« Luigi Pirandello: Il fu Mattia Pascal (1904) | Main | Codice siciliano »

01.07.06

Giro d’Italia con vibrisse: Manerba del Garda tra pietre, ulivi e ciliegie (Bs)

di Simona Cremonini

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. La data di chiusura per l'invio del materiale (30 giugno 2006) è trascorsa, quindi il Giro si concluderà con l'ultima tappa fissata al 29 luglio. Grazie a tutti coloro che hanno voluto partecipare a questa impresa simpaticissima. Una volta concluso il Giro i testi saranno raccolti in un pdf scaricabile. bdm]

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Manerba4.jpgQuando l’ho letto la prima volta, non mi sono stupita di apprendere che, tanti secoli or sono, fu la bellezza della Valtenesi a convincere gli dèi a stabilirsi qui dopo la fuga dall’Olimpo per sfuggire alla furia del gigante Tifone. Questo lembo di territorio, situato vicino al basso versante bresciano del lago di Garda, è caratterizzato da una morfologia dolce, ondulata, non aspra come nel resto del lago, dove i monti degradano rapidamente verso l’acqua in ripide scarpate.
Le colline moreniche disegnano nella Valle degli Ateniesi una regione armoniosa, completata da un delicato fregio di vigneti, oliveti e campi coltivati e da spiagge sassose. Un luogo che, fino a pochi anni fa, nella sua bellezza non era quasi intaccato dall’espansione edilizia.

Io ricordo la Manerba della mia infanzia, quando le seconde case erano poche ed erano o grosse ville o piccoli bungalow, oppure, per chi non poteva permettersele, c’era il campeggio. Un comune, Manerba, in cui non esistevano i residence-di-monolocali-a-pochi-chilometri-dal-lago-ma-rigorosamente-con-piscina, bensì per rinfrescarsi bisognava scendere in spiaggia o (i pochi fortunati come me) uscire in motoscafo sul lago.Manerba1.jpg
Mi ricordo che di fianco a casa mia c’erano dei campi incolti. O forse erano coltivati ma, qualunque cosa ci coltivassero, d’estate erano pieni d’erba e di fiori. C’era un grosso ciliegio che faceva la gioia della mia famiglia, con dei piccoli frutti dolci e succosi.

Da una decina d’anni al posto del campo (e del ciliegio) c’è un piccolo centro commerciale con un ristorante. Dispiaciuta per la perdita delle ciliegie, devo dire che sono molto impressionata da quello che ho visto mutare nel paesaggio di Manerba negli ultimi quattro o cinque anni. La statale gardesana non è più una stretta arteria congestionata a ogni incrocio, ma una serie interminabile di rotonde. Le costruzioni di pietra che rendevano affascinante e quasi incontaminato il paesaggio rurale sfavillano di nuovi colori dopo ingenti ristrutturazioni oppure, in qualche caso, hanno lasciato posto a massicci agglomerati di miniappartamenti.

Il borgo vero e proprio di Manerba, invece, non è cambiato granché. Abbarbicato sulla collina (d’altronde gli abitanti hanno sempre avuto una vocazione agricola), presenta strettissime vie di case in pietra, compatte tra loro. Il martedì, il giorno di mercato, in alcuni punti i vicoli sono così sottili che il passaggio a piedi davanti ai banchi risulta congestionato.
Manerba si allunga per restare in equilibrio sulla collina morenica, aggrappandosi all’unica asperità che si incontra nella zona: la Rocca di Manerba, uno sperone brusco e verticale che ospita alcuni insediamenti di epoca romana.Manerba2.jpg
La Rocca rappresenta un punto di riferimento per tutto il basso lago, con una grossa croce che ricorda, secondo una leggenda, l’impresa del giovane Tosello, il quale liberò la zona da un feroce lupo facendolo precipitare nel lago.
Si dice anche che la sagoma della Rocca ricordi il profilo di Dante Alighieri; la cosa curiosa è che Dante, ghibellin fuggiasco a Verona, sarebbe a suo tempo realmente transitato in questi luoghi, visitando l’isola di Garda (situata più a nord, all’altro estremo del golfo di Manerba) e cantando il lago nella Divina Commedia.

Ma la storia che amo di più su Manerba è la leggenda che parla di un mugnaio, Marco.
Arrivò in paese e costruì un grande mulino. Per molto tempo esso prosperò grazie alle preghiere che il mugnaio rivolgeva ogni giorno al suo santo, San Sevino, perché gli mandasse l’acqua che gli serviva per il suo ruscello.
Un anno però la siccità si fece sentire particolarmente forte e anche il santo parve sordo alle richieste di Marco.
Sicché una sera il mugnaio incontrò un vecchio frate e gli raccontò le sue sventure. Questi gli consigliò di rivolgersi al diavolo, che avrebbe senz’altro esaudito i suoi desideri. Il mugnaio gli diede ascolto e il vecchio frate, che non era altro che BelzebùManerba3.jpg presentatosi sotto mentite spoglie, lo accompagnò a una pietra dove Marco lasciò l’impronta della propria mano e il diavolo quella del proprio piede. Il mugnaio avrebbe avuto l’acqua che gli era necessaria in cambio della sua anima.
Così fu.
Il mugnaio prosperò per tutto il resto della sua vita. Ormai ottantenne cominciò a temere il sopraggiungere della morte e si pentì della propria scelta, ottenendo l’assoluzione.
Il diavolo fu costretto perciò a sciogliere il patto, trasformando tutte le ricchezze di Marco in paglia.
Si dice che la pietra esista ancora e che sia stata utilizzata per la porta della Chiesa di San Sevino, dove sarebbero ancora identificabili i segni della mano e del piede.

Certo che se invece di usare una pietra i due avessero usato un tronco, magari il mio ciliegio avrebbe fatto una fine migliore.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 01.07.06 15:35

Interventi

Pubblica un intervento




Vuoi che mi ricordi di te?