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24.06.06

Giro d'Italia con vibrisse: Torino

di Francesco Forlani

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. Sono arrivati articoli sufficienti a coprire fino al 15 luglio. Chi desidera partecipare deve affrettarsi. Infatti, al 30 giugno 2006 è fissata la scadenza per l'invio del materiale. Tutti i testi pervenuti fino a quel momento saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Verranno poi raccolti in un pdf scaricabile. bdm]

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Piazza_San_Carlo.jpgA scena aperta

Non meraviglia affatto che nello stato delle cose, ma dovremmo dire le piazze, i torinesi abbiano trovato proprio qui il loro posto naturale. Quando per risolvere il problema dei pensionati che a Torino sono una parte non trascurabile della città, si decise, con un’idea a dir poco geniale , di sostituire le lamiere di recinzione con strutture a grata. Pare che gli anziani complicassero, a causa della loro innata curiosità il lavoro dei cantieristi, sporgendosi da ogni fessura disponibile tra le lamiere. Chissà se però l’ideatore della soluzione si sarebbe immaginato che da quando nelle grandi piazze di Torino e prima su tutte piazza San Carlo, sterrata, sprofondata, divelta, insomma in pieni lavori, proprio tra i cantieri sarebbe emigrato lo spettacolo naturale della città.

Se infatti per un parco, o una foresta, la messinscena è costituita dal sibilo del vento tra il fogliame, dal crepitio dell’erba calpestata o dal colpo d’acceleratore di una macchina improbabile all’orizzonte, la scena aperta di una città sono i flussi di pendolari alla stazione, gli incroci vivi del centro e i punti nevralgici della “polis" dove le traiettorie degli autobus, o lo stridere dei freni dei tram, compongono quell’armonia sovrana della metropoli. E questo lo aveva capito Walter Benjamin, con le sue promenades, certe visioni futuriste di folla e movimento tra la folla immortalate dai pittori Balla o Boccioni e ancora Philip Glass con il suo omaggio alle nuvole di New York, che cavalcano il cielo dei vetri dei grattacieli sulle note di un minimalismo accecante.Portici_Piazza_San_Carlo.jpgQuel che accade passeggiando tra i portici della piazza San Carlo – il torinese soffre di agorafobia ed è per questo che percorre le grandi piazze tenendosi lungo il suo perimetro - è la realizzazione del concetto stesso di scena aperta. Centinaia di persone in veste di spettatori solitari più che di massa, ovvero su segmenti di tempo e spazio a loro congeniali: una pausa caffè, un giro per compere o per servizi, sul lato destro della piazza piuttosto che quello immediatamente alle spalle, verso Porta Nuova. Lo spettacolo è continuo e la partitura interpretata oltre che dagli arnesi e macchine presenti sui cantieri, si arricchisce dei gesti e movimenti degli operai, dell’esibizione della forza o della concertazione dei compiti. Quando dalla profondità delle fondamenta, su cui spiccano colonne romane di origine ignota – uno spettatore chiede ad un altro se sono vestigia di un ponte o di mura - giungono voci e a stento se ne indovinano gli idiomi. Basterebbe del resto osservare le maestranze per capire da dove provengano i nuovi migranti e come un tempo ottimi massoni furono quelli di Carrara ora sono di Danzica o rumeni.

Sono voci distinte, frasi rade e urlate, soprattutto al crepuscolo come protette dal silenzio di quartieri senza macchine, alla maniera di quelle dei calciatori in uno stadio a porte chiuse. Chissà cosa dicano, o facciano. E per ogni spettatore che se ne va ce n’è un altro che sopraggiunge come in una metafora. Torino che è la città in cui l’insulto peggiore consiste nel dire a qualcuno: “né me tu l’è propre un bugia nen" uno che si muove lento, proprio perché il torinese è tradizionalmente lento, vede se stessa cambiare, e anche in fretta. Da città del lavoro operaio in lavoro della e sulla città e si vede trasformata attraverso lo sguardo degli altri nella speranza di trasformarsi a sua volta attraverso i suoi abitanti. Quei gesti reiterati tra la polvere del cantiere e quella del tempo diventano così un’ultima icona di cui, a lavori ultimati, resterà solamente il ricordo. Il lavoro come il rumore di fondo di un tempo - a barriera di Milano il cuore della Grandi Motori che pulsava con forza titanica scandiva il tempo degli abitanti come altrove facevano i campanili - che vuole un altro presente. E sfodera un canto di gesti e meccanica quasi a ricordare ai nuovi spettatori, certamente operai d’altri tempi, cosa fossero quei tempi, di catena di montaggio e giovinezza, e che lo spettacolo che sta per cominciare ridesterà il suo pubblico da quello ormai finito.Galleria_Umberto.jpg


L’arte del desiderio
(Da Capitoli Pavesiani)

Desidera?
Generalmente, e voglio dire in qualsiasi altra città del mondo, è con queste parole che il commesso di un negozio accoglie il cliente. Come se nei templi del dio commercio l’antica lanterna magica ed il suo genio resuscitassero ad ogni nuovo ingresso di cliente, per ogni seduzione riuscita e trasmessa dai pochi capi esposti in vetrina.
Perché il desiderio è comunque il sintomo di una mancanza. E quello che manca è il bene che si vuole, o meglio si desidera. E più tale bene diventa prezioso tanto più precisa sarà la richiesta del cliente. Non si entra in gioielleria come al supermercato!
Dove nell’esposizione dei beni di prima necessità, ovvero l’alimentare, si può vagare comodamente tra i comparti anonimi e deserti, senza più commessi. Perché è l’oggetto medesimo a suscitare il desiderio spesso per ragioni sorprendentemente futili, come il colore della confezione o la sua collocazione all’inizio o al termine del viaggio. Cose che sono come certi prodotti della nostra mente, impertinenti, sovrani eppure cosi inattuali, al punto da scadere inesorabilmente – possono i sogni scadere? - come certi yogurth o fibre di soja.
A Torino invece ti dicono: Ha bisogno? Che certi meridionali mutano in Ha di bisogno?
Mi è addirittura capitato di sentirmi sussurrare da una commessa mentre con un po’ di fretta uscivo senza aver subito il fascino di alcunché: Aveva bisogno?Parco_del_Valentino.jpg

Ora, bisogno e desiderio non sono la stessa cosa. Non posso aver bisogno di una donna così come posso desiderarla. La logica di queste due pulsioni – ma si dovrebbe dire passioni? Istinti? - è tutta nella differente visione del mondo che le sovrasta. Seppure entrambe fondate sull’assenza evocata dalla commessa, l’una quella del desiderio veste la prima commessa dei panni della creatrice e artefice dell’altrui felicità, relegando la seconda commessa, quella del bisogno, nel ruolo di rappacificatrice, consolatoria.
In altri termini, il superamento dello stato di bisogno attraverso l’atarassia invocata dal cliente, - abbiamo bisogno di un dentifricio o di uno smacchiatore, che poi non useremo mai perché o perché non funzionano mai o perché non siamo in condizione di farlo agire - avviene per annullamento del sintomo. Una vita i cui bisogni siano accontentati è mettere al primo posto necessità dei beni e soddisfazione di tale bisogno.Borgo_Medievale_Ponte_Levatoio.jpg Al contrario, il desiderio si realizza in un continuo ravvivamento, esattamente come per le coppie, nel senso che cosi dovrebbe essere. Più il desiderio è più esso si fa. La commessa dei desideri coltiva il campo dei desideri del cliente come un giardino in cui si possa entrare o uscire secondo piacere. Quella del bisogno deve innanzitutto accontentare il cliente, cioè fare in modo che la sua soddisfazione metta fine al bisogno. Si soddisfa un bisogno, si esaudisce un desiderio, dicono i più.
A Torino, dove solo il segreto è una chiave che apre molte porte, e la discrezione comunica quel senso di vuoto descritto dai forestieri, il giardino, è oltre le porte, il desiderio in una sfera che non lascia alcuno spiraglio all’estraneità. La commessa torinese non si spingerà mai fin lì, nell’altrui desiderio, ma al massimo nel più ordinario e terreno comune del bisogno. Torino è stata per tutto il dopoguerra la città in cui con movimenti di massa d’emigrazione ed abbandono delle campagne, si poteva soddisfare un bisogno. Oggi tra antichi contro viali divenuti boulevards comincia a farsi sentire il profumo del desiderio quasi a volere spazzare via l’odore del bisogno. Ma non per tutti. Et ainsi s’en va la vie.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 24.06.06 10:57

Interventi

OT. A mio modo di vedere un’altra piccola storia ignobile. Leggo sul quotidiano La Repubblica che il giudice Livia Pomodoro, presidente del tribunale dei minori di Milano, ha chiesto il ritiro dell’album di Fabri Fibra causa la canzone Cuore di latta, che racconta in soggettiva (dal punto di vista di Omar) le vicende di Novi Ligure. La canzone in questione viene definita più volte “spazzatura”. Ora, io non credo ci sia ancora bisogno, oggi, di spiegare la differenza tra mandare messaggi e fotografare situazioni, ma evidentemente non tutti la pensano così. Mi sto muovendo per difendere in qualche modo il lavoro di un artista che da anni si sbatte per raccontare quello che vede, sorte non molto diversa da quella degli scrittori (di fiction, di faction o di quel che vi pare). E’ tutto. Grazie per la vostra attenzione, Michele Monina

Pubblicato da: Michele Monina - 24.06.06 13:26

Sempre OT:
questo è il testo della canzone Cuore di latta, di cui parlavo prima. Scusate ancora per il disturbo, Michele

Io sono un ragazzo col cuore di latta
Fabri Fibra!
io voglio una donna col cuore di latta

La ragazza amore mio è ancora chiusa in galera
io mi chiedo e mi domando quando uscirà
sono anche passati gli anni in cui ero minorenne
abbiamo fatto un pò di danni ma quando uscirà?
e pensare che eravamo affiatati parecchio
e siamo diventati i più famosi della città
siamo anche finiti in tele c'ha visto l'Italia
amore mio ti rendi conto che pubblicità
ma chissà cosa pensava la piccola Sofia
quando volava dal balcone spaccata a metà
mi sarebbe piaciuto almeno questo Natale
ritornare a casa mia salutare papà
se penso che però ho esagerato
e magari lo ammetto che mi sono sbilanciato
lanciato mi sono pure sputtanato
ho macchiato il maglione di sangue appena l'ho comprato
me l'hanno pure sequestrato mi sono entrati
in camera anche senza un mandato
ho pure fatto 21 anni e il giorno del
compleanno non l'ho neanche festeggiato
peccato!mi hanno rinchiuso in questa cella
sapessi che fastidio in bagno essere toccato
mi fanno uscire il giorno in cui presenterò
a qualche prete un piano di volontariato
io se ho fatto quel che ho fatto
è perchè quando l'ho fatto
ero fatto anche troppo innamorato
solo perchè ti immagino con gente nuda
e commetto un reato dicono questo è malato
e poi cos'è questa storia cariata
cazzo vai a dire in giro che non sei più innamorata?
come puoi trovarti un nuovo ragazzo
dopo quello che abbiamo passato ma sei ubriaca?!
e se magari fai un figlio scommetto
il povero neonato finirà in un sacchetto
dopo tutte queste madri che impazziscono
e abbandonano il figlio dentro qualche cassonetto
dopo le 97 coltellate per uccidere tua madre
con i tagli nel petto
dopo tutte le versioni che ho detto
ti permetti di portare un altro uomo nel letto?
ma visto che sognavi di perdere tuo fratello
io ti uccido pure lui almeno il quadro è perfetto
e adesso che potremo stare io e te da soli
t'innamori di un altro ma tu lo fai per dispetto?!!

Rit:
Oh problemi di coppia ma dico non lo sai prima
o poi che la coppia scoppia la coppia scoppia
la la la la la coppia scoppia la la la la la
Oh problemi di spazio si ma cosa fai se ti
nasce un figlio pazzo un figlio pazzo
figlio pazzo figlio pazzo pazzo pazzo
Oh l'amore ti blocca ma dico non lo sai prima
o poi che la coppia scoppia la coppia scoppia
la la la la la coppia scoppia la la la la la
Oh problemi di spazio ma dico hai mai provato
ha lanciare tuo figlio dal terrazzo giu
dal terrazzo giu dal terrazzo giu
dal terrazzo giu dal terrazzo giu.

Omar è più che normale sono queste mamme che stanno male
Omar è più che normale sono queste mamme che stanno male
quindi portami in un locale perchè io stanotte
mi voglio sfogare che mi scappa da collassare
quindi io stanotte mi devo sfogare
e per l'occasione si farà un festone
io sono un fenomeno da baraccone
mi sveglio con in mano una consumazione
ti porto un cane morto per colazione
vedo solo grasse moccolone e i ragazzi
che assomigliano a Taricone
arrivo con la faccia dello sbruffone
cammino con il passo da strascicone
quando entro nei club scatta l'inventiva
qui la gente mi conosce come Fabri Fibra
ho l'energia implosiva quando gonfio
la mia pancia dalla cannabis attiva
e quando perdo la saliva e meglio che
prendi aria altrimenti non sai chi arriva
ho la mascella che mi vibra e se parlo s'inca
ca castra porca figa mi piace fare il galante
solamente con donne che hanno 1000 euro in contante
esco dal coma e mi rimetto al volante
ho fatto inversione a U in piazza Dante
se magari faccio testa coda e lei s'appoggia
alla mia spalla cosa fa ci prova?
se magari sei in competizione con tua madre
vuoi punirla cosa fai chiami Omar?
oh queste ragazze appena lo prendono
diventano subito pazze cambieranno religioni
però le mestruazioni ci sono in tutte quante le razze
se la mia ragazza fa la troia in palestra
appena torna a casa io le spacco la testa
e quando impazzirò perchè il lavoro mi stressa
allora lancerò mio figlio dalla finestra
oh!quale sarebbe la nazione più adatta
per trovarsi una ragazza con il cuore di latta
questo trambusto ormonale non passa
e fai un figlio a 70 anni e vedrai come scappa
ma io non voglio impazzire per una sciatta
che tra lei e sua madre non si sa chi è più vacca
perchè magari fa la donna in carriera
fai la mogliettina sexy anche la mamma che allatta

Rit.

Pubblicato da: Michele Monina - 24.06.06 14:41

Al di là del tema trattato, è un testo di una bruttezza imbarazzante.

Pubblicato da: niko - 24.06.06 16:13

Non sono d'accordo, ma temo non sia questo il punto.

Pubblicato da: Michele Monina - 24.06.06 19:38

Bellissimo pezzo, Francesco. Primo, perché è scritto da par tuo. E poi perché, di nuovo, parli di una città a me particolarmente cara per mille motivi, letterari e non. Adoro Torino, le sue strade larghe e diritte, i portici di via Po (se non erro), le piazze - mi piace molto la piccola piazza Cavour - e sai una cosa? Forse sarò una pazza, ma sento una specie di fuoco sotto l'apparente "imperturbabilità" di Torino. Secondo me è una città piena di energia vitale, di creatività. Un abbraccio

Pubblicato da: Gaja - 25.06.06 15:49

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