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17.06.06

Un percorso di lettura sulla precarietà

di Benedetto Vecchi

[Sullo stesso argomento, un articolo di Giovanni Accardo]

[Questo articolo di Benedetto Vecchi è apparso nel quotidiano il manifesto ieri 16 giugno 2006. Mi dispiace peraltro che Vecchi non consideri, nel suo "percorso di lettura", due opere come Pausa caffè di Giorgio Falco (Sironi) e Nicola Rubino è entrato in fabbrica di Francesco Dezio: ai quali, peraltro, non è certo applicabile l'accusa di "restituire un'immagine tutto sommato rassicurante della precarietà". Così come mi spiace che l'attenzione di alcuni editori per questioni importanti e attuali venga sbrigativamente descritta come just in time industriale. gm]

san_precario.jpegA scorrere la lista delle novità editoriali degli ultimi mesi, una dei temi ricorrenti è precarietà. Campeggia sulle copertine di Einaudi, Feltrinelli, Mondadori, Isbn, Rizzoli, se si tratta di un romanzo. Di Laterza, Il Mulino, Il Saggiatore, Bollati Boringhieri se è un saggio sul mercato del lavoro o sull'encefalogramma piatto dell'università o della ricerca. Un recente articolo a firma di Giovanni Pacchiano apparso il 28 maggio nell'inserto culturale del Sole-24 ore [*] registrava questa proliferazione editoriale attorno alla precarietà e si domandava come mai i giovani autori italiani si interessassero a questo argomento, dimenticando però il fatto che l'industria culturale oramai applica alla lettera il just in time dove la domanda condizione il processo produttivo e che la richiesta di «materiali» sulla precarietà è proporzionale alla cresciuta dei «tempo determinato».

E tuttavia nella produzione culturale italiana qualche cosa proprio non va se uno scrittore over-40 viene chiamato ancora giovane, ma questo è il segnale della difficoltà di un ricambio generazionale del Bel Paese, dove l'elezione di un ministro degli esteri cinquantenne o di un amministratore delegato di un importante impresa poco più che quarantenne viene considerata un vero e proprio evento rispetto alla tendenza dominante.

Se l'Italia è ammalata di gerontocrazia è però un quesito minore rispetto alla precarietà, che coinvolge sì prevalentemente i giovani - di nuovo la domanda: ma a trentacinque anni si è ancora giovani? -, ma è una condizione che riguarda anche i cinquantenni. Cioè è una condizione che riguarda tutta la forza-lavoro, perché è lo strumento giuridico, ma anche contrattuale che cerca di rinchiudere dentro la gabbia del lavoro salariato una forza-lavoro che, per livelli di acculturazione e di socializzazione, pretende flessibilità, autodeterminazione e considera la gerarchia il letale parassita della cooperazione sociale produttiva. E così tra istanze di liberazione e volontà delle imprese di esercitare un governo coatto della forza-lavoro, la precarietà è diventata la soluzione politica alla grande trasformazione del processo di accumulazione capitalistica.

In cerca di rassicurazioni. Per tornare ai romanzi e alle inchieste dedicate alla precarietà, ciò che non sempre convince dei libri che si sono accumulati sui banconi delle librerie è la ripetitività dei sentimenti dei protagonisti delle storie narrate. E se nei reportages e interviste di Aldo Nove pubblicati da Einaudi (Mi chiamo Roberta, ho quarant'anni....) si impone l'incertezza del futuro e la conseguente impossibilità di fare progetti a lungo termine, nel diario da un call-center di Michela Murgia (Il mondo deve sapere, Isbn) e di Katrin Röggla sui precari di «successo» (Noi non dormiamo, Isbn) emerge con limpidezza il sentimento amaro di chi quotidianamente sperimenta la sproporzione tra le proprie potenzialità e la povertà delle mansioni svolte. La stessa ripetitività si trova d'altronde anche nei tanti blog presenti su Internet che raccolgono racconti in prima persona di ordinaria precarietà. Ma il rischio di questa proliferazione editoriale e di diari digitali è di restituire un'immagine tutto sommato «rassicurante» della precarietà, perché se gran parte dei «giovani» svolge un lavoro precario vuol dire che questa è ormai la regola.

E tuttavia la precarietà è uno stigma che condiziona il proprio stare in società. Chi la vive pensa di appartenere a una underclass condannata all'invisibilità e al silenzio, perché la cittadinanza rimane ancora plasmata sulla figura del lavoratore a tempo indeterminato.

Chi si addentra, invece, con ironia nel precariato è invece Andrea Bajani nella sua «guida di viaggio per lavoratori flessibili» (Mi spezzo ma non m'impiego, Einaudi, pp. 149, euro 10,80). Scrittore torinese, Bajani ha attraversato il deserto del lavoro precario nella veste di interinale, collaboratore continuativo, di partita Iva e anche di Lap, cioè lavoratore a progetto. Alcuni anni fa ha anche scritto un altro libro (Cordiali saluti, Einaudi) sulla disoccupazione dei lavoratori con i capelli grigi, ma ogni volta che lo presentava veniva interpretato come un testo sulla precarietà. E da allora gli è capito di ritrovarsi a fotografare le vetrine delle agenzie di lavoro interinale e scoprire tra i tanti scatti fatti ce ne era una di un'agenzia di viaggio e che l'allestimento delle vetrine non differiva in nulla. Da qui l'idea di una guida di viaggi per lavoratori flessibili.

Come ogni viaggio che si rispetti, il turista deve preparare bene il bagaglio, procacciarsi le indicazioni utili per costruire una mappa cognitiva del luogo di destinazione. Per prima cosa si munisce di depliant. Ma in questo caso il paese da visitare è il mercato del lavoro e non si va tanto per il sottile rispetto ai «pacchetti» offerti. Bajani rimane colpito dal fatto che le agenzie per il lavoro interinale sottolineano due fattori indispensabili per essere «collocati» in una impresa: la duttilità, pardon, la flessibilità degli aspiranti «interinali»; che la disoccupazione è una faccenda dovuta alla poco intraprendenza di chi è senza lavoro. Poco conta se le offerte sono dieci giorni in un posto; una settimana in un altro, il periodo natalizio a tagliare prosciutto in un altro. Questo è solo l'inizio, poi con l'esperienza fatta si può aspirare a qualcosa di meglio. E se poi manca la formazione, basta frequentare un bel master offerto alla modica cifra di mille, due, tre mila euro che rilascia un bell'attestato da mettere nel proprio curriculum.

E' questa la parte del libro tra le più esilaranti. Così scopriamo che ci sono master per imparare a compilare curriculum; che lo standard anglosassone (dove puoi scrivere di tutto, dagli hobby alle letture fatte) è stato soppiantato da quello definito dell'Unione europea, il cui modulo può essere scaricato da Internet. Che bisogna essere accattivanti, seducenti e apparire vincenti. Della serie: tu impresa hai bisogno proprio di me, che ho fatto l'università, frequentato costosi master per poi telefonare per quell'inchiesta di mercato di cui hai tanto bisogno per seicento euro al mese. Ma questo è niente rispetto alla lunga lista di master che le agenzie di lavoro interinale o apposite imprese o sindacati che hanno avuto in appalto dalla regione i corsi di formazione professionale. C'è quello di «operatore di estetica», di «Recuperi energetici per il contenimento dei costi gestionali dei servizi idraulici», di «Pizzaiolo professionista», di «Dizione per parlare in pubblico», di «Vuoi diventare toelettatore?», di «Falegnameria ecologica», di «Fiori di Bach». Nessuno, ancora, ha pensato alla formula di paghi due e prendi tre master, ma sicuramente qualcuno ci penserà, prima o poi.

san_precario.gifCapitale sociale messo a profitto. Dal libro di Bajani però apprendiamo che le «agenzie per il collocamento al lavoro» sono però luoghi di transito e che per rimanere davvero nel mercato del lavoro contano soprattutto la rete di relazioni che i singoli riescono a costruire nel tempo. Sono queste reti sociali che garantiscono l'accesso a informazioni utili per «alleviare» la precarietà. In un famoso saggio sul «capitale sociale» lo studioso statunitense Robert Putnam ha raccontato che uno dei risultati più sorprendenti delle sue ricerca sulla società americana è stato scoprire che per cercare lavoro i rapporti più utili non erano quelli dati dalle reti sociali «appiccicose» della parentela o dell'amicizia, bensì quelli «occasionali», «deboli». Ma come spiega la teoria delle reti sono proprio i legami deboli a fare potente una rete. Le agenzie del lavoro interinale svolgono allora il ruolo del gatekeeper, cioè di chi centellina l'entrata nel mercato del lavoro.
Come spesso accade quando la letteratura passa la staffetta all'economia e alla sociologia il tema da indagare viene però avvolto in un linguaggio tecnico quanto oscura, mentre i contenziosi attorno ad esso sono condotti a colpi di decimi di percentuale.

Accade così che la precarietà viene ridimensionata ad esempio nell'ultimo libro di Aris Accornero, San Precario lavora per noi (Rizzoli, pp. 184, euro 12,50) che non risparmia velenosi strali verso Robert Castel, Richard Sennett, Zygmunt Bauman, Ulrich Beck, Luciano Gallino, responsabili a suo modo di una dilagante retorica sulla precarietà che non trova molti riscontri nelle cifre del mercato del lavoro.

Studioso di lunga esperienza, il sociologo italiano ha spesso criticato, negli anni scorsi, molte rappresentazioni del mercato del lavoro, vuoi per ridimensionare il ruolo del lavoro nero nell'economia italiana, vuoi per considerare fisiologica la crescita del lavoro autonomo, vuoi, più recentemente su Lavoce.info, per considerare irrilevante l'incidenza del lavoro «atipico» sul totale degli occupati. In questo libro, l'autore rettifica in parte la sua tesi. Accornero, infatti, afferma sì che c'è stata una crescita degli «atipici», ma è che sono stati poi riassorbiti. Insomma, si entra precari e poi, in un ragionevole periodo, si diventa comunque a tempo indeterminato. Quindi la legge Trenta, così come il pacchetto Treu non hanno permesso il dilagare dei «tempo determinato», ma solamente cambiato le regole di ingresso nel mercato del lavoro. Ciò che Accornero vuol salvare è il principio della flessibilità, senza che questo si traduca nella condanna a vita della precarietà. Ma per fare questo serve un efficiente welfare state che corregga le distorsioni di un mercato del lavoro lasciato a se stesso.

Per tutto il pamphlet Accornero non dice però molto su come debba essere riformato, meglio migliorato lo stato sociale, né quali correttivi siano da studiare per le leggi sul mercato del lavoro. Di sicuro non è un partigiano della cancellazione della legge Trenta, entrando un po' in contraddizione con se stesso quando afferma che non ha prodotto gli effetti sperati - crescita dell'occupazione -, ma solo una proliferazione delle tipologie contrattuali. Né sponsorizza interventi legislativi che ripristino il lavoro a tempo indeterminato come standard del rapporto contrattuale. Oggetto polemico è dunque la retorica sulla precarietà, di cui il santo evocato nel titolo ne è l'emblema, evitando di dire che chi lo ha ironicamente usato lo ha fatto per sottolineare che la precarietà non era una condanna del destino, ma il risultato appunto di processi sociali, economici e legislativi che hanno puntato a modificare prima e ratificare poi rapporti sociali di potere a favore delle imprese.

C'è comunque un filo rosso del libro che merita attenzione e che ha molto a che fare appunto con i rapporti di potere. E' quando Accornero afferma che nonostante tutti gli indicatori sull'occupazione in Italia ridimensionano l'incidenza della precarietà nel mercato del lavoro, il sentimento di incertezza sia così diffuso anche tra chi «contrattualmente» precario non è. Una constatazione la sua che può essere articolata più precisamente affermando che il sentimento di precarietà è così diffuso perché è sinonimo di un insieme di dispositivi legislativi che non disciplina solo i rapporti contrattuali dei «tempo determinato», ma esercita un controllo su tutta la forza-lavoro. Si potrebbe dunque affermare che la precarietà è il principale nemico della flessibilità. Ma di questo Accornero nulla dice.

In fuga dal lavoro. Che nelle lotte operaie e sociali dei lunghi anni Settanta fosse presente una critica all'alienazione, alla gerarchia e al lavoro salariato è affermare un'ovvietà. Che quei conflitti contrapponessero la flessibilità del lavoro alla rigidità delle mansioni nella fabbrica taylorista è argomento noto. E non sbaglia, ad esempio, Sergio Bologna quando sostiene che la crescita del lavoro autonomo è comprensibile anche a partire dalla critica al lavoro sotto padrone di quegli anni. La precarietà realmente esistente è quindi il ribaltamento di quella critica in un fattore dinamico dello sviluppo capitalistico.

C'è un però, come sempre, quando il tema provoca conflitti interpretativi. Nei conflitti che hanno avuto precari come protagonisti la richiesta del tempo indeterminato è stata la parola d'ordine prevalente. E tuttavia è vano sperare che esista un soggetto unitario chiamato precario e ciò che può funzionare per una figura lavorativa può rivelare la stessa potenza «ricompositiva» per altre figure lavorative. La forza-lavoro è precaria sì, ma rivela molte resistenze a essere rappresentata come un soggetto unico come potevano essere gli operai professionali prima e l'operaio-massa dopo. Da qui la necessità di una flessibilità nell'elaborare proposte da mettere in campo, dalla richiesta di un lavoro a tempo indeterminato al reddito di cittadinanza. Solo chi ha nostalgia per il passato contrappone la prima con la seconda proposta, chiudendo gli occhi sulla dimensione polifonica della forza-lavoro e su un processo produttivo che ha la sua forza propulsiva proprio in quella capacità «riflessiva», «relazionale», «intellettiva» sul proprio lavoro di uomini e donne. E' quindi destinato al fallimento ogni proposito di ingegneria giuslavorista al fine di ricomporre una forza-lavoro che fa della singolarità il suo marchio di fabbrica. I momenti di conflitto dentro e contro la precarietà devono dunque funzionare contemporaneamente come spazio pubblico di elaborazione di proposte politiche e come valorizzazione della cooperazione produttiva. Come d'altronde scrive Bajani se si vuol scoprire il mondo del lavoro bisogna partire preparati. Rimanendo però ancorati a un principio di realtà.

[*] Se qualcuno ha il testo di questo articolo e me lo spedisce o me lo linka, mi fa un piacere. gm.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 17.06.06 10:29

Interventi

mozzi, ma si riferisce a questo articolo???

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/16-Giugno-2006/art65.html

saluti!

Pubblicato da: daniele - 17.06.06 12:21

Mah, il fatto, senza troppi giri di parole, è che anche "il precariato" è stato ingoiato dalla grande bocca affamata dell'editoria - con risultati che non lasciano né l'amaro in bocca né un sorriso sulle labbra. Come ho detto in altre occasioni, "Tutti giù per terra" di Giuseppe Culicchia ha fotografato una generazione, quella degli anni Novanta e del mondo del lavoro. "Pausa caffè" di Giorgio Falco ha fotografato quella generazione post-duemila. Due ottimi libri, necessari. A mio avviso questi i due titoli più rappresentativi e fotografici, capaci di fare una buona fotografia sul mondo del lavoro, sulla condizione del precario, del precariato. Poi sono sopravvenuti i cloni, troppi, troppissimi: voci stonate, inutili, presuntuose, che del precariato sanno niente, che non l'hanno vissuto sulla loro pelle e che eppure ne fanno narrazione, o perlomeno ci tentano cercando di convincerci a spendere i pochi euri - che (non) abbiamo in tasca per loro che hanno scritto in fretta e furia. Mi sa che ci sono molti scrittori precari in giro, che si rigirano i pollici per mancanza di idee, e così raccontano il precariato, di chi soldi per sbarcare il lunario niente o prossimi là allo zero. Insomma, sfruttano la triste condizione sociale di chi è precario per "santificarlo" e poi "venderlo" in libreria, un po' come si dice fece Giuda con Gesù per trenta denari. Perlopiù libri che valgono poco, nulla, che fanno felici gli Editori – ma solo se hanno successo di vendite.

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 17.06.06 12:40

Quell'articolo l'ho letto...ora guardo da che parte è finito. Stamani ho comprato La stampa e specchio, e sulla rivista c'è questo, pag.102: "Un ragazzo G1000 precario e felice - Il primo reality book distribuito gratis online (23 mila download in tre mesi su www.generazione1000.com) è diventato libro di carta. Vivere da co.co.pro con 1028 euro netti al mese, sena tredicesima nè garanzie, è dura. Ma claudio ce la fa. E, nonostante la sua condizione di ventisettenne laureato precario, si gode il bello della vita. Un romanzo, ma anche la storia della generazione G1000 che, lavorando, spera in un futuro migliore. - Max Cassani" Il libro, di A. Incorvaia e A.Rimassa, è edito da Rizzoli.
Non 2 o 3 mila download. Se Rizzoli ha deciso di pubblicarlo, forse i lettori in rete e quelli su carta non sono gli stessi. Bon, ora vado a prendere l'articoloo...

Pubblicato da: andrea b - 17.06.06 12:58

Per Daniele: sì, certo, non solo "mi riferisco" a quell'articolo lì, ma - e mi pare che si veda - lo riporto integralmente (non ho linkato l'articolo perché nel sito del manifesto gli articoli restano disponibili solo per una settimana).

Pubblicato da: giuliomozzi - 17.06.06 12:59

@ mozzi
chiedevo solo per poterla eventualmente aiutare.
con stima
daniele

Pubblicato da: daniele - 17.06.06 13:16


On line sono rimasti sol più "gli extra": cioè sfondi per cellulare, avatar... e robaccia del genere.
Ecco come fare del precariato un business. E globalizzarlo.

g

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 17.06.06 13:39

ehm...il problema di stare in 9 in una casa è che non si ha proprio il controllo di tutte le cose che...e così quell'articolo, o meglio quel domenicale, se n'è partito per chissà quali lidi...scusa. Oggi su Tuttolibri c'è la recensione de La cultura enciclopedica dell'autodidatta di Bregola, scritta da Sergio Pent, a pag.4. In rete non è ancora disponibile. Ma la dovrebbero mettere. ciao!-)

Pubblicato da: andrea branco - 17.06.06 14:54

Ricordo che, in tempi non sospetti, il Mozzi curò un'antologia proprio sul lavoro. Ora non ricordo precisamente il titolo, forse Il lavoro appeso, o una cosa simile. Parlo di una raccolta uscita circa due anni fa e se non sbaglio il Mozzi, in origine, avrebbe dovuto farla uscire per la Sironi. Mi colpirono molto un paio di racconti, soprattutto uno, Sotto il sole di Satana (non ricordo il nome dell'autore)e la prefazione scritta dallo stesso Mozzi. Allora, non credo si potesse parlare di just in time industriale.

Pubblicato da: piero - 18.06.06 20:16

Certo Giuseppe, anche questa moda passerà. Non appena un po' di realtà fa irruzione nella letteratura bisogna darsi da fare per espellerla, no?

Pubblicato da: giuliomozzi - 19.06.06 09:18

Giulio caro: passerà al pari della moda dei libri sui templari e il santo graal. E' normale: le mode passano, i tempi cambiano. Le minigonne restano. :-)
Non è che la realtà nella "narrativa" mi dia fastidio, tutt'altro: mi pare d'aver specificato, anche in maniera piuttosto enfatica, che "Pausa caffè" di Falco e "Tutti giù per terra" di Culicchia sono delle buone fotografie. Così non è per Accardo e il suo "Un anno di corsa", almeno a mio avviso, per i motivi che spiegai nella recensione e anche in questa sede (di commenti) in maniera piuttosto esaustiva.
La realtà è la benvenuta nella narrativa così come nella letteratura: problema è che qui si stanno sfornando romanzi incentrati sul precariato ma inventati di sana pianta o quasi. Leggi bene quel quasi: insomma si parla del precariato senza conoscerlo davverso se non per sentito dire, senza averlo vissuto sulla pelle. La realtà che è in questi libri mi sembra abbastanza poca, eccetto per Murgia.
Tra l'altro, al di là del mare, "Generazione X" di Coupland aveva fatto polaroid del precariato in America.
Per non dire di "Generazione 1000 euro", già diventato un mero e proprio business molto in stile Mac Donald's, con tanto di "extra". Ma dove siamo? in quale realtà? In quella del monkey business.
E però, come ho già detto, almeno due buoni libri sul precariato ci sono stati consegnati: ed è più di quanto osassi sperare.

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 19.06.06 13:25

Parola di precario, i libri (specialmente i romanzi) sul precariato mi sembrano solo una squallida giustificazione dell'esistente.
Li leggi, ti dici, cazzo che rabbia, è proprio così come scrive il tale, magari ridi (o piangi) anche un po' su te stesso e le tue menate... poi metti giù il libro ed è finita lì. L'autore ci guadagna quei quattro soldini in più, si fa conoscere ed entra nei "girini" editoriali di qualcosa, qualcun altro rosica e i precari rimangono precari come prima e se lo picchiano in c***...

Una bella rivoluzione armata ci vuole, altro che palle! :) Esagero? Mah!

Massimo Villivà

Pubblicato da: Massimo Villivà - 19.06.06 16:17

Anche scendere in piazza in qualche milione, senza carri armati, basterebbe. Ma qua (in Italia) si dorme.

Pubblicato da: Addio alle Arti - 19.06.06 17:41

Si dorme? Magari.

Ci hanno lobotomizzati. Ci siamo lasciati lobotomizzare dai giornali dalla tv e da mille altre BIP BIP...

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 19.06.06 19:48

A noi ci sta bene che Muccino s'improvvisi scrittore, ci sta bene Andrea Pezzi che fa il paroliere dal suo pulpito su RaiDue, ci sta pure bene Fabio Volo (più canne che uomo!) che fa l'attore e lo scribacchino, ci sta bene tutto di tutto: comincio a rivalutare la Litizzetto, perlomeno lei mi fa ridere tra un "col cavolo" e mille passaggi su RaiTre. Meglio ridere che piangere, alla fin dei conti, se tanto tutto va a rotoli per colpa nostra che stiamo dietro all'INUTILE e al SUPERFLUO.

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 19.06.06 19:53