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02.06.06

Perché a sfondare devono essere sempre Moccia, Melissa P. & compagnia bella?

di Mauro Baldrati

Giù dalle scale (Baldrus).jpgL’articolo del critico Franz Haas pubblicato il 10 maggio su Neue Zürcher Zeitung e ripubblicato su Nazione Indiana il 14 col titolo Dicono di noi pone una serie di problemi dolorosi, resi ancora più sgradevoli dal fatto che sia uno straniero a dirci quanto siamo sottosviluppati, quanto becera, vile e opportunista sia la nostra cosiddetta critica letteraria nazionale. Il libro di Melissa P., registra Haas, vende oltre un milione di copie e il circo letterario nostrano civetta in maniera vomitevole con questa “innocua porcheria". Intanto emerge una nuova star, Federico Moccia, con Tre metri sopra il cielo (incensato da Antonio D’Orrico, “che proclama , una settimana sì e una settimana no, l’uscita di un capolavoro"), romanzo giovanilista che oltrepassa, di nuovo, il milione di copie. Il vaso è colmo con Ci vediamo al Bar Biturico di Paolo Doni (in realtà uno pseudonimo), che viene addirittura paragonato a Lolita dal solito, famigerato D’Orrico: “non uno degli illustri critici ha tirato le orecchie al collega del principale quotidiano italiano" scrive Haas; non solo, vi è addirittura la complicità di un critico serioso del Sole 24 Ore come Giovanni Pacchiano, che lo definisce “arguto e spassoso". “Tale allegra brigata è vergognosa, ma altrettanto penosa è la carenza di coraggio critico da parte dei recensori di altre testate" conclude, lapidario, Haas.

Haas ha ragione, ovviamente. Tuttavia non ha molto senso stupirsi, indignarsi, o lanciarsi in invettive al vetriolo che, se fotografano impietosamente la nostra realtà, a nulla servono per cambiarla, o superarla. L’unico risultato è di farci voltolare nella rabbia e/o nella depressione, perché confermano che la critica letteraria è ammalata come il calcio, come la politica, dove vincono sempre e solo i più forti, i più furbi. Esemplare è, a questo proposito, il pezzo di Tiziano Scarpa uscito il 15 maggio su Primo Amore col titolo In difesa di Luciano Moggi. Un testo tagliente, pervaso da un furore freddo, scritto a denti stretti e che noi leggiamo con una sorta di ringhio interiore.

La “quistione", direbbe Antonio Gramsci, è: perché testi di questa qualità letteraria diventano dei best sellers? Per colpa dei critici leggeri, giornalisti letterari salottieri e mondani, che ingannano la coscienza popolare?

Non solo. Sono certamente importanti i torrenziali servizi dei giornali che contano, le comparsate in televisione; ma, si dice, molto influisce il passaparola, che talvolta è “altro" dal giornalismo letterario, se non addirittura estraneo. Quindi questi libri che sfondano clamorosamente devono avere qualità proprie, requisiti cogenti che ben rispondono a un’esigenza dei milioni di lettori, giovani, ma non solo, che li comprano.

Questa esigenza, a mio avviso, è una domanda antica, mai pienamente soddisfatta, di letteratura popolare. Gramsci, in quella raccolta di appunti, saggi, riflessioni che sono i Quaderni, porta avanti un’analisi talvolta impietosa, ben più articolata e profonda del saggio di Haas, dove rileva che il nostro paese ha sempre avuto difficoltà a dotarsi di un’autentica letteratura popolare di qualità. Ha sempre subito l’influenza esterofila, in particolare francese: “se non si studia la cultura italiana fino al 1900 come un fenomeno di provincialismo francese, se ne comprende ben poco" (Q.I). Questo perché “ogni popolo ha la sua letteratura, ma essa può venirgli da un altro popolo, cioè il popolo in parola può essere subordinato all’egemonia intellettuale e morale di altri popoli" (Q.VI). Intuizione quanto mai attuale, vista la nostra subordinazione all’egemonia americana, nel cinema, nella musica, nella politica estera, e, in parte, in letteratura (soprattutto in quella cosiddetta di genere).

Ma quali sono i contenuti e le qualità di una letteratura popolare di qualità? “La bellezza non basta: ci vuole un determinato contenuto intellettuale e morale che sia l’espressione elaborata e compiuta delle aspirazioni più profonde di un determinato pubblico, cioè della nazione-popolo in una certa fase del suo sviluppo storico. La letteratura deve essere nello stesso tempo elemento attuale di civiltà e opera d’arte: altrimenti, alla letteratura d’arte viene preferita la letteratura d’appendice che, a modo suo, è un elemento attuale di cultura, di una cultura degradata quanto si vuole, ma sentita vivamente" (Q.XVII).

Oggi, queste aspirazioni profonde di un determinato pubblico, vengono soddisfatte dai libri di Moccia, di Fabio Volo, di Melissa P., che, non essendo letteratura d’arte, svolgono le funzioni di letteratura d’appendice. In questi testi, spesso “ripassati" su richiesta degli editori, per renderli più commerciali, vi sono segnali, richiami civetta che risucchiano il lettore nel flusso narrativo banalizzante-accattivante: in Tre metri sopra il cielo, nella sola prima pagina, sono nominate ben 12 griffe di occhiali, scarpe, sigarette, auto. Molti lettori giovani vi ritrovano la loro ossessione per gli oggetti firmati, i gadget ecc. Il resto lo fanno le immagini forti, rapide, da spot pubblicitario, e la scrittura composta da periodi brevi, con frequenti a capo, rimandi agli sms e così via.

E la letteratura d’arte allora non esiste? E se esiste, perché non sfonda?

A questo proposito non prenderei alla leggera quanto scritto da Christian Raimo il 28 aprile su Nazione Indiana, dove parla di “romanzi illeggibili fino in fondo, fieri oltre ogni limite del proprio compiacimento fonico e lessicale. Talmente refrattari a ogni forma di convivenza con codici narrativi di genere, di editabilità, di comprensibilità, di realismo, di articolazione, da cercare sempre il fuori, lo sfondamento, il disastro. Sono linguaggi privati". Ora, il riferimento a una scrittura refrattaria a ogni forma di convivenza con codici narrativi di genere ecc. mi sembra pertinente. Più in là Raimo precisa, nei commenti: “non ce la faccio più di sentirmi dire che c’è un flusso carsico, clandestino, carbonaro di resistenza nei confronti del mondo pubblicato che ha come padri appunto gli indiscutibili, Beckett e Kafka e Cervantes, e come militanti romanzi che per me sfidano il lettore soprattutto per la loro osticità (...) benvenuti Parente e Colombati e Zizzi, ma benvenuti non per ripetere sempre a ogni giro che il resto è merda, che c’è la restaurazione, le cricche di scrittori moderati, che Moresco è dio in terra".

A me questo sembra un punto importante: di fianco al moderno romanzo d’appendice, che sembra scaturire dai nuovi linguaggi televisivi del reality, della pubblicità, vi è per così dire un movimento di scrittori d’élite che lanciano una sfida al lettore, con una scrittura talvolta ostica, a tratti autoreferenziale, che sembra dire: “tu, lettore, adeguati a me scrittore, oppure fatti da parte e vatti a leggere il tuo Moccia e la tua Melissa". Questa sfida non viene raccolta, per l’appunto, e masse imponenti di lettori vanno a leggersi Moccia, Fabio Volo, Melissa P. e le altre.

Dunque una nuova letteratura popolare in grado di sottrarre spazio al neo romanzo d’appendice deve essere progettata, inventata? E con quali regole, quali contenuti, quali stili?

Non credo sia questo il punto. Con questa premessa si creerebbe, con tutta probabilità, un ennesimo romanzo d’appendice. Forse quello di cui c’è bisogno è una rifondazione della scrittura e del rapporto scrittore-lettore. Di nuovo ascoltiamo la nostra guida di ottant’anni fa: “l’immediata presa di contatto tra lettore e scrittore avviene quando nel lettore l’unità di contenuto e forma ha la premessa di unità del mondo poetico e sentimentale: altrimenti il lettore deve incominciare a tradurre la ‘lingua’ del contenuto nella sua propria lingua" (Q.VI).

Credo ci sia bisogno di una nuova semplicità, di forma e di contenuto, che si può ottenere solo da un mettersi in gioco dello scrittore, del suo mettere in circolo i suoi sentimenti, le sue ossessioni, senza porsi su piedistalli, senza atteggiarsi a dio in terra; “l’artista non scrive o dipinge, ecc., cioè non ‘segna’ esteriormente i suoi fantasmi solo per ‘un suo ricordo’, per poter rivivere l’istante della creazione, ma è artista solo in quanto segna esteriormente, oggettivizza, storicizza i suoi fantasmi (...); battere l’accento sulla disciplina, sulla socialità, e tuttavia pretendere sincerità, spontaneità, originalità, personalità: ecco ciò che è veramente difficile e arduo" (Q.I).

Una letteratura popolare di qualità (che sembra essere invocata anche dallo scrittore Antonio Scurati in una intervista pubblicata il 18 maggio su La Repubblicae ripresa in Lipperatura), artisticamente valida “quanto più il suo contenuto morale, culturale, sentimentale è aderente alla moralità, alla cultura, ai sentimenti nazionali, e non intesi con qualcosa di statico, ma come un’attività in continuo sviluppo" (Q.VI), contiene l’élite, l’avanguardia, che esplorano nuovi territori, nuove scritture; senza, l’élite diventa sterile, vive una sua esistenza un po’ sussiegosa, un po’ frustrata. Intanto gran parte della torta, quasi tutta, continuano a papparsela i furbastri del quartierino.

Pubblicato da Mauro Baldrati, il giorno e l'ora: 02.06.06 15:28

Interventi

Mai come dalla lettura di questo post mi è risultato chiaro come Gramsci sia un uomo del secolo scorso.

Per puro caso ho letto (cioè, ho letto saltabeccando dopo le prime dieci pagine perché non essendo un'adolescente illetterata la noia mi ha impedito di leggerlo tutto) il libro di Moccia.

Ho cercato di immedesimarmi nei ragazzini che lo hanno eletto a loro libro cult. Mi è sembrato una versione cartacea dei ragazzi del muretto (non sono certa del titolo della serie perché ne ho visto solo un pezzetto per curiosità antropologica) cioè di un'abitudine all'attenzione televisiva, seriale, spezzettata, visiva, accattivante, solo vagamente amarognola e con happy end, a suo modo.

L'elenco di marche c'è solo all'inizio e credo che sia messa lì massicciamente per poche righe non tanto, o non solo, per fornire un elemento identificativo, ma per agganciare l'attenzione dei lettori a qualcosa che hanno visto e toccato, la marca come radice del realismo.

Un modello televisivo trasferito su carta e portatile, scambiabile, fotocopiabile.

E' possibile oggi una letteratura popolare nel senso gramsciano?

Ho molti dubbi, una funzione simile può averla forse la televisione. La letteratura è diventata marginale. Cinquant'anni fa si poteva solo leggere, non c'era molto altro da fare, a parte giocare a calcetto e a biglie o a campanon, adesso i ragazzini, nel loro tempo vuoto e parcellizzato, hanno moltissime più cose, TV, internet, musica (che si può portare con sé, mentre una volta bisognava restare nella stanza dove c'era il giradischi, e anche il giradischi portatile era portatile per modo di dire).

Non so, sono molto perplessa sulla ricetta contenuta alla fine del post.

Pubblicato da: temperanza - 02.06.06 16:07

Mauro, io una mia personalissima idea del motivo per cui quelli "bravi", nella scrittura intendo, non sfondano e vendono sempre poche copie ce l'ho da un po' di tempo.
Te la riassumo rapidamente: non sanno vendere e, sopratutto, non hanno ancora capito per chi scrivere. Oltre a se stessi ovviamente :-)

Buon fine settimana. Trespolo.

PS: dici che è troppo lapidaria come definizione?

Pubblicato da: Trespolo - 02.06.06 16:44

io veramente non so come mai io abbia la sindrome del voler far circolare (anche in rete) notizie esatte (cosa abbastanza impossibile ma tentar non nuoce) e non capisco come mai mai mi prenda la briga di andare a correggere a destra e a manca con giulio che magari si mette a fare le bizze, pestare il mouse e a dire: Ma perche mai dovrei fidarmi di te???!!!???
Lo so dovrei farmi i cavoli miei, ma la rete è anche questo e a me dispiace che alcuni audaci, più cialtroncelli che coraggiosi, scrivono senza neppure avere dubbi parole in farsi o in arabo e le scrivono al contrario (perchè dal loro stagno hanno la sindrome che l'occidente sia il centro del mondo) oppure altri, come te, che scrivono il "L'articolo del critico svizzero Franz Haas pubblicato il 10 maggio su Neue Zürcher Zeitungcritico" ... insomma mauro non mettere svizzero se non lo sai, ma perchè mai inventarsi le cose? solo perchè lo si deduce dal fatto che scrive in una rivista svizzera?
Se domani trovi un mio articolo su una rivista inglese mi chiamerai la "critica" anglosassone ;-)?
Quella di prendere a casaccio le informazioni e di lanciarle indo cojo cojo è un vizio che in rete è diventato endemico e anche fastidioso, okei tutti sbagliamo, solo chi non fa non sbaglia, ma VOI (voi sta per blogger-critici-assatanati) lo fate un po' troppo allegramente e vedo che correggete solo gli errori di stampa e di battitura ;-)
Franz Haas è nato nel 1955 a Diesendorf / Austria.
Però siccome ormai ognuno di noi è de-solato (senza suolo) e si sceglie, con suo pieno diritto, il suo suolo dove vivere, direi che haas è italiano, molto più italiano di altri italiani e che capisce la letteratura molto di più di molti critici e giornalisti italiani di nascita (certo più di un d'orrico che ho scoperto che ha scritto quest'orrore QUI
http://georgiamada.splinder.com/post/8098901#comment
dove definisce anna maria ortese una scrittrice neorealista ...bleah!)
geo
P.S
Naturalmetne per haas non fidarti di me cerca di controllare da solo non è difficile;-)

Pubblicato da: georgia - 02.06.06 16:45

ah dimenticavo ... l'intervista a scurati era sulla repubblica e non sul corriere della sera, lo so che sono solo bischerate di fronte a tutto quello che succede nel mondo e in fondo tante piccole sviste non nuocciono a nessuno, sono d'accordo con te anche che non sia il caso di sentirsi dio in terra, ma insomma un po' di deontologia professionale anche nella critica virtuale non guasterebbe ;-)
geo

Pubblicato da: georgia - 02.06.06 18:00

Qualche osservazione all'infuriata georgia. Haas, non è svizzero, d'accordo. Quando ho frugato in Nazione Indiana ho trovato svariati riferimenti alla "situazione svizzera", e anche se so che Haas è un ottimo conoscitore della situazione italiana perché insegna letteratura tedesca contemporanea all'Università di Milano e ha seguito Anna Maria Ortese, l'intellettuale "figuretta riservata sempre vestita di nero" che frequentava la Casa della Cultura di Milano quando a dirigerla era Rossana Rossanda, non ho approfondito. Ho già corretto comunque. E l'intervista a Scurati, che ho letto in Lipperatura, era riferita al "giornale", che, come dici, era Repubblica. Già corretto, grazie.

Sualla considerazione di Temperanza che Gramsci sia un uomo del secolo scorso non sono affatto d'accordo, ma spero che ci sia un p da approfondire su questo.

Pubblicato da: Baldrus - 02.06.06 18:13

Il commento sopra è di Mauro Baldrati ovviamente, alter ego di Baldrus, ma ho scritto con la maschera dei commenti predefinita.

Pubblicato da: Mauro Baldrati - 02.06.06 18:15

Non ero infuriata, ero solo nel mio ruolo di e-maestrina senza pietà che strattona gli e-sbuccioni perchè si impegnino di più ;-)

Del resto la lipperini ha il bruttissimo vizio di pensare che l'unico quotidiano esistente in Italia sia quello dove scrive lei.
georgia

Pubblicato da: georgia - 02.06.06 18:21

Cazzo dovrebbe fare la gente ? Rifiutarsi di leggere puttanate ? E perché ? e le case editrici di che camperebbero poi ? Allora, sta bene la critica ai linguaggi e a questa letteratura "take-away", cosi come le bordate sui tanti d'orrico che a forza di gridare ai capolavori impinguano le casse delle librerie.
E' il mercato, bellezza. Fatale che in epoca di segmentazione dei gusti e dei bisogni si adegui e offra a chi va in cerca di intrattenimento, quello che gli va bene. Andrebbe condannato per questo ? Non foss'altro perché insegni ad usare i congiuntivi, in luogo del più comodo imperfetto, che sempre più segue le frasi in cui campeggia, come in agguato, un "che". Non credo che in passato fosse dissimile, la faccenda. Sono arrivati a noi, scrittori che hanno venduto tanto, al loro tempo. Cosi come qualcuno che non ha venduto affatto, o poco. Se esiste "spazzatura" da un milione di copie, non so se gioire. Il sole si alza per tutti, al mattino.
Se vendono più di un "impegnato", perché dovrebbero essere criminalizzati ?

Pubblicato da: cletus - 02.06.06 20:45

Sempre dell'ineffabile D'Orrico, mi permetto di segnalare a chi se lo fosse perso che di recente ha scritto, in un articolo sul Magazine del Corriere intitolato "Perché tutti dicono che Coetzee scrive ben quando non è per niente vero?", che l'ultimo libro ("Slow man") del sudafricano "è un pastrocchio senza né arte né parte, il prodotto di un dilettante allo sbaraglio". Per poi concludere il pezzo affermando "Eppure se leggete in giro tutti scrivono che il nuovo romanzo di Coetzee è un capolavoro. Non è vero, non è per niente vero. Non ho niente di personale contro Coetzee [sic] ma tutto si può dire di lui tranne che è un grande, il suo è il tipico caso che fa gridare: il re è nudo. La verità è che quasi più nessuno sa cos'è un bel romanzo". Fortuna che c'è lui che sa cos'è un bel romanzo e chi è un grande scrittore: "Ci vediamo al bar biturico" e Giorgio Faletti.

Pubblicato da: sergio garufi - 03.06.06 00:56

no Coetzee no, quello d'orrico non me lo deve toccare, tutto ha un limite anche nella stupidità e nel desiderio che si parli sempre di lui.
Ma sergio davvero d'orrico ha scritto sta cazzata: "è un pastrocchio senza né arte né parte, il prodotto di un dilettante allo sbaraglio"?
Coetzee un dilettante??!!?? Un dilettante come Proust e Kafka?
Davvero ha usato queste parole così ... banalotte-scannapagnotte?
Boh deve essere impazzito perchè neppure lui era mai arrivato a tanto :-).
"Un dilettante allo sbaraglio" è veramente carina e forse anche giusta ma solo se ammettiamo che d'orrico sotto sotto si considera un "professionista" al guinzaglio che ha preso un abbaglio con conseguente raglio.

Pubblicato da: georgia - 03.06.06 09:26

Scusa Sergio Garufi, tu sei dentro Nazione Indiana, e allora perché ci informi delle d'orricate attraverso il colonnino dei commenti di Vibrisse?
Non sarebbe meglio farlo da NI, in modo che la cosa non passi inosservata? Non si dovrebbe creare per quel scempiacritica una rubrica fissa dove segnalare le sue stronzate?

Pubblicato da: andrea barbieri - 03.06.06 10:01

Anche secondo me le riflessioni di gramsci qui riportate non sono affatto "del secolo scorso", ma moderne. Parla dell'influenza di una cultura su di un'altra, e del rapporto tra scrittore e lettore. Questa in particolare: “l’artista non scrive o dipinge, ecc., cioè non ‘segna’ esteriormente i suoi fantasmi solo per ‘un suo ricordo’, per poter rivivere l’istante della creazione, ma è artista solo in quanto segna esteriormente, oggettivizza, storicizza i suoi fantasmi (...); battere l’accento sulla disciplina, sulla socialità, e tuttavia pretendere sincerità, spontaneità, originalità, personalità: ecco ciò che è veramente difficile e arduo” (Q.I). E' datata? A me non sembra.

Cmq baldrus, a parte tutto, che foto è? Mi sembra... notevole.

Pubblicato da: Button - 03.06.06 10:15

Così, tanto per georgica pignoleria. Quando Christian Raimo, nelle frasi che qui Baldrati cita, dice: "Benvenuti Parente e Colombati e Zizzi, ma benvenuti non per ripetere sempre a ogni giro che il resto è merda, che c’è la restaurazione, le cricche di scrittori moderati, che Moresco è dio in terra", presumo non si riferisca a ciò che Parente e Colombati e Zizzi dicono, bensì ciò che taluni dicono quando palrano di loro. Mi permetto tale presunzione perché non ho memoria di articoli di Parente o Colombati o Zizzi dove si dica che "il resto è merda, c’è la restaurazione, le cricche di scrittori moderati, Moresco è dio in terra".

Pubblicato da: giuliomozzi - 03.06.06 10:53

la pignoleria di georgia è diversa, georgia segnala le inesattezze macroscopiche non le divegenze di idee e di punti di vista (a meno che non tocchino cose a cui georgia tiene particolarmente), anzi non le interessano neppure gli errori di grammatica e di battitura, georgia cerca di non essere pedante ... ci tengo a precisarlo, perchè io quello che voleva dire marco l'ho capito benissimo anche se, in parte, non lo condivido, ma questo è un altro discorso.
marco potrebbe scrivere cose interessanti e per questo mi è saltata la mosca al naso quando ho visto che riempiva i vuoti inventandosi di sana pianta alcune cose, è un procedimento sempre molto pericoloso e l'ho messo in guardia rudemente (tanto in rete ormai ci hanno così distrutto "i sensi" che si recepisce solo il rudemente);-).
Le parola crikka ormai è solo un topos senza un preciso significato non vedo perchè continuate tutti voi blogger della prima ora a scaldarvi tanto;-)
geo

Pubblicato da: georgia - 03.06.06 11:28

@Button

Dal che si evince che ho usato una metonimia, giusto? :–))

Pubblicato da: temperanza - 03.06.06 11:32

Ha ragione il Trespolo: "non hanno ancora capito per chi scrivere" e, aggiungo io, "come" scrivere.
E' inutile lagnarsi se il "pubblico" legge questo piuttosto che quello, così come lamentarsi se il "popolo" vota per la destra piuttosto che per la sinistra (o viceversa, secondo i punti di vista). Bisogna semplicemente prenderne atto e, se si vuole, adeguarvisi. Altrimenti si deve accettare di vendere poco (o che qualcuno venda poco) e di avere Prodi capo del Governo. Le due iatture sostanzialmente si equivalgono. Le vendite e le elezioni premiano chi sa capire i gusti e le esigenze della "gente", lettori o popolo. E' la regola della democrazia. Le alternative sono, rispettivamente, il realismo socialista, che impone "cosa" si può o non si può leggere, e la dittatura, che poi sono due facce della stessa medaglia.
A me "Tre metri sopra il cielo", una volta capito di che tipo di narrativa si trattasse, è piaciuto. Certo, per la stessa ragione, l'ho affrontato con una predisposizione mentale ben diversa da, mettiamo, "Un giorno di porterò laggiù" della Oates o "Dago red" di John Fante. Il "trucco" sta nel mettersi a leggere sapendo cosa si sta leggendo.
za'

Pubblicato da: za' - 03.06.06 12:39

Scusa, Georgia: Marco chi?

Za', ti ricordo che la democrazia non è quella cosa dove chi piglia più voti vince, ma è quella cosa dove tutti hanno diritto di parola. Il problema (vero) del grande successo di pochi, pochissimi libri prodotti da pochissimi editori, è che ammazza il mercato, rafforza la posizione dominante di pochi editori (da questo punto di vista, il successo di Melissa P., edita da Fazi, è il benvenuto), disincentiva la varietà della produzione, scoraggia la ricerca, eccetera.
Ricordo, inoltre, che non ha molto senso cercare (o pretendere che ci siano) relazioni tra il successo di un libro e la sua qualità. Ci sono libri bellissimi che hanno venduto pochissimo, libri bellissimi che hanno venduto moltissimo, libri orrendi che hanno venduto pochissimo, libri orrendi che hanno venduto moltissimo, e così via.

Pubblicato da: giuliomozzi - 03.06.06 15:49


"Scusa, Georgia: Marco chi?"

ops :-))))))
ma mauro baldrati, che diamine ... di cui tra l'altro avevo ammirato tempo fa un racconto e foto su nazione indiana
http://www.nazioneindiana.com/2006/05/26/con-le-mani-amore/#more-2125
mi fanno notare che è la stessa persona, non avevo fatto il collegamento ... anvedi come si rincoglionisce con il pc ;-).
Beh prima l'ho attaccato giustamente nel suo scritto critico perchè si inventa un po' le cose alla io boja come se una cosa velesse l'altra :-), ora però, per onestà, devo dire che quando invece le cose se le inventa davvero (o se le reinventa) e racconta è bravino, anzi bravo senza l'ino.
quindi i miei complmenti mauro (ma NON per lo scritto di sopra, però ;-)
geo

Pubblicato da: georgia - 03.06.06 17:45

Scusate, è la terza volta che provo di inserire un commento ma non lo prende. Riprovo più tardi (se mi prende questo).

Pubblicato da: Mauro Baldrati - 03.06.06 18:14

L'ha preso. Riprovo:

Dicevo a Trespolo che la sua definizione non mi sembra tanto lapidaria ma un po' schematica. Infatti non si tratta di scrivere "per", ma di riflettere sull'essenza della scrittura, una sorta di ridefinizione del proprio ruolo di autore e anche di lettore (mi era venuto meglio prima comunque);

Poi chiedevo a Cletus di chiarire un po' meglio il suo commento, perché non ho capito bene.

Poi dicevo a Button che l'immagine è stata realizzata da me quando scattavo quel tipo di foto lì.

Infine chiedevo a georgia se marco ero io per l'appunto, e appurato che sono io la ringrazio per i complimenti al racconto, ma assolutamente non capisco cosa vuole dire con: "prima l'ho attaccato giustamente nel suo scritto critico perchè si inventa un po' le cose alla io boja come se una cosa velesse l'altra". Ma cosa mi invento georgia? Io qui ho fatto soprattutto da intermediario tra scritti e riflessioni altrui, cercando ovviamente di arrivare a una mia sintesi, cosa invento?

Pubblicato da: Mauro Baldrati - 03.06.06 18:22

se Melissa P. o Fabio Volo o Moccia vendono, amen. Perchè farne un cruccio ? C'è molto snobismo, un retrò. Se libri del genere vendono (e tanto) vuol dire che incontrano i gusti del pubblico medio. Punto. Cosa c'è da meravigliarsi ? A me non preoccupa. Anzi. Sono già contento del fatto che almeno si legge qualcosa, che alla lunga aiuta sempre, ad esprimersi meglio e a non violentare la lingua (anche se spesso son prose da drizzare i capelli). Non credo, come dice Mozzi, che la quantità di vendite coincida (sempre) con la qualità dei testi. Piuttosto, vorrei sapere come fare a vendere quanto loro. Se questo è il problema. Ma è poi il problema ? Lo scrittore "impegnato" penso che se ne fotta allegramente di hit-parade e compagnia. Fa bene, a mio avviso, a coltivare la sua scrittura lontano dalle lusinghe del mercato. Sarà uno scrittore di elites, o per pochi. Se, invece, dovesse, miracolosamente, vendere, sarebbe un segno positivo, da salutare come il rovesciamento del luogo comune di cui sopra (ossia, la smentita al titolo-tesi del post: "Perché a sfondare devono essere sempre Moccia, Melissa P. & compagnia bella?". Perchè, ad oggi, questo è il mercato, pubblicità, marketing, passaparola. Ma un conto è saperlo (che le cose vanno cosi) un conto è cadere dalle nuvole e meravigliarsene.

Pubblicato da: cletus - 03.06.06 20:06

@Cletus

gran buon senso:–)

Pubblicato da: temperanza - 03.06.06 20:24

Se capisco bene, Cletus, e con te temperanza, è inutile interrogarsi, o "crucciarsi" sui meccanismi del mercato della letteratura (che per me non è "mercato" ma è un'attività di espressione e di comunicazione dell'uomo, una ricerca in se stessi e una riflessione, un racconto del proprio rapporto col mondo e coi propri simili), perché tanto "è così", "va così" e accettiamolo una buona volta. Se si vende, bene, vuol dire che certi libri piacciono, e se non si vende chi se ne frega? Ma, Cletus, forse ho banalizzato, ma mi sembra una visione del mondo e della letteratura così arida che intristisco. Guarda, non voglio polemizzare, ma credo che sia invece giusto porsi delle domande e riflessioni sulla qualità e sulla diffusione della scrittura, cercando di mettere in relazione i vari "inquinamenti" che il mondo moderno non cessa di riversare su di essa. Dici che lo scrittore impegnato se ne frega della diffusione delle sue opere? Io non credo. E cos'è lo scrittore impegnato? Un esponenete dell'avanguardia? Hai presente la parola "Avanguardia"? Significa che è un avamposto di esplorazione, di ricerca, ma dietro di sé l'avanguardia ha sempre avuto un movimento, quasi sempre il movimento operaio e rivoluzionario, istanze sindacali forti, bisogni di cambiamento, talvolta di sovvertimento. Non certo l'accettazione passiva e allegrotta del marketing, come mi sembra che tu (e temperanza) sostenga. Se lo scrittore impegnato, come dici, è invece solo, grida nel vuoto.
O no?

Pubblicato da: Mauro Baldrati - 03.06.06 20:45

@Baldrati

Interrogarsi sempre, crucciarsi mai.

Ma appunto interrogandosi non si può non notare che Cletus fotografa la situazione.

Sì, è "un'attività di espressione e di comunicazione dell'uomo, una ricerca in se stessi e una riflessione, un racconto del proprio rapporto col mondo e coi propri simili" come tu dici.

Questo però finché la si fa, ma quando la dai all'editore diventa un'altra cosa e il mercato è là, e vorrei proprio capire qual'è la ricetta per eliminarlo.

Se non si vende, anche se uno può rammaricarsene, non si può però piantare una doppietta sulla schiena del lettore per farlo comprare. E i meccanismi di distribuzione etc. sono in mano al mercato.

Ma forse tu hai delle proposte per cambiare la situazione.

Io accetto passivamente perché per non farlo dovrei forse diventare distributore, non allegramente però.

Ma di nuovo, come non faccio che chiedere in questi giorni sui più svariati argomenti e non solo a te, hai proposte?

Questa palla che l'avanguardia (ma di quale parliamo? di quella storica o della post-avanguardia? non è indifferente) avesse alle spalle il movimento operaio o addirittura istanze sindacali forti (dunque non parli dell'avanguardia storica) lanciala però a qualcun altro, non a me che sono vecchia.

Nessuno scrittore se ne frega della diffusione delle sue opere, ma se non è tonto sa benissimo quali opere premia il lettore medio e quali la rara specie del lettore forte.

Baldrati, tu sei certo un idealista, e ce ne vogliono, ma se poi vuoi scendere sul concreto ascolta anche Cletus.

Pubblicato da: temperanza - 03.06.06 21:45

E' ovvio: sfondano perché danno al pubblico quello che il pubblico si aspetta (non quello che vuole, ma quello che è addestrato a volere).
Il problema è, per quanto mi riguarda, cercare di educare le nuove generazioni a distinguere l'arte dall'artigianato e l'artigianato dallo schifo totale. Moccia, per esempio, è un buon artigiano, con un senso cinematografico del ritmo narrativo, però poi, al di là delle situazioni stereotipate, usa la lingua in modo abominevole ("salì la salita" e altre amenità del genere). Nei 100 colpi di spazzola, invece, non c'è neanche il ritmo narrativo: per me è un noioso catalogo di esperienze sessuali, in cui l'autrice sta ben attenta a non ripetersi mai per soddisfare le curiosità altrui. Mi sembra interessante soltanto per un adolescente affamato o per un adulto represso (a giudicare dalle vendite, devono essere molti).
PS: li ho letti entrambi per dovere d'ufficio, visto che vari miei studenti (anzi, le studentesse) li divoravano avidamente. In classe non li ho svalutati apertamente: insistendo con la buona letteratura, qualche ammiratrice ha fatto marcia indietro, per confronto, dichiarando sbolliti i passati entusiasmi.

Pubblicato da: Rosanna Rota - 04.06.06 14:05

Ecco, quello che ci vuole è la scuola, le insegnanti sono le prime sulla trincea antidegrado.

Sono d'accordo sia sul giudizio su Moccia, che è in effetti un buon artigiano televisivo e anche sul fatto che svalutare apertamente un libro che i ragazzi amano crea soltanto inutili muro a muro.

Pubblicato da: temperanza - 04.06.06 14:54

Temperanza, il fotografare la situazione, come dici, non significa accettarla in maniera subalterna, perché tanto “è così”. Questo non è realismo, è sottomettersi; e cercare di non farlo non è idealismo (sempre sinonimo di vuoto, di ingenuità nell’immaginario), ma una lotta per non perdere lucidità e farsi trascinare come piume nel vento del marketing. Ora, quello che ho cercato di fotografare io, usando soprattutto riflessioni e analisi altrui, è che esiste, da sempre, una voglia di leggere, di comunicare attraverso la letteratura, di ascoltare storie, di ritrovarsi in una condivisione con un romanzo o un racconto o altro. Bene, questa aspettativa, questa chiamiamola ricerca, viene fagocitata dai libri citati, i bestesellers furbi per così dire, che invadono e si pappano quasi tutto il famoso “mercato”. Mi chiedo perché, e le risposte sono tante: lo spappolamento della critica, l’inquinamento della TV, il riflusso, e altro, altro ancora. Dall’altra parte vi sono scrittori d’élite (ma perché avere paura di queste definizioni?) che rischiano l’autoreferenzialismo, o una sorta di sperimentalismo “contro” un po’ fine a se stesso, e tutto il resto è zero, o restaurazione. Le frasi che ho riportato di Raimo, secondo me, esprimono questa realtà, o comunque io così le ho lette (credo anch’io, come Giulio, che il riferimento non fosse a scritti in prima persona degli autori citati). Allora mi chiedo se, come ha sostenuto Gramsci decenni fa, il nostro paese abbia avuto una difficoltà a dotarsi di una autentica letteratura popolare di qualità (e le sue riflessioni non sono vecchie, perché le riflessioni sulla natura della letteratura non sono cambiate da un secolo a questa parte, semmai lo sono quelle sul marketing). E Gramsci indica anche alcune linee per avvicinarsi ad essa (vedi le frasi riportate). Io ci credo. Credo che non siano possibili manualetti di istruzioni, ma linee, idee, riflessioni sui propri ruoli, e soprattutto coraggio. E’ forse anacronistico auspicare un innalzamento della cultura popolare (non è affatto sbagliato il riferimento all’educazione di Rosanna Rota per esempio)? Ma voglio spingermi un po’ più in là: se si scrivessero e si pubblicassero più spesso libri della levatura del “Nome della Rosa” o “Q”, testi potenti e di alta qualità e respiro politico in grado di avere un grande successo di massa, avremmo meno Melisse P.

Poi, se definisci “una palla” il fatto che le avanguardie siano state tali (se lo siano ancora questo è ovviamente una nuova variabile da analizzare) perché hanno avuto dietro spinte di massa, devo dirti onestamente che qualcosa ti è sfuggito.

Pubblicato da: Mauro Baldrati - 04.06.06 15:37

@Baldrati

Tu dici:
"Temperanza, il fotografare la situazione, come dici, non significa accettarla in maniera subalterna, perché tanto “è così”. Questo non è realismo, è sottomettersi"

Scusami, fai delle operazioni un po' superficiali, e mi attribuisci la somma.

Di fronte a parole come le tue, che in astratto condivido, vorrei però ricette meno generiche che "se si scrivessero e si pubblicassero più spesso libri della levatura del “Nome della Rosa” o “Q”, testi potenti e di alta qualità e respiro politico in grado di avere un grande successo di massa, avremmo meno Melisse P."

Non basta dire scriviamoli, per scriverli (a parte il fatto che io ad esempio detesto 'Il nome della Rosa' che ha aggiunto consumo a consumo, ma che non vedo quali risultati e crescite abbia portato). Qui l'invito, senza alcuna ironia, è: bene, scrivine uno.

Quanto alle avanguardie ancora non ho capito cosa intendi tu per avanguardie, quelle russe? quelle letterarie in Europa? le postavanguardie nostrane?
Ma al di là di qualche sana e, permettimi, doverosa precisazione, era l'avanguardia a cercare un radicamento ideologico nel movimento di massa, di per sé piuttosto indifferente perché occupato da ben altre preoccupazioni. Il movimento non si univa in moto empatico con le avanguardie. E' sempre stata una cosa tra artisti e artisti, tra intellighenzia e intelligenzia. Non mi è sfuggito niente, credimi.

Pubblicato da: temperanza - 04.06.06 16:16

E vorrei ricordartti che le masse,in fatto d'arte, sono sempre state conservatrici.

Pubblicato da: temperanza - 04.06.06 16:29

Baldrati, scusa, ma tu vuoi un nuovo minculpop ? Che c'entrano le avanguardie ? Siamo nel 2006. Chiediti che cazzo hanno fatto le sinistre in tutti questi anni che hanno, di fatto, occupato i posti chiave della cultura, nella scuola, nei media. Lo capisci ? Lo capisci questo ? Hanno consentito ad un signore di cognome Berlusconi di uscire fuori. Dove cazzo erano ? a dormire ? Hanno la spocchia, e basta. Spocchia a vagoni per inciuciare ed imbrigliare chi ha veramente voglia di cambiare le cose, che ha qualcosa di nuovo da dire. Hanno fatto peggio loro con il loro conformismo e finto liberismo che la destra nuda e cruda (che comunque, forse, sta messa pure peggio...quanto ad intellettuali, tolto Veneziani e pochi altri). Le piume nel vento del marketing (ma del solito film già visto e sentito) le metti tu, con discorsi come questo. E fanno bene, ti dico, fanno bene a vendere libri cosi. E' questo quello che la gente vuole. E li compra, e se li legge. Grazie anche a chi vagheggia rivoluzioni, mentre la vita gli scorre sotto il culo, duri e puri e tutti zitti. Perdona lo sfogo.

Pubblicato da: cletus - 04.06.06 18:16

Temevo un po' una deriva nella discussione che si sta puntualmente verificando. Cletus, non ti devi scusare dello sfogo, perché se scrivi "fanno bene a vendere libri così, perché è questo che la gente vuole" non ha molto senso sfogarsi proprio di nulla ma prendi quello che passa il convento.

Con te, Temperanza, non vorrei imbastire una accademica discussione sulle avanguardie, vorrei solo non fare confusione tra "avanguardia" e "avant-garde". Ora dimmi se, per esempio, i futuristi russi non sono sgorgati dal movimento di massa della Rivoluzione Sovietica e dalle istanze di rinnovamento marxista, e se nelle loro opere non c'era tutto il sogno dei progressi socialisti dell'uomo nuovo, della sua nuova tecnica, del suo nuovo esercito, della sottrazione della produzione al capitalismo arcaico, e il fatto che Majakovskij cercasse il rapporto con le masse operaie non solo non contraddice questo enunciato, ma lo esalta, perché "avanguardia" significa interdipendenza con una massa che avanza alle sue spalle. Ma non voglio stare nella preistoria, prendiamo l'ultima, grande avanguardia, una delle più importanti di questo secolo: l'avanguardia punk non nasce nei quartieri operai poveri ed emarginati inglesi e americani, non sgorga da una rivolta latente, non dichiarata, di sottrarsi allo strapotere delle multinazionali discografiche che soffocava qualsiasi creatività? L'avanguardia punk nasce come movimento apparentemente negazionista, in realtà ha rivoluzionato nel profondo tutti i moduli artistici del pianeta, e ha coinvolto milioni di persone, perché ha introdotto un concetto fondamentale nelle masse (sottolineo masse): "do it yourself", arrangiati, fai da te, crea tu stesso. Ed è stata avanguardia anche di chi li considerava "matti" o "ubriaconi"; e dire, come dici tu, che "le masse,in fatto d'arte, sono sempre state conservatrici" è un enunciato che non esce dalla superficie, dalla schiuma, perché l'avanguardia è nata apposta per rompere lo schermo conservatore, per liberare ed esplorare nuove creatività, su espressa domanda di movimenti di massa che la spingono avanti. Questa è la sua natura profonda, ma è necessario spingersi oltre le apparenze per accettarlo.
Però, Temp., ti chiedo il permesso di non naufragare in una discussione accademica su queste cose, perché il punto è un altro: nel mio scritto qua sopra ho cercato di evidenziare delle tematiche di una semplicità quasi imbarazzante. Io non capisco, e sono sincero, cosa abbia scatenato la tua irritazione. E' questo che mi interessa nelle discussioni, non gli schermi su Berlusconi e Prodi e le miserie della sinistra, che coprono "altro". Non perdere tempo ad accusare me di superficialità, cerca di capire che cosa in un testo così semplice ti infastidisce. Ma non me lo dirai mai, e sai perché? Perché sei la prima a non saperlo. E lo stesso vale per te, Cletus.

Pubblicato da: Mauro Baldrati - 04.06.06 20:36

@Baldrati

Beh, irritazione è davvero dir troppo, ma se vuoi chiamarla così è la stessa ragione per cui, se davvero mi irritassi, mi irriterei per questa tua frase:

"Ma non me lo dirai mai, e sai perché? Perché sei la prima a non saperlo."

Parla per te, amico mio. Io finora ho sempre avuto le idee piuttosto chiare, almeno su quel che dico.

Comunque sono d'accordo sul non continuare a parlare di avanguardia, bisogna avere almeno alcuni punti di partenza in comune e non dico che non potremmo averli, ma ci costerebbe un bel po' di inutili, a te e a me, commenti.

E dunque, ognuno resti, come di consueto, sulle proprie posizioni.

Ciao

Pubblicato da: temperanza - 04.06.06 21:09

Baldrati, mi attribuisci irritazioni che non ho. Ripeto: chi si meraviglia per il successo di vendite di letteratura trash sei tu. Non io. Se l'egemonia culturale di questo paese è in mano o meno alla sinistra, posso comprendere il tuo malessere a non comprendere come mai, lo stesso, vende Fabio Volo e non, che so, Pino Roveredo. Con una differenza. A me, alla fine, può anche non fregare nulla, lo accetto, in modo zen. Sei tu che non te ne dai ragione e favoleggi di avanguardie, e diventi, per questo, cosi amabilmente retrò.

Pubblicato da: cletus - 04.06.06 21:10

Ok ragazzi, se continuerà la discussione ne sarò felice, se no una conclusione potrebbe essere:

Viva i tempi moderni, e ognuno per sé, che tanto ci abbiamo tutti le palle ottagonali.

Buona notte, come dice sempre Trespolo.

Pubblicato da: Mauro Baldrati - 04.06.06 22:10

e che la notte porti consiglio. [a tutti...]. dai, buonanotte anche a te ! :)

Pubblicato da: cletus - 04.06.06 22:34

@baldrati

Scusami, ti ho chiesto: hai proposte?
Mi pare che tu non le abbia, salvo augurarti che qualcuno scriva libri come quelli che tra l'altro a me non piacciono o non dicono niente (e certamente non d'avanguardia, almeno Il nome della rosa, un fantastico polpettone erudito), altre non ne ho lette.

Io continuerei anche a discutere, ma sull'avanguardia non si può, sul "che fare" nemmeno, su cosa discutiamo?

Io non sono irritata, ma l'astratto puro con mèches di generico non è il mio genere, dunque, molto cordialmente e senza nessuna irritazione, mi sottraggo.

Pubblicato da: temperanza - 05.06.06 01:36

@ Giulio
Mah, mi pareva che l'attuale governo (e pure quelli precedenti) si reggesse (si reggessero) su una maggioranza (di seggi in Parlamento, come conseguenza di una maggioranza di voti espressi dai cittadini, a prescindere dai “premi”) e non (solo) sul fatto che tutti siamo “liberi” di dire quello che vogliamo (il che attiene al diverso concetto di “libertà”, come conseguenza della democrazia, e non viceversa; perché potremmo essere - per esempio - altrettanto “liberi”, ma “sudditi” di una monarchia). Forse oggi non stiamo vivendo in una democrazia?
"Demo-crazia" significa letteralmente comando del popolo, per cui tutto il potere appartiene al popolo. Ma “come” il popolo esercita il suo potere? In epoca moderna lo fa attraverso i suoi rappresentanti (democrazia parlamentare, appunto), in relazione ai quali vale ovunque la regola della maggioranza.
Se non è così avvertimi, che prendo adeguate contromisure.
za'

Pubblicato da: za' - 05.06.06 01:37

@ Giulio
Scusa, mi è scappato il finale.
Se, quindi, tutti sono liberi di scrivere e di pubblicare quello che vogliono (o riescono), sarà la maggioranza dei lettori a "premiare" l'autore. Il che naturalmente non rappresenta una patente di "qualità, perchè hai ragione quando dici che libri pessimi hanno venduto moltissmo, ecc. ecc.
za'

Pubblicato da: za' - 05.06.06 01:43

Mauro, probabilmente hai ragione: è schematica. Forse troppo. Provo ad ampliare l'idea.
L'Italia, e gli scrittori italiani come diretta conseguenza, soffre di un "grosso" problema: la nostra lingua, che a me piace assai, purtroppo è parlata e letta da pochissime persone.
Questo piccolo dettaglio preclude i mercati importanti (tranne rare eccezioni e non fatemi l'elenco di quelli che han venduto qualche migliaio di copie all'estero...).
A questo dettaglio si somma, parere personalissimo, l'incapacità - o la paura? - di raccontare l'Italia. E così si perde l'elemento "caratteristico" e si annegano l'italianità nel provincialismo sperando di non essere provinciali.
Che interesse può riscuotere un raccontare che non è né carne, né pesce, ma un insieme molato e tornito alla bisogna?
C'è poi un altro dubbio che mi passa per la testa da un po' di tempo: perché nessun scrittore italiano prova a cimentarsi con l'inglese?

Buona notte. Trespolo.

PS: scusate il ritardo, ma in questi giorni mi sono goduto il nipote e avevo staccato il computer :-)

Pubblicato da: Trespolo - 05.06.06 02:42

Trespolo: sulla questione della lingua parlata e letta da pochissime persone, sarei più ottimista. Il 6 maggio scorso, al Salone del Libro di Torino, ho assistito alla conferenza "Come sta la lingua italiana?"; questa domanda era rivolta a vari linguisti. G. L. Beccaria diceva che negli Stati Uniti l’italiano è al quarto posto tra le lingue più studiate; è una lingua di cultura, serve a chi studia storia dell’arte, la musica, a chi legge. Siamo ancora una lingua parlata da sessanta milioni di persone in patria e da due milioni di emigrati stranieri.

Pubblicato da: Cano - 05.06.06 08:00

Temperanza, sulla questione delle proposte credevo di averti risposto: non è possibile elaborare manuali, o fare piani manageriali. Devo, ancora una volta, rilanciare le frasi di Gramsci sul rapporto scrittore-lettore, sul riferimento di una letteratura popolare alle istanze di una cultura eccetera. E' un processo creativo che deve venire da sé, nel tempo, e coinvolgerà i singoli, gli scrittori, i lettori, ognuno con percorsi propri. Deve esserci la voglia, l'umiltà, e una nuova semplicità. Lo so, sembrano parole vaghe, ma non ci sono ricette (sarebbe davvero il miniculpop di cui parlava il moderno Cletus). Poi sulle avanguardie, se vuoi possiamo anche lanciarci, l'argomento sarebbe certamente interessante, ma è accademico, non so, non se ne viene fuori temo. Però tu, Temperanza, ti sei irritata per qualcosa, scusa se non mi faccio gli affari miei, perdonami ma lo penso.

Trespolo, mi sento abbastanza d'accordo col tuo approfondimento.

Za', democrazia non è solo strumento tattico di governo, ma è mediazione tra istanze e opinioni diverse, è la ricerca di una libertà di espressione che rispetti la libertà altrui.

Pubblicato da: Mauro Baldrati - 05.06.06 09:40

Senti, Baldrati, ti faccio un ragionamento. Tu, mi sembra, hai pubblicato, no ? Bene. Il tuo lavoro viene recensito da D'Orrico (non chiedermi come, sto elaborando un'ipotesi).A seguito della critica benevola di D'Orrico, come d'incanto, le vendite del tuo volume cominciano a decollare. Ti invitano in Tv, fai le tue brave comparsate, ti intervistano, ti accreditano come uno degli scrittori più in voga e tutti si scapellano per averti, pagine culturali sui quotidiani, segnalazioni sulle striminzite rubriche-bignami dei magazine patinati che ti mollano insieme ai quotidiani più venduti. Bene. Tutto questo, perdonami, pensi che sia impossibile ? Se il tuo lavoro (che voglio credere, sincero, gramscianamente parlando), riesce ad imporsi a quel punto ti poni o no la domanda se è farina del tuo sacco o hai solo avuto un gran culo a godere di buona stampa (critica o acritica che sia) ? Ecco, parliamo di questo allora. Del come,sia fatale che certi meccanismi finiscano per trascendere dalla qualità del lavoro. In un qualche modo ne sono, paradossalmente, indipendenti. Avresti potuto scrivere la nuova Recherchè, essere il più quotato dai lettori forti, a quel punto sei una merce, in ogni caso. Un prodotto che si vende. Punto. Come i vari Volo, Moccia, e fammici mettere anche la Tamaro. Ecco.

Pubblicato da: cletus - 05.06.06 09:54

baldrus, ti tocca beccarti pure del retrò. Scusa ma mi viene da ridere.

Pubblicato da: Spy - 05.06.06 10:03

Spy, non è un problema, quando ero nel campo della fotografia i fotografi di gusto retrò erano richiestissimi, erano di gran moda e lavoravano più degli altri. L'Old Fashion ha sempre avuto un suo fascino particolare.

Cletus, mi pare che al centro della tua considerazione vi sia il quesito: i bestsellers-trash (uso una definizione tua) hanno in sé i codici per diventare tali? Ora, da alcuni interventi per esempio di Giulio Mozzi, che di editoria si intende molto più di te e me insieme, sembrerebbe di no. Un libro brutto può stravendere, un altro bello scomparire nel nulla ecc (e vicevesa). Però non mi sembra questo il punto. Non esattamente almeno. Secondo la tua ipotesi se uno dei miei libri fosse incensato da D'Orrico (è divertente questo prendere il critico di Magazine come simbolo vivente della sub-critica italiana) dovrei pormi il problema della qualità e della sincerità del mio testo perché il mercato lo ha dichiarato "merce". Scusa, perché? Tu stesso nell'ipotesi premetti che il mio testo sarebbe sincero, e allora perché andare in crisi?

Pubblicato da: Mauro Baldrati - 05.06.06 10:51

@ Mauro Baldrati
Certo, ma quello è un aspetto (lato) della democrazia, non la democrazia in sè. Se vogliamo è una conseguenza di essa, che ne è l'antecedente logico necessario. Potresti essere "libero" in un regime totalitario? Insomma: la democrazia viene "prima", con le sue regole: da un lato la libertà, dall'altro il principio della maggioranza, legati indissolubilmente. Qualcuno (vedi ad esempio Norberto Bobbio) ha visto in ciò una "dittatura della maggioranza", che tuttavia si verifica soltanto se la maggioranza, legittimata all'esercizio del potere in quanto tale, prevarica la minoranza restringendone la libertà (ad esempio "prendendosi tutto", come sta facendo l'attuale governo).
za'

Pubblicato da: za' - 05.06.06 11:43

Cano, non ho alcuna intenzione di mettere in discussione la tesi del Beccaria che sostiene che l'Italiano è una lingua viva e vegeta e che negli Stati Uniti è una "lingua di moda". Aggiungerei che è di moda fra i benestanti. Posso confermartelo per esperienza diretta: insegnare italiano era uno dei modi per arrotondare e raccattare qualche dollarino (e non solo...) quando bazzicavo da quelle parti per motivi di studio. Ciò non toglie che a fronte del miliardo circa di persone madrelingua inglese, del miliardo e 400 milioni cinesi e di altre lingue che superano abbondantemente, come diffusione, qualche centinaio di milioni di "parlanti", 60 milioni + due (più gli abitanti del canton ticino aggiungo) non può consentire a nessuno di sostenere, nemmeno a Beccaria, che il potenziale pubblico di lettori "in italiano" sia un pubblico importante.
Stimando 6 miliardi di abitanti i 60 milioni di italiani sono l'1%; ben poca cosa e penso che converrai.
Che poi sia la quarta lingua studiata negli Stati Uniti mi pare poco significativo e mi ricorda i grafici delle analisi di borsa pubblicati dalle banche: sono in scala "naturale" (da 0 a 100%) quando la borsa scende, passano in scala "zoomata" quando la borsa sale. Ora che sia la quarta lingua studiata è sicuramente interessante, ma sarebbe altrettanto interessante sapere quanti milioni di persone studiano le tre lingua che ci precedono e quali sono queste lingue.
Ma sto uscendo dal seminato e il dato di fatto rimane, a mio parere, che molti scrittori italiani non hanno ancora capito per chi vogliono scrivere.
Da noi consideriamo un successo un libro che ha venduto 20/30 mila copie: robetta che non consente nemmeno di campare dignitosamente (se consideriamo un incasso di circa 1 euro a copia per l'autore).
Questo è un altro aspetto che deve essere considerato: solo pochi eletti riescono a campare col loro lavoro e senza dover fare altro.
Pare quasi che lo scrivere sia considerato (o utilizzato) come un tramite per cercare altre fonti di reddito (corsi di scrittura, comparsate pubbliche, articoli, etc...). Nulla di male in tutto questo, ci mancherebbe, ma non è che tutti questi elementi, sommati fra di loro, contribuiscano a "indebolire" il talento e la voglia di misurarsi?

Ora vado a pranzo che ho una fame boia. Lo so che non c'entra nulla, ma la fame è fame... :-)

Bona giornata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 05.06.06 13:03

Trespolo,
chiaramente il peso specifico della lingua italiana non è dato dal numero di quanti si dilettano a parlarlo.
Con questo ragionamento Manzoni, Verga, De Robertis, Pirandello, D'Annunzio Svevo, Tozzi.... non varrebbero una cippa.
ciao.
ezio

Pubblicato da: Ezio - 05.06.06 13:16

Caro Trespolo, buon appetito ;)

Va bene, tutto è relativo. Ma se tu scrivessi un libro, e tutti gli italiani lo comprassero, quel libro sarebbe uno dei libri più venduti nel mondo (Il codice Da Vinci ha venduto sessanta milioni di copie in 44 lingue diverse). Perciò, direi agli scrittori italiani di non scoraggiarsi.

Pubblicato da: Cano - 05.06.06 13:55

infatti Danilo Marrone è nativo di Afragola.

Pubblicato da: cletus - 05.06.06 14:01

...anzi, di Nogarole Rocca !!!

Pubblicato da: cletus - 05.06.06 14:01

Za', viviamo in una democrazia perché tutti abbiamo il diritto formale di prendere la parola, e parecchi ce l'hanno anche sostanziale.
Poiché tutti possono prendere la parola, ma bisogna pure arrivare a prendere delle decisioni, si è trovato un sistema: maggioranza vince.
Il diritto di prendere la parola è la sostanza; il sistema che "maggioranza vince" (in qualunque modo si arrivi a determinare la maggioranza, eccetera eccetera) è una soluzione tecnica.
Non c'è nessuna relazione tra mercato e criterio che "maggioranza vince". Decido io che cosa acquistare; mica acquisto ciò che è stato deciso dalla maggioranza.
C'è ostilità tra libero mercato e diritto di prendere la parola: l'azienda X, se potesse escludere dal mercato tutte le altre che vendono prodotti concorrenti, lo farebbe. Per questo gli stati democratici prevedono, in genere, delle regolamentazioni di questa ostilità. L'ostilità è peraltro positiva, in quanto costringe ogni azienda ad aguzzare l'ingegno, fare ricerca, provare nuovi prodotti, eccetera. Se l'azienda X fa fuori tutta la concorrenza, cessano le ostilità e cessano anche la ricerca, l'invenzione di nuovi prodotti eccetera (esempio: oggi, in treno, ci ho messe 7 ore a fare un viaggio che, orari alla mano, doveva durarne 3: questo è possibile perché Trenitalia non ha concorrenti).

Pubblicato da: giuliomozzi - 05.06.06 16:22

Enzo, Cano: non ho alcuna intenzione di discutere il "peso specifico" della lingua italiana, e ci mancherebbe: sarei quanto meno incauto. Il mio ragionamento è molto, ma molto più semplice e parte da un dato di fatto: è impossibile che 60 milioni di italiani (bambini, ricoverati, militari, suore e preti inclusi e nessuno escluso) decidano di acquistare tutti lo stesso libro e ne facciano uno dei best seller più venduti al mondo.
L'altro dato di fatto è che, pur in 60 milioni, siamo un mercato letterario "marginale" per quanto concerne i volumi di vendita e la capacità di fare mercato. A questo mi riferisco nella mia risposta e seguendo il titolo del post di Mauro.
Per il resto niente da dire circa la lingua italiana, che a me piace assai, ma rimane secondo me una questione inamovibile: siamo pochi ed è giusto che gli scrittori italiani inizino a scoraggiarsi e a diventare un po' meno provinciali... ;-)

Buona serata. Trespolo.

PS: qui un temporalone tremendo ocn grandine, tuoni e fulmini. Non c'entra nulla col resto, così, tanto per chiudere...

Pubblicato da: Trespolo - 05.06.06 16:40

Giulio: 7 ore in treno per un viaggio che doveva durare 3 ore? Meglio le mie code in macchina allora.
Comuqnue il discorso sulla concorrenza mi trova d'accordo. Prendi i blog: sono 5 giorni che Virgilio non mi fa postare, ma se continua a boicottarmi e non mi risolveranno il problema velocemente potrò sempre cercarmi un altro lido. :-)

Buona serata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 05.06.06 16:44

Trespolo, so bene che l'itagliano è lingua marginale, marginalissima. Il fatto è che in discussione è invece proprio il peso specifico della cultura che essa è o non è in grado di trasmettere. Non è quello che dici anche tu? Ma lo era ancora di più nell'Ottocento quando non solo non la parlavano fuori dei nostri confini ma neppure dentro. Eppure il suo peso specifico culturale era buonino, mi pare.
E che cavolo: esistono le traduzioni, no?
E allora il problema, ripeto, è: chi vogliamo tradurre?
ezio
(qui sole, fresco, ma sole - lì dov'è?)

Pubblicato da: Ezio - 05.06.06 16:52

Per Trespolo:
ma gli scrittori americani insegnano nelle loro università, dove ci sono corsi di scrittura creativa. E non mi sembra la loro creatività ne risenta. Perché poi il talento ne dovrebbe risentire? Anzi, l'essere a contatto con persone, per così dire, più motivate (nel senso che devono far vedere di che pasta sono fatte), dovrebbe spronare a fare di meglio, no? Sennò con che faccia uno pubblica una ciofeca e dopo si permette di criticare un suo studente? Solo perché una volta, un tempo, ha scritto qualcosa di bello? Io credo che insegnare, scrivere articoli, pure fare comparsate in tv, possano aiutare chi scrive, lo possano stimolare. Certo, se uno si adagia...

Pubblicato da: andrea b - 05.06.06 17:02

@Andrea: verissimo quello che dici, forse però c'è qualche piccola differenza. Sarà anche una mia impressione, ma mi pare (salvo smentite) che la maggior parte degli scrittori italiani sia "costretta" a convivere con realtà lavorative (sussistenza) che non lasciano molto spazio alla creatività: se ti devi preoccupare quotidianamente della pagnotta ho la vaga impressione che rimanga poco spazio per la creatività e lentamente diventi solo una "questione di mestiere", che nessuno nega, ci mancherebbe. Ma è altra cosa.
Oh, sia chiaro, può essere che la mia sia solo un'impressione.

@Enzo: sul fronte peso specifico ho già detto la mia. La ribadisco: trovo la letteratura italiana difficilmente traducibile perché non interessante per chi non vive direttamente la realtà italiana. In pratica: difficilmetne esportabile, limitata e senza appeal (anche se traducibile, ovvio...).
Che poi nell'ottocento avesse un peso buonino mi trovi in accordo, ma ora?
Anch'io una volta, prima di cadere dalle scale, ero alto, biondo, con gli occhi azzurri e atletico :-)

Buona serata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 05.06.06 18:28

D'accordo Trespolo. Ma allora come si fa a venir fuori? Mi spiego meglio, prima di pubblicare non è che tutti possiamo non pensare quotidianamente alla pagnotta. Quindi vuol dire che si fa altro, e nel frattempo si scrive. Questo limita la creatività? No. Se dopo aver pubblicato, però, pensiamo di essere arrivati, e che qualcosa ci sia dovuto, allora sì, tutto il tempo sottratto alla scrittura per occuparsi della pagnotta ci sembra perso, e la creatività ne risente. Ma credo sia qualcosa che varia da persona a persona, ecco.

Pubblicato da: andrea b - 05.06.06 19:27

@ Giulio
Verissimo. Il discorso sulla concorrenza non fa una grinza. E siamo anche d'accordo che il criterio della maggioranza (e prima ancora della rappresentanza) è una soluzione tecnica, non potendo noi parlare tutti (e, si spera, non tutti assieme); liberi teoricamente di farlo (sai che bailamme: già i relativamente pochi nostri rappresentanti fanno un baccano assordante e stentano a mettersi d'accordo anche all'interno dello stesso partito!) ma in pratica necessitati, appunto, a ricorrere - con il criterio della maggioranza - ad un numero più ristretto dell'intero universo dei cittadini, costituito dai rappresentanti, i quali a loro volta assumono le decisioni ancora con il criterio della maggioranza. L'eccezione al sistema della rappresentanza è costituita dall'istituto del referendum, in cui tutti i cittadini sono chiamati ad esprimersi. Ma anche qui vale il principio di maggioranza: per il quorum costitutivo (salvo che per il referendum confermativo, valido qualunque sia il numero dei votanti, anche uno solo!) e per il quorum deliberativo (ed anche per il referendum confermativo vince l'opinione del maggior numero dei votanti).
Tuttavia resta sempre che se a scegliere di acquistare (per esempio) "quel" libro (o "quel" prodotto, ecc.) è una (pur liberissima di farlo) maggioranza (ovvero un grande numero, questo intendevo già nel mio primo post) di lettori (o di consumatori, ecc.) l'autore del libro e l'editore (o il produttore di quel bene economico, il commerciante, ecc.) guadagneranno un sacco i soldi, a prescindere dalla qualità del libro (o del prodotto, ecc.). In sintesi (e mi ripeto) "E' inutile lagnarsi se il "pubblico" legge questo piuttosto che quello". E' libero di farlo (e questa è democrazia formale), ma se lo fa e lo fa in gran numero determina la "fortuna" dell'autore (e questa è la sostanza, misurata in palanche!).
Ma, ti prego Giulio, cerca di evitare più che puoi, tu che più di tanti puoi, che libri pessimi vedano la luce (e magari poi vendano moltissimo!).
Sono anch'io un fanatico viaggiatori di treni e ti capisco bene per le 7 ore.
za'

Pubblicato da: za' - 05.06.06 20:58

Andrea: personalmente non vedo vie d'uscita. Il mercato italiano è troppo piccolo per tutti gli scrittori che lo popolano. Ne sono più che convinto.
E allora che rimane da fare? Non scrivere? Potrebbe essere. Oppure scrivere in una lingua e per un mercato più ampi.
Possiamo fare tutti i discorsi di questo mondo, ma se il mercato è in grado di accogliere 10 non ci puoi infilare 1000 (che questa è la proporzione, mi pare e forse anche peggio). Argomentazione ardua da digerire e che fa a cazzotti con le logiche "letterarie", ma c'è e forse vale la pena di pensarci anche perché, alla fine della storia, il mercato è mercato e le regole sono molto simili indipendentemente dal prodotto; e non dimentichiamo che il libro è e rimane un "prodotto". Con tutti gli apici di questo mondo, ma sempre un prodotto che si paga rimane.
A questo punto però si pone un'altra questione: sono in grado i nostri scrittori di realizzare "storie" che interessino un mercato più ampio e diverso?
Oppure: sono in grado di crearsi un mercato diverso? di cogliere dove andare a parare? di scovare nuove vie?
Scoramento, per quanto mi riguarda, e la risposta è quasi sempre un no secco. Sono come i nostri tennisti: riescono a raccattare a sufficienza muovendosi all'interno del mercato locale (vedi le considerazioni di prima) e non sono disposti a "soffrire" per inventarsi e cercarsi un mercato più ampio. In pratica, si accontentano.

Dici che sono troppo drastico? Può essere, ma attendo la controprova; e al momento non ne vedo all'orizzonte.

Buona notte. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 06.06.06 00:05

Trespolo mi incuriosisce vivamente.

Mi pare chiaro che fa un mestiere lontanissimo dalla realtà editoriale e letteraria italiana, ma espone le sue "impressioni" con una sicurezza che, ad avercela tutti, manderemmo sul lastrico metà degli strizzacervelli del paese.

Non so se congratularmi o se irritarmi, in qualche modo sono ammirata.

Pubblicato da: temperanza - 06.06.06 00:07

Sullo scrivere, sul grande romanzo, le sue tematiche ecc. segnalo, come approfondimento, un interessante articolo di Giorgio Morale uscito in gennaio su questo sito:

http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/01/ceci_naest_pas.html

Pubblicato da: Mauro Baldrati - 06.06.06 09:02

@Temperanza, il mio mestiere è distante dalla realtà letteraria. Te lo confermo.
Per quanto riguarda le "impressioni", che dirti: sono fatte per essere cambiate, così come le regole. Di solito le pesco sfrucugliando numeri e non mi pare di avere detto nulla di strano. Prova; prendi 100 scrittori italiani (escludendo i super big) e chiedi loro come formano il loro reddito. Sono disposto ad accettare scommesse di qualunque importo che la quasi totalità non copre, con gli introiti dei propri libri, nemmeno il 50% del proprio reddito.
Il problema è capire perché non lo coprono. Sono tutti delle scamorze e non sanno scrivere? Può essere. Sono tutti dei geni incompresi? Può essere.
Oppure lavorano in un mercato che non è in grado di acquistare più di tanto? Può essere anche questo e mi pare che esistano i numeri per dimostrarlo.
Dici che il paragone con i tennisti nostrani è poco "nobile"? Beh, è l'unico che mi è venuto ed è anche, a mio parere, quello che ha più similitudini. Pur con tutte le differenze che esistono fra il racchettare una pallina e l'incolonnare parole su un foglio. Meglio essere il primo di una piccola comunità che uno dei tanti in una comunità più vasta: questa mi pare la filosofia di fondo di gran parte degli scrittori italiani.

Sto sbagliando e dicendo stronzate? Può essere, tutto può essere a questo mondo; anche che possa aver ragione, o almeno una parte di ragione, che va già meglio :-)

Buona serata. Trespolo.

PS: per quanto riguarda gli strizzacervelli vai tranquilla: non mi avranno mai fra le loro sgrinfie. E poi non vedo il motivo (discussione vecchia di qualche mese fa) di andare a pagare qualcuno che lavora su un argomento che non conosce e basando il proprio approccio su nozioni parziali e, spesso, empiriche.

Pubblicato da: Trespolo - 06.06.06 16:30

@Trespolo

"Dici che il paragone con i tennisti nostrani è poco "nobile"?" Ho detto questo? Non mi pareva.

Ho detto che tra congratulazioni e irritazione per la grande sicurezza con cui parli di cose che conosci per sentito dire io scelgo l'ammirazione.

Qualcuno ha detto una volta che in ogni uomo c'è un po' di divino. Ecco, a leggerti, il tuo divino è il dono della certezza nelle cose letterarie. Non mi par poco.
E visto che a leggere qua e là nella rete la letteratura sembra un campo in cui chiunque può dire qualsiasi cosa senza tema di far danno, si può sostenere senza tema di essere smentiti che non fai danno.
Bene.

Pubblicato da: temperanza - 06.06.06 17:11

@Temperanza, che dire: anche gli scrittori italiani di "danni" ne fanno pochi. Purtroppo.

Buona serata. Trespolo.

PS: in un mondo di competenti convinti anche gli incompetenti hanno un ruolo. Non secondario oserei dire...

Pubblicato da: Trespolo - 06.06.06 18:01