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25.06.06

Io contro tutti

di giuliomozzi

[altri articoli su questo argomento]

Da Nazione indiana: Ma visto che siamo perlopiù persone che scrivono, vogliamo anche che di Gomorra si consideri e si analizzi la fattura letteraria. Vogliamo poter capire e interpretare - qui e altrove - cos’è questo incrocio fra reportage, inchiesta, narrazione autobiografica, narrazione testimoniale, epica collettiva. Vogliamo capire quali domande pone al nostro lavoro individuale, quali aperture potrebbe indicarci. Ma questo non può che avvenire in un confronto ad uno ad uno con il testo. L’unica cosa che non vogliamo è erigerci a portavoce di un’ interpretazione ortodossa di Gomorra e tantomeno rendere il libro un oggetto al di sopra della possibilità di criticareSe volete ricuperare i pezzi della lite, cominciate dall'articolo di Wu Ming 1 (non quello di Wu Ming 3 che lo precede); leggete attentamente l'articolo-lettera di Tiziano Scarpa che Wu Ming 1 linka senza nominarlo; quindi leggete l'articolo di Tiziano Scarpa e Carla Benedetti e l'ulteriore precisazione di Tiziano Scarpa; infine, potete aggiungere al dossier gli articoli di Giuseppe Genna, Loredana Lipperini, Babsi Jones, e altri articoli che saranno usciti nel frattempo di qua o di là, concludendo con l'appello a, per così dire, "parlare di Gomorra quando parliamo di Gomorra" pubblicato in Nazione indiana.
Di questa lite in quanto lite, non m'importa nulla.

Dirò solo che nel suo articolo-lettera non mi pare proprio che Tiziano Scarpa abbia voluto garantirsi un padrinaggio su Roberto Saviano, e anzi mi pare proprio che dica l'esatto contrario. Scrive Tiziano Scarpa, rivolgendosi a Roberto Saviano e commentando il successo finora riscosso da Gomorra:

Il merito è tutto tuo. Ma, per una volta, anche la cosiddetta "società letteraria" (ammesso che esista), l'"intelligencija italiana", ha fatto la sua parte.
In questi anni, scrittori, intellettuali, siti, riviste, giornali, redattori, piccoli editori, organizzatori di convegni ti hanno dato credito ospitando tuoi scritti e interventi, valorizzandoli come meritavano, fin da quando eri un ventiquattrenne sconosciuto; gradualmente, tutto questo ha portato alla pubblicazione presso un grande editore che potrà tutelarti meglio di una piccola casa editrice; giornalisti e recensori hanno parlato del tuo libro, e ultimamente c'è pure chi si è speso sfruttando i suoi contatti per segnalarti ad alcune trasmissioni televisive, che a loro volta ti hanno chiamato a presentare Gomorra sugli schermi.
Non faccio nomi, perché qui non si tratta di distribuire medagliette.
Semplicemente, sono soddisfatto che nel tuo caso ci sia stato un concorso di forze, una collaborazione spontanea, non orchestrata, da parte di molti in Italia, anche persone che su altri temi sono divise e polemizzano spesso.
La morale qual è?
Un'altra cultura è possibile? Possiamo ritrovarci d'accordo e darci una mano nel promuovere cose buone? Non siamo alla mercè soltanto dei book jockey, i frivoli cronisti di novità librarie, e dei presentatori televisivi? Il tuo caso felice me lo fa sperare.

La frase dell'articolo di Wu Ming 1 nella quale si rinvia senza nominarlo (il link è sotto le parole "fiera delle vanità") a questo articolo-lettera è:

Adesso c'è la gara a chi per primo intuì il talento, e chissà dove saresti a quest'ora se io non, e va riconosciuto che c'è un gruppo di persone che. Solita fiera delle vanità, solita condotta parassitaria, solito esibizionismo sconcio.

Se qualcuno vuol pensare che questo passaggio dell'articolo di Wu Ming 1 sia un'accettabile sintesi delle parole di Tiziano Scarpa che ho riportate sopra, faccia pure. Io non lo penso.

***

Saltando a piè pari la lite, provo a venire a un qualche sodo. Nelle sue parti più interessanti, l'articolo di Wu Ming 1 dice (mi permetto di spezzettare perché tanto l'articolo è là, e potete leggerlo con calma per intero):

Un'ipotesi: l'io narrante di Gomorra è l'autore, ma non soltanto e non sempre. L'autore, per dirla con la colonna romana del vecchio Luther Blissett Project, ha esercitato la libertà di "dare dell'io a qualcun altro", di collocarsi dietro gli occhi di diversi "io" che raccontano storie di camorra. Non "io è un altro" ("je est un autre", come scrisse Rimbaud), bensì "anche un altro è io" ("un autre aussi est je"). [...] "Roberto Saviano" è una sintesi, flusso immaginativo che rimbalza da un cervello all'altro, prende in prestito il punto di vista di un molteplice. [...] "Io" raccoglie e fonde le parole e i sentimenti di una comunità, tante persone hanno plasmato - da campi opposti, nel bene e nel male - la materia narrata. [...] Le recensioni che pongono l'accento unicamente sulla testimonianza civile - e letteraria - individuale non colgono la natura di epopea collettiva del suo libro.

Wu Ming 1 racconta poi di aver telefonato (per la prima volta della sua vita) a Roberto Saviano e di avergli "spiegato la sua teoria sull'io narrante". E che Saviano "gli ha confermato che è vera, aggiungendo esempi". (Vabbè: io sarei scettico su un'ipotesi che diventa in poche righe una teoria immediatamente dichiarata vera). Segue un breve elenco di "oggetti narrativi" che secondo Wu Ming "vivono nello stesso posto" di Gomorra: Romanzo criminale di De Cataldo, Dies irae di Giuseppe Genna, Asce di guerra di Vitagliano Ravagli / Wu Ming (con l'avvertenza che "quest'ultimo è il meno riuscito dei quattro").

Allora: che cosa fa Wu Ming 1 con questo articolo? Fa, evidentemente, un'operazione ideologica: descrive un oggetto - il libro Gomorra di Roberto Saviano - in modo che quell'oggetto diventi una conferma vivente della propria visione del mondo (cioè della propria ideologia). E, nella visione del mondo di Wu Ming 1 (nonché, presumo, dei suoi quattro colleghi), la scrittura collettiva ha una certa qual importanza. Pesco una sua dichiarazione tra le tante, semplicemente quella che ho più sottomano:

La narrazione è collettiva, lo è sempre stata, lo è anche quando l'attribuzione è individuale, per motivi che abbiamo sviscerato risalendo all'alba dei miti dell'umanità (creazioni comunitarie par excellence), per poi passare al poema epico ("sintesi" di diversi episodi e leggende plasmate e rifinite per secoli), alle chansons des gestes e ballate medievali (idem), al teatro elisabettiano (in cui l'autorialità singolare era "stemperata" in diverse fasi in cui tutti mettevano mano a tutto, dalla stesura alle prove alla prima), all'interazione fra scrittore e lettori nel feuilleton e nei romanzi seriali (il pubblico dava espliciti suggerimenti e faceva proposte su come dovesse proseguire la storia), al gioco di ruolo etc. La forma-romanzo (o il genere-romanzo, as you like it) non esisterebbe nemmeno senza questa dimensione collettiva del narrare che ha caratterizzato i suoi antenati.

Semplificando brutalmente, e adottando un linguaggio nel quale mi trovo più a mio agio: ho l'impressione che per Wu Ming 1 "collettivo" sia pressoché sinonimo di "epico"; se il narratore epico (ce lo insegnavano a scuola) è un narratore che non c'è - un narratore che non dice "io" - è proprio perché non è un "io" ma è piuttosto un "tutti": non si definisce come "singolarità", ma come "appartenente a una comunità". Ed è la comunità il verso soggetto, la comunità che dura, che continua nel tempo, che produce la verità in quanto fa la storia.

Ora, senz'altro si può descrivere questa operazione ideologica di Wu Ming come un "tentativo di appropriazione" del libro Gomorra di Roberto Saviano. Mi si dica, peraltro, se c'è un modo di fare un lavoro interpretativo su un qualunque oggetto senza includerlo nella propria visione del mondo, ossia nella propria ideologia. Se un oggetto non è ideologizzabile, si potrebbe dire, nemmeno mi accorgo della sua esistenza.

Si può fare un lavoro critico, piuttosto, cercando di capire se l'operazione ideologica in questione sia benfatta o malfatta: se l'assunzione del libro Gomorra di Roberto Saviano come prova vivente, in quanto testo esemplare, dell'idea di letteratura e mondo che ha Wu Ming avvenga facilmente e con evidenza, oppure abbia l'aria della forzatura. (E, ovviamente, la conferma che Wu Ming ha ottenuta al telefono da Roberto Saviano non vale, da questo punto di vista, assolutamente nulla).

***

Vorrei avere sottomano, ma non me lo ritrovo, un articolo di Tiziano Scarpa (se qualcuno sa inviarmi un link, grazie; vado a memoria e spero di non stravolgere il senso) nel quale si diceva in sostanza: lo scrittore è una singolarità; parla solo a nome di sé stesso; è proprio perché sceglie di parlare solo a nome di sé stesso, che lo scrittore è lo scrittore.

Nell'articolo scritto da Tiziano con Carla Benedetti si legge:

L'io nel libro di Saviano è coinvolgimento profondo, totale, è strumento di conoscenza, è assunzione di responsabilità delle proprie parole, è motivazione autobiografica che spinge a indagare e capire. È storia personale non interscambiabile con quella di nessun altro. È persino esibizione fiera della propria faccia in quarta di copertina, a muso duro, gesto simbolico e politico che incarna il testimone, disposto a difendere le proprie parole con tutta la persona. L'io in Gomorra è l'istanza irriducibile della testimonianza, che è fatto e parola, è esperienza vissuta e non solo talento narrativo astratto. Il valore semplice e potente della testimonianza, sulla quale tanto insisteva Primo Levi. L'umile, e inflessibile, e eversiva arma dell'io.

Anche questa di Tiziano Scarpa e Carla Benedetti è un'operazione ideologica: il libro Gomorra di Roberto Saviano viene assunto, come prova vivente e testo esemplare, dentro una visione della letteratura e del mondo completamente diversa da quella dichiarata da Wu Ming.

Ma questo libro si presta davvero ad essere assunto come prova vivente e testo esemplare dentro visioni della letteratura e del mondo completamente diverse, addirittura rivali?

***

Ecco: secondo me, volendo parlare di qualcosa che non sia il libro Gomorra di Roberto Saviano, si potrebbe parlare di questo: non di fiction e faction (se volete tirare il fiato, e leggere un bell'articolo sorridente sulla questione, leggete questo di Luca Tassinari); non di chi abbia rischiato di più, nella propria persona, scrivendo ciò che ha scritto e pubblicando ciò che ha pubblicato (vedi ciò che riferisce Giuseppe Genna, a questo proposito, nel suo articolo sopra citato); non di chi abbia più aiutato Roberto Saviano in questi anni e il suo libro Gomorra in questi mesi; non della scalata al potere editoriale in corso da parte della cricca Scarpa-Moresco-Benedetti o - secondo la parte dalla quale si sceglie di stare - da parte della cricca Genna-Wu Ming-Lipperini-Evangelisti (e/o altri, a scelta). Tutto questo non mi interessa e mi annoia; sono incapace di concepire complottisticamente il mondo; eccetera eccetera.

Quando facevo il ginnasio, l'insegnante di Italiano ci leggeva i Promessi sposi in classe. Li leggeva, li spiegava letteralmente, li interpretava: il tutto molto all'antica (d'altra parte, era sull'orlo della pensione). Una delle frasi che ripeteva più spesso era: "Il Manzoni, nei Promessi sposi, ha dato voce agli umili". Questo è un luogo comune, che in quanto tale è necessariamente falso e dialetticamente vero; ma è un luogo comune che, da allora, mi sento ripetere almeno tre volte al giorno, a proposito di romanzi, racconti, film, teatro, narrazioni d'ogni genere e specie. Con Altri libertini e Boccalone Tondelli e Palandri hanno dato voce a una generazione, con Se questo è un uomo Primo Levi ha dato voce a tutti coloro che l'hanno perduta insieme con la vita; e così via.

Che l'autore di un libro, e in particolare di un romanzo, parli non solo a nome di sé stesso, ma (anche) a nome di altri, è appunto un luogo comune ben consolidato. Non per niente si parla di letteratura generazionale, ad esempio, o di letteratura industriale, eccetera eccetera. Da questo luogo comune discende, se si vuole, l'invocazione della responsabilità dello scrittore: che dovrebbe in un modo o nell'altro rappresentare i nostri tempi o, se non i tempi, almeno rappresentare un ceto, una classe, un ambiente, un milieu, uno stile di vita, e chi più ne ha più ne metta. E questo luogo comune è fortissimo: se ci pensate, potrete osservare come più o meno tutti i libri dei quali si parla (nei grandi giornali, in televisione) sono libri che possono (indipendentemente da ciò che sono) essere letti come libri in cui lo scrittore, responsabilmente, dà voce a qualcuno o qualcosa, rappresenta un tempo o una generazione o quantomeno, in questi tempi difficili, una moda.

Ora, possiamo essere contenti di questa riduzione della letteratura a sociologia?.

Una persona che fa quadri o sculture o musiche, è un artista. Allo scrittore, invece, si fa fatica ad attribuire il titolo di artista. L'artista è, per luogo comune, una persona asociale, egocentrica, bizzarra, un po' pazza: in altre parole, l'artista è uno che se ne frega delle regole al punto tale che se ne frega anche del fregarsene di violare o rispettare le regole. Perché, allora, si fa così fatica a chiamare "artista" uno scrittore? Semplicemente perché le opere dell'artista-scrittore, in quanto composte di parole, sono più facilmente assimilabili al discorso, al continuo chiacchiericcio del mondo.

Ora: possiamo provare a pensare lo scrittore come artista?

L'ideologia di Wu Ming non è semplicemente una versione aggiornata e marxiana (e pertanto, nonostante l'aggiornamento, già fuori moda) del luogo comune di cui sopra. Wu Ming non dà voce, perché Wu Ming non compie nessun gesto artistico, non si toglie dalla comunità, ma ci è ben dentro. Wu Ming non rappresenta una verità storica, sociale eccetera; Wu Ming piuttosto produce verità storica sociale eccetera. Il libro non è opera, ma azione. Il libro non è il culmine della faccenda, il libro (oggetto stampato, distribuito, venduto) è uno dei pezzi, uno degli strumenti di tutta l'operazione. Il vero soggetto agente è la comunità, rispetto alla quale lo scrittore è una sorta di tecnico addetto alle narrazioni. (Peraltro bisognerebbe ragionare su una domanda: il narratore produce la comunità o la comunità produce il narratore? O è giusto pensare la faccenda come un circolo - come un lavoro dialettico?).

Ora: possiamo provare a pensare lo scrittore come strumento della comunità?

"Sono scelte ideologiche", mi diceva ieri un amico con il quale parlavo della cosa. Sì, credo che siano scelte ideologiche. Al solito, non dei nostri giudizi dovremmo discutere, ma dei nostri pregiudizi (l'ideologia è un pre-giudizio sul mondo).

***

Questo articolo, spero non troppo confuso, s'intitola: "Io contro tutti". Ho cercato di cavare l'utile possibile da una lite che non mi piace. "Io" sta per l'idea di scrittore proposta da una parte, "tutti" per l'idea di scrittore proposta dall'altra parte.

Chiunque abbia voglia di intervenire nei commenti per scrivere sciocchezze è invitato a non farlo.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 25.06.06 09:01

Interventi

Caro Giulio, per il pezzo di Scarpa che non riesci a trovare: non so se sia quello a cui ti riferisci, ma il concetto che riassumi dovrebbe essere anche nel contributo di Scarpa in "Scrivere sul fronte occidentale". Là Scarpa dice che lo scrittore "esegue se stesso" e la sua individualità a tal punto che la prima cosa scritta in copertina non è il nome del libro ma il nome dell'autore.
(Detto questo, spero di non sbagliarmi: anche io non ho sotto mano ciò che sto citando a memoria. Ed è passato un po' da quando è uscito quel libro.)

Pubblicato da: Gabriele Dadati - 25.06.06 12:14

Io credo che sia BloggerS, siete peggio di Liala!. Qui l'indirizzo: http://www.nazioneindiana.com/2003/06/16/bloggers-siete-peggio-di-liala/

Pubblicato da: Rino - 25.06.06 12:41

giuliomozzi chiede: "Ma questo libro si presta davvero ad essere assunto come prova vivente e testo esemplare dentro visioni della letteratura e del mondo completamente diverse, addirittura rivali?"
Sì, se il testo X (in questo caso Gomorra) è letteratura.
Ora, io sto benedetto libro non l'ho ancora letto quindi non posso rispondere sul caso specifico. Ma in generale: la possibilità di essere assunto dentro due visioni della letteratura non solo diverse ma addirittura contradditorie, di _istituire*_ due interpretazioni l'una l'opposto dell'altra, non è una delle caratteristiche del linguaggio letterario?
ciao!

* sottolineo istituire perchè è il testo a richiedere, imporre, aprire alle due opposte interpretazioni. non è una semplice "mislettura" (perchè volendo posso sempre prendere anche un articolo della gazzetta e violentarlo fino a tirar fuori due opposte interpratazioni, ma questo non fa dell'articolo della gazzetta un'opera letteraria...) ma una specifica ambiguità del linguaggio letterario.
se poi questo è il caso di gomorra dovete dirmelo voi.

ps: complimenti mozzi, articolo molto bello e interessante.
sulla singolarità dello scrittore scarpa ha scritto molte cose ora raccolte in batticuore fuorilegge. non sarà il pezzo a cui ti riferivi ma un buon esempio può essere proprio l'introduzione del libro:
http://www.ilprimoamore.com/testo_105.html

Pubblicato da: "Aldo Biscardi" - 25.06.06 12:48

Ho espresso la mia opinione in merito alla polemica su Lipperatura e non intendo ripetermi. Piuttosto mi sorge spontanea una domanda: perchè gli scrittori (tutti, nessuno escluso) non dimostrano scrivendo, lottando (vivendo?) quello che è il loro modo di intendere la realtà e il loro operare (quello che tu chiami pre-giudizio e che per me non lo è e ha la sua importanza)?
Pur non essendo d'accordo con la parte polemica di wm1 quando parla di Gomorra e pur avendo con loro un rapporto a volte conflittuale credo che quando non la fanno fuori dal vasino i cinque si impegnano su punti di una visione del proprio fare (non esattamente un pregiudizio) in modo coerente e costante (copyleft, lavoro collettivo, ecc.). Poi non saranno eroi letterari, ma uomini e questo per me è solo un bene. Ricordando Brecht: beati i popoli che non hanno bisogno d'eroi. Saviano persegue evidentemente (molto bene, con molto coraggio) una sua strada (visione o pregiudizio?) e lavora di conseguenza, potrei citarne altri, ma si andrebbe per le lunghe.
Visto che quì la questione è stata polarizzata tra wuminghi & C. e Benedetti & C. il mio parere sulla sponda Autoriale è che sia leggermente messianica, una specie di club che nell'attesa del suo messia (incrocio probabile tra Pasolini, Carmelo Bene, Gassman, un guerrigliero qualsiasi e Moresco) non fa altro che prepararne la discesa dall'Olimpo (o qualsiasi altro luogo) introducendo soprattutto un Verbo: quello dell'Autore che è a due passi (ma forse meno) da un superuomo letterario, in tono minore rispetto a quello fiero e guerriero e militare.
In poche parole molti scrittori (anche se non condivido i loro scritti o mi stanno sui genitali) li percepisco come persone (prima che scrittori o Autori) vere, capaci di onestà e rigore intellettuale, altri invece non riesco ad annoverarli in questo insieme e tra questi il plasticoso gruppo Benedetti Scarpa.

Alla possibiltà che esistano scrittori (artisti o artigiani o dilettanti, chiamiamoli come ci pare) senza una propra visione della realtà e quindi del loro stesso operare rispondo: no, non esistono. Non esistono per il solo fatto che sono umani e non aldilà di questa condizione che si concretizza solo quando (dopo, si spera, lunga vita) si trapassa.
Besos

Pubblicato da: spettatrice - 25.06.06 13:09

Spettatrice, credo che gli scrittori (tutti, nessuno escluso, me compreso) dimostrino (come tutti, peraltro) nelle loro opere e nella loro vita quello che è il loro modo di intendere la realtà e il loro operare. "Modo di intendere la realtà", "visione del mondo", "ideologia" e "pregiudizio" sono, se non mi sbaglio, sinonimi.

Pubblicato da: giuliomozzi - 25.06.06 13:19

D'addordo Giulio, devo avere interpretato male quest'ultima parte

"Sono scelte ideologiche", mi diceva ieri un amico con il quale parlavo della cosa. Sì, credo che siano scelte ideologiche. Al solito, non dei nostri giudizi dovremmo discutere, ma dei nostri pregiudizi (l'ideologia è un pre-giudizio sul mondo).

Visto che, evidentemente, non l'ho capita, mi spieghi il senso?
grazie, non sono lucidissima causa caldo che sta cominciando a essere eccessivo, nonostante lo preferisca al freddo :-)
besos

Pubblicato da: spettatrice - 25.06.06 13:33

Personalmente credo che se c'è un libro agli antipodi delle teorie wuminghiane, questo sia Gomorra. Libro di carne, di sangue, mica di pippe. Chissà poi a quale categoria di libro appartiene l'antologia che Einaudi ha appena pubblicato, alla quale Wu-ming ha contribuito, antologia curata da un agente letterario, contente esclusivamente racconti di autori rappresentati da quell'agente letterario e pubblicata dalla casa editrice di riferimento di quell'agente lettario. neppure galliani, forse, si era spinto a tanto.

Pubblicato da: domenico - 25.06.06 13:37

Mò lo faccio io un io "controtutti": ecchepalle. No, ecchepalle.

Scrive il Wu Ming 1: "Gomorra vive in un'intersezione che, negli ultimi anni, ha dato ospitalità ad altri "oggetti narrativi". Qualche esempio, in ordine decrescente di primato della narrativa sui "corpi estranei": Romanzo criminale di De Cataldo, Dies irae di Genna, e il nostro Asce di guerra (sempre a scanso d'equivoci, preciso che quest'ultimo è il meno riuscito dei quattro). Varia il tema (nemmeno tanto), varia la miscela di reale e immaginario, varia il modo in cui si passa dal documento alla visione, ma quei libri vivono nello stesso posto. Non hanno alcun senso le contrapposizioni tra finzione e reportage, tra romanzo-romanzo e romanzo-qualcos'altro: noi tutti produciamo, quando lo riteniamo giusto, "oggetti narrativi" che se ne fottono del filo spinato, degli allarmi, dei cocci di vetro sul muro di cinta."

Detto papale palale e senza giri di parole: i libri dei Wu Ming non hanno nulla a che fare con "Gomorra" di Saviano. Né Gomorra ha un minimo appiglio con la fiction che è in De Cataldo, e a questo punto - pun non avendolo letto - presumo proprio che non abbia niente a che fare con il Dies Irae di Genna.

Poi, detto papale papale, per Wu Ming 1 (anche per gli altri?!) tutto può diventare epico, purché si possano autocitare.

Con ciò: Roberto Saviano ha scritto un bel libro-documento. Scrittura senza fronzoli la sua, giornalistica: bella. Ma in essa non c'è un solo accenno di "epico" o "epicità". Il che non è affatto un demerito, semmai il contrario. Un libro-documento che puzza di verità, assai di più di tanti libri che invece solo di fiction o con una correzione di realtà.

Poi, tutta 'sta diatriba è vergognosa: ma per un solo motivo, è stata clonata, ripetuta, è stata tradotta in eco sui soliti blog. E se pensi che questi non siano "i soliti blog", caro Giulio, cancella pure il mio commento.

Ed ancora: dal successo che sta riscuotendo "Gomorra", tutti a pretenderne la paternità, quasi che questa possa andare a favore di Ming Genna ecc. ecc.

Si parlasse di Gomorra, del libro: qui invece si gioca a chi tira più palline di carta con la sua bic al compagno di banco.

Io mi sono rotto. Fate vobis. E' domenica. Andate a votare per la Costituzione Italiana, per salvarla, invece di appiccicarvi.

Primo e ultimissimo intervento mio sulla questione. E rinfacciatemelo pure.

Eccheppalle!

Buona sorte.

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 25.06.06 13:39

io, in bottega, ho cercato ad esempio di parlare del libro in quanto tale e non di fare della sociologia.

mi sembra che prima di tutto il libro di Saviano sia un'opera potente, un romanzo - se vuoi un romanzo ibrido - che conquista il lettore per il valore della sua scrittura.

è stato fatto un accostamento tra questo libro e Se questo è un uomo di Primo Levi. Io credo che in entrambi i casi analizzare il testo con strumenti letterari non può che essere un servizio utile.

Questo non significa, in un caso e nell'altro, sminuire il valore della testimonianza, ma dire che entrambi questi testi hanno un valore in più che è quello della letteratura.

Provo a fare un esempio: se il libro di Saviano fosse stato scritto male,le cose raccontate sciattamentre sarebbero state meno vere?

Credo che la risposta sia implicita, ma bisogna dividere tra testimonianza e opera letteraria: non tuttie le testimonianze dei prigionieri dei campi di sterminio sono opere letterarie, Se questo è un uomo è un'opera letteraria che è anche una testimonianza.

d.

Pubblicato da: demetrio - 25.06.06 14:15

@ Giulio: "Che l'autore di un libro, e in particolare di un romanzo, parli non solo a nome di sé stesso, ma (anche) a nome di altri, è appunto un luogo comune ben consolidato. Non per niente si parla di letteratura generazionale, ad esempio, o di letteratura industriale, eccetera eccetera. Da questo luogo comune discende, se si vuole, l'invocazione della responsabilità dello scrittore"

Non solo da questo, ma anche da un "a chi" implicito: a chi si rivolge lo scrittore? Con chi parla lo scrittore? Sebbene un libro sia un oggetto inerte, il suo "ingresso" nella "comunità" lo dovrebbe trasformare in "oggetto culturale" vero e proprio, altrimenti la parola resta "muta".

Sul concetto di "rappresentazione del nostro tempo": è esattamente quello che intendo per ideologia (o meglio, ideologia di un'epoca). Non c'è, tuttavia, solo un'ideologia e un individuo, è un gruppo di individui, per cui la rappresentazione implica la scelta di un'ideologia (è in questo senso che parli di pre-giudizio?).

Secondo me, a parte la questione "io" versus "molteplicità", chi vuole "incidere" con la scrittura nel/sul proprio tempo è quasi costretto a fare ideologia, partecipando con quella che si propone come rappresentazione (l'opera) alla critica di un'epoca, e di solito alla critica segue l'azione (e non è esclusa neppure la sociologia). Come disse qualcuno, potremmo anche consacrare la vita a scrivere romanzi sugli Ittiti (naturalmente, si potrebbero scrivere romanzi politici sugli Ittiti, ma nell'esempio si assume che non lo siano), ma anche questa sarebbe una scelta, tanto quanto una precisa scelta ideologica (ogni astensione lo è, come insogna la prassi politica).

In attesa di smentite, in merito alle "due" idee di letteratura, credo che la differenza stia innanzitutto nei "modi" di assunzione della responsabilità, nei "modi" dell'impegno, e così via. Né da una parte né dall'altra mi pare che si disdegni "l'impegno". Ma "impegno" è un termine vago, e perciò può essere anche un'etichetta di comodo, credo che la distanza di posizioni nasca da qui.

Ultima osservazione: lo scrittore è un artista o meno? Credo che i malintesi derivino dallo strumento, la lingua, e dall'uso dello strumento stesso, che è un manipolatore di concetti e di idee. Si è spesso circondato l'artista di un'aura particolare (l'aura del creatore, ad esempio), non credo che la progressiva decadenza di quell'aura debba causare destabilizzazioni: forse la scomparsa di uno pseudoproblema. Nel frattempo, quasi tutti sono d'accordo sul fatto che l'artista di avvalga di un linguaggio, o meglio ancora di "segni": che i segni siano macchie su una tela o inchiostro su una pila di fogli non credo cambi molto, se non nella ricezione dell'opera, nelle mediazioni cognitive, e così via...

Pubblicato da: Ivan - 25.06.06 14:28

e.c.: Non "è un gruppo di individui", ma "ci sono gruppi di individui"

Pubblicato da: Ivan - 25.06.06 14:30

domenico qual è lo scandalo? che un agente letterario curi un'antologia?

Pubblicato da: "Aldo Biscardi" - 25.06.06 14:39

Spettatrice, semplificando direi così: per riuscire a "vedere il mondo" abbiamo bisogno di un "modo di vedere il mondo". Questo "modo" è uno "strumento di pre-comprensione". Senza questo "strumento di pre-comprensione" il mondo ci apparirebbe come un affastellamento incomprensibile di oggetti. Lo "strumento di pre-comprensione" ci permette di catalogare gli oggetti, di distinguerne uno da un altro, eccetera. Di solito gli "strumenti di pre-comprensione" di tipo storicistico (cioè quelli secondo i quali non si ha vera comprensione del mondo se non considerandolo storicamente: passato presente e futuro; e che magari collocano lo svelamento del vero senso del mondo in un futuro da perseguire) vengono chiamati "ideologie". Ma anche il rifiuto della storia, per fare un esempio, è uno "strumento di pre-comprensione".
E' chiaro che tutto ciò che non solo io "comprendo", del mondo, ma letteralmente tutto ciò che io "vedo" del mondo dipende dallo "strumento di pre-comprensione" che ho adottato. (Tra parentesi: non credo che sia possibile argomentare la scelta di uno "strumento di pre-comprensione"; lo si sceglie, e basta).
Per questo dico che modo di intendere la realtà", "visione del mondo", "ideologia", "pregiudizio" ecc. sono sinonimi.

Ora, credo che si possano fare, oltre che operazioni ideologiche, anche operazioni critiche. Cioè operazioni che, anziché glorificare la nostra ideologia, la mettano in crisi.

Pubblicato da: giuliomozzi - 25.06.06 15:07

scusi Mozzi, ma visioni, metodi, ideologie, pregiudizi non mi sembrano affatto sinonimi.

Il mio stato di pre-comprensione non è necessariamente storicistico (anzi! di solito non lo è abbastanza, dentro di noi). E una visione storicistica può avere notevoli riscontri salvi dall'ideologia. Persino il marxismo non è soltanto ideologico. E' anche, e direi soprattutto, oggi, un metodo storiografico che continua a dare risultati scientifici. Quale storico, oggi, si sognerebbe mai di affrontare un periodo o un singolo fatto storico senza più controllare i mezzi di produzione, i rapporti tra i ceti, le lotte tra coloro che avevano e coloro che volevano avere? Quale storico oggi non avrebbe un occhio di riguardo per le masse senza più accontentarsi di un lungo elenco di scaramucce tra principi ed eredi al trono? Certo, il progetto utopico di felicità collettiva che è scaturito dal marxismo ha fatto danni, tuttavia ci sono metodi e visioni tratte da quella filosofia acquisite per sempre e che hanno validità oggettiva. Non ideologica. E poi l'ideologia è il contrario della filosofia, non della critica.

Pubblicato da: marco v - 25.06.06 15:50

Mi par di capire che alla parola "ideologia" viene assegnato un senso spregiativo. Io la uso per intendere: "visione del mondo" ecc., e mi pare una parola neutra.
En passant, una frase come: "Ci sono metodi e visioni tratte da quella filosofia acquisite per sempre e che hanno validità oggettiva" mi sembra un po' arrischiata. In generale, dubito che ci siano cose "acquisite per sempre".

Pubblicato da: giuliomozzi - 25.06.06 16:02

Marco, in che senso l'ideologia è il contrario della filosofia?

(guarda che neanche il principio di non contraddizione è acquisito per sempre...a proposito)

Pubblicato da: Ivan - 25.06.06 16:15

E dire che avevo intenzione di leggere questo libro "Gomorra". Mi sembrava interessante. Ma puntualmente si verifica sempre lo stesso fenomeno: appena un libro ha un minimo di successo si scatena una tale bagarre di invidie, di giochini, di sgambetti pseudo intellettuali, di veleni diretti e trrasversali, di "parlo con nuora perche' suocera intenda", di calci negli stinchi da indurre immediatamente un sano potenziale lettore ad una immediata ritirata e a dirsi "... ma chi me lo fa fare amme'?. Aspettiamo che si sfoghino. Se fra qualche anno il libro sarà ancora in circolazione e non al macero della casa editrice forse --- dico forse --- lo leggeremo.". Buon divertimento

Pubblicato da: gabriella - 25.06.06 16:47

Gabriella, il libro è molto bello. Di questo nessuno dubita.

Pubblicato da: giuliomozzi - 25.06.06 16:58

ah, bè, allora è più chiaro per me: vede, Mozzi, io non ho l'abitudine di adoperare il termine "ideologia" senza caratterizzarlo negativamente. Mi risulta difficile pensare "ideologia" in maniera neutra. Però se lei lo fa, allora posso capire meglio cosa intendeva. Da par mio, nel mio piccolissimo, volevo anche evidenziare come l'ideologia è l'esatto contrario della filosofia - secondo me - perché l'ideologia smette di fare proprio quello che non può smettere di fare la filosofia: domandarsi.
Ciò che è "critica" non è necessariamente tormentata da domande interne. Mentre la filosofia che smette appena di porsi domande diventa subito qualcos'altro. Al peggio, appunto, ideologia. Non si dovrebbe mai imputare gli esordi storici (buoni o cattivi che siano) delle ideologie alle filosofie che si suppone li abbiano alimentati. Ci siamo trascinati per decenni il pregiudizio su certe "visioni del mondo" (pensiamo a Nietzche) per colpa di questo vizio.

Pubblicato da: marco v - 25.06.06 17:53

Ottimo libro, sì, sto leggendolo.

Una curiosità, tuttavia, ho trovato ottimi libri, davvero ottimi, anche "Schei" e "L'orda" di Gian Antonio Stella. Molto ben scritti, molto acuti.
Certo, non si parla di camorra, ma si parla di un pezzo d'Italia che sarebbe bene conoscere meglio e del destino dei nostri emigranti nel secolo scorso. Due ottimi reportage, da cui ho imparato molto, più, devo dire, che dalle prime duecento pagine dell'eccellente libro di Saviano, soprattutto L'orda è ricco di documenti, documentato, indignato, preciso.

La mia domanda è: perché su alcuni libri si scatena un purtiferio mentre su altri altrettanto buoni no? E' curioso.
E' migliore l'ufficio eventi?

Qui se ne è mai parlato?

Pubblicato da: temperanza - 25.06.06 18:06

a proposito dell'acquisito per sempre: trovo che a volte ci spaventiamo troppo - e qui mi vien quasi voglia di dar ragione a Ratzinger [Dio non voglia!] ;) - per tutto quello che sembra troppo stabile. E' sacrosanto dubitare e mettere in discussione, però la la frase "dubito che ci siano cose "acquisite per sempre" non è meno arrischiata della mia.
La ruota non è forse acquisita per sempre? E il principio di gravitazione universale? Può anche darsi - anzi è altamente probabile - che una nuova fisica ci spigherà in futuro l'Universo più globalmente, anche laddove oggi non capiamo nulla. Però la scienza non procede a zig zag: la mela cade in testa a Newton. E sappiamo che cade secondo una equazione. Qualunque nuova spiegazione futura del perché quella mela cade, non cambierà il principio di gravitazione universale di Newton, semplicemente perché quella mela cade sempre allo stesso modo e noi siamo in grado di prevedere come cadrà. Con quella mela, caduta in testa al fisico duecentocinquanta anni fa, e affidandoci al fatto che abbiamo acquisito per sempre il principio della gravitazione, siamo andati sulla Luna.
Anche Einstein - che non era certo uno facile alla retorica - disse, giustificando la sua sempre più scarsa passione per la politica, che preferiva dedicarsi alle equazioni: "Le equazioni sono per sempre, la politica no".
Qualunque nuova conoscenza che avremo in futuro, potrà sconvolgere la nostra visione del mondo, ma sapremo che non sarà valida se cercherà di convincerci pure che la mela... non ci cade più in testa ma sale nel cielo! :)

Pubblicato da: marco v - 25.06.06 18:06

Dal dizionario on line di Tullio De Mauro, alla voce "ideologia":
"1. complesso di idee e principi propri di un’epoca, di un gruppo, di una classe sociale e sim.: i. marxista, liberale, socialista; i. nazionalista; i. borghese, contadina
2. filos., polit., nella terminologia marxista, dottrina o concezione che nasconde sotto i propri ideali gli interessi particolari di una classe | estens., complesso di idee astratte e mistificatorie che non hanno riscontro alcuno nella realtà
3. filos., corrente filosofica francese fondata nel sec. XIX da A.L.C. Destutt de Tracy, continuatrice del sensismo illuministico
4. gnoseologia".
Mi rendo conto che il significato 2 è probabilmente il più corrente. Io intendo il significato 1. Se così è più chiaro, ne sono lieto.

Pubblicato da: giuliomozzi - 25.06.06 18:07

Temperanza, quando uscì "Schei" ne scrissi (la pubblicò il "manifesto") una recensione molto, molto negativa (mentre ne uscivano dovunque di positivissime). La recensione era negativa per queste due ragioni:
[a] il libro contiene un bel po' di interviste "in ginocchio"; in compenso, l'unica pagina nella quale si parla di lavoro, Stella la compila riassumento un reportage pubblicato dall'Unità;
[b] ma, soprattutto, Stella spara in apertura di ogni sezione una quantità di dati: messo in allarme da qualche dato che mi appariva sospetto, mi sono messo a controllarli sulle fonti dichiarate dallo stesso Stella (annuari Istat ecc.). Trovai una quantità di dati, più che sbagliati, completamente sballati, tanto da sembrare di pura invenzione.
Quindi: se Stella ti sembra "documentato" e "preciso", ti invito a fare qualche controllo (non so se si possano fare controlli per "L'orda": avendo giudicato "Schei" malfatto e disonesto, non ho ritenuto opportuno leggere i libri successivi).

Quanto alla domanda: "Qui se ne è mai parlato?", vedi:
http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/11/quando_un_libro.html
http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/12/quando_un_libro_1.html
E in generale gli articoli della categoria "Editoria, cultura, mercato":
http://www.vibrissebollettino.net/archives/editoria_cultura_mercato/index.html

Pubblicato da: giuliomozzi - 25.06.06 21:12

Marco v, tra un'affermazione come: "Ci sono metodi e visioni tratte da quella filosofia acquisite per sempre e che hanno validità oggettiva", e l'avanzamento di un dubbio come: "In generale, dubito che ci siano cose acquisite per sempre", c'è appunto la differenza che c'è tra chi afferma "per sempre" (e quindi nega altrettanto "per sempre" il contrario di ciò che afferma) e tra chi dubita e, pur affermando una propensione provvisoria, non nega nulla.
Sensatamente tu porti esempi tratti dalla scienza fisica: sono quelli che più si prestano. Prova un po' a proporne qualcuno di altrettanto efficace tratto dalle discipline economiche o dalla politologia: a occhio direi che l'è dura.
L'affermazione che il principio di gravitazione universale sia destinato a non cambiare, è arrischiata: anche perché il principio è già cambiato più volte (essendo cambiata dimolto, da Newton a Maxwell a Einstein a oggi, l'intera fisica).
Bella la foto di Saviano.

Pubblicato da: giuliomozzi - 25.06.06 21:33

@Mozzi

Le interviste di "Schei" non mi erano sembrate "in ginocchio", mi avevano dato piuttosto l'impressione di un bravo giornalista che intervistando un certo tipo di gente dice, io chiedo, voi parlate, e chi legge giudicherà.

Ma potrei sbagliare. Del resto integravano bene quel che io so del Veneto, quel che ho visto con i miei occhi e che mi hanno raccontato. I dati non li ho controllati, né naturalmente li ho controllati per "L'orda", ho solo letto i libri, dunque mi baso esclusivamente sull'effetto che hanno fatto su di me lettrice comune, ed è stato buono. Nel caso de "L'orda" ottimo, l'ho trovato uno specchio come minimo imbarazzante in cui questo paese farebbe bene a guardarsi.

Lo stesso vale per il libro di Saviano, in testi come questi, che riportano i dati senza citare le fonti se non in modo approssimativo, dunque dati abbastanza inverificabili, e all'interno di un discorso di tono piuttosto "narrativo" o ci si fida dell'autore e dell'editore o ciccia. Se c'è una critica che potrei fare a Saviano è che il tono narrativo rischia paradossalmente di indebolire la denuncia rendendola emotiva, e dunque di natura fuggevole.

Anche qui, per quello che io so di seconda mano del tessile la situazione è quella che racconta Saviano ed è iniziato tutto, mi dicono, circa trent'anni fa. Sulla camorra, per chi negli ultimi anni ha letto anche solo i giornali e ha parlato con i tassisti, i poliziotti, la gente comune, se ha tenuto gli occhi aperti, se ha ascoltato gli amici che vivono nella napoli storica e all'inizio del vicolo tornando a casa passano tra le sentinelle, anche senza vedere di persona gli schizzi di materia cerebrale un'idea se l'è potuta fare e ci si ritrova. Se poi il libro sia fedele nei dettagli come faccio a saperlo? Mi fido di lui e dell'editore. Fino a prova contraria

Il discorso, e tu lo hai capito benissimo, era però un altro, e riguardava il brulichio eccitato intorno a questo libro, brulichio che così eccitato non lo ricordo per nessun altro negli ultimi anni. Ma forse non frequentavo la rete. Tu hai recensito e criticato Stella, bene, andrò a leggerti perché mi hai incuriosito, ma c'era la stessa attenzione isterica? Non credo. Qualcuno ha detto che questa è la società letteraria, beh, non è vero, per quanto la società letteraria non sia meglio delle altre società del paese, questa ne è una scheggia piuttosto modesta e deprimente.

Ah, grazie per il punto interrogativo:–)

Pubblicato da: temperanza - 26.06.06 01:16

Se Gian Antonio Stella riesce a volte meno convincente è perché, non si sa che giorno e mese di che anno, qualcuno gli ha detto: ohéi, ma tu sei il Gian Antonio Stella! Ciò premesso, alla conferenza stampa conclusiva del G8 a Genova, l'unico a fare domande pertinenti a Berlusconi fu lui - e i libri, vabé, son libri da giornalista, ma intanto li promuovono peggio di quanto Mondadori abbia giustamente fatto con Saviano, e poi anche a me, come a Temperanza, non sembrano malaccio (debole però il romanzo, che infatti ha vinto un sottoGrinzane)

Pubblicato da: giovanni - 26.06.06 07:42

Tassisti? Amici del vicolo? Purtroppo, vivendo da tutt'altra parte, non dispongo di una simile vox populi. Né leggo le cronache locali dei giornali napoletani. Ma ridurre "Gomorra" a questo più quello più una parte narrativa, mi sembra a dir poco riduttivo.
Dei libri che cita Temperanza ne ho letto solo uno, "L'orda". Ricordo però che entrambi furono dei bestseller e che sulla stampa se ne parlò molto.
"L'orda" per me è un libro civile importante, ma contiene (giocoforza, visto che ricostruisce un passato)nessuna parte di inchiesta vera e propria e soprattutto non ha una struttura "narrativa" di insieme, nessuna complessità di piani, nessuna voce inconfondibile, tutte aspetti che, non privi di qualche difetto, trovo in "Gomorra". Poi potrà anche essere scritto bene, ma si tratta di quel "ben scritto" che caratterizza la prosa di un giornalista brillante come Stella è.
Quel che inoltre mi pare distinguere "Gomorra" non è tanto la descrizione della materia celebrale vista "life", quando la sistematicità dello sguardo sul "sistema":il COME funzionano le sue guerre più il come funziona (su scala mondiale) la sua economia più il come questo incide sul territorio napoletano e campano più il come si ripercuote sulle vite dei suoi abitanti e si rispecchia infine nella vicenda personale di chi racconta.
Le piccole polemiche estive non mi interessano, ma credo che- come qualche volta è già accaduto- il successo stia semplicemente premiando un libro eccezionale e necessario.

Pubblicato da: stefano volpi - 26.06.06 08:31

Mah, penso che alcuni sappiano che queste polemiche mi infastidiscono perché tendono a contrapporre la visione 1 a un'altra visione 1 (mentre, anche questo qualcuno già lo saprà, io penso che il 2 sia l'entità numerica minima e che l'1 sia il non esistente che esiste in quanto tale).
Dopo di che, data come assioma la mia definizione di Io (ovviamente è un assioma, quindi indimostrabile, quindi un tassello ideologico, quindi un pre-giudizio - che però, Giulio, nasce dopo aver analizzato E giudicato): "L'Io è una una precisa combinazione di acidi nucleici, forme di educazione e ambientazioni involontarie: sparsa del tutto a caso", per me un autore è sia l'io inteso come se stesso, sia l'io inteso come somma di tutte le relazione esterne che si sono consolidate.
Scrivere un'opera, insieme di contenuto/linguaggio/forma/struttura in cui ognuno dei quattro elementi possiede una realtà autonoma e allo stesso tempo complementare (in continua correlazione con le altre tre), è la mia visione del MONDO (e di me e di ognuno dei tanti me che sono gli altri all'interno del MIO mondo).
Pari e patta, insomma.

Pubblicato da: Roberto Tossani - 26.06.06 08:58

Temperanza, quando uscì "Schei" ci fu un frastuono pazzesco. Al punto che la parola "Schei" (=soldi) diventò la chiave interpretativa universale (dal punto di vista non solo economico, ma direi antropologico) per i comportamnti sociali e politici della popolazione delle Tre Venezie (=il NordEst, come oggi si usa dire). E questo accadde per mezzo di un lavoro d'inchiesta a dir poco approssimativo.
Io confesso che ero, e sono ancora oggi, stupitissimo. Il libro di Stella andava liquidato e dimenticato; invece anche persone autorevoli che conoscono benissimo ciò di cui Stella parla, e quindi potevano sbugiardarlo tranquillamente si sono dati alle lodi sperticate (un nome per tutti: Ferdinando Camon, se non ricordo male nelle pagine di TuttoLibri).
Ho detto che le interviste sono "in ginocchio" pensando soprattutto all'intervista a Renzo Rosso la cui gestione padropadronale della Diesel viene presentata in modo superidealizzato.

Il "brulichio" attorno a un libro dipende dalla sua strumentalizzabilità. I libri disonesti (tra i quali metto "Schei") nascono proprio con un progetto di autostrumentalizzazione ("Dico le cose giuste perché Tizio e Caio possano reagire così e così", eccetera); i libri onesti, come mi sembra essere "Gomorra", sono esposti ai quattro venti: non essendoci un progetto di autostrumentalizzazione da parte dell'autore (e/o dell'editore), chiunque può tentare di appropriarsene.

Pubblicato da: giuliomozzi - 26.06.06 09:38

@volpi
io devo avere un'anima brutalmente laica perché quando vedo santificare qualcuno o qualcosa cominciano a prudermi i polpastrelli:–)

E persino quando la cosa santificata la apprezzo.

Ho detto, e ribadisco che il libro di Saviano è un ottimo libro, ma mi sembra anche che se ne stia facendo quello che non è, cioè una lettura complessiva, esauriente e globale della realtà e della società non solo napoletana, ma italiana, che non si iscrive tutta, come tu sembri credere, nel sistema camorra.

A leggere certi commenti sembra un libro salvifico.

Ma soprattutto, e mi piace ancora meno, intorno al libro di questo ragazzo pieno di coraggio, intelligenza e talento, si sta creando una gara a metterci sopra un timbro.

Come in un'ansia di non restarene fuori, un'ansia che spinge, mi pare, al desiderio di legarsi a una luce non propria, qualcosa di fastidioso.

Ma anche qui, è ovvio, potrei sbagliarmi, ognuno ha la sua piccola ottica e faccio autocritica preventiva per quella che potrebbe essere la mia.

E aggiungo che ci sono stati anche molti commenti positivi e sinceri, non è a quelli che mi riferisco.

Pubblicato da: temperanza - 26.06.06 09:40

@Mozzi

Non ti avevo letto.
Tu giudichi "Schei" un libro disonesto. Non mi ha fatto questa impressione, ma come ho detto andrò a leggere quello che hai scritto allora. Il libro non lo possiedo più.

Non è il "frastuono" che mi sorprende o mi infastidisce, frastuono ogni tanto ce n'è, c'è stato per la Tamaro, quando si sono resi conto che sfiorava il milione di copie, ci fu anche lì un brulichio su chi lo aveva "scoperto", su chi gli aveva fatto l'editing eccetera, ma fu un brulichio solo editoriale, mi pare.

Qui ci sono battaglie che vorrebbero essere letterarie, o sociali, (ancora non ho capito il trend), ingenui schieramenti, tentativi di dire "è mio", "è più mio che tuo".

E' il "sistema" pseudo-letterario che non mi piace.

Ma scusami, è l'ultimo commento che faccio, sono annoiata di me stessa, prima di salutarvi dirò, e spero che sia chiaro:

il libro di Saviano è un ottimo libro, le voci che hanno cominciato ad agitarsi intorno a Saviano invece pessime, tanto pessime che se uno volesse fare una sana critica ormai non può più, se non altro perché gli è passata la voglia di dire pacatamente la sua.

Pubblicato da: temperanza - 26.06.06 09:51

@ Temperanza
Santificare libro e autore? Non piace nemmeno a me. Come ho già scritto: "le polemiche estive non mi interessano". E ho anche accennato al fatto che "Gomorra" non mi pare privo di difetti.
Non ho detto che il libro esaurisce la realtà napoletana e finanche italiana, ma che dà una rappresentazione complessa del proprio oggetto.
Mi sembra che, paragonandolo a Stella e alle tue fonti dirette, sia tu ad eccedere nel senso opposto. Sarà la tua anima brutalmente laica:-)

Pubblicato da: stefano volpi - 26.06.06 11:19

@Volpi

Ho detto "ottimo libro".

Ho detto ottimo libro anche perché lo paragono.

Perché non posso paragonarlo a Stella?
La ragione per cui l'ho paragonato a Stella deriva anche dal fatto che so che Stella ha finito per scrivere un romanzo. Io quel romanzo di Stella non l'ho letto perché ero certa che sarebbe stato un mediocre romanzo. Giovanni (ciao Giovanni, se sei il giovanni che penso) mi dice che ho avuto ragione. Tutto qua.
Si è molto parlato di fiction, faction ecc. Mi pareva di essere in tema.

Now però basta davvero, non torno, dunque se non risponderò non è per scortesia, ma per semplice assenza:–)

Pubblicato da: temperanza - 26.06.06 12:33