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06.07.06
Dopo Carosello – Pubblicità e arte: che palle.
[Nota: le palle del titolo sono le mie, soggette ad orchite quando mi chiedono se la pubblicità può diventare arte, se l'unica forma d'arte oggi sia ormai la pubblicità e altre, appunto, palle. Nulla di male, in fondo, non ce l'ho con nessuno. Il pezzo con intervista che segue non dà spiegazioni utili in tal senso, ma credo possa contribuire a spiegare perché tali domande hanno poco senso. mm]
Essere parte del territorio è una condizione a cui non si può rinunciare: lo si è in quanto si esiste e ci si muove in un determinato contesto.
Essere una parte attiva del proprio tessuto sociale significa però cucirsi quest’ultimo bene addosso, renderlo parte attiva, e positiva, del proprio muoversi e del proprio agire.
Se per un individuo essere attivi e curiosi è la base di ciò, per una collettività gli stimoli non sono mai abbastanza.
Verso questo stimolo all’interazione tra contesto e creatività si dirige un agire artistico di recente ideazione, chiamato arte relazionale, o anche community based-public art.
La sostanza delle “opere" in questa forma d’arte è l’offrire un processo creativo collettivo, dove non esiste più il triangolo artista-opera-spettatore ma semplicemente il suggerimento di un’azione che stimola punti di vista e rapporti nuovi, ridefinisce situazioni, aumenta le possibilità di espressione, conoscenza e consapevolezza di tutti. Il tutto senza barriere, senza concetti “artistici" da difendere o spiegare: tutto va verso quella che è stata definita una “trasformazione sociale responsabile".
I campi di applicazione non hanno limiti. Qualche esempio lo possiamo trarre dall’attività di Artway of Thinking, un’associazione culturale veneta che si occupa appunto di community based-public art. Su loro iniziativa, alla Biennale d’Arte di Venezia di qualche anno fa 40 persone hanno dato un assaggio d’arte relazionale semplicemente salutando e dando il benvenuto ai visitatori dell’esposizione.
In un’altra occasione “l’opera" è consistita nell’organizzare un servizio gratuito di taxi tra il paese di Montescaglioso (Matera) e la sua distante spiaggia: il tassista era un artista locale e ogni corsa comprendeva una discussione sull’arte.
Altre volte ci si può spostare su piani più simbolici ma non per questo di minore impatto, come l’aver acquistato a prezzo simbolico uno spazio pubblicitario su di una rivista d’arte che non ospita mai pubblicità per dare maggior risalto ad una campagna contro la pena di morte, quella che qualche tempo fa fece Benetton.
Aziende come quest’ultima hanno anche capito anche che presentarsi in questo modo concreto e vivace non è semplicemente “alternativo", ma può far arrivare il loro messaggio dove altrimenti troverebbe solo preconcetti, o peggio.
Utilizzare mezzi come l’arte relazionale può permettere di andare al di là della semplice sponsorizzazione di un restauro o di un abbinamento ad un’attività sportiva perché permette di evidenziare il proprio carattere agendo direttamente sulla collettività, dando a questa qualcosa di interessante, mostrandosi parte vera del tessuto sociale: quanti imprenditori acquistano il pulmino della squadra pulcini di calcio del paese e poi se lo riprendono se il figlio non ci gioca più?
Ma torniamo ad Artway of Thinking, al secolo Stefania Mantovani e Federica Thiene. Abbiamo posto loro qualche domanda per capire meglio lo spirito dell’arte relazionale e le sue applicazioni pratiche.
L'arte relazionale è un modo di comunicare che lascia molto spesso sorpresi, perché ci si ritrova toccati da un comunicare che non ha l'invasività della pubblicità o di tutti quei media che siamo ormai abituati a considerare come messaggio in sè e per sè. Qual è la differenza nei meccanismi e nelle tecniche usate?
La proposizione “L’arte relazionale è un modo di comunicare" non è in generale un’affermazione così scontata, anche se per noi indubbiamente vera. Se in generale affermiamo che “l’Arte è un modo di comunicare", è meglio spendersi un po’ in chiarimenti.
L’arte contemporanea parla con linguaggio specifico; comunica principalmente con gli “esperti di settore", siano essi artisti, curatori, critici, collezionisti, galleristi, direttori di museo, appassionati amanti e troppe volte lascia attonito lo spettatore comune: nella realtà dei fatti, “che cosa l’arte comunica" non è così comprensibile, nemmeno nei percorsi proposti dalle Grandi Mostre, costruiti da curatori che dovrebbero per professione tradurne il senso, se non la semantica.
Per capirci, nell’unire Arte e Comunicazione si potrebbe immaginare un’ipotetica linea temporale partendo da quando l’Arte sola, nelle sue molteplici forme (visive e performative) parlava a tutti, traduceva e interpretava l’invisibile, prima della tipografia, della fotografia, del cinema (straordinarie creazioni), della televisione, della pubblicità, del marketing… fino a raggiungere tutti quei media che siamo ormai abituati a considerare come messaggio in sè e per sé.
Tutto ciò non succede a caso, le ragioni sono note e spesso misconosciute: al tempo dell’arte moderna e della nascita del “mercato dell’arte" si è formata una frattura, facendo dell’Arte “un’attività specifica". Bisogna attendere gli anni Ottanta, quando Jean Baudrillard teorizza la “sparizione dell’arte come attività specifica"; qui si inseriscono le forme d’arte comunitaria e relazionale che si dirigono e credono ad una “intesa" tra arte e società, in termini di linguaggio e funzione.
E' una questione di onestà intellettuale o, semplicemente, di obbiettivi diversi?
Certamente rispetto ad altre pratiche artistiche l’obiettivo è dissimile, l’onestà si misura nel modo in cui viene raggiunto.
L’obiettivo dell’arte relazionale (o perlomeno quello del nostro continuo sperimentare metodologico) è creare “nuove relazioni"; relazioni che prima non s’immaginavano; relazioni consapevoli dei preconcetti e dei luoghi comuni che sempre si interpongono tra individui e tra collettività; relazioni paritarie, poste su un piano orizzontale, piuttosto che gerarchico; relazioni interdisciplinari, multiculturali.
Creare relazioni è funzionale a cambiare i punti di vista - individuali prima, collettivi poi - sulla realtà, facendo leva sulla naturale funzione/capacità creativa insita in ognuno di noi.
Nicolas Bourriaud parla dell'arte relazionale come di "un'economia nella quale l'artista crea relazioni tra persone e cose, relazioni che sfuggono ai circuiti istituzionali della comunicazione". Se è vero, questo è un limite, una possibilità o un vero e proprio sistema economico-culturale alternativo all'attuale?
In questo orizzonte, l'arte relazionale è un modo di comunicare attraverso le relazioni, TRA persone principalmente, tra persone e contesto (fisico e sociale) poi, infine tra persone (collettivi, comunità) e “cose".
Ciò che è di primaria attenzione è il “processo creativo collettivo" che si offre come opportunità di espressione e guida il gruppo (persone in relazione) nella creazione di “prodotti e azioni", che nascono dalla messa in gioco delle potenzialità creative di ognuno, dalle potenzialità archetipe dei contesti considerati.
Tutto ciò che è contestuale, vero nel momento, è “materia" (creta e colore) nella prassi dell’arte relazionale: le personalità, i sentimenti, le passioni, i sogni, i bisogni, le motivazioni, i valori, l’etica, l’attività degli individui; nonché le risorse economiche, gli aspetti fisici e urbani, le vocazioni produttive, la socialità del contesto considerato.
Le imprese, oggi, devono comunicare se stesse in modo positivo e sincero per essere viste come solide e affrontare meglio la tempesta che i tempi propongono. L'arte relazionale secondo voi sarebbe uno strumento utile per loro?
Punti di vista alternativi (nuovi) creano nuove forme di prodotti, di comportamento, nuove direzioni, creano innovazione “sincera e positiva". L’Arte (e in essa quella relazionale) è soprattutto un modo di CREARE.
Quale prodotto? Quale target? Quale mercato?
In sintesi, per l’arte relazionale:
Prodotto = un nuovo punto di vista (collettivo) sul reale, che porta con sé un concreto cambiamento (materiale, intellettuale, temporaneo, permanente, locale, globale).
Target = il principale è il gruppo di lavoro coinvolto nel processo creativo, la collettività contestuale all’obiettivo che ci si pone.
Mercato = quella parte di società che vuole trasformazione, innovazione e si affida alla creatività, come cuore delle arti.
Quale comunicazione?
Qui ci piace riscrivere la proposizione principale che ci ha diretto nella progettazione di un Master di Primo livello sulla “Comunicazione di Carattere Sociale" commissionatoci dall’ IPU / Istituto Universitario Progetto Uomo di Viterbo: “la comunicazione è un bisogno, un gesto naturale", non farlo (non saperlo/poterlo fare) crea disagio.
Forse è possibile parlare di comunicazione senza parlare di relazione?
La necessità di relazionarsi è alla base di qualsiasi atto di comunicazione “sincera e positiva" o distorta e manipolativa che sia.
La differenza tra essere attore di una "trasformazione sociale responsabile" e il semplice sponsorizzare una mostra si può vedere abbastanza facilmente, dalla parte dello spettatore/pubblico. Ma entrare nelle logiche dell'arte relazionale come può cambiare/migliorare lo sguardo dell'impresa sul territorio e sul suo pubblico/clientela?
L’arte relazionale è una prassi strumentale a:
far emergere valori, motivazioni, bisogni, passioni, talenti, sogni dell’individuo (imprenditore e consumatore), archetipi, potenziale inespresso, vocazioni e direzioni del contesto (mercato e target);
agevolare il lavoro di gruppo in ottica interdisciplinare (azienda), il confronto, scambio, le collaborazioni e cooperazioni (affiliazioni e networking);
creare innovazione TRA prassi e strumenti, tra prodotti e valore (processo produttivo ed economico sostenibile)
Tale atteggiamento nel mondo produttivo – dice Roberta, una nostra collaboratrice esperta di comunicazione d’impresa (Illy Caffè) – porterebbe a rivalutare (o forse per la prima volta valutare) il “made in italy" per quello che è nella sua essenza: “un prodotto creato e fatto in Italia che parla da sé" > e allora un divano è un divano dove piacevolmente ci si sdraia con un panino e un pezzo di formaggio, non solo con una tartina al caviale e un elegante alano al fianco.
L’arte relazionale può entrare in un’azienda per lavorare sui valori, partendo dall’individuo, su sostenibilità, qualità, innovazione, benessere, convivenza e cooperazione, piuttosto che sulla vendita del prodotto o servizio; quella viene da sé, nel distinguo tra informazione, comunicazione, brand, prodotto “sincero e positivo".
Entrare dentro tutto ciò ci identifica come artisti, come persone di cultura o come comunisti coi bimbi nella pentola?
In altre parole: l'identità delle persone come viene trattata, se artista, opera stessa e pubblico cambiano forma e significato, a volte scambiandosi i ruoli, altre volte sparendo addirittura?
Quale artista /autore? Quale identità?
Entrare qui dentro (in un processo creativo collettivo definito come arte relazionale) ci identifica (perché ci si scopre) persone consapevoli della propria creatività, forza innata di trasformazione.
Qualsiasi atto creativo incide nella realtà (vedi teoria antropologica delle scimmie dell’isola di Koshima), farlo con etica incide positivamente.
L’arte relazionale propone un modo di parlare con il proprio pubblico da pari a pari, propositivamente, offrendo rapporti e idee frutto di un pensiero approfondito – metodo che non sempre sta dietro un prodotto commerciale o a supportarne la comunicazione.
E’ un modo innovativo di vedere le cose? Può essere un modo di comunicare/scambiare per il futuro?
Per chi avrà il coraggio di mettersi in gioco davvero, anima e cuore sì: forse solo allora entreremo davvero nell'epoca del dopo Carosello.
Pubblicato da Mauro Mongarli, il giorno e l'ora: 06.07.06 18:23
Interventi
non so Mauro, l'uso di parole d'ordine come "positivo e sincero" mi preoccupano, soprattutto quando il cuore della questione è e resta la parola d'ordine "vendere". è una visione meravigliosa e incontestabile, aggiungo, furba, se prima mi si vendeva un bisogno, un'aspirazione, un'identificazione, ora mi si vende una relazione: un modo diverso di confezionare il prodotto. preferirei che le forme d'arte relazionali, siano esse in forma di teatro di strada o in forma d'accoglienza allegra nel padiglione della germania, continuassero a non volermi vendere nulla. non dico che l'arte non mi debba vendere nulla, ad esempio la bauhaus, dico che mi spiace si presti a vendere ciò che non le appartiene con strumenti che le appartengono, non so, un dentifricio con l'artista che mi alita in continuazione sul naso tra un sorriso e una mimica accattivante.
ho apprezzato gli sgabellini offerti dalla illy alla biennale, le tazzine da collezione, ma nella mia città i bar che te lo servono sono drasticamente diminuiti per via di un rapporto con i fornitori freddo, asettico e poco attento alle esigenze dell'esercente (così mi hanno risposto i bar nei quali ho chiesto come mai non vi fosse più il noto marchio; magari è solo una questione di margini, non ne ho idea...).
daldivano
Pubblicato da: daldivano - 14.07.06 14:47
daldivano, l'arte relazionale E' una forma d'arte che non vuole vender nulla. Mi auguro lo continui ad essere per molto tempo. Come ogni forma di comunicazione che funziona bene, si presta ad essere utilizzata per fini commerciali ma, forse più di altre, credo possa mantenere la sua integrità ANCHE se qualche azienda ne utilizza alcune forme.
La comunicazione commerciale non finisce mai con il "bel vedere" della pubblicità: l'esempio che riporti è esplicativo, anche se non sottovaluterei il discorso margini!
Pensa solo alla parabola del mondo dei blog, altro mezzo di comunicazione efficace che però sta soccombendo, come fenomeno "positivo e sincero". Mi riferisco al blog visto come scorciatoia per farsi notare, a chi si infiltra per spacciare pubblicità travestita da commento positivo per un certo prodotto, all'identificazione sistematica e capillare da parte di grandi aziende di blogger con un qualche seguito per "comprarseli" in toto, cosa che da noi ancora non c'è ma temo arriverà presto.
Ecco: ho fiducia che una forma di comunicazione come l'arte relazionale sappia difendersi meglio di un semplice strumento tecnologico come le piattaforme dei blog, pronto ad essere (giustamente) abbandonato se qualcosa di più efficiente viene inventato.
Sarà una questione di radici artistiche profonde, sarà che alla peggio l'arte relazionale può rimanere una forma di espressione "sincera e positiva" di nicchia così come continuano ad esistere blog stupendi per sincerità, utilità e mille altri motivi ancora – blog che è sempre più difficile scovare.
Pubblicato da: copydifiducia - 15.07.06 14:57
Mauro, le tue riflessioni si prestano a far da ponte verso altre. "la scorciatoia per farsi notare" sembra essere un'esigenza vitale per tantissimi (anche tra gli insospettabili), una ricerca di fama, successo, gloria e privilegi. resisteranno i nostri eroi al canto di queste sirene tentatrici? faccio mia la tua fiducia. :-)
daldivano
Pubblicato da: daldivano - 17.07.06 16:28
Chi lo sa, daldivano, al giorno d'oggi come e quando colpiscono le sirene tentatrici. La fiducia in sè "positiva e sincera" (siam sempre lì!), allargata a chi ama condividere le cose per lui/lei più importanti, comunque, alle sirene è sempre andata di traverso. Ulisse insegna.
Pubblicato da: copydifiducia - 17.07.06 16:48
Mauro, non so onestamente cos'abbia venduto di sè (e a chi) Ulisse perché ne scrivessero e tramandassero le gesta... ;-)
(scusa, sto ridendo per la mia battuta, è terribile! sono già arrivata al "me le canto e me le suono"! ah!)
daldivano
Pubblicato da: daldivano - 17.07.06 17:47
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Pubblicato da: Joel - 26.02.07 02:39
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Pubblicato da: Terence - 26.02.07 02:44





