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18.07.06
Giro d'Italia con vibrisse: Avola, Noto, Siracusa
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato, ad eccezione dell'ultima, che uscirà domenica 30 luglio e concluderà il Giro. Il materiale pubblicato sarà poi raccolto in un pdf scaricabile. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
Noto mi sembrava un paese di fiaba. Ogni palazzo era un castello, ogni edificio splendeva come se avesse il sole dentro. Le statue dei santi e degli uomini illustri emergevano dalle nicchie e dalle decorazioni per un tacito plauso. Le vaste scalinate formavano un cammino di maestà e d’onore che ogni volta aspiravo scalare, sentendomi a ogni gradino più vicino al cielo. Solo, dopo un po’ mi sembrava di soffocare: mi mancava il mare, vederlo in lontananza, sapere che ci fosse. Ne cercavo un succedaneo nel passeggio della Flora, dove si apriva il panorama sul val di Noto, leggermente ventilato e odoroso. Prima di arrivare a Noto la strada era costeggiata da grotte scavate nella roccia. Mia madre mi spiegava che risalivano all’ultima guerra: in occasione dello sbarco degli alleati avevano fornito rifugio agli sfollati.
Il viaggio verso Siracusa era invece un viaggio verso il mare, scandito da tappe precise: i monti Iblei si azzurravano fino a confondersi con l’orizzonte; a Cassibile si ergeva fra i campi il castello della marchesa, fatto della stessa pietra luminosa delle chiese di Avola e dei palazzi di Noto; il fiume Anapo, fra canne e papiri, si versava nel mare, che s’intravvedeva come un preannuncio dell’aperto splendore del golfo di Siracusa. Era un’emozione attraversare il ponte che congiungeva la terraferma con l’isola di Ortigia. Gli occhi non riuscivano a contenere la luce e i colori del porto, le tante barche attraccate e oscillanti. Vedere una nave era un avvenimento.
“Dove va?" chiedevo.
“Lontano, forse in America" rispondeva mia madre.
A quel nome la nave diventava portatrice di una possibilità di vita che nel passato si era prospettata a mio padre e che forse nel futuro sarebbe tornata a riproporsi, sia per lui sia, forse, per me…
Avola era un mondo vario e accidentato. I quartieri erano regioni separate l’una dall’altra dalle depressioni degli spiazzi o da corsi e viali che, come fiumi, vi s’infiltravano con tanti rivoli: alcuni si perdevano nei campi, altri immettevano nelle valli e nelle gole dei larghi e dei cortili. Nelle vaste pianure delle piazze si ergevano gli altopiani dei sagrati, dove svettavano le facciate delle chiese.
Da giovane, mi sarei installato nel centro e da lì avrei dominato la geografia della città, diventata fin troppo piccola. Allora invece i miei spostamenti disegnavano tanti centri, tutti dislocati sulla circonferenza esterna. Per questo, oltre che per la ridotta misura dei miei passi, le distanze risultavano moltiplicate e Avola appariva assai grande. I suoi confini si prolungavano nella città dei morti del camposanto e nelle grandi case dei pescatori. Anche i monti erano un’estrema propaggine della città, le sue torri di guardia. Nel linguaggio abituale si diceva “giù" per indicare il mare e “su" per indicare la stazione. Così nel mio orientamento i punti cardinali si spostavano: all’immagine del mare e del punto in cui nasceva il sole veniva a sovrapporsi l’idea del sud, fino alla perfetta coincidenza di sud ed est. Ancora adesso, ovunque mi trovi, soffro dell’errore e, dove vedo spuntare il sole, lì cerco il mio sud e m’illudo che, dove finiscono le case, inizi la lunga striscia luminosa che allora vedevo il sole stendere sul mare…
Più tardi scoprii i giardini pubblici: la villa. Ogni giorno, nel pomeriggio, incrociavo un vecchio: camminava rasente al muro e, dopo aver compiuto un giro, si riempiva le tasche di gelsomino e in abito nero, come un’allucinazione, andava via odorandolo.
A volte la profondità dell’azzurro m’attirava come un pozzo, a volte mi avvinceva la varietà del verde; a volte mi tentava il palco: una zona circolare, rialzata, recinta da un parapetto. Lì d’estate si faceva festa. Io ascoltavo da casa il suono delle musiche e dei canti fino a tarda notte. Ricordo le fantasie attorno ai balli e il senso di libertà che mi dava quel luogo, dove la ventilazione e il profumo dei fiori rendevano sopportabile una sera di scirocco. Attraversare lo spazio ampio e pieno di luce era come conquistare il centro del mondo, come esporsi allo sguardo di Dio.
L’ultima tappa delle mie passeggiate era la vasca, che occupava l’angolo più interno del giardino. Io sedevo sul bordo, lasciandomi incantare dalle magie dell’acqua. Puntualmente dalla vicina stazione arrivava il fischio del treno, invito a nuove cose...
Forse non è casuale – e, se lo è, è comunque significativo – che gli edificatori di Avola abbiano disposto i giardini di fronte alla stazione ferroviaria, quasi a voler indicare una direzione ai sogni che vengono concepiti fra i viali; ed è ugualmente significativo che siano agli estremi della città, congiunti dallo stesso corso principale, i due promontori di Avola, la stazione e il mare. Preveggenza dei fondatori? Sapienza della topografia?
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 18.07.06 08:39




