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17.06.06
Giro d’Italia con vibrisse: Siracusa
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. E' arrivato materiale sufficiente a coprire fino al 15 luglio e altro materiale è stato annunciato. I testi saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Si coglie l'occasione per invitare tutti a partecipare a questa sezione che, se raccoglierà molto materiale, si trasformerà in una simpatica e affettuosa cartina geografica dell'Italia di oggi vista e disegnata dai lettori. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
Siracusa è un corpo di pietra e mare, sdraiato con indolenza sulla costa sinistra del golfo naturale che l’accoglie da millenni. Pietra bianca, abbagliante. Mare obliquo di colori indefinibili con parole. La stasi millenaria della roccia greca, scolpita assecondando le curve naturali, dal Teatro di Democopo scivola con un movimento lentamente in discesa verso la pietra severa e squadrata del quartiere umbertino e gli innesti funzionalisti del ventennio, fino al sorprendente tripudio del barocco che sembra esaltare la città nel suo incontro col mare, come se l’isola di Ortigia, suo culmine, inizio e fine, fosse la testa ricciuta di una donna bellissima e indolente che sogna, cullata dalla calma risacca del golfo a ponente e stuzzicata dalle mareggiate ombrose a levante. Ed è quello il centro pulsante della città, da sempre. I vecchi dicevano, uscendo di casa: “Vado a Siracusa", intendendo Ortigia. Come se la città tutta, compresi quegli slabbramenti d’adipe cementizia poi cresciutile addosso e intorno a partire dal boom degli anni sessanta, e che ancor oggi purtroppo continuano, raggiungesse il suo compimento, la sua piena realizzazione, nel nome e nella concretezza del vivere, soltanto lì, in quella testa di sei chilometri di circonferenza, dentro la quale ognuno ha bisogno di pensarsi ed essere pensato.
L’aria e il cielo in Piazza del Duomo sono talmente tersi, perfettamente accolti dall’ovale barocco che come una bocca li sospira, che ci si sente vinti da un languore dolcissimo ed esaltante, qualcosa che ti strugge ma ti lascia incapace di fare o decidere alcunché. Sei già dentro la perfezione. Siracusa è la città dei destini sognati più che compiuti, delle sublimi torri d’avorio dove si rinchiudono non soltanto gli scrittori o gli artisti, ma anche gli idraulici, i muratori, gli impiegati.
Ci si respira e si pensa, si sogna e sospira; a volte però, si imbastiscono anche clamori e persino liti che sembrano impetuose, come un fremito nervoso e acuto che può cogliere il corpo nel sonno, ma alla fine l’eternità che ti circonda, acquieta tutto, si vive benissimo così e così si può anche morire. Compiere il viaggio d’una vita volando in verticale ma non avanzando mai. È affascinante, se ci stai dentro o se arrivi da fuori e c’entri per la prima volta in questo spleen sublime: è come la testa di Medusa che non puoi fare a meno di guardare, ma ti dissolve, accarezzandoti il respiro e impadronendosi del tuo corpo, reso di pietra e mare anch’esso.
I destini si susseguono, con apparente spensieratezza e sempre un sentore di divina malinconia.
È, perciò, un luogo dove tutto può accadere, ed i confini fra reale ed irreale diventano fievoli, mutabili, incerti.
Così, a volte, nelle notti d’estate, è possibile vedere, lungo la Passeggiata diritta della Marina, sparire gli yacht come in dissolvenza con l’oscurità e le stelle; e nell’aria sospesa, calda d’afa e salsedine, si sentono dei piccoli passi e si vede avvicinarsi una bambina dai capelli scuri e lunghi, perfettamente divisi in due trecce fermate da nastri, il visetto rotondo cosparso di lentiggini, con un vestitino di taglio elegante ma fatto in casa: a passetti decisi te la vedi arrivare davanti e sorriderti. Poi si volta, come se cercasse qualcuno. E lo vede, e tu insieme a lei: un ragazzetto magrissimo, di tredici o quattordici anni, con i capelli biondissimi, quasi bianchi, coperto solo da un costume da bagno, che, dritto in piedi su una bitta della banchina, sta per tuffarsi.
La bambina grida e comincia a correre, ma il ragazzo s’è già tuffato ed è stato inghiottito silenziosamente dalle acque scure del porto. La bambina non grida più, ma continua a correre fino all’orlo della banchina, nel punto dov’era il ragazzetto biondissimo. Non si ferma, corre ancora, come se non s’accorgesse dell’acqua, per un attimo sembra sospesa, circondata dal silenzio e dall’oscurità. Chi la vede tenta di correre verso di lei, ma già non c’è più, soltanto sembra di vedere il colore chiaro dell’abitino, che viene risucchiato dall’acqua torbida. E poi dalla schiuma della risacca si vedono spuntare due braccia nervose che s’aggrappano, ma è il ragazzino che riemerge, risale sulla banchina. Sta lì, dritto in piedi, per qualche attimo, grondante di gocce salate e da vicino si vedono chiarissimi i suoi occhi azzurri, col bianco intorno un poco arrossato dal sale. Guarda l’acqua, come se aspettasse qualcuno anche lui, che però non ha visto la bambina cadere in acqua. È inutile tentare di dirgli, preoccupati per la sorte della piccola annegata, di rituffarsi per salvarla, perché sempre il ragazzo guarda chi gli parla con irritazione, scrolla le spalle e comincia a correre verso gli alberi dall’altro lato della Passeggiata. Inutile cercare d’inseguirlo, perché sempre, dopo pochi passi, scompare.
Succede così. Anche se è irreale. Ma sembra vero se lo vedi. Non sembrano fantasmi, sono concreti, qualcuno dice d’averli toccati, ma si dissolvono, come tutte le vite che scorrono in quella città dal corpo di pietra e di mare, dal respiro che illude, inganna e scioglie.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 17.06.06 09:30
Interventi
Ciao, Francesco., Io qui sulla scrivania il tuo Papier Mais. :-)
Pubblicato da: Marco - 17.06.06 09:37
Ciao, Francesco., Io qui sulla scrivania il tuo Papier Mais. :-)
Pubblicato da: Marco - 17.06.06 09:38
Bello, Francesco, anche la Siracusa che ricordo io è così, di pietra e mare.
Giorgio
Pubblicato da: Giorgio Morale - 17.06.06 10:20
Un ricamo sull'acqua, questa dei due bambini, indimenticabile.
Stamattina ero di umor nero. Mi hai riappacificato. Grazie.
Carlo
Pubblicato da: Carlo Capone - 17.06.06 10:23
:-)
Pubblicato da: francescorandazzo - 17.06.06 17:06
Francesco, non te l'avevo ancora detto che questo pezzo è malinconicissimo, vero? Te lo dico ora.
Pubblicato da: mauro - 17.06.06 17:55
sì, lo è. per me che l'ho scritto molto più che per chi legge, perché io so chi sono quei due...
e questo scritto è un addio.
Pubblicato da: francescorandazzo - 17.06.06 19:00
avrei voluto sdrammatizzare, ma poi le lacrime hanno inondato la stanza....
Pubblicato da: nadiuccia - 18.06.06 04:31
ciao Francesco. E' un racconto molto bello, che stringe il cuore. conosco la Sicilia (mio padre era di Palermo)anche se Siracusa solo di passaggio, e riconosco odori luci colori e quell'atmosfera in verticale...
ciao ciao grazie
Pubblicato da: caterina - 18.06.06 16:02




