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06.07.06
"Come una volta poteva capitare di partorire mentre si lavorava nella vigna"
[Ho chiesto a Piero Rinaldi di raccontare come ha scritto Pesca in acque dolci. Ecco il suo racconto. Ricordo che il primo racconto di Pesca in acque dolci, quello che dà il titolo al libro, è scaricabile gratuitamente. gm] [altri articoli su questo libro]
Il mio lavoro è costruire reti di vendita sui mercati esteri.
Il mio lavoro è - per prima cosa - studiare un prodotto e capire come venderlo. Poi è reperire agenti o distributori; reperirli fisicamente, sapere chi sono, contattarli via e-mail, via fax, via telefono, fargli visita e parlare con loro, vedere gli strumenti di cui sono dotati per svolgere il lavoro per come lo vorrei. Il mio lavoro è sceglierli, convincerli a lavorare per l’azienda che mi ha assunto e allo stesso tempo addestrarli, coordinarli e seguirli.
Il mio lavoro è creare un rapporto solido, leale e duraturo tra questi uomini e l’azienda.
Questo è in poche parole il mio lavoro. Quello che faccio per vivere. Rientra nel grande campo che possiamo chiamare: vendita. Il prodotto non è importante, è una questione di metodo.
È un lavoro di relazione. La comunicazione è una parte importante. Poche chiacchiere. Quello che si aspettano da te è: utilità. Puoi metterci tutto il fumo che vuoi, ma quello che alla fine pretendono è roba pratica.
Soprattutto è un lavoro di spostamenti. Mediamente passo in viaggio due settimane al mese. Quando è possibile cerco di tenere una cadenza di una settimana sì e una no, per poter seguire anche il lavoro in ufficio.
Di solito prendo un aereo che atterra a Stoccolma o a Poznan o a Barcelona e c’è qualcuno che mi porta in un ufficio per qualche discussione oppure si parte in macchina per visitare i clienti. Alla fine rientro in Italia e dopo una settimana si ricomincia.
E’ anche un lavoro che abitua alla solitudine. Può sembrare strano, ma è così. È difficile descrivere, enumerare l’immensa quantità di ore passate negli areoporti. Nelle camere d’albergo. In macchina. È necessario saper stare soli.
Ho raccontato tutto questo perché è da qui che volevo cominciare. Dal mio lavoro. Perché credo che ciò che siamo sia strettamente legato a dove viviamo, a quello che facciamo e alle persone che frequentiamo, e che tutte queste cose – opere, luoghi, persone - si condizionino a vicenda.
Ho scritto Pesca in acque dolci in parte nella mia casa di F., in parte in trasferta, su scrivanie di camere d’albergo. Molte prime versioni di questi racconti, molte bozze, alcune scene complete sono venute alla luce così, come una volta poteva capitare di partorire mentre si lavorava nella vigna.
Questo libro sarebbe stato diverso se lo avessi scritto in un modo diverso? Può darsi di sì.
E i personaggi di questi racconti non assomigliano forse alle persone che frequento e che incontro, la maggior parte per lavoro, ma anche per scelta o per combinazione?
Non volevo scrivere niente di emblematico. Non volevo scrivere niente di simbolico. Volevo scrivere di cose che avessero un legame con la mia vita. Che mi ricordassero la mia esistenza. Volevo raccontare di persone, di gente che avevo incontrato o che probabilmente avrei potuto incontare.
Non è stato facile scrivere questo libro su di loro. Sono il mio specchio: nella buona e nella cattiva sorte mi assomigliano. Non è stato facile stabilire una distanza. Una distanza per tentare di avere uno sguardo lucido, dove trovasse posto la consapevolezza, ma anche intimità, ironia, e tenerezza, e partecipazione. Mentre sto scrivendo, qui e ora, mi rendo conto che c’è una cifra e una parola per tutto questo, ed è: indulgenza.
Nei miei racconti quasi tutti abitano un transito, in senso fisico o geografico e spesso anche psicologico. Il confortevole legame con un paesaggio protettivo di luoghi e sentimenti intimi è perduto, e la difesa di sé si è arroccata serrando gli sfinteri della coscienza e navigando a vista, appiattendosi sullo svolgersi di una funzione o di un ruolo, sia esso professionale o sentimentale o familiare (export manager, amante, madre).
Tutto è in equilibrio instabile. I personaggi sono in aeroporto, scendono un fiume, oppure siedono sulla sponda del letto di una camera d’albergo, mentre sentono che qualcosa inesorabilmente cambia, aldilà e aldisopra della loro volontà.
Nessun vero problema (come il bisogno economico, come la fame, come la perdita di una persona cara), eppure l’abitazione di questi non-luoghi logora; l’incertezza e l’opacità e la vaghezza della propria mansione – professionale, familiare, sentimentale - indebolisce le difese, e ci si ritrova esposti a chiamate incomprensibili, che trafiggono le difese per toccare ciò che si riteneva l’inviolabile nocciolo duro di sé.
"Credi davvero che veda i fuochi artificiali? Io mi sto consumando. Gesù, io ci devo credere". Grida questo il protagonista del racconto Razza di bastardo dopo le parole del suo compagno di viaggio, talmente incoerenti alle regole del viaggio, talmente estranee al patto di non belligeranza stretto con la coscienza, da far saltare le paratie e lasciar correre e traboccare un furore da bestemmia, una rabbia da invettiva nei confronti di un Dio ingrato e casuale.
E non solo volevo scrivere di persone che avrei potuto incontrare, ma volevo anche scrivere per loro. Mi è capitato spesso di dirmi: si riconosceranno in queste righe quanto capita a me?
Mentre lavoravo su questi racconti, o meglio da un certo punto in poi, ho cominciato a dirmi che il mio obiettivo era una lingua adulta. Cosa volesse dire di preciso non lo so, ma mi pareva che la formula esprimesse bene dove volevo arrivare. Immagino che desse voce al mio desiderio di fare qualcosa di solido, qualcosa in grado di resistere al tempo. Qualcosa in cui la visibilità e la luminosità del linguaggio si coniugasse a impianti il più solidi possibili.
Per quanto mi riguarda, credo che la lingua non debba mai soffocare lo scritto, e che lo sguardo e la forma siano le componenti cruciali del racconto, forse la forma la più importante.
Nel racconto la perfezione è possibile, di certo più di quanto non lo sia nel romanzo, impuro per necessità. La si può inseguire la perfezione, la si può sfiorare. Scrivendo un racconto si può creare qualcosa di tagliente, di affilato, di definitivo.
Di più.
Nella desertificazione del senso di queste vite liquide, nebulizzate, mi pare che la ricerca della forma e dell’eleganza - che sempre derivano da una cosa nobile come la perizia -, possa essere considerato un valore emergente, un valore in sé. Forse l’unico rimasto, dopo l’esilio di una dimensione morale dell’essere.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 06.07.06 11:16
Interventi
"Nel racconto la perfezione è possibile, di certo più di quanto non lo sia nel romanzo, impuro per necessità. La si può inseguire la perfezione, la si può sfiorare. Scrivendo un racconto si può creare qualcosa di tagliente, di affilato, di definitivo."
sì.
è questa l'arma in più, rispetto al romanzo, di un racconto, quando è scritto bene.
d.
Pubblicato da: demetrio - 05.07.06 12:33
Nel racconto, per me, è possibile l'illusione, della perfezione. La si può sfiorare, sì. Inseguire, sì. Ma non sarà perfetto, un racconto. Anche, non definitivo. Ma cosa significano, poi, queste parole, "perfezione", "definitivo", me lo chiedo.
Pubblicato da: andrea branco - 05.07.06 12:50




