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21.07.06
Abbiamo vent'anni, decidiamo noi!
[Due lettere in elzeviro sul numero 2 della rivista "Ore Piccole". Due lettere che sembrano quasi un manifesto al tempo della qualità letteraria dettata dalle vendite di un autore o di un libro. Due lettere accorate: Gabriele Dadati, Alcide Pierantozzi. Entrambi esordienti, entrambi animatori culturali, entrambi della generazione nata negli anni ottanta. C'è spazio per l'approfondimento e l'argomentazione in un tempo devastato e vile? (D.B.)]
Di Gabriele Dadati e Alcide Pierantozzi
[...] Noi vogliamo parlare di urgenza di democrazia, di condanna al dominio e di pace, di attualità e di schiaffo al disimpegno e soprattutto a chi ha pensato che scrivere è raccontare al mondo i fatti propri. Parlare vuol dire essere in grado di parlare in pubblico di ciò che si è scritto: ai giovani, alle scuole, agli ecclesiastici. Basta con gli scrittori che non sanno spiccicare una parola. Noi vogliamo mediare tutto questo in una lingua nostra, densa. La terza generazione è densa. Densa di quella cosa che parte dalla terra, dalle falde o dai fiumi o dagli appennini, e con talento riconoscibile ai più raggiunge i meandri di un dolore cosciente e tradizionale.
Abbiamo vent’anni, Gabriele. Decidiamo noi.[...]
Gabriele Dadati - Alcìde Pierantozzi
DUE LETTERE
Caro Alcìde,
tu mi hai fatto venire in mente due cose, di cui la prima è l’appennino raggrumato in verticale sull’Italia. Immagino che l’appennino che tu conosci sia un posto molto più catastrofico di quello che conosco io, immagino che nasconda delle trappole, delle ramificazioni, delle zone in cui è pericoloso inoltrarsi. Non c’è abbastanza spazio attorno per diluire la violenza incontaminata che fa da febbre costante a questo tuo appennino che io immagino, mentre il mio ha così tanta pianura ai piedi che il dolore scivola via, si distende e diventa trasparente, così che c’è questa atmosfera da fine della festa costante, un’euforia triste che non passa, non cupa ma nemmeno luminosa.
La seconda cosa che mi hai fatto venire in mente sono i serpenti nelle cassette buttati giù dagli elicotteri. Succede anche sul mio appennino: i lanci servono a riportare in equilibrio l’ecosistema laddove il numero dei serpenti sia calato troppo e i roditori siano a loro volta aumentati spropositatamente. A volte le cassette non si rompono con l’impatto e i serpenti ci muoiono dentro aggrovigliati, immagino di fame: e non è la più bella morte che si possa immaginare.
Queste due cose che mi hai fatto venire in mente mi sembrano eccellenti per quei discorsi che ci facevamo. Perché vorrei dirti questo: ho l’impressione che questa Italia in cui ci troviamo a vivere sia diventata tutta come il tuo appennino (e forse non solo l’Italia). Mi sembra che ci sia questa atmosfera tetra da alto medioevo, dove la demenza degli anni
Ottanta ha lasciato il passo a un dolore permanente e ottuso. La serie delle cause a cui bisogna pensare non riguarda la contingenza di un governo o di una moda, ma una più generale apocalisse umana, sociale, morale. Amo così fortemente questa terra in cui sono nato e amo così profondamente le persone che mi circondano che questa cosa mi taglia in due. Poi sull’appennino allargato calano le cassette dei serpenti, che siamo noi, che sono tutti quelli che sono immessi in questa realtà e all’inizio sono ancora fuori dai giochi e vedono tutto con gli occhi nuovi e rettili, e possono amare, organizzarsi, combattere con un’iniziale spinta che viene dall’estraneità. Alcune cassette contengono i politici, altre i giornalisti, altre ancora gli intellettuali e chiunque sia nella posizione di prendersi una responsabilità. A noi tocca stare in una cassetta con l’etichetta di narratori. Una cassettina smilza come ogni tanto ne vengono buttate.
Ora: io so che c’è una cosa che vedo bene: altre cassettine con su scritto “narratori" ultimamente non si sono spaccate al suolo. Quelli che sono atterrati non si misurano così con l’appennino. La cassetta è dorata e chi c’è rimasto dentro non esce perché sta bene lì. Ma a cosa servono i serpenti se stanno nella cassetta dorata? Non strisciano, non s’insinuano, non mordono nessuno, non ammazzano. Non servono a niente. Io ti scrivo per chiedere, a te e a tutti, di uscire fuori. Di scegliere l’impegno guardando alla realtà di questo appennino cupo piuttosto che rifugiandosi nella bellezza della prosa. Ma perché negli ultimi anni scrivono tutti così bene? Dov’è l’errore, la sgradevolezza, il graffio, il morso, la caduta clamorosa nel fango? Non ne ho voglia di fare il giovane narratore, se devo stendere delle pagine ben fatte e combinatorie mi sento infelice. A me piace il cuore di Buzzati: il cui impegno è morale (abbasso Calvino) e che più di una volta cade in prose imperfette. A te piace l’ultimo Pasolini: il cui impegno civile affonda le mani nella sgradevolezza, e ben venga. Non so, forse esagero, ma capirai bene in che senso c’entra la mia emotività e il mio amore per l’essere qui, ora. Gli scrittori oggi sono completamente liberi: poiché c’è un interesse fievole al loro lavoro, lo spazio non subisce limitazioni. A volte mi viene in mente che l’uomo forse non ama la sua libertà, come si dice, e il resto son frottole. Parto dal presupposto
che non sia così per poter andare avanti.
Ti abbraccio,
Gabriele.
Caro Gabriele,
«La responsabilità - diceva Lévinas - è ciò che mi incombe in modo esclusivo e che, umanamente, io non posso rifiutare: questa è la mia inalienabile identità di soggetto».
La responsabilità, Gabriele, credo sia il punto da cui dobbiamo partire, la sintesi spirituale della nostra scrittura: prima ancora di chiederci come scrivere, quando e perché.
Ognuno di noi ha le proprie responsabilità, i suoi obblighi. Ognuno di noi risponde a essi in base a quelle che sono le proprie possibilità di esprimersi. Ecco, la mia responsabilità è questa: poter dire “io", oltrepassare la modernità, la Storia della modernità («A chi sa fare strage della Storia con il mio sostegno»), superare Kant e Husserl e la morale del soggetto e della soggezione all’altro.
Soggezione è la parola chiave. I miei personaggi sono saturi di soggezione: scrutano, s’intimidiscono, sembrano agire come le bestie che hanno paura e come certi serpenti che attaccano. Abbandonare la soggezione? Dunque lasciarla cadere in termini umanistico-letterari? No: recuperarla. E questo è il primo passo. In che senso?
Quand’ero piccolo leggevo Dostoevskij e la Morante (giusto per fare due nomi a casaccio), e avevo soggezione, ero spaventato, sentivo il divario che correva tra la mia fatica nel cercare le parole che componessero la pagina e i loro testi densi e grandissimi. L’uomo è un serbatoio, l’uomo è uno scroto che contiene il divino - lo stesso divino che, innaturale, non vedo, da agnostico - e ha bisogno di espellerlo. Cosa intendo, ti starai chiedendo. Dove voglio arrivare? Un passo alla volta.
Irrazionale intuito. Il poeta non è mai tale per scienza o per conoscenza, ma soltanto per irrazionale intuito. Il poeta non sa dar ragione di ciò che fa, né sa dire qualcosa agli altri: imita le cose sensibili che sono l’imitazione di qualcosa che non conosciamo. Imitazione dell’imitazione, la polaroid di una fotografia, qualcosa di lontano e trascurabile. Dunque abbasso la poesia fine a se stessa: c’è, oggi, un estremo bisogno di conoscenza. C’è stata una letteratura, in Italia, negli ultimi vent’anni, che ha risposto alla concezione platonica dell’arte come allontanamento dall’essere e dalla verità. Un’arte che non conosce e che si rivolge alle facoltà a-razionali dell’uomo, che sono la parte inferiore dell’individuo.
C’è stata una letteratura espressionista (locuzionista) che, da poco, ha iniziato ad avere pretese sociali e sociologiche, menzognera e corruttiva perché ignorante e lontana dalla scrittura concreta. Il mio primo bisogno è quello di combattere contro questo linguaggio invasato che vorrebbe essere il portavoce di una verità meschina e minimale figlia di passioni politiche, musicali e cinematografiche.
Starai pensando che sono un bacchettone, Gabriele, un ragazzino che condanna per il mero gusto di dire qualcosa di diverso. Ma ti chiedo di non fare questo errore, lo chiedo a te perché ho letto il tuo libro e ho capito che viaggiamo - possiamo viaggiare - sulla stessa lunghezza d’onda. Perché il tuo libro è questo: ricerca, coscienza, responsabilità, eteronomia umana, rispetto e tolleranza. Qualcosa che inizia sul versante del limite e retrocede fino al nocciolo della questione.
Perché non sono un bacchettone, allora?
Perché voglio essere libero, perché il soggetto esiste nella misura in cui esiste la libertà, una libertà figlia della nostra autonomia, una libertà che è l’unico valore da dover raggiungere attraverso la scrittura: mica una scrittura pulita, buonista, morale. Una scrittura rabbiosa, politica, estrema, ma che sappia rispondere al nemico utilizzando la sua stessa lingua. Perché il nemico è alto, è colto, e ascolta solo chi è in grado di parlarci. Dunque basta, basta con qualcosa. Che cosa?
Basta con la letteratura degli anni ‘90: non ci interessa, siamo i figli di questo secolo, vogliamo parlare di Chiesa, di guerra, di aborto, di amore, del senso profondo dell’arte. Basta con gli stilemi rock, con la pseudorabbia sessantottina, col clandestino metropolitan-provinciale. Basta col consumismo e con l’immagine alla Bret Easton Ellis: non importa quali magliette indossiamo o come sono i nostri capelli o quanti piercing abbiamo, è un altro problema di superficie. Basta con Stephen King, basta col fare gli
epigoni di un’America che non conosciamo, basta dire “fottuto" se siamo nati a Canicattì e abbiamo fatto il liceo a Montalto Marche.
Coerenza, anzitutto verso noi stessi e le nostre origini. Basta con le confusioni stilistiche tra sregolatezza e decadentismo spicciolo, con il senso di grottesco che annacqua l’orrore vero, ancestrale, che, come l’olio, pretende di venire a galla.
Basta con la letteratura milanese. Basta con la letteratura gay. Basta con il noir quotidiano, con l’ossessione del corpo, con l’ossessione del sesso: non ci interessa, ogni interpretazione è inflazionata. Basta coi romanzetti carillon, con le ripetizioni che servono solo a riempire le pagine, con gli sfoghi diaristici, con le sciocchezze dell’editoria di regime, con la leggerezza calviniana, con le profezie storico-apocalittiche, con l’insipienza filosofico-
scientifica, con l’appoggio dei bacchettoni militanti che ripensano a Joyce quando mancano le virgole solamente per sentirsi ancora giovani. Basta con la famiglia, basta con la routine quotidiana, col minimalismo delle docce e degli psicofarmaci. Dov’è il precipizio assoluto del dolore assoluto? Dov’è, Gabriele, quel sentimento che ti devasta, quella pagina che ti cambia la vita?
Cosa vogliamo?
Noi vogliamo. Noi vogliamo quella identità di soggetto, a partire dall’altro, pur potendo (dovendo!) dire “io". Vogliamo dover rispondere a un comando etico e civile, un comando che non sorge nell’alveo dell’autonomia soggettiva ma che inventa una legge estranea e imperativa: cioè non più anarchia - nemmeno artistica, poetica - non più anarchia di superficie, semmai una sorta di indipendenza nella possibilità di manipolare le leggi morali e culturali della Storia, dunque anche nel distruggerle, senza ledere il prossimo. La legge è sempre esterna: se l’arte non ha leggi
perde la prerogativa della sua esclusività. Noi dunque vogliamo una letteratura che ci comandi. La nostra libertà sarà una risposta a questa antica legge umanistica della Regola Del Privilegio. Perché scrivere, diamine, è un privilegio. Noi dunque vogliamo scrivere bene, e senza essere patinati. Vogliamo leggere Ricoeur e Fromm e Dante, vogliamo scavare in quel pertugio dei sentimenti umani, essere filosofi che raccontano una storia.
Noi vogliamo parlare di urgenza di democrazia, di condanna al dominio e di pace, di attualità e di schiaffo al disimpegno e soprattutto a chi ha pensato che scrivere è raccontare al mondo i fatti propri. Parlare vuol dire essere in grado di parlare in pubblico di ciò che si è scritto: ai giovani, alle scuole, agli ecclesiastici. Basta con gli scrittori che non sanno spiccicare una parola. Noi vogliamo mediare tutto questo in una lingua nostra, densa. La terza generazione è densa. Densa di quella cosa che parte dalla terra, dalle falde o dai fiumi o dagli appennini, e con talento riconoscibile ai più raggiunge i meandri di un dolore cosciente e tradizionale.
Abbiamo vent’anni, Gabriele. Decidiamo noi.
Ti abbraccio,
Alcìde.
Pubblicato da Davide Bregola, il giorno e l'ora: 21.07.06 13:29
Interventi
Le lettere non portano grandi novità nel desiderio di ribellione che ogni generazione, tra i suoi più sensibili, avverte sul tempo che vive, ma l'anelito resta comunque il segno di una vitalità che persiste e forse non muore mai.
La conclusione di Pierantozzi ("Abbiamo vent'anni, Gabriele. Decidiamo noi.") ha la imponenza di un proposito fortemente sentito che si deve condividere.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 22.07.06 13:14
Mah! Niente di nuovo: ogni generazione pensa di poter decidere da sé.
Troppi "vogliamo": il tempo li curerà, o meglio li porterà a pesanti compromessi quei "vogliamo". Ma gli auguro che così non sia.
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 23.07.06 09:27
bravi dadati e pierantozzi!
Pubblicato da: Rosario - 23.07.06 15:58




