Nessuno sapeva, poiché nessuno gliel’aveva chiesto, che dal giorno in cui sua madre aveva sposato l’Avvocato Conti, suo padre trasferitosi in Svizzera (per impedirgli di sputare altri spaghetti), si considerò ufficialmente orfano.
Non aveva pensato a come erano morti i suoi genitori, non ci aveva fantasticato come faceva su ogni cosa, lo erano e basta: morti. Tutti lo vennero a sapere, anche i presunti-defunti, quando la direttrice del Liceo chiamò sua nonna per avvisare di una riunione di classe straordinaria. “Visto che lei è l’unica della famiglia rimasta al nostro caro e bravo alunno Trovati…"
Anche se venne punito, niente cena e tv per un mese, cosa che a lui non parve una punizione, odiava i tanti cerimoniali delle cene in salone, gli piaceva mangiare con le mani, e la Tv la accendeva solo per coprire gli altri rumori della casa (l’aspirapolvere di Marisa, il phon di sua madre, le furiose litigate tra lei e suo padre, tra sua madre e Marisa, tra Marisa e sua madre, tra suo padre e sua madre…), costretto a chiedere scusa e a fingere pentimento, non smise di sentirsi un orfano.
Così, quando lo diventò davvero, il dolore non lo sorprese impreparato. Non pianse al funerale, teneva su sua zia per senso del dovere, non partecipò alla messa commemorativa del mese successivo. Atteggiamento che venne compatito come incapacità di esprimere i propri sentimenti, chi credeva di conoscerlo meglio pensò a un particolare trauma da lutto, al rinnego del dolore perché troppo forte. Altri avevano pensato, lui ne era sicuro, che quella freddezza fosse solo una biasimabile indifferenza; forse gli unici a non sbagliarsi.
Ma se l’angioletto biondo dagli occhioni blu, ritornato al suo camion pieno di sabbia, farfugliando «cativo» intendeva cattivo ma non proprio, se la mancanza di una “t" significava una cattiveria lieve e per lo più innocua, allora forse quell’angioletto aveva ragione.
Prese coraggio e il gelato alla fragola che aveva scatenato quella catastrofe, e si propose di regalarglielo, scusandosi per quel grido che l’aveva così spaventato. Non appena tentò di avvicinarsi, però, il padre, un grosso signore con tatuaggi e crocifissi al collo, ringhiò, dissuadendo l’orco da quella richiesta di perdono.
Lasciò il gelato sul lettino incurante che di lì a poco si sarebbe squagliato (sciolto l’esterno di ghiaccio, il cuore di panna sarebbe diventato in un attimo un rigagnolo rosa), e si incamminò verso la riva. Non prima di avere indossato la sua camicia di lino, per coprire i peli sulla schiena di cui si vergognava (di cui forse anche Ingrid aveva riso), sebbene lei, l’unica e reale lei della sua vita, gli avesse più volte detto che era normale; “normale che gli uomini abbiano tanti peli!".
Rifiutando più volte di depilarlo con quell’aggeggio che lei usava su gambe ed inguine.

Sperava che intanto, in sua assenza, le famiglie degli ombrellini di fianco al suo, il 137 e il 135, avrebbero avuto modo di conoscersi meglio. Proprio lui, con quell’urlo, aveva creato un ottimo pretesto. Che mostro!, potevano scambiarsi l’un l’altro. Che razza d’uomo!
La mamma dell’angioletto avrebbe trovato comprensione nella mamma delle due diavolette coi codini, il padre delle due diavolette avrebbe potuto condividere lo sdegno con il padre dell’angioletto, scoprendo poi di tifare entrambi per la stessa squadra, di votare lo stesso partito, di avere la stessa formula dell’abbonamento alla tv satellitare. Chissà che al suo ritorno, si augurò constatando che il mare era un brodo caldo, Angelo non gli dia la bella notizia: ti ho dovuto spostare di ombrellone… spero non ti scocci (ormai era sicuro che Angelo non era stato coscientemente crudele)… ma le due famiglie, quella di Roma (angioletto) e quella di Napoli (diavolette) volevano stare vicini… e così… e così…
Lo sperò.
Non sapeva dove camminare.
Con l’acqua sino ai polpacci era troppo faticoso e aveva intenzione di arrivare al molo, di fare una lunga passeggiata. Uno strato melmoso d’alghe inorridiva sul bagnasciuga, immobile nonostante le continue scosse delle onde, dove si rischiava anche di scivolare; lì potevano camminarci solo quelli dotati delle apposite scarpe da acqua. Conchiglie, qualche granchio morto, molluschi taglienti come vetro, incastonati nella sabbia bagnata, pungevano i piedi, e dove non era bagnata, la sabbia, era incandescente; un inferno per le sue verruche.
Perciò andava a zigzag. Alternava la fatica, punzecchiamenti, il putrido della riva e il bollente di poco più su. Cedendo il passo alle numerose persone anziane, visibilmente più stanche di lui, a bambini che dovevano riempire secchielli, visibilmente più determinati di lui, alle donne di tutte le età che con passo veloce cercavo di smaltire la frittura della sera precedente; visibilmente irritabili.
Arrivare al faro in quel modo, si rese conto dopo qualche metro, sarebbe stata davvero un’impresa. Ma non se ne preoccupò. Il sole oggi non era poi così inclemente, giocava, andava e veniva, con un innocuo orizzonte di nuvole, e c’era tempo prima di rientrare in hotel, divenuto ormai la succursale del suo ufficio; aspettava un fax importante per le due. Non lo lasciavano in pace nemmeno in vacanza, ma, d’altronde, era stato lui stesso ad esigerlo. Letteralmente: non-lasciatemi-in pace; perciò non dava peso ai rimproveri che ogni tanto disturbavano lo schema dei suoi passi.
Adesso cammino un po’ a riva… poi un po’ più in su… evito di passare dal frequentatissimo lembo lasciato dalla bassa marea… poi schivo i pedalò e di nuovo scendo a riva…

Quando ritornò per recuperare i sandali, la borsa che aveva nascosto sotto al telo, entrambi appiccicosi della panna del gelato sciolto, e andare in hotel a pranzare, la signora Mirna gli disse che Angelo lo stava cercando.
Una questione che riguardava il suo ombrellone, la signora Mirna non aveva capito bene, ma era certa fosse qualcosa che riguardava il suo ombrellone.


Pubblicato da , il giorno e l'ora: 06.07.06 12:35

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