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27.06.06

"Tutto si tiene, nel romanzo di Bregola, nonostante l'apparente disorganicità, o anzi, forse grazie ad essa"

di Luigi Preziosi

[Questo articolo di Luigi Preziosi è apparso, in una versione scorciata per ragioni di spazio, nel quindicinale Stilos del 20 giugno 2006. Potete leggerlo qui di seguito o, vista la lunghezza, scaricarlo in un comodo pdf. gm] [altri articoli sul romanzo di Davide Bregola]

Questo è Davide Bregola e cliccando qui arrivi al suo blogCon La cultura enciclopedica dell'autodidatta Davide Bregola scandaglia nel profondo, per individuarne materiale grezzo utile per iniziare una nuova ricerca, uno dei paradigmi della contemporaneità che negli ultimi tempi si è più radicato nei rapporti tra individuo e mondo circostante: la precarietà. A quella esistenziale, presenza per altro costante in narrativa e non solo, se ne va da ultimo aggiungendo un'altra, quella per così dire "materiale", relativa ai mezzi di sostentamento, alla mancanza della casa o delle prospettive di crescita sociale e, di riflesso, personale. L'una si accresce dell'altra, o meglio, l'una è in qualche misura rappresentazione pubblica dell'altra, la trasforma da disagio interiore a dato politico, se per tale si intenda una situazione individuale che deriva dall'organizzazione collettiva e che da essa attende soluzioni.

Della somma di entrambe soffrono le generazioni che si affacciano in questi anni a quella soglia che solo qualche decina di anni fa imponeva ai loro padri di assumere un ruolo sociale, e che a volte consentiva loro, una volta addossatisi quell'onere, di provare sollievo, forse apparente, forse illusorio, anche per quell'altro più profondo e a tratti immedicabile senso di precarietà spirituale di cui s'è detto. Della somma di entrambe soffre anche Giovanni Costa, il personaggio che Bregola vuole eponimo di questa generazione di giovani che vive, subendolo, il disancoramento dalla società. Di lui e del suo mondo il lettore è gradatamente posto in condizione di conoscere molto, grazie ad un discorso in prima persona che non solo scava in se stesso, ma assorbe anche impressioni, esitazioni, considerazioni degli altri personaggi e li fa propri con facilità inconsueta, come testimoniano quei dialoghi non virgolettati, immediatamente interiorizzati da Giovanni e rivissuti come esperienza propria. Giovanni è dunque un giovane che, nonostante un brillante curriculum scolastico, smette l'Università al sedicesimo esame di giurisprudenza. Di famiglia modesta, (padre impiegato in pensione dell'Enel, madre casalinga e di quando in quando donna delle pulizie, il fratello camionista), vive di piccoli lavori saltuari. Il quadro delle sue relazioni è completato dalla presenza di Maura, sua fidanzata da anni, e da un gruppo di amici, quasi tutti afflitti dallo stesso senso di provvisorietà, e forzatamente posti a confronto con problemi di sussistenza. Ecco quindi Giuseppe che fa il burattinaio ed organizza rappresentazioni per i bambini dell'asilo, ed Attilio gestore del bar della stazione e Milton da Pesaro, che dopo dieci anni di studi filosofici ad Urbino, sta scrivendo la tesi ed ha tentato, invano, di farsi assumere come commesso in una libreria.

Opprime i personaggi di Bregola (un'oppressione silenziosa, non proclamata, subìta come si subisce lo scivolar via del tempo) la mancanza di prospettive per il futuro, l'immersione in una quotidianità mediocre che non pare offrire motivi di rivalsa, il ritrovarsi costantemente sotto un cielo sempre troppo basso, in cui l'orizzonte è così vicino da sembrare un confine. Differenzia apparentemente Giovanni dai suoi sodali il fatto di aver scritto un libro dal curioso titolo Sonata in bu minore per quattrocento scimmiette urlanti, di averlo pubblicato e di averne ricavato una piccola fama tra parenti e conoscenti. Neanche la pratica della narrativa, però, solleva la sorte del protagonista, per cui l'invasività del senso di provvisorio si trasforma a volte in un consapevole adeguamento alla mediocrità che lo circonda. Diversa, per la sostanza di piccoli o grandi dolori che la perturba, ma non per l'intensità del sottile senso di inanità che comunque la pervade, appare a Giovanni l'esistenza della generazione dei padri. Dei suoi genitori osserva i modi di comportarsi, le piccole manie, capisce le difficoltà del padre a adattarsi alla vita di pensionato, ne percepisce l'ansia per il male contratto in lunghi anni di lavoro, senza poter far nulla per alleviarla (ma anche senza domandarsi se possa fare qualcosa). Fruga nei ricordi, anche per identificare nel passato di se stesso bambino o ragazzino, o dei suoi genitori colti in curve particolari della loro vita, un presagio della sua presente condizione, un'indicazione su come uscirne. Ma le generazioni si sono succedute troppo in fretta, e non c'è esperienza del passato che possa adattarsi all'oggi, il presente ci incalza e ci coglie impreparati, ciò che da bambini abbiamo sognato si avverasse di noi stessi si è rivelato inadeguato già prima che avessimo l'età per progettarlo davvero.

Giovanni si impegna in una disincantata perlustrazione del mondo, fatta di nuovi incontri, a volte sgradevoli, a volte interessanti, mai risolutivi, di piccoli episodi che narrano di una quotidianità fatta di invii di curricula, di confronti impossibili con i giovani rampanti di cui parlano i giornali e di letture di pagine letterarie sugli scrittori più promettenti.Lunghi dialoghi con Maura sui grandi fatti della cronaca degli ultimi mesi (Bregola è bravo a servirsi di essi per consolidare l'andamento diaristico del testo) danno la misura della distanza di questi giovani dai fatti di cui si appassionano, ma di cui si direbbe parlino ripetendo cose dette da altri, come orecchiate da discorsi di una cerchia di adulti a cui non sono ancora ammessi. Ma la precarietà non esaurisce affatto il respiro largo del libro. Ad una tenace curiosità per le cose, Giovanni Costa, infatti, ne affianca un'altra, che si realizza in una attività ben precisa, entusiasmante ed ingenua, tanto generosa quanto inutile: interrogarsi sulla verità. L'una può essere conseguenza necessaria o necessitata dell'altra: in questa indagine non lo raggiunge la mediocrità a cui l'aver metabolizzato il senso del provvisorio potrebbe inchiodarlo, ed investendosi di una responsabilità così alta evita il limbo della deresponsabilizzazione a cui la precarietà lo destina.

Il racconto è quindi intervallato di undici appunti sulla verità, che Giovanni annota come spunti per un suo prossimo libro. Gli apporti sono molteplici: si va dalle definizioni di verità disponibili su Google, a brani tratti da testi di Albinati e di Scarpa, a contributi dell'amico Giuseppe, o di Maura o riflessioni dirette dello stesso Giovanni. L'inchiesta è ad ampio raggio,e così dai lemmi del Dizionario filosofico Utet si passa al binomio letteratura - verità ("la nostra letteratura, in questo periodo storico particolarissimo e delicato... è in grado di dire la letteratura? e se sì cos'è questa verità?"), alle consapevolezze originate da. riflessioni autonome ed "oblique", per cui dalla verità letteraria si passa a quella matematica per approdare a quella etica. La lettura di Sergio Quinzio indirizza Giovanni alla distinzione tra "apprendere la verità" e "fare la verità" (quest'ultima supremo vincolo per lo scrittore), mentre in un altro appunto distingue tra la funzione della letteratura di "vedere" la verità e la felice incompiutezza dell'aspirazione a possederla. È questa ricerca appassionata ed incompiuta per definizione a rendere Giovanni un novello enciclopedista, che aduna gli elementi più disparati che ritiene possano servirgli per avvicinare (non per possedere) la verità.

Testo di particolare complessità (non tragga in inganno la facilità di resa espressiva che Bregola dimostra anche nelle parti saggistiche più ardue) e generosamente ricco di suggestioni, La cultura enciclopedica dell'autodidatta ambisce a scrutare il mondo in maniera da coglierne prospettive, se non mai tentate, certo non usuali. Pervade l'intera narrazione l’impegno di adeguare la scrittura alla realtà che intende rappresentare, e non a caso la ricerca sulla verità, cioè su ciò che più d’ogni altra cosa dovrebbe essere saldo, si compie all’interno dell’esperienza della precarietà: l’ossimoro rende opportunamente conto del nostro modo di vivere, di passaggio, confortato da scarse certezze, e al tempo stesso in costante ricerca di un significato che riscatti il provvisorio. Ne deriva alla narrazione una forte tensione etica, che impronta positivamente di sé non solo la trama o gli aspetti tematici del romanzo, ma anche gli elementi strutturali più sperimentali: tutto si tiene, nel romanzo di Bregola, nonostante l'apparente disorganicità, o anzi, forse grazie ad essa, dal momento che ad appassionare l’autore è proprio l’esplorazione della contemporaneità, per definizione poco decifrabile per chi la vive.

* * *

In che modo ritiene si sia evoluto il suo modo di far narrativa, ovvero, La cultura enciclopedica dell'autodidatta, romanzo cui evidentemente connette intenzioni "alte", può considerarsi il risultato di un lavoro che ha attraversato le sue opere precedenti?

Il romanzo è esattamente il tentativo di scrivere, passo passo, un testo il cui lavoro precedente mi ha fatto passare, a tappe, dai racconti brevi al racconto lungo. Quando, dopo molte pagine scritte, ho sentito di avere il fiato necessario per provare la distanza, mi sono impegnato in un progetto più lungo. Il mio modo dalle intenzioni “alte", come lei lo definisce, non è altro che un “palinsesto". Poiché il palinsesto è un’antica pergamena che conteneva scritti diversi di volta in volta raschiati per poter essere sostituiti da altri scritti, ma è anche una sovrapposizione di scritture e quindi racchiude in sé varie stratificazioni di messaggi, La cultura enciclopedica dell'autodidatta è la somma di tutto questo. È parte integrante del tutto e come tale non prescinde dall’opera precedente. Ciò detto è il palinsesto l’opera a cui ambisco.

Che cosa pensa dei giovani narratori italiani, quelli che come lei, sono già in qualche misura oltre il Novecento?

Essere anagraficamente oltre il Novecento non vuol dire essersi affrancati dal secolo. Ci sono ancora troppi retaggi culturali, troppe imposizioni scolastiche, troppo “zeit geist" che pervade ancora in larga misura il modo di procedere dei narratori in questo nuovo secolo. L’idea di “giovani narratori italiani" non è mai rientrata nei miei pensieri, ma l’idea di una letteratura “nascente" sì. Per questa ragione penso che alcuni tra i più dotati scrittori nati alla fine degli anni sessanta e negli anni settanta-ottanta debbano prima di tutto essere ambiziosi, non farsi sfruttare con la formula: “il De Lillo italiano o l’Houellebecq italiano o il Rushdie di Borgo Panigale" ma agire senza avere o farsi appioppare dei prestanome facili per il lettore pigro e per l’editore senza Wit (arguzia, ingegnosità).

Quanto c'è di autobiografico e quanto c'è di autobiografia collettiva di una generazione in La cultura enciclopedica dell'autodidatta?

Il punto centrale a cui tengo molto è proprio questo. Sfruttare l’idea del metodo “induttivo" per partire dal microcosmo e andare nel macrocosmo. Dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande e tentare la dimostrazione. Il romanzo ha un procedere tematico a “satellite". Ripeto tematico, non strutturale della trama, ma tematico. C’è il singolo, poi c’è la famiglia italiana, la società del nostro paese, poi c’è la nazione, ci sono gli eventi internazionali mediati dagli organi d’informazione e infine c’è la “verità". Se si considera che nelle Lettere di San Paolo “leggere" etimologicamente preso dal greco vuol dire “guardare in su", “scrutare in su", io non ho fatto altro che cercare questo a partire dal singolo e via via astrarmi per vedere, distanziandomi, come usano fare coi satelliti che scansionano la realtà a partire dalle cose minute fino ad arrivare allo spazio intorno alla Terra. Ho scrutato in su. L’autobiografia personale c’è nella misura concessa dal genere dell’“autofiction", autobiografia collettiva c’è ed era nelle mie intenzioni ci fosse ma spetta al lettore dire se l’intento è riuscito o meno.

Il suo blog (e non è l'unico) ha ospitato anticipazioni e stralci del romanzo, ed anche una interessante ricerca, basata su contributi di vari autori e critici dal titolo Il grande romanzo del XXI secolo. Quale nesso lega quest'ultimo progetto (i "paralipomeni" al romanzo vero e proprio) a La cultura enciclopedica dell'autodidatta?

La mia idea è che il nuovo secolo entrerà veramente nel vivo solo quando si troverà la formula della condivisione di massa. O sarà così o non sarà. L’uomo a una dimensione è un residuo del passato mentre l’apparente irrazionalità del precariato o dei progetti casuali e senza nessi sono perfettamente allineati alla condizione contemporanea, alle aspettative degli individui e alle sue non-aspettative. Le generazioni più giovani di oggi non sono un aggregato sociale ma una somma di individualismi. Sono una comunità estemporanea e infinitamente mutevole di “file sharing" e la condivisione di massa cui accennavo poco sopra segue più la filosofia del downloading delle idee e degli atteggiamenti che non altri tipi di costrizioni aggregative date dalla stessa classe sociale o da motivazioni sociologiche astruse. A partire da queste considerazioni ho tentato di aggregare su un unico tema, ossia il romanzo, alcuni critici, scrittori, lettori. Ne è risultato un saggio scaricabile da internet in cui oltre a dare una mia idea di come dovrebbe essere il romanzo nel nuovo secolo, ho incluso suggestioni e contributi di altri.

Giovanni Costa si interroga sulla definizione di verità. Un romanzo, originato da ragioni autentiche, è (anche) rivelazione di verità? Si può affidare al romanzo questa funzione?

C’è chi dice che l’arte deve essere in grado di parlarci o farci vedere la verità per il tramite della bellezza. La bellezza che ha a che fare con la “forma" non mi interessa. A me interessa la “bellezza" che scaturisce dalla forza. Un romanzo può essere scritto autenticamente ed essere, allo stesso modo, scadente, per cui è necessaria ma non sufficiente l’autenticità. Autenticità che non deve essere confusa con la sincerità, ma un’autenticità che deriva dall’energia. Mi spiego: la forma affascina quando non si ha la forza di capire o di scrivere cosa sia la forza e di estrapolarla da se stessa. Non sono sicuro che arriveremo mai a capire cosa sia la “forza" ma dovrebbe essere possibile, in questo secolo, tentare di riconoscere il suo posto all’interno della narrativa. Si può affidare al romanzo la funzione di rivelazione? Razionalmente direi di no, ma vorrei invece poter vedere il testo stesso come un sistema di energie e tensioni interne, impulsi, desideri e resistenze. Vorrei che il romanzo avesse delle funzioni e tra queste, in ordine simbolico, anche quella di dire cosa è verità.

L'indagine sulla verità porta Giovanni Costa (e Davide Bregola?) a riflettere sul senso stesso della letteratura. Nell'appunto numero otto scrive: "Quando un autore esprime qualcosa di nuovo, rompe l'equilibrio su cui si fondano scuola, cultura, politica, e la quiete e la perpetuazione cui mirano... c'è una responsabilità dello scrittore "nuovo": non in ambito letterario, ma etico". E nell'appunto n.10 si fanno strada le considerazioni di segno opposto (forse) del critico letterario Cugola, che scrive: "Lo scrittore, nel momento in cui estranea il lettore dalle minute occasioni della cronaca e lo catapulta nella realtà del cuore o della fantasia ha realizzato un atto morale, profondamente etico". Si tratta di due concezioni antitetiche, o piuttosto complementari?

Sono due citazioni complementari. C’è quella parola, ormai dimenticata da tutti, che ha un significante ma alla quale dobbiamo ristabilire un significato più calzante per l’oggi: etica. L’etica a cui mi riferisco non ha nulla a che fare con l’accezione filosofica che a partire da Aristotele è stata codificata in questi secoli. La condotta dell’uomo, il suo aspetto descrittivo, e non normativo, dovrebbe riuscire a dire, raccontare, lo scrittore. Non mi riferisco alla Morale, ma proprio all’Etica. Hegel in questo senso aveva stabilito la grande differenza tra moralità ed eticità. Moralità indica l’aspetto soggettivo della condotta, eticità indica l’insieme dei valori morali effettivamente realizzati nella storia. Qualcuno dirà non sia materia dello scrittore ma della filosofia, del diritto. Io dico invece che è anche materia dello scrittore. Prima asserivo che il secolo nuovo sarà il secolo della condivisione o non sarà e lo ribadisco ora. La transdisciplinarità dovrà essere il metodo per partire.

E se la rivelazione sul rapporto tra verità e letteratura fosse nell'appunto n. undici della fidanzata di Costa, per la quale "La letteratura è il gusto della verità che è dentro la realtà. I gusti sono tanti e non sono tutti buoni... ma sono il primo incontro verso cose essenziali per sopravvivere"?

Nel romanzo si danno tante suggestioni su Verità. Alcune filosofiche, altre poetiche, altre ancora narrative altre di ordine quotidiano. Nelle intrusioni parasaggistiche c’è un’intenzione compilativa. Io, in quanto autore, non so dire se la fidanzata di Costa possegga la verità. Certo è che il protagonista del libro fa esperienze di verità, le racconta, ma non riesce a leggerle in quanto tali. È talmente impegnato nella sua ricerca che, come Bouvard e Pecucet di Flaubert, non si accorge della Grazia che permea la sua vita e la vita di tutti.

Che futuro c'è per i Giovanni Costa?

Ho conosciuto tanti Giovanni Costa che vivono ai margini della società. Persone che per grandi ideali o aspettative sproporzionate nei confronti della vita stessa si sono rovinate. Non sono propriamente degli idealisti, ma sono uomini e donne dotati di una sana caparbietà. Si perdono sulle questioni di principio o si ritrovano proprio nei principi. Non sono dei perdenti o dei disadattati. Sono persone arrivate spesso vicine alla gloria e per scelta o per destino sono andate altrove. Qualcuno li pensa dei geni incompresi, altri li considerano degli esseri pittoreschi, cólti ma dalla naivetè latente o conclamata. Sono persone che finiscono come Giovanni Costa, oppure vanno a finire a coltivare il proprio orto come fa Candido di Voltaire. In fin dei conti Costa è anche un furbo, altre volte è un figlio di buona donna ed altre volte ancora tradisce le aspettative pur di stare per i fatti suoi. Un po’Emilio di Rousseau, nipote di Zeno Cosini, figlio di quell’umperproletariat che è diventata la classe media di vent’anni fa. Tale mutamento mi fa dire che di Giovanni Costa in futuro ce ne saranno sempre più, ma il loro futuro mi è ignoto.

Una sua conversazione con Antonio Spadaro ha dato spunto, all'inizio dell'anno, ad un dibattito sullo stato del romanzo italiano, iniziato su "Avvenire" e proseguito su vari siti letterari. In sintesi, Spadaro scrive: "Ecco cosa mi aspetto dalla nuova narrativa italiana, ecco ciò di cui sono alla ricerca: pagine libere dalla stanchezza del rancore e del fallimento necessario, dal torpore del sentimentalismo, dalla banalità del puro gioco delle forme; pagine che conoscono la perdizione del naufragio, ma anche la grazia della salvezza; pagine che sappiano guardare alla realtà così com'è, senza i rimedi e senza l'airbag della militanza indignata e colta". Ritiene che La cultura enciclopedica dell'autodidatta abbia qualche cosa in comune con questi canoni?

Ho scritto La cultura enciclopedica dell'autodidatta con gli organi della ricezione spalancati nei confronti di tutto ciò che dall’esterno poteva suggestionarmi e aprirmi nuove strade d’interpretazione. Non parlo solo di libri, ma faccio riferimento anche a prassi, a cose pratiche della vita degli uomini. Ho tenuto dialoghi serrati con altri scrittori, anche stranieri, ho provato a confrontarmi con le aspettative degli altri e con le mie. Spadaro ha scritto queste cose quando io già avevo portato a compimento il romanzo, per cui non abbiamo potuto suggestionarci a vicenda. Eppure adotta delle parole condivisibili. Miscuglio di razionalità e emozione. Per me La cultura enciclopedica dell'autodidatta è attualmente l’unica struttura narrativa praticabile. Il criterio, il dogma, il modulo: sta cambiando tutto. Il mio atteggiamento durante la stesura del romanzo è stato guardingo e sono stato attento a camminare per strada guardando intorno a chi si incontra e a che cosa succede di momento in momento. In questo scenario in cui non ci sono né generazioni né movimenti intesi come lo si è sempre fatto, e nel quale i complessi di norme si destrutturano, ho notato una società “adiaforica", che sconnette le scelte dell’etica riconducendole a questioni tecniche, e resta indifferente davanti alle gerarchie di valore, anzi le tratta come una dimensione prossima allo zero. Per La cultura enciclopedica dell'autodidatta sono partito da queste considerazioni e ho iniziato a scriverlo.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 27.06.06 10:30

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