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27.07.06

Emidio Clementi: La notte del Pratello (2001)

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

ClementiLo stabile cadente e abbandonato di via del Pratello, a Bologna, ai numeri civici 76 e 78, diviene una realtà brulicante di vita e di umori nel momento in cui viene occupato, in un primo tempo dal protagonista e dagli amici Leo e Rigoni, e infine, sparsasi la voce, da altri sbandati provenienti un po' da ogni parte, perfino dalla Sardegna e da fuori Italia: un'umanità ai margini, che nel vicino Bar di Lele ha un punto di ritrovo e di riferimento. Spesso alcuni scompaiono e non se ne sa più niente. Poi all'improvviso rieccoli al bar, quasi sempre mutati nell'aspetto, provati chissà da quale altra terribile esperienza.
La storia si nutre di questi ricordi del protagonista, un musicista come lo è l'autore, rievocati come un amarcord e accompagnati da una scrittura che dopo i primi assestamenti se ne scorre via in modo assai piacevole.

Scrive l'io narrante, che si chiama Mimì: "Rievoco questi anni trascorsi insieme, ben sapendo che non può essere l'affetto, né la compassione che mi spinge a farlo, ma qualcosa di cui non riesco a capire esattamente il motivo. Forse è il terrore di vedere le cose marcire."
Così, a poco a poco, viene componendosi una galleria di personaggi segnati da paure, menomazioni della mente e dell'anima, frustrazioni, ossessioni. Una specie di corte dei miracoli che sopravvive alla durezza della sorte con furbizie, sotterfugi, truffe, piccole violenze, sogni e, in realtà, si chiude e si sfinisce nei suoi tormenti. Pietro Zaccardi è un randagio che con un'Ape si guadagna la vita facendo sgomberi, e il suo terrore è quello di trovarsi un giorno derubato del suo gruzzolo nascosto, Leo teme la solitudine e si mette in testa di fare di Mimì un personaggio capace di emergere da quel fango, allo scopo di tenerlo sempre legato a sé, Mauro Rigoni raggira il prossimo tutte le volte che gliene capita l'occasione.
La scrittura cresce, si arricchisce di plasticità, disegna fisionomie che diventano palpabili anche nei personaggi minori, come il ricco Nini, amico un tempo di Rigoni; il pianista del "Cabalà"; il ricco signore che suda "copiosamente"; l'antiquario; l'uomo di Porta San Felice; l'erede dell'uomo trovato morto; Lollo, il "robusto ragazzo di Viterbo"; Bogart l'idiota. S'incontrano nel corso del lavoro di Zaccardi (il vero filo conduttore del racconto) e pare di vederla la sua Ape su cui stanno appollaiati Mimì e Leo - i suoi aiutanti - che va da un posto all'altro a caricare sgomberi, piova o sia bel tempo, incontrando la gente più strana tanto nei quartieri poveri che nei ricchi; ed emerge a tutto tondo, in una Bologna fatta di stradine chic ed altre immerse nel buio, il contrasto tra chi si deve arrangiare per vivere e si è attrezzato di furbizia e di rudezza per campare e chi conduce una vita annoiata, vuota e priva ormai di significato: "Organizzano il dolore e la follia in modo meticoloso, studiato, spesso ci impiegano degli anni".

Sono i topi di fogna, dirà Leo a Mimì, coloro cioè che vengono da un'esperienza quale la loro, i più forti, capaci di resistere a qualunque tentativo di sopraffazione.
Che arriva, come una prova spietata, quando il quartiere è attaccato dalla speculazione, che si vuole appropriare di quei tuguri per arricchirsi. Quella vita misera e disordinata che li ha plasmati e resi forti sta per subire una pericolosa "invasione" che rischia di estinguerli: "la disperazione sta guadagnando terreno, avanza e delimita il suo territorio."
Un fenomeno, questo, che va al di là della storia raccontata e che riguarda e ha riguardato molti rioni popolari delle vecchie città, cancellati o resi irriconoscibili, mentre sarebbe bastato un sapiente restauro per conservare una preziosa e irripetibile memoria del nostro passato.
Il Pratello come roccaforte simbolo, dunque, di un modo di vivere e di pensare nel quale chissà quanti di noi, con nostalgia, ancora si riconoscono. Una roccaforte però destinata a soccombere. Al termine della festa organizzata dal rione per tentare una resistenza, Leo dirà che "il nostro destino era segnato, che nel corso del tempo l'umanità non si era mai fatta scrupolo di eliminare i più deboli della specie pur di assecondare la sua cupidigia."

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 27.07.06 09:15

Interventi

Non consocevo quest'autore, ma nella tua lettura rinvengo tutto il sogno emiliano di vivere dentro una fantasia. E perciò, per una di quelle stranezze che scaturicono dall'associare idee, ripenso a Radio Alice, l'emittente bolognese al centro dei fatti del 77. Ottimo il tuo progetto di leggere una determinata fascia di nuovi.
Ora, caro Bart, perdonami l'OT.

Avevo destinato al mese di Agosto la lettura dei 'Sironi', facendo una eccezione con Un anno di Corsa, di Accardo. Sicuramente da leggere e secondo me non pubblicizzato abbastanza ( ma può darsi che all'epoca del lancio io non leggessi il bollettino). Poi una certa vaghezza, diciamo pure un senso di malinconia, dovuto a questi primi giorni di ozio, mi hanno spinto alla libreriuccia inglese dove ho appunto sistemato i Sironi. E allora mi è venuta voglia di leggere Magliani. L'ho fatto in 4 giorni, per non morire io di oziosità, e scrivo spinto dall'urgenza.
Guardate, 'Quattro giorni per non morire' si è rivelata un'emozione, è tra i più bei libri che abbia letto in questi anni. E' un romanzo sull'amicizia, la nostalgia, il Ponente ligure e sull'impossibilità di aderire ai canoni del quotidiano. La scrittura è asciutta, non indulge mai, è la somatizzazione su carta di un paesaggio interiore. Il paesaggio reale lo conosco bene, di estate, ma non questa, lascio i chiassi rivieraschi e mi ci perdo, a volte salgo su a Dolcedo - dove è nato Marino; Il 30 Luglio del 60. E questa è una misterica bizzarria: quando mai il risvolto reca mese e giorno di nascita dell'autore?- per acquistare olio, pesto in boccetta e sensazioni perse. Quanto puntualmente verificatosi leggendo il libro - mi riferisco alle sensazioni, anche se gli ulivi ne sono personaggi affatto comprimari - cui si è sommato quel gusto ormai perduto di annotare. 'Dio finisce quando si muore', fa dire Marino al suo Gregorio. Questo concetto ce l'avevo dentro che tarlava, e avevo orrore a esplicitare. Grande Marino, però mi lasci nella cacca.

Pubblicato da: Carlo Capone - 27.07.06 12:27

Poco fa al gruppo vibrisselibri ho mandato uno scritto in cui cito proprio come esempio di ottima scrittura quella di Magliani.
Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 27.07.06 12:39

Bella la tua lettura. Io, leggendo questo libro, che fu un picolo caso editoriale, ho riscontrato un certo eccesso di enfasi (anche se non grave) nella scrittura e nei personaggi, che in certi punti sembrano un po' esagerati. Però credo che Clementi abbia fatto davvero quelle cose, quindi è un racconto dall'interno.

Pubblicato da: Baldrus - 27.07.06 21:58

Baldrus, confermo la veridicità degli eventi. Un mio collega visse al Pratello in quegli anni.

Pubblicato da: rael - 01.08.06 17:33

Mi trovo, anch'io interessato alla scrittura di Clementi, e scopro due amici che parlano dei miei libri. Grazie. In ritardo. Come spesso mi succede.

Pubblicato da: marino - 25.04.07 16:56

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