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17.06.06
Luoghi comuni / Non facciamone una tragedia
di giuliomozzi
La tragedia è, secondo la definizione che ho imparata a scuola, quella storia in cui non c'è rimedio. Oreste deve vendicare il padre, ucciso dalla moglie (e madre di Oreste stesso): se non lo fa, gli dèi lo puniranno. Oreste non deve uccidere la madre: se lo fa, gli dèi lo puniranno. Qualunque sia la scelta di Oreste, gli dèi lo puniranno: non c'è rimedio. Oreste sceglie di vendicare il padre, uccidere la madre: e viene punito dagli dèi.
Ci sono due modi, quindi, per non farne una tragedia. Uno è quello di trovare dei rimedi; e l'altro è quello di negare gli dèi.
"Ho quarant'anni e una laurea che non mi è servita a niente. Faccio un lavoro di merda e guadagno settecento euro al mese. Tra due mesi mi finisce il contratto. Vivo con un amico perché né io né lui possiamo permetterci un affitto intero".
Questa condizione, se si vuole, è una tragedia: ma solo a patto di considerare necessarie - necessarie almeno quanto gli dèi - alcune cosette: un lavoro se non gratificante almeno tollerabile, un reddito se non cospicuo almeno adeguato agli standard di consumo del ceto di appartenenza, una unità di abitazione tutta per sé. Se queste cose non le considero necessarie (se per me un lavoro vale un altro, se i miei consumi non hanno come riferimento gli standard del mio ceto, se non sento il bisogno di una abitazione-focolare nella quale riconoscermi), allora questa non è una tragedia. Posso dire: "Vivo giorno per giorno", e se mi licenziano in tronco agli amici preoccupati dico: "Non facciamone una tragedia".
Ma questa stessa condizione smette di essere una tragedia anche se dico a me stesso: "Porca paletta, diàmoci una mossa. La situazione è questa, ma non sarà mica immutabile. Ci darò dentro. Per il momento cercherò di vivermela: questi quattro soldi che prendo da questo lavoro di merda, comunque mi tengono in vita; e finché sono vivo combatterò. Voglio una casa, un lavoro dignitoso, un reddito decente". E agli amici preoccupati dico: "Ragazzi, non facciamone una tragedia, sennò mi cascano le palle per terra. Piuttosto, dàtemi una mano".
Nel primo caso, io non ho nessuna colpa: non ho nessuno scopo, nessun tèlos, quindi non posso essere insufficiente rispetto al tèlos. Nel secondo caso, il tèlos c'è, e quindi c'è la colpa (e tanto più elevato e lontano è il tèlos, tanto più difficile da abolire sarà la colpa).
Potrei allineare altri esempi. La donna che amo mi tradisce o mi caccia: posso farne una tragedia, oppure posso non farne una tragedia [a] abolendo il tèlos, ossia cessando di amarla, [b] adottando dei rimedi, ossia cercando di riconquistarla (auguri).
Sono nel mondo, e il mondo mi pare brutto. Posso farne una tragedia, oppure posso non farne una tragedia: [a] abolendo il tèlos, ossia accontentandomi del mondo così com'è o di quella specifica porzione di mondo nella quale sono, e che non è poi così male, [b] adottando dei rimedi, ossia sbattendomi per migliorare il mondo (auguri).
La Repubblica delle Lettere è un merdaio: nient'altro che profitto, scambi di favori, autotutele, mafie, cricche, pavidità e villanerie. Posso farne una tragedia, oppure posso non farne una tragedia: [a] abolendo il tèlos, ossia facendo quella che potrei far passare, credo con successo, per una scelta realistica, [b] adottando dei rimedi, ossia tentando quantomeno di viverci dentro senza dovermi vergognare di me stesso (auguri) o, addirittura, cercando di migliorarla (auguri).
Eccetera.
L'amico che mi dice: "Non facciamone una tragedia", io lo guardo con sospetto. Che cosa sta facendo?, mi domando. Mi sta proponendo dei rimedi? Se mi sta proponendo dei rimedi, intende dirmi che se sono nelle peste è colpa mia (datti da fare!), se sono cornuto è colpa mia (datti da fare!), se il mondo è brutto è colpa mia (datti da fare!), se la Repubblica delle Lettere è un merdaio è colpa mia (datti da fare!). Oppure mi sta proponendo di rimuovere il tèlos? Se mi sta proponendo di rimuovere il tèlos, vuole fare di me un uomo senza senso e senza scopo (e gli esiti possono essere diversissimi: dallo scoppiatone al new dandy, dallo yuppie al conformista).
Quindi, per piacere: facciàmone una tragedia.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 17.06.06 09:45
Interventi
Ci sono libri che riescono a dare qualche strumento in più per non rimuovere il tèlos.
"Rincorse" è un bellissimo libro sul lavoro (quasi sul precariato) e su come il tèlos non vada rimosso. Uno scrittore vero immagina le cose e ci prende. E ti dà anche qualche strumento. La letteratura non è una baggianata, è pensiero.
Pubblicato da: andrea barbieri - 17.06.06 11:12
Io direi: facciamone un'occasione di svolta. Se l'oppressione di un telos mi frustra, e se la sua assenza anestetizza i desideri, non sarà il caso che esamini le cose e adegui le aspettative?
Stamattina ero di umor nero, pensavo al tempo che passa, a una stagione non lunghissima di gioie che non arriveranno mai. Ma cosa resterà di quella stagione, e se continuerò a recriminare, quando sarò al capolinea? alla tristezza si aggiungerà il film di un'attesa insoddisfatta, senza più tempo manco per sbraitare.
Take it easy, Carlo. Andato dal barbiere per un taglio e shampoo. E anche una spuntatina di pizzetto. E fatto due chiacchiere con Carmelo. E ricordato, mentre lui sfoltiva, il lungomare di Reggio, il più bello di Europa. E riso - sorriso veramente con il caldo in cuore- riandando a mia figlia, tre anni, che a momenti scala il Bronzo B, che putiferio.
Già molto meglio.
Pubblicato da: Carlo Capone - 17.06.06 12:42
una frase che non stonerebbe profferita da Lippi, dopo la partita con gli States.
Pubblicato da: cletus - 18.06.06 07:44
La 'tragedia greca' propriamente detta nasce dall'umana pretesa di opporsi ai voleri del destino. Il destino non si sfida, si accetta. Dopodiché si può essere più o meno fatalisti:- ) La differenza tra fiaba e mito è tutta qui: il mito insegna che non ci può opporre ai voleri del destino, altrimenti si fa la fine di Edipo. La fiaba, invece, inculca la speranza: attraverso l'azione intelligente e costruttiva l'eroe supera le difficoltà e il lieto fine è assicurato. Quindi non "Facciamone una tragedia!", ma "Facciamone una fiaba!".
Pubblicato da: Lucio Angelini - 19.06.06 07:31
un uomo senza senso e senza scopo si identifica per forza con una di queste figure, che hanno, mi pare, un'accezione non proprio positiva - scoppiatone, new dandy, yuppie, conformista -? e cosa significa poi essere un essere umano senza senso e senza scopo? essere un essere umano che decide di non averlo, un senso e uno scopo? o anche un essere umano che non sa quale sia, se ci sia, quale possa essere, un senso e uno scopo è uno che non ha senso né scopo?
(e poi, se uno non considera necessari un lavoro se non gratificante almeno tollerabile, un reddito se non cospicuo almeno adeguato agli standard di consumo del ceto di appartenenza, una unità di abitazione tutta per sé non mi sembra che necessariamente non abbia nessuno scopo, nessun tèlos)
Pubblicato da: monica - 19.06.06 10:31
Secondo me cadi in una petizione di principio.
Proprio perché non puoi negare gli dei (il telos, se non ho capito male il tuo ragionamento) la tua condizione è tragica.
Se hai la possibilità di negare gli dei, non sei in una condizione tragica e quindi non devi fare alcuno sforzo per trartene fuori.
Anzi, dirò di più: è la negazione stessa degli dei che mi precipita nella tragedia. All'origine di ogni circostanza "tragica" c'è, nella tragedia greca, la violazione di una norma divina, l'abbattimento di un telos nei reconditi del mito.
Pubblicato da: jean_arthur - 20.06.06 17:16
Interessantissimo questo post.
Potrebbe aprire una discussione interminabile sui massimi sistemi. Libero arbitrio o predestinazione? Tragedia o farsa? Caso o necessità? E' l'eterno svilupparsi dei destini umani o meglio, lo svolgersi delle funzioni del Potere in senso foucaultiano.
Al di là della questione telos o non telos io direi che situazioni come quella descritta (40 anni, 700 euro al mese ecc, ecc,) sono principalmente la conseguenza dell'eterna catena dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, che ha mille volti e mille maschere. E' una tragedia, nel senso che fino ad ora si è svolta immutabile dall'inizio dei tempi, nonostante alcuni tentativi storicamente falliti di spezzarla. La cosa positiva è che, nonostante tutto, non ci si rassegni mai, a questo stato di cose.
La tragedia è anche e soprattutto, come dice giustamente jean arthur, originata dalla violazione di una norma divina.
Le odierne tragedie del precariato e dello sfruttamento nascono quando il dio mercato fa a pezzi i suoi figli. Il precario si sente colpevole di fronte al dio mercato. Non ha diritti. La sua colpa è resa evidente dal suo fallimento. Bisognerebbe diventare "ateisti del mercato" per dirla con Latouche. ma questo è un discorso molto complesso.
Sì, secondo me ha ragione mozzi a guardare con sospetto chi dice "non facciamone una tragedia". Facciamoci invece tutti gli auguri possibili ma continuiamo a lottare, per cancellare ogni tipo di sfruttamento, anche se sembra utopistico, impossibile e inattuale.
Massimo Villivà
Pubblicato da: Massimo Villivà - 20.06.06 18:47




