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10.07.06
A scrivere libri "troppo avanti" non ti fila nessuno!
[Questo articolo di Massimiliano Parente è apparso, con il titolo: "Che tornino tutti sui banchi di scuola", nel settimanale Il Domenicale di sabato 8 luglio 2006. db]
"Vogliono giudicare l’arte? Prima però ci dovrebbero arrivare, perché per ora stanno in anticamera e non hanno accesso agli stati d’animo da cui essa deriva. Non sanno niente della sua intensità. Vogliono essere metodici, professionali, giusti, obiettivi? Ma se loro stessi sono il trionfo del dilettantismo, visto che si esprimono su una materia che non sono in grado di dominare. Sono la prova di un’usurpazione assolutamente illegittima". Così scriveva Witold Grombrowicz, nel 1954, riferendosi ai critici letterari polacchi. Ma forse i tromboni di cui parlava Gombrowicz oggi qui sarebbero una specie da proteggere perché non c’è limite al peggio. Con un balzo di qualche migliaio di anni siamo approdati, in Italia, a una concezione prearistotelica della letteratura, abolendo qualsiasi bagaglio culturale, filosofico, scientifico, epistemologico. Come se, in astronomia, il sole tornasse a girare intorno alla terra, come ai vecchi tempi. Dunque c’è quello che vuole la realtà. Quello che pensa di scriverla o descriverla senza alcun rapporto conflittuale con la lingua. Quello impegnato a sinistra e quello impegnato a destra che scrivono lo stesso romanzo di sinistra o di destra.
Ci sono i contenuti senza più le forme e quindi non ci sono più neppure i contenuti, c’è sempre e solo lo stesso libro, ecco perché polemizzano sullo stesso terreno e si danno pacche sulle spalle. C’è il giornalismo applicato travestito da critica e da letteratura, e sull’essenza delle parole e delle cose ha più da dirne una shampista lettrice di Harmony di chi scrive sul Corriere della Sera o su Repubblica. Non ci capisce perché discutano, girando intorno alla stessa ingenua dimensione di realtà, di realismo e non realismo. Non si capisce perché non si diano al cinema, alla sceneggiatura, all’autorialità televisiva. Difendono il genere perché vogliono che tutto sia di genere ovvero riconoscibile e ripetibile. Per cui, ultima querelle da quadrivio, si discetta se la letteratura debba essere faction, come dice Filippo La Porta, o fiction, come dice Giuseppe Genna, o fictual, come ribatte Antonio Scurati. Non ci si crede. Categorie di ignoranza che non puoi applicare a niente, solo a loro che le enunciano, quindi a niente. Né a Dante né a Dostoesvkij né a Faulkner né a Proust né a Kafka né a qualsiasi scrittore o poeta si studi ancora a scuola, valgono solo se decidi di leggere Genna o Aldo Nove, Piperno o Buttafuoco, o se pensi che la differenza tra esperienza e inesperienza sia quella di La Porta e Scurati, una questione di zuppa o pan bagnato. O ancora si afferma che Musil e Joyce non hanno più niente da dirci, meglio leggere Sebastiano Vassalli, come suggerisce Antonio D’Orrico, meglio eliminare i giganti e promuovere i nani e le ballerine. L’idea di complessità è svaporata in una vaghezza argomentativa da terza media, altro che neoavanguardie contro sperimentalismo, altro che verismo e scapigliatura, frammentismo e futurismo, frammentisti e memorialisti. Nessuno scontro di poetiche e interpretazioni del mondo attraverso una lingua, nessuno scontro di forme vive, casomai scontrini di commesse della upim, forme identiche, devitalizzate, ideologizzate e calibrate sull’ignoranza di chi scrive e di chi legge, scodellate da giornalisti, sponsorizzate da giornalisti, comprate da un pubblico di lettori di giornali rilegati, ossia prodotti d’intrattenimento sempre e comunque. Non è neppure colpa del capitalismo, perché questo negli Stati Uniti non succede.
Difficile non restare allibiti, chiedersi come ci si possa alzare una mattina come se niente fosse successo prima, argomentare d’arte ignorando la storia dell’arte, disquisire di letteratura dividendola in scrittura realistica, d’invenzione o mezza e mezza senza aver letto Aristotele e neppure Le Rane di Aristofane, senza aver meditato neppure il Don Chisciotte, che agli albori del Seicento, in quel romanzo fondatore di tutti i romanzi a venire, la questione già l’affrontava e dirimeva alla radice. Spettegolano di realismo e non realismo, ambiscono al ritorno dell’Ottocento, come se gli scrittori dell’Ottocento che hanno cambiato la letteratura fossero banali come li leggono loro fraintendendoli, e pertanto, da quello che dicono sul realismo e sull’esperienza, sul romanzo e sulle strutture che lo determinano, si capisce che leggono I promessi sposi come se fosse la novella di Renzo e Lucia, povero Manzoni, senza accorgersi che è un grande romanzo proprio perché è un antiromanzo, proprio perché si oppone, dall’interno, al romanzo storico, facendone saltare i gangli con interminabili digressioni e con l’uso dilatato dell’excursus, avvicinando il romanzo, più che Walter Scott, a molti antiromanzi come il Tristam Shandy o Jacques le fataliste. Lo sa bene Paolo Valesio, che avendo studiato scrisse un bellissimo saggio non sull’esperienza e l’inesperienza, ma per mettere in evidenza come “tutto il progetto romanzesco slitta: e la narrazione comincia a procedere per semplice allineamento di medaglioni o cammei: alcuni smaglianti, altri meno". Come anche Giovanni Macchia notava che “l’excursus diventa in Manzoni una di quelle parti indispensabili che affermano, fino ad esaltarla, l’architettura del tutto abnorme del romanzo".
L’esperienza, e la sua impossibilità di viverla, va molto di moda. Sarebbe l’update versione light dell’impegno e del disimpegno. Ne parla La Porta, ne parla Scurati, e la sottintendono tutti chi per un verso chi per l’altro. Se parli di lingua e di forma, cosa di di cui discutevano serenamente e profondamente anche Federico De Roberto o Giovanni Verga, poiché anche il verismo era un metodo formale, ovvero di sostanza, pensano tu sia elitario e snob, non comprendono come non solo tu sia più rivoluzionario di loro ma anche che stai ribadendo l’ovvio. Non decodificano più, figuriamoci se interpretano. Se leggete qualsiasi recensione vi accorgerete di come confondano lo stile con lo stilema. Non hanno idea di cosa sia la forma né la logica, ma pur di chiudere La Porta e le altre porticine una volta per tutte ridateci la Gestaltpsychologie o la Zusammengehörigkeit del professor Heidegger, ridateci il grado zero della scrittura di Roland Barthes. Non capiranno mai perché I fratelli Karamazov sia un romanzo polifonico, né perché Michail Bachtin sia finito in un campo di concentramento solo perché si opponeva alla dialettica, perché riteneva che “l’uomo non coincide mai con se stesso. Non gli si può applicare la formula dell’identità: A uguale ad A" (cosa che era evidente sia per chi avesse letto Memorie del sottosuolo che la Recherche, cosa che non è evidente a chi, parlando di esperienza, pone al centro del ragionamento un io monologico che è solo il proprio), né perché Estetica e romanzo sia uscito in Russia solo nel 1975, dopo la sua morte. E questi parlano di fiction e faction, di finzione e realtà. Non c’è recensione, qui da noi, che implichi un rapporto tra le parole e le cose non da prima media ma da primo mese di vita, che rende inspiegabile perfino il mito della caverna di Platone. L’avessero almeno detto almeno ai tempi di Jameson sarebbero stati se non altro un tantino actual nell’ambito della retorica del postmoderno, benché già sorpassati da noi che, avendo letto Nietzsche, Freud, Valéry, Proust e Dostoevskij, avendo compreso Beckett e Bacon, Breton e Bergson, abbiamo un’idea dell’io tragicamente diviso, dove l’esperienza e la frattura totale è dentro se stessi. Ma mentre la parola di un medico implica il progresso delle conoscenze acquisite, le include, anzi gli vengono richieste a chi gli sottopone la diagnosi di una milza o di un fegato, nelle parole dei critici non c’è più traccia di teoria, se gli dai un romanzo, ammesso lo leggano, non ti dicono niente del romanzo ma solo di se stessi, quasi ce ne fregasse qualcosa. Carla Benedetti, una studiosa che commise l’oltraggio di scrivere un libro denuncia intitolato Il tradimento dei critici, per risposta venne querelata. Come se non ci fosse mai stato un Corso di linguistica generale uscito nel 1916, come se non ci fosse mai stata una psicanalisi, l’estetica, la filosofia del linguaggio, Heidegger, Wittgestein. Come se non fosse mai parlato di langue e parole, di principi di organizzazione, di significante e significato, come se non fossero saltati molti nessi e il rapporto con il linguaggio non fosse una lotta estetica per lo scrittore e analitica per il critico, come se non si fosse mai parlato di inconscio e interpretazione, come se l’opposizione forma/contenuto non fosse esplosa da subito, dove invece se oggi parli di forma ti scambiano per formalista quando, in questo senso, non erano formalisti neppure Pëtr Bogatyrëv, Roman Jakobson, Viktor Šklovskij e tantomeno Vladimir Propp, e già nel 1924 Ejchenbaum ci teneva a puntualizzare che “la parola forma ha molti significati, e ciò, come sempre provoca non poca confusione. Dovrebbe essere chiaro che noi utilizziamo questo termine in un’accezione particolare – non come una sorta di correlativo della nozione ‘contenuto’, bensì come elemento essenziale per il fenomeno artistico, il suo principio di organizzazione. Non ci curiamo della parola forma, ma soltanto di una sua particolare sfumatura. Non siamo ‘formalisti’, ma, se si vuole, specificatori".
Ci mancano tantissimo, gli specificatori. Almeno avevano qualcosa da specificare, e studiavano, e entravano nelle opere con la loro cassetta degli attrezzi. Ci mancano Adorno, Benjamin, Todorov, ci manca la Scuola di Francoforte e il Circolo di Praga. E poi perché esistono scrittori postmoderni e critici postmoderni e non chirurghi postmoderni? Qualcuno andrebbe a farsi fare una coronarografia da uno che non sa neppure cos’è un sistema cardiocircolatorio, che vi taglia secondo il suo personale gusto mescolando omeopatia, taumaturgia orientale e medicina zen, e quando vi fa la diagnosi si esprime come vostra zia parrucchiera? “Perfino la natura, ama far notare il postmoderno, non cresce sugli alberi" scrisse Linda Hutcheon quasi vent’anni fa, e oggi La Porta è lì a lamentarsi dell’autoreverse dell’esperienza perché il bagnoschiuma odora di pino ma non è vero odore di pino, perché la realtà è dominata dalla virtualità come se non lo fosse sempre stata, dentro una visione riciclata e datata sul nascere, e come se l’io fosse sempre lo stesso io di quando aveva cinque mesi, come se ci fosse un io unico e indiviso, e come se ci fossero un dentro e un fuori così preistorici, un reale e virtuale così infantili. Come se la realtà non fosse l’esistente simbolizzato, articolato, e filtrato linguisticamente, e il reale la realtà meno il simbolico. Come se nessuno avesse mai detto niente al riguardo, come svegliarsi una mattina e aver inventato la clava nell’era dei microchip. Chissà quale idea di realismo ci sarà, in questa idea giornalistica di realtà, nello svegliarsi metamorfosati in un gigantesco scarafaggio. Chissà cosa leggono quando leggono qualcosa di diverso dalla cronaca, quando leggono le Operette morali o La philosophie dans le boudoir o quando pensano “sempre caro mi fu quest’ermo colle", se uno gli scrive “aò, me piace la collina" va bene lo stesso, se si chiama Roberta e guadagna 250 euro al mese ancora meglio, più sociale è meglio è.
Giovanni Bottiroli, docente di Teoria della Letteratura e Estetica all’Università di Bergamo, uno che la sa lunga non per ragioni speciali ma semplicemente perché la sa, nell’introduzione a un suo utile e documentato saggio appena uscito per Einaudi (Che cos’è la teoria della letteratura, PBE, pp 472, euro 23,50) restituisce una fotografia di questa situazione che più nitida non si può. “La vecchia mentalità è riemersa" scrive Bottiroli, “improvvisamente acquista importanza un dibattito, quello sul postmoderno, destinato nel migliore dei casi a una vaghezza pre-teorica: si discute con nozioni generiche, e senza alcun senso del ridicolo si propongono corrispondenze tra moderno/postmoderno, significato/significante, metafora/metonimia, ecc. Dalla teoria si regredisce alla conversazione e all’ideologia. Si assiste progressivamente al diffondersi di un’ ‘analfabetismo di ritorno’ con due varianti: a) c’è chi finge o crede di conoscere la teoria, e in tal caso rende omaggio ai classici, ma in che modo? Le teorie diventano icone su cui cliccare per estrarre una citazione, uno slogan, o una breve sintesi; la teoria viene rimpicciolita e trasformata in opinione, il riferimento alle auctoritates ha le caratteristiche di rapidità e sommarietà dell’intervista televisiva; b) vi è una generazione di critici per i quali la teoria della letteratura, con la complessità dei suoi problemi e i suoi tecnicismi, aveva costituito la fonte di infinite umiliazioni e frustrazioni; quando la teoria è passata di moda, questa generazione ha rialzato la testa".
Ecco allora che nel leggero mondo della doxa giornalistica, tout se tien, anything goes nel più spensierato e giulivo impressionismo; c’è chi dice che un thrillerone sciatto e ridicolo di settecento pagine è Don Delillo, l’altro dice che sembra Joyce, l’altro dice che sembra Moresco, ciascuno dice ciò che gli frulla, questo è il massimo dell’analisi e della divulgazione. Nessuna gerarchia, un nuovo oscurantismo dell’ignoranza e delle parole in libertà e al di fuori delle poetiche e dei problemi della forma, dei corpi dell’espressione, sicché il significato sarà ancora un sasso in bocca al significante ma a questi in bocca dovremmo piantarglielo bello grosso per farli stare zitti. Sono di sinistra o di destra ma scrivono per il mercato e sfornano prodotti, sono di sinistra a parole dove le parole non contano nulla, a cominciare da loro stessi che le prendono già fatte, vagli a spiegare la differenza tra paradigma e sintagma e la lotta che ogni scrittore deve avere con le forme sedimentate, con i cliché dell’espressione, con la storia della letteratura e la sua epistemologia. Vagli a spiegare che dentro Cervantes o dentro ogni grande romanzo c’è già tutta la teoria della letteratura passata e a venire. Invece tana libera tutti. La vera democrazia del pensiero è questa, lo leggi sui giornali, nei romanzi e anche nei commentini dei blog: l’annullamento di qualsiasi differenza formale, il trionfo della divulgazione e della comunicazione e perfino del mercato, visto che anche i Wu Ming, seppure antiberlusconiani, ti zittiscono dicendoti che loro vendono, che cazzo vuoi. E Scurati, appena ritirato il Campiello, si compiace di aver mandato affanculo Vespa, quasi fosse rilevante, e poi dice le stesse cose di tutti. Oscar Wilde diceva “non esistono libri morali o immorali, esistono solo libri scritti bene e libri scritti male", qui invece ognuno ha una sua morale da applicare alla scrittura, tranne che un’idea forte di scrittura. Purché sia chiaro: se vendi a sinistra sei popolare, se vendi a destra sei populista, per cui vendono allo stesso pubblico lo stesso libro, il resto è dichiarato nella sfera politica d’appartenza e vissero felici e contenti. Come affidare la critica d’arte a chi non conosce l’evoluzione del pensiero artistico, a chi non abbia alcuna cognizione di estetica e antiestetica, a chi ti dice che quella di Piero Manzoni non è arte perché la merda in scatola sa farla anche lui, a chi non conosca quelle rivoluzioni cruciali, quei passaggi fondamentali tra arte e pensiero, espressione e epistemologia, dentro cui sono passati l’impressionismo, l’astrattismo, Duchamp, il surrealismo, l’action painting, la pop art, la land art, la body art; a chi si alzi la mattina e si chieda se lo Scolabottiglie di Duchamp sia arte o non arte, astratto o figurativo, non essendo evidentemente neppure in grado di cogliere le differenze estetiche tra una madonna con bambino del Duecento e una del Settecento,vedendo sempre la cronaca di una madonna con bambino. Come se dentro Gadda non ci fosse la seconda legge della termodinamica e dentro Swift la critica dell’antropocentrismo e dentro Sade l’illuminismo. Come se nella filosofia, nella critica, nella scrittura, nella percezione del mondo non ci fossero state conquiste intellettuali. E allora altro che autoreverse dell’esperienza. Difficile comprare un romanzo Mondadori o Einaudi o Rizzoli e non trovarlo piallato dagli editor e dagli stessi autori, senza che rimanga neppure un trucciolo fuori posto, difficile pensare oggi uno Stefano D’arrigo, quando era già difficile pensarlo ieri. Difficile pensare al mondo senza la parola che lo dice, che lo esprime, che lo plasma, che lo fa esistere. Difficile riuscire a capire come possano parlare di realismo e non realismo, reportage e fantasia, e non chiedersi dove abbiano studiato, e non sperare che gli diano non duecento euro per il prossimo articolo ma duecento calci nel culo o almeno gli paghino dei corsi serali di semiologia, di storia dell’arte, di psicologia, di antropologia, di astrofisica, di qualsiasi cosa purché studino.
Dopo un secolo denso di teorie e studi letterari, dopo un secolo di dibattiti feroci e appassionati e intelligenti, critici e scrittori banchettano nel felice regno della doxa, dell’opinione interscambiabile, del narcisismo che scodella fuori elzeviretti privi di grandi visioni, ecco perché piace sentirsi scrittori e non critici anche ai cosiddetti critici, come sostengono La Porta e Berardinelli, perché pensano che la letteratura sia una cosa scritta senza rigore, una cosa qualsiasi, un contenuto, una storiella e basta, pertanto gli resta più facile dirsi narratori che avere i coglioni del Lettore, del Critico o dello Scrittore.
Siamo approdati, finalmente, al non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace, alla trovatina normativa secondo la quale ognuno tende a imporre una visione semplificata della sua visione dell’arte, per cui non serve conoscere niente né leggere niente, ciascuno si alza e dice la sua come se prima non ci fosse stato nessuno, come se non ci fosse stata la storia e l’evoluzione della cultura, senza essere più capaci di entrare dentro nessuna opera, nessuna lingua, nessuna struttura, ma solo di uscire da un thriller con un’etichettina che fa notizia per un giorno perché se la dice uno, subito ognuno, a ruota, vuole dire la sua. Quanto al sottoscritto, vorrei tranquillizzare la Porta, il quale pensa che la letteratura sia reportage, e Giugenna, il quale pensa la letteratura sia invenzione, e Scurati, così preoccupato dall’inesperienza da ritirare fuori Calvino e i nidi di ragno, e De Rienzo, con i suoi intrecci e le sue tramine, e D’Orrico, per il quale restano solo le storie semplici, e Valerio Evangelisti, che a differenza dei suddetti scrive anche cose serie ma poi se la prende con me che parlo di lingua e di forma e sbagliando anche lui sugli stessi concetti e attribuendomi la proiezione dei suoi, essendo, la sua difesa del genere, più allienata alla possibile idea di letteratura di Silvio Berlusconi che alla mia. Bisognerebbe mandarli da Céline, il più feroce e sanguigno degli scrittori moderni e il contrario di un accademico parruccone, uno che non sarebbe stato certo una fighetta del Gruppo 63 né un ricamatore bellettrista, e di cui è appena stata ristampata nella Pléiade Einaudi la Trilogia del Nord (un’opera che questi giornalisti, generalisti, giallisti, contenutisti e esperiezialisti senza stile scambieranno per autobiografia, e che a differenza dell’ultimo di Aldo Nove dovrete faticare per trovare in libreria), e fargli spiegare che “La storia, mio Dio, è molto accessoria. È lo stile che è interessante. I pittori si sono sbarazzati del soggetto, una brocca o un vaso, o qualsiasi cosa. È il modo di renderlo che conta", e quindi “non resta più altro che un problema di stile. Più che il problema di concatenazione, di architettura". E ancora: “La storia, io l’adatto completamente allo stile, così come i pittori non si occupano in modo speciale della mela. La mela di Cézanne, lo specchio di Renoir, o la donnetta di Picasso, o la capanna di Vlaminck, sono lo stile che i pittori gli danno". Proust o Kafka o Joyce o Leopardi o Gadda o Verga o De Roberto non pensavano altrimenti. Sicché, proprio come Céline a Roger Nimier, rispondo a Evangelisti e a questa allegra brigata della vita e delle storielle e delle esperienze che, da Scrittore, in fondo sono contento, continuino pure così, perché, cari miei, “queste accanite vecchie nuove avanguardie mi mantengono in uno stato di perpetua novità".
Pubblicato da Davide Bregola, il giorno e l'ora: 10.07.06 16:55




