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16.06.06
Scrivere per vendetta
Si può scrivere per vendetta? Può uno scrittore, un giornalista, un critico, usare il suo talento e, quando ne ha la facoltà, il suo potere per stroncare un avversario avendo come motivazione quella di fare il male? Henry Miller stigmatizzava questo comportamento perché la scrittura, diceva, non può venire meno alla sua missione, che consiste nella ricerca, nella comunicazione di emozioni, e lo scrittore deve superare i propri istinti bassi. Oggi nel giornalismo – e non solo quello politico – non è raro trovare la vendetta: tra le righe traspare talvolta la calunnia, la coltellata alle spalle, la trappola, e l’etica che invocava Henry Miller sembra dimenticata.
E gli scrittori? Vi sono opere in cui l’autore ha creato personaggi sulla base di matrici reali, e li ha animati sulla scena del proprio teatrino con un sarcasmo che rasenta la crudeltà.
Certe figure di Proust sono intrise di un’ironia che ci strappa sorrisi feroci, e noi sappiamo che dietro ci sono due, tre, a volte quattro figure reali da cui ha attinto per creare i suoi attori; Vitaliano Brancati crea dei personaggi così grotteschi, che, nella tragedia di certe sue storie a tinte nere, dà l’impressione di sghignazzare amaramente alle loro spalle. Ma è vendetta? Non vi è certezza, non vi sono segnali sicuri. E, in assenza di tracce inequivocabili, noi prendiamo le loro pagine taglienti per quello che sono, cioè rappresentazioni dell’assurdo, del ridicolo.
Ma uno scrittore, uno dei grandi dell’Ottocento, si è abbandonato al gusto amaro della vendetta senza alcun dubbio interpretativo; offeso nel suo intimo da un mancato riconoscimento, logorato da una vita grama di sconfitte, ha dato libro sfogo al suo odio producendo un libello terribile, forse l’esempio più aspro di scrittura offensiva: quello scrittore era Charles Baudealire, e il libro La Capitale delle Scimmie. E se in Proust l’ironia non è mai disgiunta da una vena autentica di affetto, e con Brancati entriamo in una paradossale animazione di macchiette, in questo libro Baudelarie si abbandono alla cieca a un odio profondo, furioso, e le parole, usate come corpi contundenti, hanno come unico scopo quello di ferire e di offendere.
L’antefatto: Baudelaire non riesce più a trovare una via d’uscita ai suoi problemi in Francia. I creditori lo perseguitano, gli editori rovinano le sue poesie con tagli e censure, per evitare processi per oscenità. L’ultima boutade, l’autocandidatura all’Accademia di Francia, lui, l’antiborghese, l’antitrombone per eccellenza, è andata buca. Il rapporto con la madre non è mai risolto, e continua a trascinarsi per strade di solitudine, di fallimenti e di non-amore. Si sta avvicinando la fine, lo sente. La malattia si è aggravata, sono arrivati i primi segnali di paralisi. Vuole andare via, vuole partire, forse ha bisogno di un ultimo scatto di vitalità, di abbandonarsi al sogno di cercare fortuna all’estero, in una terra che lui vede come provinciale, primitiva, aperta alla colonizzazione del suo ingegno. Così nell’aprile del 1864 parte per il Belgio, e il 24 arriva a Bruxelles, all’Hotel du Grand Miroir. Il primo impatto è positivo, è in una città sconosciuta, da esplorare, dove “tutto è bello ed eccitante". Vuole tenere delle conferenze, che sogna affollatissime e trionfali, vuole contattare l’editore di Victor Hugo, che ammira come scrittore, e che odia, perché è progressista, ha successo, è desiderato e vezzeggiato, mentre lui si trascina faticosamente nelle paludi del non-riconoscimento, mendica una recensione di Sainte Beuve, si sente ignorato e respinto. Inizia con le conferenze, ma si rivelano un disastro. La colpa è anche sua, perché a quella su Delacroix arriva gente, ma Baudelaire, che è un pessimo oratore, si abbandona a imbarazzanti giochi di parole sulla perdita della sua verginità come oratore e fa scappare il pubblico femminile. A quella su Gautier, scrive Giuseppe Montesano, “con il foglio attaccato al viso e una voce stridula celebra una messa letteraria sulla defunta poesia, ma legge senza rivolgersi a nessuno, sprezzante e lontano". Con le conferenze voleva guadagnare un po’ di franchi ma i 500 preventivati si riducono a 100. Ben presto intorno a lui si fa il vuoto. E, cosa per lui particolarmente insopportabile, un’offesa ignobile per il dandy quando si mette in tiro, ed esibisce i suoi addobbi migliori, nessuno lo nota: “Per quanto avesse un vestito e un soprabito chiari, con degli anelli su dei guanti ametista, passava inosservato". Il dandy sputa tutto il suo disprezzo sui Belgi, che “hanno sempre l’aria malvestita, per quanto si applichino molto a essere benvestiti". Con questo popolo ignobile e tarato non c’è speranza, perché “la natura più brillante qui si spegnerebbe nell’indifferenza universale". Il rancore furioso, ma di una furia gelida, dissanguante, dà origine a una fisiognomica atroce, dove tutto dei Belgi, l’aspetto fisico, le abitudini, il modo di camminare e di ridere, è ripugnante: “il volto belga o piuttosto brussellese, oscuro, informe, smorto o vinoso, costruzione bizzarra delle mascelle, stupidità minacciosa"; “il modo di camminare dei Belgi, folle e pesante. Camminano guardando all’indietro, e si urtano senza sosta... un Belga non cammina, ruzzola"; “la fisionomia umana è pesante, impastata. Teste di grossi conigli gialli, ciglia gialle. Aria da montoni che sognano". Non risparmia nessuno, neanche i bambini: “bruttezza spaventosa dei bambini. Pidocchiosi, unti, col moccio, ignobili. Bruttezza e sporcizia. Anche puliti, sarebbero ancora orribili"; le donne belghe gli fanno orrore: “nella donna nessuna civetteria, nessuna resistenza, nessun pudore. Tutte bionde, scialbe, con occhi di pecora blu o grigi, a fior di testa"; “in una stradina sei dame belghe che pisciano sbarrano il passaggio, alcune in piedi, altre accovacciate, tutte vestite da gran sera". Il paesaggio è da incubo: “natura del terreno nei dintorni di Bruxelles, fangoso o sabbioso, che impedisce qualsiasi passeggiata... la vita animale poco abbondante. Niente insetti, niente uccelli. Anche l’animale fugge da queste contrade maledette". Arriva a invocare l’invasione, la deportazione: “impadronirci del suolo, degli edifici e delle ricchezze, e deportare tutti gli abitanti. Impossibile adoperarli come schiavi. Sono troppo stupidi". Si spinge oltre, desidera il Colera, la strage: “quanto si fa attendere, l’orribile beneamato, questo Attila imparziale, questo flagello divino che non sceglie le sue vittime! E come finalmente godrò contemplando la smorfia di agonia di questo orribile popolo... io godrò, dico, dei terrori e delle torture della razza dai capelli gialli".
La Capitale delle Scimmie è un libro che gronda odio, pazzia. E’ il suo ultimo testo, una sorta di testamento maligno, rimasto incompiuto. Sono tutti frammenti, bozze e riscritture, interessanti da analizzare come flusso in fieri di scrittura impregnata di sentimenti negativi, e da ascoltare, perché echeggia di sonorità cupe, minacciose.
Ma forse questa scrittura che si avvita su se stessa, che si nutre della propria ansia di vendetta, e sembra annegare nel proprio veleno, proprio perché è così esplicita, e parla di decadenza, di abbrutimento, rivelando territori nascosti e protetti del nostro cuore nero, trova la sua forma di riscatto, e, chissà, di immortalità.
Pubblicato da Mauro Baldrati, il giorno e l'ora: 16.06.06 10:28
Interventi
Bellissimo post, Mauro. Molto interessante.
Pubblicato da: Gaja - 16.06.06 10:56
Scritto interessante, sì. Ma solo quando si è in esilio si può capire gli esiliati. Ovviamente, non dovrebbe essere - in teoria - necessario vivere una cosa per comprenderla. Questo scritto, secondo me, lo dico con rispetto per l'autore e per lo stesso, invece lo dimostra, almeno in parte, ed è una lettura, ripeto molto interessante, ma abbastanza sbagliata. Contiene in sé l'idea che un artista debba essere perfetto. Migliore forse sì, dovrebbe esserlo, ma umano, non disumano. Le descrizioni e reazioni del poeta sono sono tipiche (da un punto di vista psicologico) di chi abbandona (soprattutto se deve, per ragioni di sopravvivenza) la propria "patria" e la propria "madre" (lingua). Insomma sono le stesse di un emigrato qualunque (un emigrato che non si rassegni ad aver dovuto emigrare, beninteso), che però sa analizzare e descrivere, almeno in parte, quello che vive. Senza soldi, malato. Pensiamo qualche volta anche all'uomo-artista; abbiamo un po' di pietà. Dunque non "pazzia", dolore. Male per conseguenza. A volte il male è molto più banale di quanto non sembri.
Pubblicato da: Addio alle Arti - 16.06.06 11:49
con tutto il rispetto credo che uno scrittore debba e soprattutto possa scrivere un po' ciò che gli pare. Per vendetta, per relax, per informare, per insegnare, semplicemente perchè gli prude, eccetera eccetera. Per quanto riguarda il signor Baudelaire penso che un autore del suo calibro possa (è ancora "vivo", altrimenti lei non ne parlerebbe) fare tutto ciò che vuole. l'umore dell'uomo, la passione, il sangue della vita, sono mille e mille volte più interessanti di una letteratura da taschino, una letteratura per animi docili, da conferenza, da letterato part time e pacificato. La vendetta è un giusto tema. In fondo per ottenere ciò che si desidera occorre subire un bel po' di cose e perchè non restituirle tutte al momento opportuno. Nessun buonismo di matrice cattolico borghese, nessuna pacificazione interiore, con il mondo e lo spirito santo. Non crede sia l'ora di bruciare i libretti inutili e di ripristinare la ghigliottina?
Pubblicato da: Ba come vendetta - 16.06.06 12:07
l'artita dovrebbe essere meno imperfetto.
l'artista è una incompleta perfezione.
l'artista può raggiungere solo la perfetta incompletezza.
ci sono canoni e canoni prestabiliti, montagne di canoni e archetipi
poi nasce un'imperfezione più perfetta. un'altra misura. e così all'infinito più infinito che fa uguale a infinito.
gli scrittori sono frattali a sè s(t)anti.
impossibile riprodurne le coste
un po' migliore, ma umano, non disumano?
qui torniamo al male e al bene?
il nostro male è la spinta alla sopravvivenza.
niente di male, niente di amore.
sopravvivenza fuori e dentro di noi. in parte animali.
regno umano è solo uno sfortunato interregno tra la flora e la fauna...
paola
Pubblicato da: cara polvere - 16.06.06 12:35
credo che nel teatrino della propria mente, l'autore non sia nuovo a situazioni del tipo quella descritta da Camilleri, in merito al suo Montalbano: "a volte lo vedo che mi scappa di mano, che mi si ribella, che si inerpica su strade tutte sue". Succede, anche se qui la vendetta, sembra più appartenere al personaggio che non a colui che lo ha (letterariamente) creato.
Pubblicato da: cletus - 16.06.06 12:42
Solo il nobile di spirito può provare odio profondo, un odio artistico contro l'imbecillità: Baudelaire era un genio al pari di Lovecraft - che pure lui nutriva un odio singolare, per certi versi razzista.
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 16.06.06 14:11
ma uno scrittore li dovrà affrontare, questi istinti bassi, per superarli. O che ci sbatta contro o che li salti, o li aggiri, in qualche modo ci sono. Ne La capitale delle scimmie, da quel che ne dici, da come ne parli, sembra che Baudelaire, appunto si stesse confrontando con i suoi istinti bassi. forse lottava. tra la sua vendetta, e la scrittura. credo uno scrittore possa scrivere di tutto, dipende da come lo fa. ma questa è cosa che si vede solo dopo. a priori non metterei limitazioni. bello e interessante questo post.
Pubblicato da: andrea branco - 16.06.06 14:35
Il grande merito di Baudelaire (ma potremmo fare anche il nome di un altro grande "maledetto": Céline) sta nel buttare fuori il suo fiele, le sue antipatie (qualcuno non ne ha?), la sua ribellione non consumata. Avrebbe potuto scrivere, mutatis mutandis, le stesse cose dei russi, dei neri o di sa chi... E che avrebbe scritto (perdonatemi l'escursione), non in senso politico, ma morale, civile e culturale dell'Italia che elesse Berlusconi? Non abbiamo noi stessi scosso il capo più volte nell'incomprensione prefigurandoci quell'area della società come qualche cosa cui si poteva augurare (perdonate ancora, questa volta l'esagerazione) tutto fuorché il bene?
Lavoro artistico a parte, la scrittura ha anche un aspetto terapeutico -ve lo figurate Proust in analisi? Baudelaire è "cattivo" ma libera e si libera dei suoi fantasmi, li lascia girare alla luce del sole ed in questo modo a poco a poco sbiadire. Come ne "L'Albatros" prende sulle proprie ali l'imbecillità sua e del mondo -coerentemente con il suo essere un dandy infuocato e quasi programmatico (e questa è secondo me una delle chiavi di lettura). Baudelaire odia la mediocrità -ma anche lui di mediocrità ne aveva: non lo fa questo ancor più grande? È una freccia che punta all'infinito, ove si agitano tutti i nostri amori ed odi: inutile stare a discutere se questi ultimi siano giustificati (di grazia: di fronte a che?), sono qualche cosa di cui ci dobbiamo liberare -ataviche iscrizioni nel DNA...
È il suo ultimo scritto si fa notare: mentre in agguato c'è l'afasia che lo colpirà che lo costringerà a balbettare i suoi "crénom!" Sull'altra sponda, anni più tardi, Nietzsche mangiava la propria merda nello psichiatrico, senza potersi più liberare.
Bel pezzo Mauro.
Pubblicato da: maline - 16.06.06 15:38
E Gadda nella descrizione dei borghesi al ristorante, nella Cognizione? E lo Swift di Gulliver a Brobdingnag? E lo Shakespeare di Timone di Atene?
Sono meravigliose pagine di puro odio per l'umanità, che nascono, credo, da un livello di coinvolgimento con la realtà totale, in cui il proprio io ipersensibile naufraga.
L'odio dell'artista è quello della disperazione per qualcosa che è, ma che si sente oscuramente che potrebbe essere altro, migliore, diverso... è una dolorosa tensione verso l'utopia, il non ancora, il mai più.
Bel post, molto interessante
Massimo Villivà
Pubblicato da: Massimo Villivà - 16.06.06 16:51
Grazie a tutti, ogni commento è un contributo prezioso per me: su alcuni punti ci sarebbe da discutere, e da discutere forte: per esempio se uno scrittore può scrivere ciò che vuole e come vuole: certo che sì: però anche noi lettori possiamo esprimere le nostre impressioni quando e come vogliamo, perché lo scrittore, il grande artista, non è un santo, non è al di là del tempo e dello spazio: è umano, troppo umano, proprio come noi.
Pubblicato da: Mauro Baldrati - 16.06.06 17:53
Mauro: secondo me, sto facendo dell'opinionismo - meglio metter i puntini sulle "i" - lo scrittore può e deve scrivere ciò che vuole e nella maniera che più gli piace, che gli sta comoda. Quando non lo fa, quando si autocensura, allora non è uno scrittore: solo uno che scrive, che impiastra i fogli di parole e inchiostro.
Guarda Baudelaire: è stato censurato, ma lui non si è autocensurato. Ed è forse anche questo il motivo per cui ancora oggi lo amiamo. Io oltremodo, come Poe, Rimbaud, Wilde, Orwell... Verlaine un po' meno: lui si censurò alla fine della sua vita, sì, si censurò un po'.
Il lettore ha il diritto e la libertà di dire di un libro nella maniera e nel modo che vuole: ovviamente se l'ha letto il libro, altrimenti meglio sarebbe che imparasse a leggere le istruzioni del wc-net. :-)
Il grande artista non è un santo e nemmeno il critico.
Vado in OT clamoroso ma forse no: leggetevi pure "I ragazzi di Anansi", il nuovo di Neil Gaiman. Dire che è superbo è poco.
Saludos
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 16.06.06 18:53
se ti censuri troppo la gente non gode, non ti tira le pietre, non "sente" niente, non la fai emozionare non le dai "sangue", non le permetti di odiarti.
se ti censuri poco la gente gode ma si vergogna di godere, ti odia ma ha paura ad odiarti, etc.
facciamo che il vero artista è uno sfurtunato assistente sociale cui non vengono sempre riconosciuti i meriti(?)
un saluto
paola
Pubblicato da: cara polvere - 17.06.06 09:37
Ipotesi: uno scrittore, per esempio uno grande del secolo scorso, può scrivere quello che vuole, quando vuole, senza censure. Ma, ed è la tesi (in forma di domanda) è sempre l'opera di un grande scrittore, e tutto viene diciamo così trasfigurato, o accettato, o nobilitato perché esce dalla sua penna, per cui a grandi animi corrispondono grandi sentimenti, grandi odii ecc? Quando Ezra Pund scrive un'ode a Hitler e Mussolini noi la consideriamo comunque il pezzo di un grande poeta? Quando Céline si lancia in una invettiva antisemita noi non ci permettiamo di criticare perché è una creazione di Céline? Quando Baudelaire invoca l'invasione del Belgio e la deportazione degli abitanti noi come leggiamo le sue parole?
Pubblicato da: Mauro Baldrati - 17.06.06 17:42
mi scusi baldrati, si puù certamente contestare il contenuto ma non la forma se la forma è ritenuta o è eccelsa. ci sono critici che del contenuto se ne impippano badando alla creata f o r m a. o no? magari sbaglio. forse sono perennemente OT. vorrei solo farmi chiarezza perchè è un discorso abbastanza complicato dove i peli nell'uovo sono tanti.
ex: michelangelo non andava d'accordo con i clericali, volgliamo per questo sputare sul Giudizio? sputerei su chi ha messo le mutande al Giudizio, piottosto. lì sta l'arcano neanche troppo arcano ossia tra le mutande e i genitali.
bih. boh. bah.
un saluto
paola
Pubblicato da: cara polvere - 17.06.06 19:11
ah. se tu sapessi.
Pubblicato da: Lu - 18.06.06 14:37
@ paola cara polvere:
non ho capito quasi niente del tuo intervento, però è molto simpatico
@ mauro:
no, se uno scrive degli orrori tali rimangono, indipendentemente dalla patente di scrittore o grande scrittore.
Pubblicato da: Donovan - 19.06.06 08:49
@ Lu
"ah. se tu sapessi"
se questa stringa era per me, beh, vorrei sapere... che un po' m'inquieta.
@Donovan
si. mi capita di riuscire simpatica ma incomprensibile...o incomprensibilmente simpatica :-)
ma almeno l'ortografia è corretta?
poi non so bene a quale intervento tu ti riferisca ma suppongo all'ultimo sulle mutande.
ps: sostenevo che se la forma rispetta certe regole canoniche tanto da rasentare la perfezione, spesso il contenuto in essa passa inosservato.
quanto è sempre importante la forma, la maschera. quanto.
"la naturalezza è una posa.", dice il Lord Henry di WIlde. quantomai attuale o no?
un saluto
paola
Pubblicato da: cara polvere - 19.06.06 13:47
@Mauro
"Quando Ezra Pound scrive un'ode a Hitler e Mussolini noi la consideriamo comunque il pezzo di un grande poeta? Quando Céline si lancia in una invettiva antisemita noi non ci permettiamo di criticare perché è una creazione di Céline?"
Sono comunque documenti importanti della personalità dell'artista, rivelazioni di idiosincrasie, ubbie personali, follie e nefandezze e tutto quento fa di un umano, un umano. In genere l'autore ne paga sempre le conseguenze in termini di ostracismo collettivo e odio da parte dei politically correct. Pound e Céline hanno abbondantemente pagato, così come pure Hamsun, o un Malaparte, o, in campo filosofico, Heidegger. Per qualche strano motivo, la grandezza di questi personaggi permane, nonostante tutto. Forse, senza giustificare nulla e nessuno, bisogna sempre considerare il contesto storico sociale nel quale certe opere vengono concepite. Il resto è arte, cioè un misto di rabbia e gioia crudele, visione totale del fondamento instabile e doloroso dell'esistente, desiderio di utopia, e ossessioni biografiche ed estetiche.
Massimo Villivà
Pubblicato da: Massimo Villivà - 19.06.06 15:58
ma la categoria 'sfottitura', che in quanto tale può essere affettuosa e assolutamente non malevola, anche se feroce, è da considerarsi nella categoria della vendetta o meno?
Pubblicato da: angela scarparo - 19.06.06 17:45
...no, perchè in questo casa, l'autosfottitura che sarebbe? una forma di autovendetta? che però non è l'autopunizione, o sì? boh. ci si può vendicare da soli? soprattutto contro se stessi? o è una barzelletta. boh.
un po' come quella di Miller che dice che bisogna superare gli istinti più bassi. che è una barzelletta pure questa? ha fregato più fidanzate lui agli amici! i suoi romanzi me li ricordo come la storia di un unico furto. ciò non toglie che lo ritenga un grande scrittore, anche se un po' ladro, certo. :)
Pubblicato da: angela scarparo - 19.06.06 17:52
Cara Polvere, è vero che la forma spesso può risultare una sorta di maschera del contenuto, però dipende anche dalla "potenza" del contenuto, che può mandare in pezzi la maschera.
Massimo: mi sembra che la pensi in maniera opposta da Donovan, cioè che tutto rientra comunque nella personalità dell'artista. Erano questi i punti che volevo fossero oggetto di discussione. Personalmente credo che, più che di personalità, dobbiamo ragionare in termini di opere. Sono le opere che noi leggiamo, che giudichiamo, che critichiamo.
Angela: sulla "sfottitura" credo che dipenda da quanto è malevolo lo sfottò. Su Henry Miller, poi, non rubava solo le fidanzate a tutti, ma anche i soldi. Ma questo è il suo personaggio letterario (non so se davvero il "punk" della Crocifissione in Rosa o dei Tropici sia un ritratto fedele dell'autore, e comunque non mi sembra questo il punto), che vive il sesso libero (poi oggi noi troviamo aspetti anche buffi di taurismo sessuale, di maschilismo ecc.) come strumento di liberazione, di felicità, di estremo vitalismo; così come l'eroe allo sbando, che vive di prestiti, che talvolta estorce agli amici, è felice nel vuoto assoluto del mondo, e gli amici in fondo sono felici di aiutarlo; così come il mantenuto della bellissima moglie Mona (nella realtà June), è un mantenuto in nome dell'arte, che non ha limiti, non ha confini. Quindi, per lui, questi non sono istinti bassi, ma alti (tanto più che le fidanzate che "ruba" sono sempre consenzienti, loro stesse vivono il sesso come liberazione). L'altra cosa che dici, sull'autopunizione, o autovendetta, non è affatto una barzelletta, e lo stesso Baudelaire non ne era esente, anzi; proprio su questo aspetto, se riesco a trovare il tempo, e le energie non mi abbandoneranno, vorrei scrivere un altro post a tempi brevi.
Pubblicato da: Mauro Baldrati - 20.06.06 10:35




