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26.06.06
Davvero si tratta né più né meno del saper raccontare una storia nel miglior modo possibile?
di giuliomozzi
[Gomorra di Roberto Saviano recensito da Demetrio Paolin] [altri articoli su questo argomento]
Wu Ming 1 torna sul libro Gomorra di Roberto Saviano con un articolo che vi invito a leggere. Qui mi limito a imbastire qualche riflessione, nel tentativo di arrivare a formulare delle domande. Una porzione del pezzo di Wu Ming 1 da tenere presente è questa:
[...] Introdurre la fiction nel reportage non significa aggiungere "finzione", non significa inventarsi gli eventi. Significa operare con tecniche letterarie sul modo in cui questi eventi vengono collegati l'uno all'altro, messi nello stesso contesto, comunicati al lettore. Per far questo si ricorre a certe retoriche, si usa il linguaggio in modo non "obiettivo". Ben lungi dall'introdurre "irrealtà" e panzane nel testo, tale "sfondamento" finisce per descrivere una realtà in modo più potente. Si tratta né più né meno del saper raccontare una storia nel miglior modo possibile. [...]
Questo discorso mi sorprende; la prima impressione è che sia tutto sbagliato; e provo a dire perché.
Non ho mai pensato che "fare finzione" significasse "inventarsi gli eventi". Ho sempre pensato che "finzione" significasse "narrazione organizzata". Ho un'idea precisa di come funziona la menzogna. Raramente, e solo in caso di estremo bisogno, la menzogna inventa degli eventi. La menzogna ben fatta è quella che non inventa un evento che sia uno; è quella che considera tutti e solo gli eventi che l'interlocutore considera (la menzogna, come la finzione, è sempre rivolta a un interlocutore), ma ne propone una organizzazione diversa e più efficace. Più efficace: cioè tecnicamente migliore.
Ora, menzogna e finzione non sono la stessa cosa. Dov'è la differenza? Secondo me, in due cose (dico delle banalità, poi le riprendo e cerco di sbanalizzare):
[a] la finzione è dichiarata. Un libro che sotto il titolo porta la scritta "romanzo" è finzione dichiarata. Un libro inserito in una collezione di narrativa è finzione dichiarata. Non c'è nessuna disonestà verso il lettore.
[b] dall'opera di finzione il lettore si aspetta una qualche forma di conoscenza (mentre la menzogna, quando viene svelata, appare come l'esatto contrario della conoscenza), che non è una conoscenza come quella che il lettore si aspetta dalla lettura del giornale o dallo studio di un'opera scientifica (un saggio storico, un trattato di economia ecc.; rimango nell'ambito delle scienze non esatte). Addirittura: dall'opera di finzione il lettore si aspetta una qualche verità (che è l'esatto contrario della menzogna, e d'altra parte non è una verità come quella ecc.).
Tuttavia:
[a] Ci sono collezioni che pubblicano indifferentemente opere pacificamente considerabili "finzione" e opere altrettanto pacificamente considerabili "saggistica". Un buon esempio di queste collane è appunto Strade blu, nella quale è apparso il libro Gomorra di Roberto Saviano. Non per niente la collana ruba il nome a un gran bel libro di William Least Heat-Moon, Strade blu, del quale non si saprebbe dire, al livello più banale, se ciò che vi si racconta sia "finzione" o "informazione". Ogni libro che appaia in questa collana si offre quindi al lettore con un indovinello: "Ciao, sono finzione o informazione?". Il più delle volte, rispondere è facile. In altri casi è difficile. Se il libro di Roberto Saviano s'intitolasse solo Gomorra, come qui sbrigativamente lo chiamiamo, potrebbe benissimo passare per un "romanzo" - almeno di primo acchito. Ma poiché il libro di Roberto Saviano s'intitola per esteso Gomorra. Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra, già di primo acchito il lettore non può che considerarlo un "saggio" (anche se un'espressione come "sogno di dominio" può quantomeno far sospettare che si tratti di una saggistica non solo "informativa" ma anche "interpretativa"). All'interno di questa collezione che pubblica indifferentemente libri catalogabili come "romanzi" e libri catalogabili come "saggi", il libro Gomorra di Roberto Saviano potrebbe essere considerato come libro strategico, mise en abîme della collana stessa: proprio in quanto il suo statuto preciso (finzione? informazione?) è, per il lettore, indecidibile non solo nel complesso ma anche, così a occhio, in ogni singola pagina. Attenzione: non sto parlando, qui, del libro Gomorra di Roberto Saviano, bensì di una possibile strategia culturale-industriale che in questo libro si mostra, indipendentemente da ciò che il libro è e dalle intenzioni dell'autore.
[En passant. Il libro Se questo è un uomo di Primo Levi fu pubblicato in origine da Einaudi (quando Einaudi si decise a pubblicarlo; perché all'inizio lo rifiutò, e la prima edizione uscì presso un piccolo editore) nella collana "Saggi". Il libro oggi, nella sua edizione più diffusa (Tascabili Einaudi) è considerato "letteratura". Di questo libro si può certamente dire, come dicono Scarpa e Benedetti del libro di Saviano, che è "storia personale non interscambiabile con quella di nessun altro", ma si può certamente dire anche, come dice Wu Ming 1 del libro di Saviano, che "quest'io narrante raccoglie anche esperienze altrui e se ne fa ambasciatore".]
[b] All'eterna domanda di quale sia la "conoscenza" o addirittura "verità" che il lettore si aspetta dall'opera di finzione, proverei a rispondere molto terra-terra: tali conoscenza o verità stanno proprio in ciò che viene "aggiunto" alla narrazione, rispetto a ciò che sarebbe una narrazione puramente referenziale. Le "operazioni" con "tecniche letterarie" sul "modo in cui gli eventi vengono collegati l'uno all'altro, messi nello stesso contesto, comunciati al lettore" (uso le parole di Wu Ming 1); l'uso "non 'obiettivo'" del linguaggio; il racconto della storia fatto "nel miglior modo possibile": se questa è la differenza tra un libro-reportage e un libro-qualcosa-di-più (o d'altro), non potranno che essere queste "addizioni" ciò che soddisfa il desiderio del lettore di avere "qualcosa di più (o d'altro)" che la semplice informazione, ossia: una qualche conoscenza, addirittura una qualche verità.
Domanda alla quale non so rispondere. Ora, se sono le "operazioni" con "tecniche letterarie" a far sì che il libro soddisfi queste aspettative del lettore, non si potrebbe pensare che il lettore riconosca come conoscenza, o verità, la tecnica?
Idem. Se nel libro Gomorra di Roberto Saviano si mostra, indipendentemente da ciò che il libro è e dalle intenzioni dell'autore, una possibile strategia culturale-industriale, non si potrebbe pensare che il lettore riconosca come conoscenza, o verità, questa strategia culturale-industriale?
Per quanto mi riguarda, oserei dire che una storia raccontata "nel miglior modo possibile" è una storia che io considero senz'altro falsa. Nel momento in cui comincio a intravedere in una narrazione le "tecniche letterarie" che si mettono in atto, le "retoriche" che si danno da fare, eccetera eccetera, allora, se quella narrazione ha una pretesa di verità, io la abbandono (se invece la pretesa di verità non c'è, me la godo come puro passatempo - se non ci ho niente di meglio da fare).
Vicolo cieco. A questo punto finisco col dire che il mio desiderio di avere una qualche conoscenza, se non addirittura una verità, da una narrazione, ripone le sue aspettative proprio lì dove tecniche e retoriche sembrano cadere a terra, fallire, vanificarsi o falsificarsi nel momento stesso in cui entrano in azione. Riconosco una qualche verità, in somma, quando la narrazione che ho difronte mi si propone così come io percepisco la mia vita: senza senso.
[E finisco così, tanto per ribadire che non dei giudizi, ma dei pre-giudizi bisognerebbe discutere.]
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 26.06.06 09:39
Interventi
Mah, io direi che come sempre bisogna intendersi su verità.
Io credo che la verità sia indicibile e non conoscibile, sia ciò che non esiste in quanto tale, cioè vera.
Per cui il mio pre-giudizio è che cerco narrazioni in cui la verità sia questa ricerca dell'impossibile, attraverso qualunque tecnica e/o retorica: l'importante è che alla fine la mie sensazioni siano due.
1) Non mi è stata "data" una verità vera, assolutamente certa e inconfondibile e indiscutibile
2) Mi è stato dato un disegno di un mondo dove io posso cercare le mie verità che non saranno mai vere attraverso altre verità non vere.
Pubblicato da: Roberto Tossani - 26.06.06 11:21
giulio ripeto qui la domanda che facevo in un commento all'altro post.
Se la scrittura di Saviano fosse stata sciatta sciatta, poco bella, le verità che enuncia sarebbero state meno vere?
E' come per i libri che narrano il lager: sono tutti meno "veri" soltanto perché non sono avvicinabili a Se questo è un uomo?
Per esperienza personale, per quanto vale, quando scrivevo la mia tesi su Se questo è un uomo e spiegavo a diversi ex-deportati che avevo deciso di "leggere" questo testo con gli strumenti della letteratura e della critica letteraria, la maggior parte di loro mi diceva: No, se tu la tratti come un'opera letteraria, qualcuno penserà che in un qualche modo l'autore abbia "abbellito" (leggi falsificato) la realtà.
d.
Pubblicato da: demetrio - 26.06.06 11:38
in questi ultimi due giorni non s'è fatto altro che dire a spron battuto che la polemica Primo Amore-Wu Ming-Lipperini è squallida, e anche lo stesso Mozzi ha dichiarato che non gliene importava granché. Salvo poi intervenire due volte, con il commento "a montaggio" dei passaggi più significativi delle repliche (che a me piace sempre molto, qui su Vibrisse) ed ora con questo ultimo post. Molto buono, secondo me, e utile. Allora dico: siamo proprio sicuri che questa polemica - come quella, epocale,a seguito de La Restaurazione di Moresco, giusto per citarne una che ricordano tutti - sia proprio squallida, miserevole, inutile..?.. Francamente penso il contrario: è sciocco continuare a dire che sarebbe meglio parlare del libro (cioè Gomorra di Saviano) e soltanto del libro quando su di esso si è praticamente tutti d'accordo.
E' ottimo.
Invece le scintille scaturite da queste polemiche collaterali, scontri di metodi, visioni, critiche, ma anche - diciamola tutta - reciproche sfere di influenza, rapporti di potere... spesso illuminano, anche solo per un attimo (come fa appunto una scintilla) una geografia culturale che solitamente resta ai più ignota. In altri termini, queste polemiche risultano molto utili per avere un'idea, comunque temporanea, dello "stato del dibattito". Una polaroid.
E come capita talvolta con certe foto che scattiamo quasi per caso, non ci piacciono e buttiamo in un cassetto, chissà che non sarà proprio questa polaroid a dire qualcosa di importante in futuro sulla letteratura italiana di questi anni, sul fenomeno dei lit-blog...? sarei pronto a scommettere che tra 20 anni ci saranno molte più tesi che conterranno questi fiumi di parole versati nei blog (o almeno i link) che non quelle che faranno un discorso "serio" su Gomorra...
Non dico che è un bene, dico solo che penso che finirà così.
Pubblicato da: marco v - 26.06.06 11:38
faccio notare: 1) che lo stile fatto della mancanza di retorica, tecnica e artifici letterari è uno stile, con la sua tecnica e retorica.
2) che curiosamente un libro di dichiarata finzione come "Il codice da Vinci" ha fatto clamore per le pretese verità storiche (pretese da parte dei lettori) in esso contenute.
3) che la saggistica camuffata da fiction è una presa in giro atta a sgravare l'autore della responsabilità di documentare ciò che dice - un po' come la divulgazione fatta da pseudo-esperti in una trasmissione di Costanzo.
Pubblicato da: paolo beneforti - 26.06.06 11:41
Paolo Beneforti. 1) Senz'altro d'accordo. Infatti nel mio ultimo capoverso parlo di "fallimento" di strategia retorica - non di un'altra strategia retorica. 2) Mi sto sobbarcando la lettura non solo del Codice, ma anche di una dozzina di libri collaterali; se ne tiro fuori qualche pensiero decente, ne parlo. 3) Nel caso in cui non sia possibile documentare ciò che si dice, come si dovrebbe fare, allora? Tacere?
Per Marco Valerio: non mi interessa la lite sulla pretesa pretesa di Tiziano Scarpa di "mettere le mani" su Roberto Saviano, né mi interessano le intemperanze successive. Ci sono invece due ipotesi critiche su "Gomorra" (libro di "io" e libro di "tutti"; "testimonianza" e "narrazione"), e di questo vale forse la pena parlare.
Per Demetrio: potresti scrivere un intervento sulla questione?
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.06.06 11:53
ci ragiono un po' su e vedo cosa ne viene fuori.
d.
Pubblicato da: demetrio - 26.06.06 12:02
Credo che il passaggio che citi fosse una risposta (pacata) alla domanda di Benedetti e Scarpa:
"Quindi non hanno alcun senso le distinzioni tra finzione e reportage?"
A cui si autorispondevano dicendo che Saviano rischia la vita perché dice cose vere etc.
E wm1 risponde che "fiction" non significa semplicisticamente "finzione" nel senso di "cose non vere" (in effetti l'Oxford alla voce "fiction" traduce - forse semplificando troppo - con "narrativa"), e spiega che in effetti le distinzioni tra fiction e reportage sono state abolite diverse volte nel corso degli ultimi decenni.
Questo senza entrare nel merito del testo di Bui, soltanto per precisare.
Aggiungo che sono in totale disaccordo col punto 3 di Beneforti. Vogliamo considerare vigliacca e irresponsabile la descrizione di Waterloo che c'è nei Miserabili? Quella è "fiction" che fa capire più di qualunque saggio.
Pubblicato da: Alessandro Canzian - 26.06.06 12:09
Mi veniva da pensare, leggendo gli interventi di Giulio e i commenti connessi, alle domande e alle risposte e ai vicoli ciechi che vengono fuori, in maniera molto simile (almeno per quanto mi riguarda) quando ci troviamo di fronte alle famose - e ormai rarissime - inchieste televisive. Realtà raccontata per immagini, in presa diretta, ma "montata" dopo, successivamente, a mente fredda, secondo l'ideologia o i pregiudizi e pi ancora lo stile e la capacità di chi cura l'inchiesta. Pensavo, in maniera particolare e giusto come esempio, a Riccardo Iacona. Non mi sfuggono le differenze tra i due mondi (del resto Iacona è un giornalista, esercita quella professione, racconta il mondo secondo la sensibilità e i bagagli che gli vengono anche da tale esercizio). Eppure, guardando certe immagini – successioni, sequenze, dissolvenze, schiene, e così via – e “ascoltandole” (la colonna sonora non è certo irrilevante), non posso fare a meno di accostare Iacona a uno scrittore come Saviano. C’è sicuramente (o meglio: io credo ci sia) fiction nel modo di raccontare il mondo usato da un giornalista come Iacona. Si può interpretare e definire il suo stile (moderno, avvincente, non banale, come volete), si possono “leggere” le sue inchieste. Più o meno universalmente, Riccardo Iacona è considerato un ottimo giornalista che firma degli ottimi reportage. E’ così bravo anche perchè riesce a introdurre con grande capacità e utilizzando la propria sensibilità (ideologia, pregiudizi e tutto il resto) elementi di fiction e di tecnica cinematografica - oserei dire: letteraria - nelle sue inchieste facendone “narrazione” fruibile e capace di destare interesse? Io credo di sì. Si può dire per questo che le storie raccontate da Iacona siano false? Io dico di no.
Eppure quanti sarebbero pronti a contestare Iacona perchè le sue storie tralasciano pezzi di verità o perchè sono costruite per evidenziare certe “verità” in cui lui crede o – insomma - per motivi connessi deducendone e convincendosi, alla fine, che quelle storie sono false?
Pubblicato da: giuseppe mauro - 26.06.06 12:33
Giulio,
con questo tuo intervento ti schieri "dalla parte della scrittura", mentre i WM si schierano "dalla parte della narrazione". Capisco bene?
Dici: «Per quanto mi riguarda, oserei dire che una storia raccontata "nel miglior modo possibile" è una storia che io considero senz'altro falsa. Nel momento in cui comincio a intravedere in una narrazione le "tecniche letterarie" che si mettono in atto, le "retoriche" che si danno da fare, eccetera eccetera, allora, se quella narrazione ha una pretesa di verità, io la abbandono (se invece la pretesa di verità non c'è, me la godo come puro passatempo - se non ci ho niente di meglio da fare).» Come a dire, ti convince la scrittura, la tecnica, la retorica - ed è in esse che trovi la verità della storia.
I WM al contrario ritengono che la verità debba trovare una voce, e che la voce giusta sia quella "parzialmente anonima" dell'io corale (anche qua, semplifico), canto della mondine o romanzo collettio, o Saviano sono ottimi esempi. C'è un che di missionario, o di ideologico, in questa visione, e lettori e scrittori ne sono sicuramente consapevoli. Dato un obiettivo giusto, trovo le tecniche migliori (eticamente lecite, aggiungerei) per perseguirlo.
Tu però poi concludi: «Vicolo cieco. A questo punto finisco col dire che il mio desiderio di avere una qualche conoscenza, se non addirittura una verità, da una narrazione, ripone le sue aspettative proprio lì dove tecniche e retoriche sembrano cadere a terra, fallire, vanificarsi o falsificarsi nel momento stesso in cui entrano in azione. Riconosco una qualche verità, in somma, quando la narrazione che ho difronte mi si propone così come io percepisco la mia vita: senza senso.» - e se permetti, io tradurrei "senza senso" con "aporetica" o "paradossale". Sto forzando i termini?
Insomma: WM:Deluze=Mozzi:Derrida - in questo caso.
Se però vogliamo spingere le premesse del tuo ragionamento fino in fondo, arrivando a discutre dei pre-giudizi, ti chiedo: che verità possiamo riconoscere SENZA una narrazione, se non quella delle scienze esatte?
Non c'è una verità storica, una verità giudiziaria, forse neppure una verità religiosa che possa fare a meno di affidarsi a delle strategie narrative. E contemporaneamente, non possiamo fare a meno di queste verità costruite, possiamo al massimo riconoscerne il punto cieco e indicarlo. Sto esagerando? E' uno scenario inquietante...
Pubblicato da: Paolo S - 26.06.06 13:31
@Paolo S.
Se è per quello non esistono neppure verità delle scienze esatte che non siano costruite anch'esse (vedi tutta la filosofia della scienza contemporanea).
Pubblicato da: Roberto Tossani - 26.06.06 14:07
... la replica di Scarpa-Benedetti mi ricorda piuttosto quello che ti insegnano - mooolto teoricamente - nelle scuole di giornalismo, cioè che se in una intera carriera non hai collezionato nemmeno un querela, una censura, un cazzotto, una minaccia di morte... c'è qualcosa che non va.
La ragione è semplice: non è tanto per la quantità o qualità di cose più o meno "vere", ma per il loro grado di "fastidiosità" che possiamo giudicare il lavoro di trincea di un giornalista, di un reportage, e anche di un testo strano come Gomorra. Ora, quando Wu Ming dicono che inserire fiction non significa certo dire cose meno "vere" (per la ovvia ragione per cui il verosimile, in letteratura, è più vero del vero - ottimo in questo senso l'esempio di Hugo e I Miserabili), Scarpa e Benedetti rispondono, sbagliando e dicendo al contempo una cosa sacrosanta, che però col cavolo che a loro (Wu Ming) capita quello che potrebbe capitare a Saviano per quello che ha scritto. Soprattutto dopo il successo che sta raccogliendo. E qui bisogna fare attenzione, secondo me: siamo tutti abbastanza innamorati della letteratura per sapere che non ci sono formule, equazioni né generi o stili superiori ad altri. Però è giusto evidenziare come talvolta alcuni scrittori, intellettuali, artisti, politici, metteteci quello che più vi piace, "toccano" il Mostro, vanno a puntare il dito proprio contro il cuore. E lì sorge qualcosa di vero, di forte. Di pericoloso.
Capisco benissimo che è un terreno scivoloso, che peraltro non saprei affrontare, ma l'operazione di Saviano ha oggettivamente una potenza diversa da quella collettiva, iper-letteraria dei Wu Ming. Il suo libro fa accadere cose, o potrebbe farle accadere. Si sente, si capisce che è uno di quei libri che puoi soltanto aprire e in certo senso mai più chiudere. E mi dispiace ma non credo che tutti i libri scritti in passato e che scriveranno in futuro i Wu Ming possano ambire anche solo a un briciolo di quella "fastidiosità". Insomma, i Wu Ming sono come quei giornalisti che non si beccheranno mai un pugno in faccia. Bravi, eh, bravissimi...
Mi viene alla mente l'intervista a Paolo di Stefano, quando la Benedetti disse: "Capirai che radicalità mettere Berlusconi in un thriller!".E penso anche che non ci sia nulla di male se, come la Benedetti in particolare - per ragioni che ha ampiamente spiegato nei suoi saggi con la sua teoria dell'indebolimento causato dall'ironia, scusate la terrificante semplificazione - si parte da un presupposto che vede in forte antipatia il postmoderno (che in Italia forse non c'è mai stato, ma lascio ad altri il problema), allora Gomorra, il suo esempio, presta il fianco a chi spera in un "impegno" nuovo degli intellettuali in questo Paese. Siamo ancora al dibattito acceso due anni fa da Luperini sull'Unità.
Ecco, Saviano è l'asso nella manica per la Benedetti rispetto ai Guardiani del Tempio, ai padrini e padrinisti, ai book jokey, ai capolavoristi (vedi Magazine Corriere), alle varie categorie "militanti" (maliconici, postumi, apocalittici...). Si gioca, ed è difficile PROPRIO dopo Gomorra affermare il contrario, un combattimento che non è solo schermaglia estetico-letteraria sul gusto ma cose di vitale (ripeto, vitale, di vita, che si rischia) importanza. Allora secondo me era inevitabile che scattassero sull'attenti quando, per uno scopo che continuo a ritenere vistosamente piccolo: cioè l'accreditamento forzoso di un autore che più diverso non potrebbe essere al proprio convincimento estetico - Wu Ming ha messo un braccio sulle spalle di Saviano raccontando pure che dall'altra parte qualcuno voleva impadronirsi del suo talento e della sua fortuna!
Pubblicato da: marco v - 26.06.06 14:11
@ Roberto: costruite sì, ma non sempre e solo narrativamente.
Pubblicato da: Paolo S - 26.06.06 14:21
@ Paolo, mi sa che il discorso andrebbe un po' fuori tema (forse non del tutto)... anzi, no, non andrebbe per niente fuori tema, vedi assiomi, o principio di indeterminazione, o Feyerabend e il suo "Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza". Diciamo che fa troppo caldo per argomentare seriamente la cosa, ti chiedo scusa. A presto.
Pubblicato da: Roberto Tossani - 26.06.06 14:25
Però qui dobbiamo capirci: quando Genna e Lipperini hanno ricordato alcune delle cose a cui sono andati incontro i Wu Ming come conseguenza del loro lavoro (che non è soltanto letterario, ma anche d'inchiesta), tutti si sono scandalizzati e hanno detto che non poteva essere quello l'argomento. Questo è vero, infatti non bisogna seguire Benedetti e Scarpa su quel terreno. Però poi si pone la questione in termini di "giornalisti che non hanno mai ricevuto un pugno in faccia", e allora siamo daccapo, scusate. Le denunce che si sono presi i Wu Ming per "Asce di guerra" non contano, ed è giusto che non contino. Le minacce subite dai Wu Ming per l'inchiesta in solidarietà ai Bambini di Satana non contano, ed è giusto che non contino. Il fatto che un loro libro sia stato sequestrato dalla magistratura non conta, ed è giusto che non conti. Il loro impegno politico non conta, ed è giusto che non conti. L'influenza che hanno avuto i loro libri fuori della letteratura (vedi G8 di Genova e dintorni) non conta, ed è giusto che non conti. I "pugni in faccia" non devono contare, d'accordo tutti. Però, se non devono contare - da qualunque parte provengano e qualunque faccia colpiscano - non bisogna nemmeno far finta di toglierli dal discorso per poi reinserirceli con un escamotage. Saviano non è l'unico scrivente che rischia, in questo paese. Sarebbe il caso di evitare di stampare santini prima del decesso. Anche perché si rischia di essere iettatori. Come scriveva Furlen qualche giorno fa, io mi auguro che Saviano si conservi il culo caldo, mentre alcuni lo vorrebbero freddo (avete capito la sottile metafora?)
Pubblicato da: Alessandro Canzian - 26.06.06 14:26
.. mah, forse per me.. non contano abbastanza. E poi preferisco non dire quello che penso dell'"influenza" dei Wu MIng al G8.
Mi unisco, ovviamente, ai migliori auguri a Saviano affinché si conservi il culo caldo :)
è giusto: il mio appunto riparte daccapo; e sì che non era mia intenzione... ma a volte ci si ripete perché si hanno sempre quelle due idee in testa e si vuole che siano il più chiare possibile...
Pubblicato da: marco v - 26.06.06 14:44
@ Marco V. Io apprezzo il tentativo di far capire quanto sia "scomoda" e pericolosa l'impresa in cui si è imbarcato Saviano con "Gomorra", solo che questa cosa si può fare senza canonizzare lui e soprattutto senza attaccare altri.
Tu scrivi testualmente:
"se in una intera carriera non hai collezionato nemmeno un querela, una censura, un cazzotto, una minaccia di morte... c'è qualcosa che non va".
Allora io - pur contestando quest'ordine del discorso - ti elenco, nel caso dei Wu Ming, svariate querele e almeno una minaccia di morte (sui cazzotti non sono documentato).
Tu però mi rispondi che queste cose "non contano abbastanza". In pratica neghi quello che tu stesso avevi detto. Vale a dire: il principio di cui sopra vale per chiunque tranne per quelli che ti stanno antipatici.
E' vero che in questo modo siamo perfettamente in tema: Mozzi aveva consigliato di occuparsi non dei giudizi, ma dei pregiudizi. Ma forse intendeva un'altra cosa...
Pubblicato da: Alessandro Canzian - 26.06.06 14:53
Giulio, leggo che ti stai sobbarcando la lettura del "Codice" (e di altri libri collaterali). Per la miseria, Dio tene guardi! Quel libro è una porcheria totale, un'offesa al buon gusto, una perdita di tempo assoluta. Difficile ricavarne qualcosa di diverso da un mesto smarrimento. E questo non tanto per la furbesca operazione pseudo-teologica, ma per la sfacciata insipienza compositiva dell'autore. Neanche di un artigiano si può parlare, ma di un semplice truffatore che ti vende un finto videoregistratore pieno di mattoni. Come sapete, l'ossatura delle argomentazioni pseudo-storiche l'ha ricopiata dal famoso saggio divulgativo uscito in Italia nell'82; il fatto è che non l'ha rifinita nemmeno quel tantino che bastava per tentare un'operazione minimamente onesta. Parla di cose che non conosce, muove burattini ridicoli, impiega dialoghi talmente idioti che a volte rasentano l'imprevedibilità. Ha lavorato come un cane, insomma. (E io amo i cani, sia chiaro.) Se sono rimasto così scioccato dalla lettura di quell'insulto (consigliatomi dal non-lettore di turno), mi vien da pensare che non ho frequentato abbastanza libri-spazzatura di quel genere.
Pubblicato da: paolo ferrucci - 26.06.06 15:59
... ammetto che i Wu Ming non mi sono mai stati tanto simpatici. D'altronde, non c'è scampo: o mi metto a soppesare il grado di autentica pericolosità degli incidenti capitati a Wu Ming - un sequestro (che tra l'altro ti infila nel novero degli eccellenti, da Joyce a Pasolini, e durano anche poco e finiscono quasi sempre bene) o una testa di maiale, sinceramente, non mi paiono granché... - ma sarebbe ridicolo (ops! l'ho appena fatto ;) oppure mi dichiaro touché.
Non che cambi idea, eh..?.. ma le mie argomentazioni sono debolucce. E' che ci sarà bisogno di tempo, molto tempo, per vedere chi resterà, chi invecchierà meglio. E qui invece mi sento a posto :) sono sicuro che non resteranno. Che non se li filerà più nessuno. Più o meno per le ragioni che ho detto. E per le ragioni che hanno detto Scarpa e Benedetti. Anzi, porto questo post coi relativi commenti dal notaio...
Pubblicato da: marco v - 26.06.06 16:02
Per me su questo sbagli, e anche di grosso. Sbagli anche soltanto a porre una simile questione, che è erronea nel merito e nel metodo, prima di tutto perché non si può sapere cosa penseranno i posteri e quali saranno i loro criteri di valutazione. E poi, quali posteri? I figli dei nostri figli o i pronipoti dei pronipoti dei nostri pronipoti? "Panta rei", non si può fissare una scadenza oltre la quale un autore sarà famoso o sconosciuto per sempre. Vi sono libri e autori che si sono inabissati per decenni se non secoli, per poi essere rivalutati e diventare dei "classici", e magari inabissarsi di nuovo. Altri libri sono rimasti in auge per tantissimo tempo poi sono svaniti dall'orizzonte della critica, per poi ritornare. Alcuni libri che non vendettero nulla all'epoca della pubblicazione sono stati riscoperti e oggi vendono bene, altri che erano autentici best-seller e sono scomparsi (pensa a "Ettore Fieramosca" di D'Azeglio), ma forse tra cinquant'anni torneranno in voga. Ma tanto nessuno di noi due sarà qui per vedere tutto questo, e quindi a che pro? :-) Infine, dire "mi rivaluteranno i posteri" è spesso la magra consolazione di chi è conscio di non farsi capire oggi.
Pubblicato da: Alessandro Canzian - 26.06.06 16:12
ma sì, ma sì... ho capito, le so anch'io queste cose, le posso fare anch'io queste considerazioni. Mi escono dalle orecchie. Figurati. Però non prendiamoci in giro, ché intendevo dire qualcos'altro, su... che s'è capito bene. E poi, attenzione, non si spiega il normale con l'eccezione. Di tutti gli esempi che hai fatto (successi postumi, best seller a scoppio ritardato, glorie estemporanee, clamorose rivalutazioni...) ti sei scordato il più diffuso: i chisseliricordapiù. E' un oceano profondo e sterminato. Certo, ci sono noti quelli miracolosamente restati a galla, grazie alla portentosa apnea secolare di cui sono capaci, però sotto... sono molti di più, ed lì, sotto, che immagino finiranno... e da lì non ti ripiglia più nessuno. Ogni tanto qualche accademico. Ma non c'entra nulla con l'editoria.
Pubblicato da: marco v - 26.06.06 16:29
Purtroppo, ripeto, nessuno di noi sarà vivo per verificare, e quindi è impossibile discuterne oggi. Secondo me sbagli, ripeto, ma ne so quanto te, e tu quanto me, cioè niente. Solo che io non mi sbilancio in vaticinii, dato che non ho basi su cui fondarli.
Pubblicato da: Alessandro Canzian - 26.06.06 16:32
Paolo Ferrucci, il Codice da Vinci è interessante proprio perché è riuscito a farsi passare come un "libro di storia". Per capire come ci sia riuscito, devo leggerlo e studiarlo. Conosci un altro modo?
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.06.06 16:33
Certo che devi studiarlo, Giulio. Anzi, un tuo parere mi aiuterebbe a uscire dallo smarrimento che mi diedero il leggerlo e la lunga orgia mediatico-libraria che ne è seguita, anche quello un fenomeno senz'altro da analizzare. La mia esternazione era solo una reminiscenza dell'indignazione che provai allora.
Pubblicato da: paolo ferrucci - 26.06.06 16:55
Mozzi: se non puoi documentare ciò che vuoi dire di certo non scrivi saggistica (o ne scrivi di divulgativa, ergo riassumi ciò che altri hanno già detto e documentato); magari sì, scrivi un romanzo.
il problema è che se ti preme più di rivelare le tue verità che raccontare/scrivere, è probabile che farai una cosa simile al "Codice da Vinci" - cioè un romanzo che si usa alcune cose note e alcuni pregiudizi diffusi per indottrinare chi è disposto a farsi indottrinare -; oppure una cosa simile ai libri di tanti "mistici" moderni; per fare un esempio famoso, Castaneda.
In effetti quando si usa la narrazione per fare predicazione, vien fuori della del catechismo - o magari ideologia in forma di religione, che forse è anche peggio.
Pubblicato da: paolo beneforti - 26.06.06 19:15
Però il pre-giudizio è inevitabile, è vita vissuta. Anche il tuo pezzo, per esempio, si ancora su un pre-giudizio: "dall'opera di finzione il lettore si aspetta una qualche forma di conoscenza".
Il pre-giudizio in se non è necessariamente un errore quando è prudenza, attenzione, lo diventa quando lo si chiama con altro nome (giudizio, esperienza, conoscenza etc etc.)
"quando la narrazione che ho difronte mi si propone così come io percepisco la mia vita: senza senso." ma non eri credente? Per un fedele come te il senso non è Dio? Cioè, qui proprio non ho capito.
Pubblicato da: Lucis - 27.06.06 01:24
Lucis. [1] Certo che il pre-giudizio è inevitabile. Tuttavia: [a] non conoscere, non riconoscere, non dichiarare il proprio pre-giudizio, rende impossibile ogni seria discussione; [b] si può ben tentare una critica dei pre-giudizi, mi pare.
[2] Dio non è un rassicurante fornitore di senso. Credere, come credo, che risorgerò con questa carne non fornisce senso alla mia vita: rende infinitamente, eternamente drammatica la questione della sua insensatezza.
Paolo Beneforti. Per questo ha senso fare domande sulla vera natura del libro di Roberto Saviano (e di libri consimili).
Pubblicato da: giuliomozzi - 27.06.06 09:07
Io non ho detto che Dio è un fornitore di senso, ma che è egli stesso senso alla vita. Cioè, avevo il pregiudizio che i credenti, non importa di quale religione, avessero trovato un senso alla vita nella fede.
Quando vuoi, e se vuoi, mi piacerebbe discutere della cosa.
Pubblicato da: Lucis - 27.06.06 12:11
Pensa, Lucis, al celebre primo capitolo della lettera di Paolo ai Corinti: "Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli cha vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. 19Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l'intelligenza degli intelligenti. Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini".
Il senso che si trova, è (per il mondo) insensato (ma io, ora, sono nel mondo).
Pubblicato da: giuliomozzi - 27.06.06 12:58
Ma, se non capisco male, San Paolo sostiene che noi non possiamo comprendere, non che un senso non c'è. In un certo qual modo (che direi mistico, se mi passi il termine) proprio la lettera di Paolo afferma che Dio è il senso della vita.
Non so, stiamo andando clamorosamente ot. Però l'argomento mi interessa moltissimo.
Pubblicato da: Lcuis - 27.06.06 18:59




