« Il seme fecondo della scrittura | Main | Thiene in nero: un resoconto »
08.07.06
Giro d'Italia con vibrisse: Cos'è Napoli
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. Il Giro si concluderà il 29 luglio prossimo. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
Come si fa a descrivere Napoli, ridondante per eccellenza, a costringerla nella forma della pagina? Napoli che è troppa storia, troppi monumenti, troppa letteratura, troppa bellezza, troppo vulcanesimo, troppa arte, e ingorghi, disoccupati, repubblica abortita, sangennaro, invasioni, maradona, mariomerola, scampia, viceré, terremoti, commedia, pizze, canzoni, camorra, spaghetti, stereotipi, pienzasalute, miracoli, festa farina e forca, quartierispagnoli, guarracini, pulcinella, benedetto croce, tammurriate, sangue sciolto e versato, bombardamenti, cartomanti, borse false, defilippo, emigrazione, fattura che non quaglia, italsider, achillelauro, speculazione edilizia, masaniello, speranze, turisti.
Quando torno a Napoli devo fare i conti con una necessità faticosa. Il treno s’infila nella curva che si chiude nella Stazione Centrale: a sinistra si vede il Vesuvio, a destra l’insegna del Discount di Giuseppina, e ha inizio l’esigenza di contenere l’abbondanza, lo straripare della città ma anche della memoria legata ai luoghi. È come se fosse necessario, ogni volta, attivare un “rituale" in grado di riprendere le fila, ricostruire, riannodare, dare ordine.
Per questo ci sono i percorsi. Sì, i percorsi, mai gli stessi in ogni occasione: camminare per la città, seguendo itinerari precisi, altro che flanêrie, che tocchino i luoghi necessari, quelli che sono iscritti, con il loro carico di memorie, nella mia storia personale. Per contenere la città, per far fronte al suo eccedere. Ogni luogo, al “camminarlo", si risveglia, e riporta a galla, fedelmente, immagini, ricordi, pensieri, sensazioni. Sono tutti chiusi lì nella pietra dei palazzi, nei mattoncini di pietra lavica che lastricano la pavimentazione delle strade, incisi sulle superfici dei palazzi, nei chiostri, nelle chiese, nelle scale ripide che attraversano la città collegandone i livelli. Gli occhi e le suole delle scarpe li risvegliano.
Uno dei percorsi è quello che si articola lungo le strade del Quartiere Chiaia, in cui sono cresciuto, dove le memorie si addensano con forza: piazza dei Martiri con la colonna e i leoni intorno scolpiti dal mio bisnonno (dove da qualche anno c’è una Libreria Feltrinelli, che non è ancora entrata del tutto nella mia mappa personale), la Villa Comunale di fronte al mare (snaturata dai lavori di ristrutturazione) dove si andava a giocare a pallone, la Scuola Media Carlo Poerio (mi ricordo che scambiavo messaggi scrivendoli sul banco con una ragazzina che frequentava il turno pomeridiano che si firmava Loira), viale Gramsci (ma sempre viale Elena) dove c’è (?) la radio in cui ho lavorato.
C’è il percorso del Centro Storico, il cuore greco della città diviso ancora in Cardini e Decumani. Da piazza Dante, passa per Port’Alba, la via dei librai, sbuca in piazza Bellini dove si vedono resti delle mura greche, passa per il Conservatorio e la Libreria Colonnese, si allarga in Piazza Miraglia e si restringe in via Nilo, piega verso il “fulcro" di piazza del Gesù, luogo di liceo e di uscite serali, da cui si diparte l’altro percorso per Spaccanapoli, piazza San Domenico, via Mezzocannone, dove la memoria personale, liceale e universitaria, quella delle manifestazioni e della musica, si fonde con quella della Storia: Santa Chiara, la Cappella dei de Sangro, Palazzo Corigliano. E la Pasticceria Scaturchio, il cui babà nella storia un po’ è entrato.
Un altro percorso è quello che scende dalla mezza collina del Corso Vittorio Emanuele (su cui a metà degli anni ’70 passava il carrettino di un rigattiere e uno di un impagliasegge, il riparatore di sedie), tagliando le strade e i vicoli ripidi dei Quartieri Spagnoli, per uscire su via Roma (via Toledo).
Percorsi o no, comunque, ogni volta che torno a Napoli mi trovo anche davanti a un dissidio: lo scarto tra ciò che ricordo essere Napoli quando vi abitavo e la Napoli di oggi. E mi trovo a inseguire questa linea in movimento, questo orizzonte. Ma Napoli è davvero cambiata? Sono io che, con uno sguardo diverso, la vedo diversa da prima? Cosa è cambiato davvero dietro le facciate dei palazzi rimessi a nuovo, dietro le oasi pedonali, dietro i turisti che finalmente la visitano? Me lo chiedo sempre, mi do noia da solo. Eppure la domanda rimane. E provo a rispondermi con altre domande. E se non fosse, invece, che la città in quanto tale, che i napoletani stiano cambiando? Mi spiego, e riporgo la domanda. E se i napoletani stessero perdendo, poco alla volta, la loro identità? Poi mi chiedo: Ma cos’è l’identità? È ciò che contraddistingue una cittadinanza, in questo caso,
rendendola “proprio quella"? E i napoletani la stanno perdendo? Cosa rende, oggi, napoletano un napoletano? E poi, se pure la stessero perdendo, ne acquisterebbero un’altra. Sempre identità è, no?
È l’interrogativo che scorre sotto traccia nel bel mezzo dei pensieri che accompagnano un percorso: nel Quartiere Chiaia, attraversando i Quartieri Spagnoli, a piazza del Gesù, a Montesanto, alla Sanità. Perché, a pensarci bene, ogni volta che torno a Napoli provo un po’ di spaesamento. Un cambiamento palese, quantificabile segnerebbe irrevocabilmente una perdita: la città in cui abitai, in cui fui, che ricordo.
Ogni volta che vado a Napoli me lo chiedo, se è cambiata. E continuo a chiedermelo mentre il treno, uscito dalla Stazione Centrale, imbocca la curva dalla quale si vede a destra il Vesuvio, e a sinistra l’insegna del Discount di Giuseppina.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 08.07.06 10:26




